letture rossonere

 

A domani!

Nel fango del Dio Pallone - La resa dei conti (1)

 

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carlo petriniDurante gli anni da calciatore avevo imparato il potere dei soldi. Coi soldi si poteva fare tutto, senza soldi non si poteva fare niente. Mio padre, senza soldi, era perfino morto (solo perché lavorando si era tagliato un dito). Anche mia sorella, se fossimo stati una famiglia con i soldi, sarebbe stata ancora viva. E mia madre non avrebbe dovuto lavorare da cameriera e fare la vita che ha fatto.
Quell'insegnamento mi fece decidere di mettermi a lavorare con i soldi, per moltiplicarli. Ne avevo un po', ma ne volevo ancora, ne volevo di più, molti di più. Non è che fossi un taccagno, anzi, avevo le mani bucate, e proprio per questo ne volevo tanti, i soldi mi davano sicurezza.
Cominciai lavorando nel tempo libero per una finanziaria genovese, era l'estate dell'85: io trovavo la gente che aveva bisogno di prestiti e finanziamenti, e loro mi davano una percentuale. Il presidente della finanziaria era un dentista: dopo un po' che lavoravo per loro, cominciò a pretendere che gli pagassi di nascosto dai soci una percentuale sulle provvigioni che mi davano.
A Genova e dintorni ero molto conosciuto come ex calciatore, la voce circolava, nel giro di pochi mesi diventai quello che se avevi bisogno di soldi te li faceva avere in poco tempo. Dopo qualche mese c'era la fila.

Andai avanti così per un paio di anni, guadagnavo anche 10 milioni al mese di percentuali senza rischiare niente e senza che quello fosse un vero lavoro.
A un certo punto non mi accontentai più delle provvigioni che intascavo. Era l'estate dell'87. In autunno misi in piedi una mia finanziaria, in società con una ragazza che lavorava in quella del dentista. Come sede comprai un bellissimo appartamento-ufficio nel centro di Genova.
Cominciai a rischiare in prima persona, ma il rischio mi sembrava relativo, anche perché usavo i soldi delle banche che me li prestavano con la garanzia dei miei appartamenti. Avevo un giro di clienti che non finiva più (società, piccoli artigiani, professionisti, gente comune), gli prestavo soldi a un tasso del 30 per cento contro cambiali, oppure scontavo assegni posdatati.
Andava tutto a gonfie vele, come ai bei tempi: soldi, belle donne, belle macchine. Lavoravo e me la spassavo, il calcio era un ricordo già lontano. Durante la settimana vivevo con la mia nuova donna, Margaret, il sabato e la domenica tornavo dalla mia ex moglie per vedere i nostri figli. Mi sentivo un nababbo. Facevo operazioni di sconto perfino a certi conoscenti del Boss.
Il giro d'affari si ingrossava. Molte banche mi offrivano altri soldi, scoperti di conto, castelletti, anticipazioni, e io li prendevo. Avevo affidamenti in sette banche per circa un miliardo e mezzo, anche se il valore dei miei immobili era di 4-500 milioni. Il vice direttore dell'ottava banca (era un amico del Boss) mi disse che il mio fido non aveva più limiti, ma in cambio volle una specie di stipendio: ogni mese gli pagavo un milione e mezzo in contanti.
Quando cominciarono a tornare insolute le prime cambiali dei clienti non me ne preoccupai. Poi ne arrivarono protestate altre e altre ancora, ma le consideravo dei normali inconvenienti per un'attività del genere. Pensavo di essere onnipotente, in grado di far fronte a tutto.

A un certo punto i fidi bancari che avevo non bastavano più, allora usai i miei soldi. Poi cominciai a raccogliere soldi anche in un altro modo: mi facevo finanziare "in nero" da professionisti - commercialisti, avvocati, medici, commercianti - e gli davo il 2-3 per cento al mese di interesse. Gente che mi prestava anche 100, 200 milioni a botta. Quanti bei nomi della Genova-bene che frodavano il Fisco insieme a me! E io mi sentivo in ottima compagnia.
Una sera il direttore di banca che "stipendiavo" e un amico del Boss mi portarono al casinò di Mentone, ma non per giocare. Il direttore del casinò voleva che gli scontassi un pacchetto di assegni posdatati dei clienti. La cifra mi spaventò, era quasi un miliardo. I miei accompagnatori insistevano che accettassi, ma io dissi di no. Fra le tante cazzate di quel periodo, quella è stata l'unica che non ho fatto.
Le cambiali insolute aumentarono ancora, arrivavano a raffica, sembrava una maledizione. Probabilmente dietro tutti questi protesti che aumentavano c'era una regia per togliermi di mezzo, la mia attività dava fastidio a parecchia gente sulla piazza genovese, ma io non lo capivo.
A un certo punto, per coprire gli insoluti, cominciai a farmi prestare decine e decine di milioni da un'altra finanziaria genovese. E siccome ancora non bastava, firmavo pacchi di cambiali che certi amici del Boss mi scontavano con tassi da usura. Uno di loro, sospettoso, a un certo punto mi disse: «Stai molto attento a quello che fai».
Nel giro di un po' di tempo la mia situazione finanziaria diventò molto pesante. Più tornavano cambiali protestate, più le banche stringevano i cordoni della borsa. Poi, nella banca del direttore che "stipendiavo", arrivò un'ispezione dalla sede di Milano e mi bloccarono il conto. Così i miei assegni sempre più spesso finivano dal notaio, ma riuscivo lo stesso a coprirli all'ultimo momento: per farmeli tenere in sospeso altri giorni, pagavo delle bustarelle ai segretari dei notai (una percentuale in base all'importo dell'assegno), poi correvo dagli usurai a prendere il contante.

Nei primi mesi dell'89 mi resi conto che ormai non avevo più scampo. Capivo che non avrei potuto cavarmela con un semplice fallimento: fra i miei creditori, oltre alle banche, c'erano fior di mafiosi, ai quali dovevo centinaia di milioni. Una situazione drammatica non solo per me, ma anche per la mia ex moglie e i miei figli.
Scappare all'estero fu l'unica idea che mi venne in testa, l'unica possibilità per mettere al sicuro me stesso e, indirettamente, la mia famiglia. Però avrei dovuto farlo all'improvviso, senza che nessuno sospettasse niente. Così facevo di tutto per tenere nascosta la mia situazione da bancarotta. Quelli della finanziaria che mi dava i soldi, ammanicati con le banche, sospettavano qualcosa, perché un giorno uno di loro mi minacciò: «Se non trovi una soluzione ti spacchiamo le gambe, e dopo le spacchiamo ai tuoi figli».
Alla metà di giugno certi avvocati di Modena amici di amici del Boss avevano messo all'incasso un mio assegno posdatato di 75 milioni che mi avevano scontato mesi prima. L'assegno arrivò dal notaio, sapevo che stavolta non sarei riuscito a coprirlo, e che questo sarebbe stato l'inizio della fine. L'ultimo giorno utile per pagarlo, venerdì 16 giugno, portai la solita bustarella al segretario del notaio per evitare il protesto fino a lunedì 19.
Passai il sabato e la domenica a casa della mia ex moglie. Le diedi alcuni milioni in contanti come fossero un regalo, e le dissi che il lunedì sarei partito per un viaggio di lavoro di alcuni giorni. Mio figlio Diego, che aveva 13 anni e giocava a pallone, mi chiese di tornare prima di giovedì, che quel giorno avrei dovuto accompagnarlo a Perugia per un torneo di calcio; gli dissi di sì, che sarei tornato in tempo per accompagnarlo.
Lunedì 19 giugno 1989, alle 10 di mattina, salutai Bianca davanti al "Piccolo Bar" di corso Italia. Andai in ufficio e recuperai un po' di milioni in contanti che avevo messo da parte il venerdì. Poi salii sulla mia Saab cabriolet nera, presi l'autostrada in direzione San Remo, varcai la frontiera e proseguii; mi fermai per la notte in un albergo di Aix-en-Provence. L'indomani partii per il Portogallo.

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