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A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": il primo anno a Rimini - Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza (Che Guevara)

 

 

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sacchi

Mi contattò il Rimini, che quell‘anno giocava in serie B con l‘obiettivo della salvezza. Ero pieno di energie, avevo voglia di fare. Ero solo all‘inizio della mia carriera. Lo stress non mi faceva paura: erano solo sintomi e poco più. Le insonnie, la stanchezza, il dolore fisico erano una benzina continua che mi aiutava a risolvere i problemi della squadra. A Rimini cominciai a soffrire anche di gastrite. Non riuscivo più a mangiare per il mal di stomaco. Era un disagio fortissimo, con dolori lancinanti che m‘impedivano di lavorare come volevo. Perché ero sempre pronto a fare meglio, a dare ma anche a pretendere tutto dai miei giocatori.

Cominciavo ad avere esperienza di panchine anche importanti, avevo studiato, avevo fatto il supercorso di Coverciano, avevo vinto il campionato italiano con la Primavera del Cesena. Avevo voglia di esprimermi compiutamente, di creare il «mio» calcio recuperando la tradizione e la storia di questo sport straordinario. Ero attento alle novità, studiavo le grandi squadre che, attraverso un bel gioco, avevano anche ottenuto grandi risultati a livello internazionale. Squadre che avevano divertito il pubblico, come la famosa Olanda degli anni Settanta prima con Rinus Michels e poi con Stefan Kovács, tutti e due grandi, che giocavano con quella formula che è passata alla storia come «il calcio totale».

Cominciai a comprendere quello che avrei voluto realizzare con il calcio. In quegli anni pubblicai un libro in collaborazione con Alberto Polverosi, inviato del «Corriere dello Sport-Stadio»: Ragazzino, vuoi diventare calciatore? per le edizioni della «compagnia editoriale» diretta da Sergio Neri. Era un manuale in cui cominciai a raccogliere le mie lezioni e le mie riflessioni, dove chiarivo prima di tutto a me stesso alcuni concetti, dove mettevo a punto la mia idea di calcio, la mia esperienza con i giovani. Era un manuale per aiutare i ragazzi a diventare calciatori ma soprattutto uomini responsabili nel proprio lavoro attraverso il calcio. Un giornalista come Giancarlo Padovan, nel suo W Sacchi ΛΛ Sacchi edito da Sperling & Kupfer, definisce quel manuale un libro di svolta nella storia del calcio italiano moderno.

Prendevo e riordinavo i miei appunti partendo da un paio di domande fondamentali, a cui molti, anche oggi, nell‘ambiente, non sanno rispondere: «Che cosa è il calcio?», «È uno sport?». La risposta è semplice: il calcio è uno sport, di «attrazione, divertimento, fantasia, gioco, salute, ricreazione», ricco di energie positive quando non è inquinato da interessi assurdi, sia politici, sia economici e personali. È uno sport di squadra, «un potente elemento nella formazione sociale del giovane perché risponde a diverse esigenze di vita, comporta il rispetto delle regole e del gruppo». Invitavo i giovani dai dieci ai quattordici anni a giocare e a divertirsi anche in attività che non fossero solo il calcio, perché questo sport non diventi ossessione ma resti divertimento.

All‘inizio del libro citavo una frase di uno storico olandese, Huizinga, che in Homo ludens racconta come il calcio sia diventato lo sport d‘eccellenza e la prima fonte di divertiamo della civiltà industriale e capitalista. Poi un pezzo di Roland Barthes, che parlava dei rischi del calcio, della sua natura teatrale, del pericolo e delle derive del divismo, che avrebbero ammazzato il gioco. Parole profetiche. Parlavo dei ruoli: portiere, difensore, centrocampista e attaccante. Prospettavo la creazione di un «giocatore universale» capace di esprimere il calcio totale, che già era maturato in Germania, Olanda, Brasile, Francia e Argentina. Un giocatore non specializzato, capace di creare gioco nel momento in cui aveva palla al piede e di muoversi in campo senza palla, facendo ostruzione agli avversari oppure smarcandosi e creandosi opportunità offensive, prevedendo alcune fasi di gioco e dove sarebbe andato a finire il pallone mentre era in corso l‘azione.

Uscivo dalle secche dei ruoli fissi per portare il gioco «a zona», dove cambia non solo il modo di giocare ma anche i riferimenti in fase difensiva e lo stare in campo. Il concetto è semplice ma difficile da realizzare: si attacca tutti insieme, ci si difende tutti insieme. «Il giocatore del futuro nascerà da un continuo allenamento dell‘intelletto» scrivevo, perché prima di tutto il calcio si gioca con la testa e non con i piedi. Nessuno affermava queste cose in Italia, allora. Si dice ancora: «Ha dei piedi buoni», riferendosi alla tecnica, ma poi ci vuole intelligenza per stare in campo.

Gli allenamenti, durante la settimana, non erano mirati solo alla preparazione atletica o a calciare bene: dovevo allenare i giocatori dal punto di vista intellettivo, forgiando non solo il temperamento e il carattere, tirando fuori il loro agonismo, la loro voglia di giocare bene e di vincere, ma anche la reattività, la disponibilità al gioco di squadra, ai diversi schemi, prevedendo varie alternative rispetto a un solo passaggio possibile, dove il regista non è più il numero dieci ma chi ha la palla. Di conseguenza insegnavo il possesso palla, volevo il pressing, le ripartenze. Volevo che la squadra si difendesse aggredendo, non arretrando ma avanzando. Volevo che fosse padrona del gioco, sempre, in casa e in trasferta, senza nessuna sudditanza psicologica.

Avendo chiari i presupposti e partendo dalla storia dei padri fondatori, stavo mettendo le basi per la mia rivoluzione, per promuovere un‘idea semplice e insieme complessa del modo di giocare. Andavo contro una tradizione consolidata del nostro calcio difensivistico, giocato con il famoso «catenaccio» e l‘offensiva in contropiede. La nostra tradizione ha creato le sue fortune sulla difesa a oltranza, «primo non prenderle», poi sul guizzo in avanti, sorprendendo la squadra avversaria che, sbilanciata, faticava a rientrare e a coprire. Si colpiva di rimessa con lanci lunghi e «pedalare», come si dice in gergo.

Il calcio, nato come sport offensivo e di squadra, ha perso le sue caratteristiche originarie in una nazione come l‘Italia, che non ama la novità ma è legata alla tradizione, al passato, alla nostalgia. Una società che non fa squadra, ma ha un carattere storicamente individualista, dove il cittadino non ama lo Stato, non ama la nazione, e vive ancora come se la propria città fosse il centro del mondo. Un Paese che non promuove la ricerca e non ama il futuro.

Culturalmente siamo ancora al tempo dei Comuni, ognuno lavora per sé. Siamo comandati da un‘oligarchia gerontocratica difficile da rimuovere. Il calcio in Italia non è mai stato considerato uno sport con regole ferree (vedi gli scandali continui del calcio scommesse), e del merito ce ne freghiamo. Ai tifosi, alla società, ai giocatori, interessa solo vincere. Per me, fin dagli anni del Fusignano, non c‘era vittoria senza merito. Il sano agonismo insegna che vinci se sei superiore sul piano del gioco, della tattica e dell‘agonismo, perdi se gli altri sono più bravi di te. La cultura della sconfitta rientra in un contesto sociale nel quale viene premiato il merito. Questi concetti in Italia non esistevano, e ancora oggi faticano a entrare nella mentalità comune. Purtroppo i cori da stadio sono: «Dovete morire!». Ho sempre amato citare una frase di Winston Churchill sugli italiani, che fotografa chiaramente anche il valore che ha il calcio nel nostro Paese. Gli italiani «perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre». È una frase che contiene una grande verità se pensiamo al tifo, a tutto quello che circonda ancora oggi lo sport italiano.

La mia idea di calcio rivoluzionava anche i ruoli, come quello del portiere, che non è fuori dal gioco ma è parte integrante della difesa. Non deve saper solo parare, saltare, tuffarsi, deve essere anche un giocatore, conoscere il gioco. Volevo un portiere tecnicamente completo, con le caratteristiche di un difensore che gioca fuori dalla porta. Il portiere non sta solo tra i pali, è l‘ultimo difensore della porta, capace di coordinare la difesa e di muoversi in anticipo, intuendo le intenzioni dell‘avversario. Da allora sono passati oltre trent’anni: per me il miglior difensore del Mondiale in Brasile è stato il portiere Neuer della Germania, che poi ha vinto il torneo. Sarà un caso?

Nel libro elencavo inoltre le diverse qualità non solo fisiche ma anche caratteriali che doveva avere un giocatore in ogni zona del campo: tutto ciò poi si doveva tradurre in un allenamento mirato a potenziare queste caratteristiche in ogni elemento, modellando poi il gioco della squadra. Stavo costruendo piano piano il mio calcio, ma con una solida base etica. Per esperienza i giocatori su cui contare non erano i migliori dal punto di vista tecnico, ma quelli che eticamente e umanamente erano i più affidabili. «Per accrescere le qualità globali, sarà importante che negli allenamenti siano esaltati gli aspetti etici e intellettivi. Serviranno per sopportare la fatica fisica e nervosa degli stessi allenamenti e delle partite.» Ecco il giocatore completo, ecco un‘idea che partiva prima dall‘uomo, dalla sua affidabilità, poi dalla tecnica. Il talento veniva per me all‘ultimo posto, quando in Italia, invece, tutta la squadra veniva impostata in campo pensando al singolo, alla genialata e all‘estro personale del campione, come se l‘invenzione di un singolo potesse fare la partita o portare a casa il risultato positivo. Non è, e non sarà mai così nel calcio. I grandi risultati si raggiungono quando gioca l’intera squadra, quando si crea armonia tra i reparti e c‘è uno spartito da seguire, che non vuol dire tarpare le ali al talento ma offrire al campione la possibilità di esprimere e ampliare le proprie qualità, come le variazioni sul tema in ambito musicale. Quello che cercavo era un‘armonia tra i reparti, un collegamento continuo tra i calciatori, in modo che ognuno avesse il suo ruolo in un gioco dove tutti fossero protagonisti dell‘azione con e senza pallone.

Nel manuale facevo anche una breve storia del calcio, con un sunto sulle diverse scuole, da quella inglese e dal suo modulo «WM» alla scuola danubiana di Vienna e all‘Ungheria di Puskás. Dalla semplice idea del mio calcio d‘attacco, con la squadra padrona del campo e del gioco, spinta sempre verso la vittoria, ne conseguiva anche il nuovo ruolo che doveva avere l‘allenatore, un direttore d‘orchestra capace di creare la musica e di farla eseguire. Così leggevo la storia del calcio attraverso la scuola sudamericana, passando dal dominio del calcio uruguaiano nei primi anni del Novecento alla squadra argentina, al Brasile di Pelé tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Raccontavo l‘importanza della scuola svizzera, della Francia e della Spagna. Analizzavo la scuola tedesca e olandese, perché il calcio, nella sua diffusione, ha subito profondamente le influenze del temperamento, del carattere e del gioco di ogni Paese, modificando modi e forme delle diverse scuole, come l‘Ajax di Kovács degli anni Settanta. Io mi ispiravo a quelle scuole, consapevole della tradizione del catenaccio italiano. «L‘Ajax sovrano appartiene a Stefan Kovács, sostenitore del “calcio totale”: vi giocano Cruijff, Krol, Suurbier, Hulshoff.» Cruijff non è l‘uomo in più perché dotato di qualità tecniche superiori, come Di Stefano o Puskás. È l‘uomo in più perché il suo continuo intervento nel gioco moltiplica le soluzioni. Il movimento dei dieci calciatori viene elevato da Kovács all‘altezza di un‘istituzione: i difensori giocano come autentici attaccanti. Allargando l‘arco e le risorse della prima linea, i centrocampisti fanno di tutto e accorciano la squadra tenendo in gioco, costantemente tutti i componenti; la tattica del fuorigioco riduce l‘estensione territoriale della squadra, permettendo ad ogni giocatore di partecipare all‘azione con o senza palla. Gli attaccanti ripiegano a centrocampo per la costruzione del gioco o per scatenarsi in potenti accelerazioni.

In questo modo rivoluzionavo il mio ruolo. Cambiavo radicalmente lo statuto dell‘allenatore, la sua leadership, il suo modo di fare allenamento, con esercizi e pratiche sul campo assolutamente innovative. Si trasformavano l‘allenamento e le sue finalità, non più solo mirate alla tenuta atletica dei giocatori, ma capaci anche di allenare l‘intelletto con esercizi di psicocinetica. Creavo simulazioni di gioco che avremmo potuto incontrare durante la partita, giocando poi sul campo quasi a memoria, con la squadra corta, ben organizzata e collocata per migliorare connessione tecnica, fantasia e collaborazione, abituando il calciatore a reggere dal punto di vista psicologico, trasmettendogli una mentalità nuova, aggressiva. L’allenatore doveva diventare un direttore d’orchestra capace di correggere gli errori che il giocatore commetteva in allenamento, così da migliorare la sua tecnica e le sue prestazioni in campo.

Non amavo i pigri, quelli che arrivavano all’ultimo minuto ed erano i primi ad andare via. Avevo bisogno di uomini capaci di dare tutto, anche in allenamento. Nel manuale inoltre davo indicazioni etiche, di comportamento che il giocatore deve tenere dentro e fuori il campo, attento a una giusta alimentazione, lontano dagli stravizi e dalle lusinghe dei soldi facili e del successo mediatico. Negli anni Ottanta stava cambiando la società italiana, e cambiava anche il mondo dello spettacolo: i calciatori stavano diventando dei sex symbol, protagonisti del gossip e dei giornali scandalistici, ambiti come «mariti» per i soldi e il successo dalle stelline non solo della televisione. Il calcio per me è sempre stato un modo per rendere migliore un uomo. La base etica del mio lavoro, il giocare con correttezza, preparandosi al meglio con responsabilità, dedizione, passione e amore, era la regola che precedeva tutto.

«Il Real Madrid è l‘espressione più chiara del calcio passato, l’Ajax del calcio futuro» scrivevo su quel manuale per ragazzi del 1982. Forse, più o meno inconsciamente, volevo e desideravo scrivere anch‘io la mia pagina nella storia di questo sport con il calcio che sognavo e che s‘ispirava a queste grandi squadre. Un giorno avrei allenato anch‘io una squadra così. Stavo mettendo le basi e le fondamenta per costruire la mia squadra ideale, il mio modo nuovo di giocare al calcio. E continuavo a sognare. Il mio non era un calcio di provincia, che nasceva e cresceva in provincia: il mio calcio lo studiavo sulla grande tradizione di quello mondiale e cercavo di modellare la squadra e il gioco in un Paese conservatore, dove il gioco non aveva conosciuto né sviluppi né novità.

A Rimini conobbi un presidente che si stava rovinando per il calcio senza avere nessun ritorno, un imprenditore intelligente, il cavalier Dino Cappelli. Era un uomo buono, generoso, che aveva accumulato un mare di debiti e messo a rischio la sua industria, tutto per amore del calcio. La sua era una passione autentica, viveva la partita come nessun altro. Non andava in tribuna ma, come un tifoso qualunque, stava aggrappato con le mani e masticava con rabbia la rete di recinzione dietro la porta. Avevo già il contratto per allenare il Rimini in serie B quando la squadra, all‘ultima di campionato, si ritrovò in serie C1. Un dramma per la società e per la città intera.

Tra Cesena e Rimini c‘era poi grande rivalità calcistica, di antico stampo comunale, come tra Parma e Reggio Emilia, oppure tra Ternana e Perugia. Il giornale «Stadio» elencava una sfilza di ex giocatori e allenatori in predicato di allenare il Rimini. Quasi tutti fuoriclasse. Erano nomi importanti grandi campioni diventati allenatori di qualità, pronti a sedersi su quella prestigiosa panchina perché il pubblico dei tifosi era deluso e aveva bisogno di riscatto. C‘era l‘argentino Antonio Angelillo, una mezz‘ala che aveva portato il suo Paese alla vittoria in Copa América nel 1957, poi era stato naturalizzato italiano con prestazioni importanti nell‘Inter, dove rimase quattro stagioni segnando ben 77 gol e vestendo anche la maglia della Nazionale italiana con Altafini e Sivori, anche loro naturalizzati italiani. C‘era Angelo Domenghini, che era stato un attaccante campione europeo nel 1968 e vicecampione del mondo con la Nazionale in Messico nel 1970, e Lauro Toneatto, che come calciatore era diventato una bandiera del Siena e aveva una lunga esperienza come allenatore. L‘elenco era ancora lungo. Per ultimo c‘ero io, Arrigo Sacchi, e tra parentesi c‘era scritto: «(per favore non facciamo certi nomi)». Questa fu l‘accoglienza sulla panchina del Rimini.

Il presidente Cappelli aveva capito che si era chiusa un‘era. Non c‘era una lira in cassa. «Cosa facciamo?» mi chiese tra la delusione e lo sconforto alla fine di una stagione andata davvero male, con la beffa della retrocessione all‘ultima partita. «Vendiamo tutto e prendiamo dei giovani, bravi, senza spendere molto!» dissi. Questa era la filosofia che ispirava la mia carriera di allenatore.

Le società per cui allenavo erano sempre senza un soldo, scommettevano sui giovani per necessità. Pensai di portare con me alcuni giocatori con cui avevo vinto il campionato italiano della Primavera. Venne con noi Walter Bianchi, ma non Sebastiano Rossi, perché in quel periodo non mi fidavo di lui. E poi volevo con me Daniele Zoratto, che sarebbe diventato non solo il perno centrale del mio gioco, ma anche l’allenatore in campo, come amavo dire. Con lui avremmo avuto qualche possibilità in più di fare un buon campionato. «Dobbiamo salvarci!» mi disse il presidente. «Tutto qui?» risposi.

Anche quello della salvezza è sempre stato un obiettivo anomalo per una società di calcio. Non è possibile che una squadra vada in campo solo per salvarsi. «Ma che obiettivo è salvarsi?» pensavo. «Dobbiamo giocare per vincere il campionato!» risposi. Cappelli mi guardò sorpreso. Non ero matto, concepivo il calcio come uno sport creato per vincere e questo doveva essere l‘obiettivo, domenica dopo domenica, in qualunque serie si giocasse.

L‘allenatore Bruno Bolchi, che sedeva sulla panchina del Cesena, e parte della dirigenza stravedevano per Zoratto, ma il direttore tecnico Lucchi, che aveva l‘appoggio del presidente, non amava i giocatori di bassa statura. Allora io dicevo, per convincerli a cederlo: «Nu ved cle piznìn», non vedi che è piccolino. Ho insistito tanto che l‘ultimo giorno di mercato, con il presidente, ci siamo messi d‘accordo e abbiamo comprato Zoratto. In questo modo avevo costruito la squadra che volevo per il campionato.

Del Rimini confermammo giocatori come il portiere Petrovic, il giovane Gabriele Zamagna e Davide Zannoni, vent‘anni, che poi ho chiamato con me al Parma. Acquistammo dalle giovanili dell’Avellino Fernando De Napoli, appena diciottenne: con il Rimini iniziò la sua carriera, approdando poi alla prima squadra dell’Avellino e successivamente al Napoli e alla Nazionale maggiore, arrivando terzo ai Mondiali del 1990. Cominciò al Rimini anche Gianluca Gaudenzi, allora un ragazzino: l‘ho portato con me al Milan nel ‘90, dove sollevò la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa Uefa, e in seguito divenne un valido allenatore. Prendemmo dall‘Avellino anche il giovanissimo Marco Pecoraro Scanio, che poi fece una lunga carriera nel Cagliari, Genoa, Salernitana, Ancona e Lecce.

Partimmo in precampionato con la Coppa Italia. Fummo inseriti nell‘ottavo girone con squadre blasonate molto forti: Bari, Inter, Udinese, Lanerossi Vicenza e Foggia. La prima partita con l‘Inter, il 18 agosto, si giocava in una giornata di piena estate a Rimini. La città era stracolma di turisti. L‘attesa era quella delle grandi occasioni. Lo stadio era strapieno. Dopo le delusioni dell‘anno precedente, nella tifoseria c‘era voglia di vittoria e di riscatto. I tifosi volevano salutare i nuovi campioni del mondo e c‘era nell‘aria ancora la gioia e l‘euforia delle piazze piene di gente pazza di gioia che festeggiava buttandosi nelle fontane. I tifosi e i turisti in vacanza a Rimini non potevano perdersi quel primo appuntamento.

Nella sua rosa l‘Inter aveva grandi campioni, sei dei quali nella Nazionale italiana, che avevano sollevato la Coppa del Mondo al Santiago Bernabéu: Ivano Bordon, Gabriele Oriali, Giuseppe Bergomi, Fulvio Collovati, Giampiero Marini, Alessandro (Spillo) Altobelli, e poi c‘erano campioni come il brasiliano Juary e Hansi Müller. In panchina, Rino Marchesi. C‘erano tutte le condizioni per una grande serata di calcio: da una parte una squadra di campioni, dall‘altra una di ragazzini all‘inizio della carriera. Fu proprio da quella partita che cominciarono i primi dissapori tra i giocatori e la società, che non voleva pagare i premi anche per le amichevoli e la Coppa Italia.

Per mediare e tenere tranquillo lo spogliatoio, e per dare la carica ai giocatori, feci una proposta indecente al presidente: «Se vinciamo ci dividiamo metà dell‘incasso. Va bene?». Si guardarono in faccia. La proposta piacque a tutti. Giocare contro alcuni campioni del mondo in uno stadio strapieno, con la prospettiva di portarsi a casa metà dell‘incasso, non era da tutti i giorni. Scendemmo in campo con grande concentrazione. All‘80° eravamo ancora sullo zero a zero quando l‘arbitro fischiò un rigore a nostro favore. Mirko Fabbri sbagliò completamente il tiro: sarà stata l‘emozione. Credo abbia influito anche tutta la dirigenza, che deve averci tirato addosso mille anatemi per non darci metà incasso. Müller, su punizione, prima della fine, lasciò partire un siluro rasoterra che ci castigò. «L‘Inter vince ma non convince» commentarono i giornalisti sportivi alla televisione.

Il primo anno a Rimini fu molto duro e difficile. La città era diventata la capitale del «divertimentificio», della voglia di vivere e della festa dopo i tempi bui del terrorismo. Sulle colline tra Rimini e Riccione avevano aperto le più grandi discoteche d‘Italia. Eravamo agli inizi degli anni Ottanta e la città di Federico Fellini e di Sergio Zavoli sembrava coagulare attorno a sé questa tensione che si viveva in tutto il Paese, come una rinascita e una voglia di grande cambiamento.

Pier Vittorio Tondelli raccontò la vita notturna, gli incontri, la voglia di musica e di cultura della città in un romanzo, Rimini, che scalò le classifiche di vendita come emblema di svago e spensieratezza, senza dimenticare la cultura secolare dalle radici romane. Il divertimento non finiva mai. D‘inverno le discoteche erano aperte quasi tutte le sere e da aprile fino a ottobre le spiagge si riempivano di ragazze mezze nude a prendere il sole. Una tentazione continua per i calciatori, che proprio in quel periodo stavano diventando delle star anche fuori dal campo, mescolando continuamente vita pubblica e privata come mai era successo prima.

Cominciavano anche a circolare i primi grandi ingaggi a livello internazionale. Maradona l‘anno seguente sarebbe arrivato al Napoli dal Barcellona per la cifra iperbolica, allora, di tredici miliardi e mezzo di lire. Aveva ventitré anni ed era il giocatore più pagato al mondo. L‘Italia, dopo il Mondiale del 1982, voleva rinascere anche come Paese, e trovava nel calcio un modo per esprimere questo desiderio di rinnovamento. La serie A stava mettendo le basi per diventare il più difficile campionato al mondo.

La mia presentazione e quella della squadra del Rimani avvenne non a caso al Bandiera Gialla, uno dei locali in voga negli anni Ottanta. Dopo la nostra presentazione alla città e ai giornalisti doveva cantare Vasco Rossi, che in quel periodo era già molto conosciuto. Era dunque difficile non sentire la presenza della città e di tutta l‘energia e l‘elettricità che sapeva trasmettere. La squadra poi era sempre al centro di attenzioni e polemiche. Io mi appellavo alla serietà dei miei giocatori.

A Rimini abitavo nella zona mare, quella dei più patàca. La città era come divisa in due. Per raggiungere la zona mare bisognava attraversare un sottopassaggio, sopra il quale c’era scritto: «Vi informiamo che state entrando nella zona dei più patàca» e dall‘altra parte, uscendo: «Vi informiamo e state uscendo dalla zona dei più patàca!». Il patàca è un edonista che non può spendere perché non ne ha, lo sboroneinvece è un edonista che può e quindi sbraga sempre. Uscendo dallo stadio per andare a casa mia dovevo percorrere con la macchina il lungomare, fare una curva a gomito e poi infilare la strada dove abitavo. Con i fari, in febbraio, era ancora buio, illuminavo un po‘ di spiaggia. Lì, una sera, vidi Zoratto attaccato a una cabina; fra lui e la cabina c’era una ragazza più alta di lui. Allora capii perché in quel periodo Zoratto soffriva di piccoli stiramenti al polpaccio. Quando arrivò all’allenamento gli dissi: «Senti, piuttosto che vederti contro una cabina e in quelle condizioni, ti do le chiavi dell‘appartamento». Così risolvemmo i problemi ai polpacci di Zoratto.

Una sera, mentre tornavo a casa, mi trovai davanti in macchina Marco Pecoraro Scanio (fratello di Alfonso Pecoraro Scanio), poi diventato senatore, un bel ragazzo intelligente che pensava che io non fossi sveglio. Cambiava spesso fidanzata, e quando me le presentava diceva sempre: «Lei la conosce già la mia fidanzata?». Una volta mi stancai di essere preso in giro e risposi divertito: «Ma lei non era bionda?». «Mai stata bionda» rispose la ragazza di fronte alla faccia, più attonita che divertita, di Pecoraro.

Cosa fosse Rimini in quel periodo lo illustra bene De Napoli, che veniva dalla Campania e, diciamolo, non era un adone. Un giorno uscendo dallo spogliatoio lo vidi inseguito da una ragazza: in quel momento capii che era finita. Li portai in montagna in ritiro, ma forse sbagliai.

Fu un‘annata molto dura e molto difficile, ma anche di grande esperienza. Dopo la prima partita pareggiammo in casa e fummo contestati. A Carrara, dove allenava Corrado Orrico che aveva vinto il campionato l’anno prima, tolsi cinque o sei «anziani» e misi tutti giovani in campo. Facevo molta fatica, da una parte gli spalti, dall’altra la panchina che scottava, con i giocatori più maturi che non capivano e faticavano ad attuare il gioco. Arrivammo quinti. Chiudemmo il campionato con gli stessi punti del Vicenza, ma davanti al Parma. Specialmente nell‘ultimo periodo perdemmo molte partite, vuoi la stanchezza, vuoi il caldo, ma certo era difficile tenere i giocatori al riparo dalle «distrazioni».

Un bel campionato ai vertici, bel gioco, giovani bravi ma non si vinceva. Del resto io giocavo per vincere e la società mi dava giocatori con l‘obiettivo della salvezza. Era difficile poter lavorare in quel modo. Con i giovani mi trovavo bene. Insegnavo un calcio diverso, un modo di lavorare e di pensare il nostro sport fuori dagli schemi tradizionali. Ai calciatori più vecchi era difficile far capire il nuovo modo di giocare, il pressing continuo, il movimento della squadra anche senza palla, avere undici giocatori con e senza palla sempre in posizione attiva.

Un calciatore mi disse una volta: «Se mi muovo senza palla, la tv non mi inquadra!». Al che gli risposi: «Hai sbagliato mestiere, dovevi fare l’attore!».

Alla fine dell‘anno però i giocatori erano maturati sul piano fisico, intellettuale e agonistico, per cui li vendettero tutti. Dissi al presidente: «Mi raccomando, venda tutti meno Zoratto, è lui che spinge e coordina la squadra in campo».

La sera prima della partita con il Trento, Cappelli m’invitò a cena. Le condizioni della sua società erano talmente disastrate da avere un debito spaventoso. Si parlava allora di un miliardo e duecento milioni di lire. Rischiava di chiudere non solo la società di calcio ma anche la sua azienda. Mi disse che aveva venduto Zannoni al Cagliari in serie A, Pecoraro e Tinti alla Salernitana e metà del cartellino di De Napoli per la cifra di quattrocentocinquanta milioni all‘Avellino. Aveva venduto Gaudenzi e Bianchi al Brescia, e solo alla fine mi confessò che aveva venduto anche Zoratto. Me lo disse solo dopo il dolce, prima del caffè. Aveva fatto cassa. Non solo aveva ripianato i debiti, si era ritrovato anche un po‘ di soldi da spendere per la nuova squadra.

Quella sera non avevo bisogno dell‘amaro. Gli dissi allora che non avrei continuato ad allenare il Rimini. Non c‘erano più le condizioni di fiducia tra il presidente e il suo allenatore. Finiva così la mia esperienza, con qualche rammarico, certo solo di aver disputato un buon campionato. Allenavo giovani che compravano a poco e poi rivendevano per cifre superiori, facendo cassa, perché nel frattempo gli allenamenti, il modo di giocare, l‘esperienza fatta sul campo e i risultati ottenuti portavano tutti a fare un salto di qualità. Era un plusvalore che acquistavano con il lavoro duro.

Mi ritrovai così senza una squadra da allenare, in un momento difficile della mia carriera. Cominciavo a capire quanto fosse complesso mettere d‘accordo i sogni con la realtà, il desiderio di vincere con le problematiche della società, del campo e dello spogliatoio. Avevo la gioia di vedere dei ragazzi crescere, diventare uomini attraverso il calcio. Valorizzavo talenti, aiutavo i giovani a trovare la loro strada. Per me era molto importante, anche se le vittorie in campionato e i grandi risultati non arrivavano. Ma ero certo che il lavoro, l‘applicazione e il desiderio di far bene alla fine mi avrebbero premiato. Il controvalore del mercato diceva molto del lavoro che si faceva durante il campionato sul campo.

Italo Allodi mi chiamò a Firenze, dove lavorava come direttore generale. Se avessi accettato la sua offerta avrei allenato la Primavera e sarei stato il responsabile del settore giovanile della Fiorentina, una squadra che militava in serie A. Iniziò così la mia avventura lungo le rive dell‘Arno.

 

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