
A domani!
Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": l'ultimo anno al Milan - Senza entusiasmo non si è mai compiuto nulla di importante (Ralph Waldo Emerson)
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Le vittorie europee e i trofei internazionali ci esaltavano ma ci avevano dimostrato che reggere psicologicamente era un impresa titanica. Tenevo la squadra e i giocatori sotto pressione con un gioco d‘attacco continuo, e forse anche loro avevano bisogno di ricaricare le batterie. Erano passati tre anni, ma mi sembrava di averne vissuti almeno dieci o quindici, tanta era l‘energia quotidiana spesa.
Nell‘estate del 1990 si era svolto il mondiale di calcio e la Nazionale, guidata da Azeglio Vicini, aveva fatto una bella figura e si era piazzata al terzo posto con partite esaltanti. Un risultato importante che però, in Italia, fu vissuto come una sconfitta. Un terzo posto non servì a stemperare le polemiche nate dopo la semifinale con l‘Argentina di Maradona, a Napoli, persa ai rigori, dopo l‘uno a uno dei tempi regolamentari. Un terzo posto al mondiale dovrebbe essere motivo di orgoglio per l‘intera nazione, invece in Italia diventò motivo di polemiche. Eravamo gli organizzatori, quindi dovevamo per forza vincere.
L’Italia, tra campionato, coppe e mondiale, era al centro del calcio internazionale. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta giocavano in serie A i più grandi del mondo, e le squadre di club dominavano l‘Europa. L‘anno precedente la Sampdoria aveva vinto la Coppa delle Coppe, e nei primi mesi della stagione la sfida per la Supercoppa Uefa dovevamo giocarcela proprio contro la Sampdoria di Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Una delle migliori squadre in Italia e in Europa. La squadra genovese aveva preso il posto del Napoli di Maradona, sempre ai vertici del campionato e in lotta per vincere titoli europei.
Al Milan avevamo anche fatto qualche acquisto come Gianluca Gaudenzi dal Verona, Angelo Carbone dal Bari e Sebastiano Rossi, insieme con Massimo Agostini, dal Cesena. Avevamo invece ceduto Giovanni Galli al Napoli, Fuser e Borgonovo alla Fiorentina, ma l‘ossatura della squadra era sempre quella degli anni precedenti. Non avevamo cambiato modo di giocare, ogni partita ci vedeva all‘attacco. Cedemmo anche Angelo Colombo al Bari. Berlusconi si era affezionato al «gregario»: «Arrigo, perché venderlo? Con lui abbiamo vinto tanto» osservò. «Non ha più motivazione» risposi. «E lei come lo sa?» «Sono tre giorni che lo chiamo e mi risponde il suo maggiordomo filippino. Presidente, se Colombo ha il maggiordomo è proprio finita» fu la mia risposta.
L‘andata della Supercoppa Uefa la giocammo a Genova il 10 ottobre 1990. Dovevamo difendere il titolo vinto l‘anno precedente contro il Barcellona. La formazione della Sampdoria era la seguente: Pagliuca, Mannini, Invernizzi, Pari, Lanna, Pellegrini, Mychajlyčenko, Lombardo, Branca, Mancini, Dossena. Mancavano pedine importanti come Cerezo, Vialli e Bonetti. Nel mio Milan schierai Pazzagli, Tassotti, Costacurta, Gaudenzi, Filippo Galli, Baresi, Donadoni, Ancelotti, Massaro, Gullit, Evani. Fu una partita combattuta a viso aperto, con occasioni da una parte e dall‘altra. Mentre Massaro venne messo a terra in area, Branca si fece parare un tiro solo davanti a Pazzagli. Su cross di Mancini al 31° Mychajlyčenko anticipò Pazzagli e segnò di sinistro. Fu l‘uno a zero. Cominciammo ad aumentare il ritmo di gioco, e l‘occasione di Gaudenzi di testa con Pagliuca che mandò in angolo fu solo il preludio al pareggio. Su calcio d‘angolo Evani, che risolveva spesso partite difficili, segnò un gol capolavoro, calciando al volo da fuori area e infilando nell‘angolino della porta sampdoriana. La partita si chiuse così, dopo continue occasioni soprattutto da parte nostra.
Il ritorno si giocò il 29 novembre a Bologna. All‘inizio della partita rubammo spesso su pressing il pallone ai genovesi, ma fu solo allo scadere del primo tempo che Gullit, su calcio d‘angolo, infilò la porta di Pagliuca. Lo stadio era tutto per lui, cori continui inneggiavano all‘olandese. Nella ripresa, al 76°, Rijkaard siglò il raddoppio e la squadra infilò così nel palmarès il quinto trofeo internazionale. Era la seconda volta di fila che vincevamo la Supercoppa Uefa, come poche altri prestigiosi club avevano fatto prima di noi. Ma le sfide contro la Sampdoria, quell‘anno, non finirono lì. Anzi.
Il 9 dicembre 1990 ci aspettava un altro appuntamento importante della stagione. Ci giocammo a Tokyo di nuovo la Coppa Intercontinentale contro i paraguaiani dell‘Olimpia Asunción. Riuscii a schierare i tre olandesi. Van Basten quel giorno era incontenibile. La prima vera occasione, con una respinta di pugni di Pazzagli, fu in verità di Samaniego. Ma niente di più. Fu il Milan a premere e a creare occasioni continue. Su cross di Gullit, il colpo di testa di Rijkaard sorprese il portiere e la palla si infilò nel sette, per l‘uno a zero. Il dominio della partita fu indiscusso. Un gol stupendo. Non meno bello fu il secondo, manovrato da Van Basten che si presentò davanti all‘area avversaria, dribblò, coi una finta, mezza difesa e fece coricare il portiere, con un tiro violento che rimbalzò contro un giocatore, andando a colpire il montante della porta, dove un irruento Stroppa riuscì a toccarla oltre la linea. Un altro gol della vita al 17° minuto del secondo tempo. Il terzo fu ancora merito di Marco Van Basten, che preparò la terza rete con un lungo lavoro fuori aerea. Il tiro, di rimbalzo, fu messo dentro di testa in tuffo da Rijkaard, che in quel modo spettacolare si aggiudicò anche la coppa come miglior giocatore della manifestazione. Una supremazia incontestata, quella del Milan, che i giornali elogiarono con titoli cubitali.
Per il secondo anno consecutivo eravamo la miglior squadra di club del mondo. Avevamo dato spettacolo con centosei televisioni collegate da tutto il pianeta. Gran Bis Mondiale, Milan infallibile, Sacchi 6 il più grande titolava «La Gazzetta dello Sport», giocando sui sei titoli internazionali vinti. Il trionfo di Tokyo veniva festeggiato dal «Corriere dello Sport» con MondoMilan. Avevo portato questa squadra per due anni consecutivi sul tetto del mondo, e cominciavo a non reggere più. Avevo vinto tutto quello che si poteva vincere e cominciai a meditare di lasciare. C‘erano ancora il campionato, la Coppa Italia e la Coppa dei Campioni da disputare, sentivo che gli obiettivi erano importanti, ma stavano finendo la benzina, le motivazioni, la voglia di sfide. Dopo la seconda vittoria di Tokyo pensai seriamente di smettere.
Intanto in campionato eravamo sempre in testa. Nelle prime tre giornate facemmo filotto, vincendo contro Genoa, Cesena e Fiorentina. Ci restammo fino al 28 ottobre, quando incontrammo di nuovo la Sampdoria, alla settima giornata: questa volta ci si sfidava per i due punti. Per la Samp fu una giornata storica, vinse sul nostro campo e ci scavalcò in testa alla classifica. Non era mai capitato prima di allora. Io stavo sulle gradinate, dietro alla rete, per una squalifica, e parlavo con Galbiati che mi sostituiva in panchina. La Samp costruì due o tre contropiedi mettendoci in difficoltà. Cerezo segnò un gol al volo dopo un‘azione di prima, mettendo in luce alcuni problemi che avevo nella squadra. Finì così, perdemmo in casa, senza troppe scuse.
Nel girone d‘andata si alternarono in testa diverse formazioni, tra cui la Juve e l‘Inter, che, davanti a noi di un punto, si laureò campione d‘inverno. Al ritorno lo scudetto ce lo giocammo in tre: noi, la Sampdoria e l‘Inter. Perdemmo di nuovo al Ferraris contro la Sampdoria, per due a zero. Giocammo bene, ma non ai livelli cui eravamo abituati. La Sampdoria vedeva concretizzarsi la possibilità di vincere il suo primo scudetto. Prima un rigore realizzato da Vialli e poi il raddoppio con un bel contropiede di Mancini segnarono il definitivo due a zero che ci chiuse di nuovo le porte per lo scudetto.
Non potevamo essere sempre al massimo nei tornei in cui eravamo impegnati. Lasciavamo punti importanti in campionato perché la Coppa dei Campioni era di nuovo, per il terzo anno consecutivo, un primo obiettivo di stagione.
Negli ottavi avevamo eliminato il Bruges, con un pareggio in casa e una vittoria straordinaria in Belgio per uno a zero, passando così ai quarti. Il gol di Carbone fu da cineteca.
Ai quarti incontrammo l‘Olympique Marsiglia. Pareggiammo a San Siro, uno a uno. Andammo in vantaggio con un gol da vero fuoriclasse di Gullit, che rubò palla a un difensore durante un disimpegno e siglò l‘uno a zero. I francesi, con un giocatore del calibro di Papin, pareggiarono i conti. Erano più tonici, più pimpanti, più veloci, più aggressivi di noi, ammisi, quindi ci stava bene il pareggio. «Dovremo aspettarci quindi un Milan più veloce, più pimpante e più aggressivo?» mi chiese un giornalista, riprendendo le mie parole. «Già!» «Altrimenti?» m‘incalzò. «Altrimenti passerà il Marsiglia, se avrà giocato meglio!» Avevo la faccia meno tirata del solito, sembravo quasi disteso. O forse nascondevo la paura, dopo due anni, di uscire dalla Coppa che ci aveva visti protagonisti. La squadra però non stava bene. Prima dell‘incontro di ritorno, non ero tranquillo; parlai fino alle quattro del mattino esternando a Natale Bianchedi i miei dubbi, che purtroppo si realizzarono.
Al ritorno i francesi erano molto agguerriti. Vedevano la possibilità di passare il turno. Far fuori il Milan campione per due anni consecutivi era un grande stimolo, li caricava. Fu una partita nervosa, con molte perdite di tempo da parte francese e un gioco spezzettato.
Al 75° Abedi Pelé crossò, Papin vide un compagno dietro di sé e fece da ponte di testa per Waddle, che tirò sporco e insaccò nella porta di Rossi. Al 90° accadde l‘impensabile. All‘improvviso uno dei riflettori dello stadio si spense, costringendo l‘arbitro a sospendere temporaneamente la partita. Le squadre erano disorientate, non sapevano cosa fare. Gullit rilasciò un‘intervista a bordo campo per dire che avrebbero dovuto sospendere la partita, come voleva il regolamento; Tassotti, sempre agli stessi microfoni, disse che si doveva terminare.
Galliani entrò in campo e invitò i giocatori del Milan a rientrare negli spogliatoi. Poco dopo le luci ripresero parzialmente a illuminare il campo, l‘arbitro rimise il pallone per il rinvio e riprendere così il gioco, ma di fronte al vuoto lasciato dalla nostra squadra fischiò la fine e decretò la vittoria della squadra francese a tavolino per tre a zero, e un anno di squalifica per il Milan dalle competizioni internazionali. (Milan vergogna titolerà «La Gazzetta dello Sport».) Ci fu molta confusione, il pubblico fece una specie d’invasione di campo perché pensava che la partita fosse finita. Il mio comportamento era stato pilatesco, quindi non sportivo.
Un mese prima avevo preso contatti con la Nazionale e avevo espresso il mio desiderio a Berlusconi di prendermi un anno sabbatico e dedicarmi, dopo l‘europeo che avrebbe dovuto guidare Vicini, agli azzurri. La sconfitta con la Samp e l’uscita anche dalla Coppa Italia per un autogol di Van Basten in una partita contro la Roma erano segni di una stanchezza psicologica che prima o poi avrei dovuto affrontare. Una volta Gianni Brera definì il mio modo di far correre la squadra «erettismo podistico». Scrisse anche che avrei logorato i miei giocatori, che avrebbero avuto carriere brevissime perché correvano troppo.
Come ho già detto, accadde tutto il contrario. Avevo regalato alla dirigenza, al Milan e al calcio uno dei momenti più belli di questo sport a livello internazionale, con una squadra che aveva ancora molto da esprimere in campo, con giocatori motivati che potevano ottenere risultati ancora più importanti. Quasi tutti ebbero una longevità agonistica ad alti livelli, di molto superiore alla media. Una parte di giornalisti aveva compreso poco di quel Milan, così si dimostrarono errate anche le previsioni sulla durata della loro carriera.
Alla fine io, il «signor Nessuno», ero diventato sì «il profeta di Fusignano», avevo bruciato le tappe, avevo vinto tutto, ma l’unico che usciva a pezzi da quel Milan ero solo io.















