letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": da Fusignano a Cesena - La pazienza vale a volte più dell‘intelligenza (Hermann Hesse)

 

 

Capitoli precedenti: 1

 

sacchi

Un mio parente, direttore d‘orchestra, una volta mi disse: «Un allenatore vale l‘altro, uno è uguale all‘altro». Io ribattei che questo valeva anche per i direttori d‘orchestra. «Eh no!» mi rispose stizzito e sdegnato. «È un‘altra cosa! Abbado ha una musicalità e una sensibilità diversa da Muti, e l‘interpretazione dello spartito dipende molto dal direttore e dall‘orchestra che dirige.» In verità, fra musica e calcio non c‘è alcuna differenza. Per me il gioco, lo spartito da interpretare, è il vero protagonista in campo. Puoi avere i migliori musicisti e solisti del mondo, ma non sentirai alcuna melodia se non sono coordinati da un direttore e da uno spartito comune. L‘allenatore è insieme autore e direttore d‘orchestra, con la sua sensibilità, la sua idea di musica, la sua interpretazione. Il suo concetto di tempo e di ritmo. E quanto contano i tempi e il ritmo nel gioco del calcio!

Sul calcio ci sono ancora molti pregiudizi, difficili da combattere. L‘ignoranza è tanta, c‘è parecchio lavoro da fare, dentro e fuori l‘ambiente. A tutti i livelli. Un contadino che aveva un podere vicino a casa mia aveva la stessa idea del mio parente direttore d‘orchestra, ossia che gli allenatori sono tutti uguali: «Valete il dieci per cento! I calciatori e il talento fanno la squadra». Una volta gli risposi che anche i contadini non valgono niente, perché tanto le piante crescono da sole. «Eh no!» s‘infervorò. «Non è vero, un buon contadino deve avere conoscenza ed esperienza, deve amare il proprio lavoro e conoscere la terra. Per avere un buon raccolto c‘è bisogno di dedizione e di cura per ogni singola pianta.» Non è così anche per il calcio? Come la musica, o come curare l‘orto, è questione di sensibilità, lavoro, dedizione e passione, con la capacità di capire anche come cambia il tempo, cercando di opporsi alle avversità improvvise.

Il conte Alberto Rognoni è stato un uomo che ha creduto in me e mi ha sempre sostenuto nella mia idea di calcio A Milano Marittima abitavamo vicini, la sua casa distava qualche centinaio di metri dalla mia. Nel 1940 aveva fondato il Cesena perché voleva portare il grande calcio in Romagna. Per vent‘anni, dal 1953 al 1973, era stato proprietario del «Guerin Sportivo», una testata che ha fatto scuola, vera palestra di giornalismo. Uomo di grande intelligenza e capacità, gestore delle attività commerciali della Lega di Milano attraverso la Promocalcio, fu lui a inventare lo sfruttamento dei diritti televisivi delle partite e così procurare introiti alle sempre disastrate casse delle società di calcio. Rognoni è famoso anche per aver dato vita, nel 1946, alla Commissione di controllo (l‘Ufficio indagini di oggi), dirigendola con rigore e correttezza esemplari. Era un uomo molto spiritoso, e la sua vita è ricca di aneddoti. Per scherzo, nel 1981, partecipò a una trasmissione televisiva insieme a un giovanissimo Italo Cucci, a Tele Romagna, in cui, parlando della nostra terra, affermò che doveva diventare uno Stato indipendente, e che uno dei suoi maggiori eroi era stato il brigante Stefano Pelloni, detto il Passatore.

Un personaggio, il conte Rognoni. Una notte fece dimettere sette arbitri contemporaneamente per un illecito sportivo. Avevo fatto amicizia con suo figlio Ettore, oggi direttore di Sport Mediaset. Un giorno, dopo avermi sentito parlare con passione di giocatori e di partite, Ettore mi domandò: «Ma perché non fai l‘allenatore?». «Lo sto già facendo» gli risposi «da quattro anni; i primi tre, dal 1973 al 1976, nei dilettanti del Fusignano, poi l‘anno dopo mi hanno chiamato nell‘Alfonsine.» Così gli raccontai brevemente la storia dei miei inizi.

Col Fusignano il primo anno vincemmo il campionato. Era una squadra di ragazzini e dovevamo fare il salto di categoria, ma molti dirigenti erano contrari. Il presidente, Ghinino Saviotti, aveva una grande passione per il calcio, ma senza ritorno né guadagno, anzi ci rimetteva sempre. Nessun calciatore veniva pagato. Alfredo Belletti, che era un illuminato, s‘impuntò dicendo: «Ma scusate, se non paghiamo nessuno adesso, continueremo a farlo anche nell‘altra categoria. Non ci costa niente. Facciamolo questo salto!». Dalla seconda categoria passammo quindi alla prima.

Non prendemmo un giocatore importante, un certo Prunelli, solo perché voleva sessantamila lire al mese. Prunelli andò a finire al Sant‘Alberto. Alla prima partita di campionato non ci capita proprio il Sant‘Alberto? Vincemmo due a zero. Un dirigente commentò con un tifoso: «Dammi uno schiaffo per farmi capire che non sto sognando!». Aveva segnato Carles Balestra. Lui segnava sempre. Era un terzino da 15 gol di media a campionato, ma giocava solo metà delle partite perché era una testa calda e si faceva sempre espellere. Un gran giocatore, molto tecnico, che sapeva calciare bene di destro e di sinistro. Fu uno dei primi a mettere alla prova la mia pazienza, poi non sopportai più le sue mattane. Gran giocatore, certo, ma del tutto inaffidabile. Una sera passai a prenderlo in automobile per andare all‘allenamento. Lo feci scendere e parcheggiai in penombra. Lui ne approfittò e sparì, sgattaiolando nel buio. E sua moglie, una volta in cui andai a cercarlo a casa, mi disse: «Se lo sapessi dov‘è! Sono tre giorni che non torna». Carles Balestra è la conferma che il calcio prevede alcune cose basilari: la serietà, l‘amore, la passione per il proprio lavoro, la professionalità. Non basta la tecnica.

Stavamo vincendo il campionato. Conoscendolo, gli dissi con calma: «Mi raccomando, Carles, ho diversi giocatori malmessi, molti sono infortunati, altri fuori forma, mi raccomando, sta‘ tranquillo». Dopo dieci minuti dall‘inizio della partita Fusignano-San Biagio, dalla rete dietro la porta avversaria un tifoso gli urlò cose irripetibili e cominciò a insultarlo, al che Balestra corse dietro la porta, si arrampicò come un gatto sulla rete e diede un pugno in faccia al tifoso. Espulso!

Dopo i tre anni con il Fusignano andai per un anno all‘Alfonsine, dove ho ricevuto il mio primo stipendio: duecentocinquantamila lire al mese. Lavoravo di giorno e allenavo la sera. Alfonsine è una cittadina di quindicimila abitanti ad appena una decina di chilometri da Fusignano. Il presidente della squadra, Tiscio, era il fornaio del paese, il vicepresidente si chiamava Franco Ortolani. Lo stadio era chiamato il «Maracanà» per il tifo indiavolato. La rete era molto vicina al campo da calcio senza erba, di sola terra battuta. Sembrava di giocare in una buca.

Ad Alfonsine la passione per il calcio era straordinaria. Negli ultimi tre anni la società aveva esonerato cinque allenatori di fila; gli ultimi tre erano stati addirittura picchiati dal pubblico. Un‘arena pericolosa, e per me, che venivo da Fusignano, una scommessa. Le prime cinque partite le perdemmo tutte, ma nessuno mi tirò sassi né mi esonerarono. Il comitato di fabbrica della Marini di Alfonsine – azienda ancora oggi di livello internazionale, specializzata in conglomerati bituminosi per la costruzione di strade – mi scrisse una lettera in cui veniva suggerita la formazione da far giocare la domenica successiva.

Agli inizi della carriera ho avuto altri due presidenti importanti: Ferruccio Giovanardi e Alessandro Zamagni, che dirigevano il Bellaria, a cui approdai nel 1977, dopo l‘Alfonsine. Andò così. Il pizzaiolo del locale in cui i due presidenti del Bellaria andavano a mangiare era di Fusignano. Ogni volta che li vedeva diceva loro: «Prendete Sacchi, è bravissimo!». Io però non avevo il patentino per allenare i semiprofessionisti, allora la società dovette prendere un prestanome, l‘ex giocatore Matassoni, e arruolarono me come preparatore atletico. Ben presto, però, a bordo campo si accorsero tutti che urlavo come un disgraziato. Il vero allenatore ero io.

Zamagni e Giovanardi investivano nel calcio e nei giovani, rischiando talvolta anche la rovina come imprenditori, talmente grande era la passione per questo sport. Straordinariamente competenti e preparati, il periodo della loro dirigenza è stato uno dei momenti di splendore del Bellaria. Nella prima partita pareggiammo con il Fidenza. Per uno scampolo di tempo in campo ci fu anche Gene Gnocchi, detto «Moviola» perché tecnicamente era bravo ma lento nei movimenti. Tutte le mezze punte hanno sempre controindicazioni...

I miei inizi sono sempre stati terribili: le cinque partite successive le perdemmo tutte. Il martedì mi presentai da Giovanardi e rassegnai le dimissioni.«Perché? Sta lavorando benissimo! Continui così!» mi disse lui, stupito. Ero felice e sorpreso. Fu una grande manifestazione di stima e di affetto che mi spinse a far meglio. A fine campionato ci salvammo e la società fece grandi affari: vendette Paganelli al Torino, Bonini al Forlì, Fabbri al Taranto in B e Celli al Mantova, in C1.

«Guardi» mi disse un giorno Giovanardi, «le ho portato un grande giocatore, l‘ho visto giocare in parrocchia. Era indeciso se fare il tennista o il calciatore. Adesso vuol fare il calciatore, l‘ho pagato una muta di maglie.» Era Massimo Bonini, un diciottenne straordinario, nato San Marino. Giocatore di carattere, era capace di spingere di metterci l’anima in campo. Appena arrivato, lo feci giocare nella partitella titolari contro riserve: nel primo tempo lo schierai tra le riserve, nel secondo tra i titolari. Disputò una grande stagione. A fine campionato fu preso dal Forlì, che lo fece esordire in serie C. In seguito passò al Cesena, che nella stagione 1980-81 guadagnò la promozione in serie A, anche grazie al notevole apporto di corsa e forza fisica dato al centrocampo proprio da Bonini. La cosa non sfuggì alla Juventus, che in quel periodo stava pianificando la successione a Furino. Nell‘estate del 1981 Bonini fu ingaggiato dalla squadra torinese e fece una carriera fulminante, ricca di soddisfazioni, giocando in copertura spesso dietro il grande Platini. Una carriera coronata da tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa Intercontinentale.

Dirigere il gioco e la squadra mi piaceva sempre di più. Mi piaceva scegliere i giocatori, allenarli seriamente, scovare talenti, creare strategie di gioco, provarle in campo, preparando gli incontri insieme ai ragazzi, sognando un calcio diverso da quello giocato fino ad allora in Italia. Un calcio nuovo, bello e aggressivo, che puntasse sulla velocità, la squadra corta, con idee innovative anche circa l‘atteggiamento psicologico da tenere, da parte dei giocatori, nei confronti degli avversari. Non dovevo impormi con loro, dovevo convincerli se volevo ottenere certi risultati. E ci voleva tempo. Molto tempo e pazienza. Il leader vero è quello che convince, non quello che ordina. Per più di dieci anni avevo lavorato sodo in fabbrica, dove avevo imparato a progettare, a organizzare il mio lavoro e quello degli altri, facendo bilanci preventivi guardando al futuro. Feci tesoro di questa esperienza negli allenamenti e sul campo.

Tutti i giorni lavoravo dalle 8 alle 13, poi mangiavo qualcosa, prendevo la macchina e alle 14.30 andavo ad allenare. Alle 18.30 tornavo a casa e stavo con la mia famiglia. Nelle due fabbriche di scarpe di cui era socio mio padre lavorava anche mio fratello Gilberto, che curava e gestiva il settore commerciale. Una sera, tornando da una festa, a un chilometro da casa, Gilberto sbagliò una semicurva e andò a finire in un fosso, sbattendo contro un ponticello di cemento. Morì così, ad appena ventisette anni, l’11 ottobre 1969. Una tragedia. Con lui avevo appena aperto un‘agenzia di vendita. Non sapevo se chiuderla o meno. Un‘amica, maggiore di me di una decina d‘anni, moglie di un industriale, mi suggerì di andare avanti. Ma non mi piaceva fare il commerciale: sono sempre stato uno stanziale, non ho mai amato viaggiare.

La morte di mio fratello - che giocava in una piccola squadra a Savarna, dove ancora oggi si disputa un importante torneo in sua memoria - fu un duro colpo per tutta la famiglia, una tragedia che ha cambiato non solo il mio modo di vedere il mondo ma anche il mio destino. La fabbrica era stata un‘esperienza importante, che avevo accettato in un momento di necessità, facendone un modo per crescere, affermarmi e diventare uomo, ma il calcio restava la passione vera. Non volevo e non potevo vendere scarpe per sempre. Arrivai a una scelta di vita, oltre che professionale, molto sofferta. Prima avevo assunto su di me il destino di mio padre, poi per anni avevo svolto il lavoro di mio fratello. Adesso dovevo prendere in mano la mia vita.

Fu così che, a trentatré anni, decisi di diventare allenatore professionista. «Si vive una volta sola, quindi desidero fare quello che mi diverte ed emoziona. Smetto di lavorare in fabbrica e vado a fare l‘allenatore» annunciai a mio padre e a mia moglie Giovanna.

Non si opposero al mio sogno e non mi crearono problemi. Giovanna non ha mai provato sentimenti come l’invidia, l’avidità, la voglia di apparire, il protagonismo. Anche in seguito, quando rifiutai contratti assai ricchi, non mi spinse a continuare. A lei devo molto proprio per la tranquillità che ha saputo trasmettermi ogni giorno. Se quella era la mia strada, dovevo seguirla. Molti mi considerarono un pazzo: al Cesena guadagnavo in un anno quello che nel mio lavoro guadagnavo in un mese. Passavo dall’impresa di famiglia, da un posto sicuro, al mondo del calcio, un mondo dove spesso non si rientrava nemmeno delle spese.

Rimaneva un problema. Avevo solo il patentino di allenatore di terza categoria per dilettanti. Una volta i patentini funzionavano così: terza categoria, dilettanti; seconda categoria, semiprofessionisti; con quello di prima categoria potevi allenare sia in B sia in A (quei patentini oggi corrispondono a quello di allenatore di base, di seconda categoria e di master per serie A e B).

Poiché non mi avevano selezionato per il patentino di seconda categoria, mi sentivo affranto e mortificato. La strada che volevo intraprendere non poteva nemmeno cominciare. Sarei rimasto un allenatore di dilettanti, mi sarei divertito lo stesso, ma la vita mi aveva dato un altro schiaffo.

Al conte Alberto Rognoni, presidente onorario del Cesena, venne allora un‘idea geniale. A Coverciano avevano organizzato un supercorso riservato alle società professionistiche per creare un responsabile del settore giovanile. Parlò con Dino Manuzzi, presidente del Cesena: la società non mandava nessuno. «Senza impegno, e il corso se lo paga lei.» Al telefono fu perentorio, ma mi diede una nuova speranza. «Menotti» così mi chiamava scherzosamente, come l‘allenatore dell‘Argentina campione del mondo nel 1978, «Menotti, le passo Italo Allodi per il corso di Coverciano.» Il Bellaria voleva che continuassi con loro: «Le paghiamo noi il corso di Coverciano, e il sabato e la domenica viene ad allenare!». Dissi di no, che non era professionale. Così mi pagai il patentino di tasca mia. Ma non m‘importava. Volevo fare l‘allenatore.

Italo Allodi si presentò così sulla mia strada. È stato un grande dirigente sportivo, prima nell‘Inter di Moratti padre e di Herrera negli anni Sessanta, e poi nella Juventus negli anni Settanta. Con la Nazionale nel 1982 vinse il campionato del mondo, pur non andando d‘accordo con Bearzot, con cui entrò spesso in polemica. Alla fine degli anni Settanta arrivò a Coverciano, dove rifondò dalle basi il sistema calcio grazie a un‘università dove si studiava da manager e da allenatore, per formare così i quadri del calcio italiano del futuro. Quando venne ingaggiato dal Napoli come dirigente, fu abile a portare nella squadra Maradona.

Gli ultimi anni della sua vita furono molto amari. Si trovò invischiato nello scandalo scommesse, accusato di aver manipolato una partita con l‘Udinese. La vicenda lo segnò profondamente, portandogli via il sonno, la serenità e anche la salute. Nel 1987 fu vittima di un ictus, di certo causato da quella tremenda vicenda. Morì nel 1999, abbandonato da tutti, per uno scompenso cardiocircolatorio. Era orgoglioso di avermi dato la possibilità di esprimermi con il calcio, e io gli devo molto. «Sarà il nuovo Herrera» aveva predetto per me. Siamo rimasti amici fino agli ultimi giorni.

Allodi aveva capito con largo anticipo quanto fosse importante la riforma che i francesi avevano fatto in quegli anni nel mondo del calcio. Tutte le società professionistiche erano obbligate a creare centri di formazione per giovani e giovanissimi, dai quattordici ai diciotto anni, in cui si alternavano scuola e calcio, studio e calcio. In una settimana i ragazzi francesi lavoravano quanto noi in un mese. Inoltre erano stati aperti centri federali in cui i ragazzini più bravi dei club non professionistici potevano studiare e allenarsi dal lunedì al venerdì e giocare nelle loro squadre il fine settimana. Una vera rivoluzione, che dopo qualche decennio hanno messo in atto anche altri Paesi, per esempio la Germania e la Spagna, dove la linearità di gioco tra giovanili e prima squadra, nei club, ha formato un‘intera generazione di campioni, sfociata poi in grandi successi a livello europeo e nella vittoria del campionato del mondo e dell‘europeo da parte della Nazionale, grazie anche all‘invenzione della tattica del tiki-taka.

In un‘Italia che ancora oggi fatica a uscire dalla logica dei municipi e dei comuni, Allodi voleva plasmare una figura capace di creare una linearità di gioco tra vivai e grandi squadre. Era avanti trent‘anni rispetto a un dirigente italiano medio, aveva idee grandiose, guardava lontano, al futuro.

Nel 1978, quando seguii il supercorso, esistevano in Italia solo pochi libri che parlavano e insegnavano il calcio. Uno era di medicina sportiva, uno di preparazione fisica e un altro, più tecnico, sulla storia e i moduli di gioco. Davvero pochi: in Brasile o in Ungheria ce n‘erano già centinaia, a dimostrare, ancora una volta, l‘arretratezza culturale del calcio in Italia.

Al supercorso di Coverciano, quell‘anno, c‘era con me Zdenek Zeman. Ci tramandavamo per via orale, come i cantastorie, il modo di lavorare, i consigli, le tattiche. Al mio posto, al Bellaria, mandai Natale Bianchedi, che sarebbe diventato uno dei miei uomini più importanti, uno dei miei osservatori di fiducia fino al Parma, al Milan e in Nazionale. Bianchedi mi parlava sempre di questo ragazzino del Bellaria, Daniele Zoratto; lo andai a vedere e mi piacque subito. Allora il Cesena militava in serie A, e c‘era un calciatore, Lucchi, che aveva le stesse caratteristiche e giocava nello stesso ruolo. Mi capitava spesso di fare confronti con Zoratto, che era un ragazzino. Ma se Lucchi giocasse in questa categoria, farebbe la differenza che fa Zoratto?, mi chiedevo.

Tornato dal corso di Coverciano, allenai dal 1979 al 1982 la primavera del Cesena, società che ha sempre mostrato particolare interesse per il settore giovanile. Una sera cenai con Gian Battista Fabbri, un bravo ed esperto allenatore, Pierluigi Cera, un giocatore che aveva militato in Nazionale dal 1969 al 1972, Lucchi e Edmeo Lugaresi. Mi presentarono come allenatore della primavera del Cesena e responsabile del settore giovanile.

La primavera era formata da ragazzi che vivevano insieme da tre anni. Al Cesena volevo Zoratto. «Se viene da noi vinciamo il campionato!» dissi. Il presidente del Bellaria non andava d‘accordo con quello del Cesena per questioni di campanilismo calcistico. «Quanto possiamo spendere?» chiesi. «Non più di venti milioni» disse il presidente del Bellaria.

Il Cesena, allora una delle squadre più importanti della Romagna, blasonata a livello nazionale, aveva avuto la possibilità di selezionare i ragazzi sotto tutti gli aspetti: tecnico, professionale, fisico e tattico. Dopo tre anni di lavoro, avevamo raggiunto una sincronia molto buona. Era una squadra matura, si muoveva a occhi chiusi: ogni giocatore sapeva come comportarsi nelle diverse fasi di gioco. In questo contesto, esplosero anche grosse individualità. Nella squadra giocava un ragazzino che si presentava sempre con un montgomerino consunto, vecchie scarpe da ginnastica anche quando c‘era la neve e non andavano di moda come oggi. Si chiamava Walter Bianchi. Un giorno gli chiesi: «Walter, cosa fa tuo padre?». «Sono orfano» mi rispose. «E tua madre che lavoro fa?» «La bidella per tre mesi all‘anno, come precaria, e poi fa i lavori in casa di altri!» «Ma so che hai due fratelli! E con che soldi vivete?» «Con i soldi che guadagna la mamma e quei pochi che prendo io.» Con gli altri giocatori avevamo una cassa comune: facemmo una colletta e gli demmo parecchi soldi. Poi andai da Lugaresi, che capì la situazione e gli aumentò lo stipendio. Sua madre si spaventò. Gli avevamo dato i soldi dei premi. Walter mi raccontò che l‘aveva sgridato. «Ma cos‘hai fatto, sei andato a rubare?» Bianchi mi ha seguito per tutta la carriera, al Parma e poi al Milan, poi lo vendettero al Torino, e approdò quindi al Verona, al Cosenza e ancora al Verona. Una bella carriera, poi proseguita da allenatore. L‘ho portato con me in Nazionale, negli ultimi anni, come vice allenatore dell’Under-15. Un‘amicizia durata una vita.

Nel Cesena erano tutti ragazzi molto bravi, seri, niente gelosie, niente invidie o manie di protagonismo. Avevamo seminato bene, e diventammo campioni d‘Italia con la Primavera. Sebastiano Rossi era il portiere. Costruì quasi tutta la sua carriera al Milan, dove restò dodici anni. Augusto Gabriele ha poi avuto una lunga carriera: l‘ho portato con me nel Parma il primo anno, poi ha giocato con la Reggiana, l‘Ancona e il Teramo, facendo presenza anche nell‘Italia Under-21. E c‘erano Bianchi, Agostini e Zoratto. Un altro giocatore importante che alla fine degli anni Settanta giocava nella Primavera del Cesena era Davide Ballardini, oggi un ottimo allenatore. Era un mediano, un po‘ lento ma ordinato, ragazzo serio, professionista coscienzioso. Nel 2001, quando ero direttore tecnico del Parma, lo volli come responsabile del vivaio e della Primavera.

Quando cominciai nel Cesena, il presidente era Dino Manuzzi, a cui oggi è intitolato lo stadio cittadino. Ogni fine settimana mi chiedeva: «Cosa abbiamo fatto?». La prima volta gli risposi: «Deve chiedermi come abbiamo giocato, così andremo d‘accordo».

Manuzzi era un piccolo duce, che aveva sempre dietro di sé un codazzo di otto-dieci dirigenti. Era un uomo autoritario, molto deciso. Aveva portato il Cesena in serie A dalla quarta serie. Una mattina, scendendo dal letto, aveva appoggiato il piede su un tappeto, era scivolato e aveva sbattuto la testa, così alternava momenti di lucidità ad altri di annebbiamento.

Con il Cesena dovevamo giocare il torneo in memoria di mio fratello, che già allora era un appuntamento di calcio molto importante. Manuzzi ci teneva molto a quella partita. Arrivò deciso e mi disse: «Voglio parlare alla squadra!» «Se aspetta un minuto...» Non ne volle sapere. Entrò difilato nello spogliatoio.

C‘erano giocatori che richiamai dal campo dove già si stavano riscaldando, alcuni erano mezzi svestiti, altri completamente nudi. Uno di questi era Sebastiano Rossi. Manuzzi fece un discorso molto serio. Ci teneva che la squadra facesse una bella figura contro la Juventus. «Noi siamo una piccola società, con un grande orgoglio, e voi dovete far vedere ai padroni del calcio che noi esistiamo, e possiamo tener testa a questi giocatori. Vi chiedo come presidente il massimo impegno. Siete ragazzi di valore e di grande professionalità.»

All‘improvviso si voltò e ammutolì. Di fianco a lui c‘era Sebastiano Rossi, alto un metro e novantasette, un ragazzone ben piantato, completamente nudo. Manuzzi forse non arrivava al metro e sessanta. Quando lo notò, nel bel mezzo del discorso esclamò: «Ostia,che uzèl!», ostia, che «affare»! L‘allenatore della prima squadra era Osvaldo Bagnoli, un uomo fantastico, ricco di sensibilità e umanità, schivo, quasi intimidito dal mondo, di cui ammiravo la competenza calcistica. Era un amico, umile verso la vita e il lavoro, segnato per sempre da una disgrazia in famiglia, desideroso d‘imparare qualcosa di nuovo. Mentre noi facevamo gli esercizi con il pallone, pressing, possessi palla, lui stava a bordo campo a guardare attento. Un giorno si avvicina e mi chiese se gli potevo dare i miei foglietti con le esercitazioni, e io gli diedi tutti quelli che avevo. Mi confessò in seguito che non poteva metterle in pratica perché si accavallavano al lavoro del preparatore atletico.

Passai al Cesena tre anni, dal 1979 al 1982. Alcuni dirigenti, durante il campionato 1981-82, erano propensi ad affidarmi la panchina della squadra maggiore, che militava in A sotto la direzione di Gian Battista Fabbri, che aveva sostituto Bagnoli. Allenatore di qualità, Fabbri aveva un‘idea di calcio innovativa ma non la competenza didattica necessaria a trasmetterla ai giocatori. Privilegiava i piedi buoni e gestire le situazioni partita dopo partita. Nella seconda metà del campionato fu messo in discussione perché la squadra non navigava in buone acque.

Spesso la prima squadra e la primavera del Cesena si allenavano insieme. Nella dirigenza si erano formati due gruppi: chi voleva che io andassi ad allenare in prima squadra e chi no. Il figlio di Manuzzi era favorevole, mentre il presidente, Edmeo Lugaresi, era contrario. «L‘allenatore non è un mago» sosteneva, e aveva ragione: con le giovanili del Cesena io avevo fatto tutto il contrario di quello che i giocatori della prima squadra avevano fatto nella loro carriera.

Non avevo alcuna credibilità, ero semisconosciuto come giocatore, e come allenatore avevo al massimo un‘esperienza nella quarta serie. Avrei proposto cose che avrebbero potuto mettere in difficoltà i giocatori. Così scelsero un altro. Fu la mia salvezza, frutto anche della lungimiranza di Lugaresi.

Sul momento ci rimasi male. Lugaresi aveva portato sulla panchina un amico di serie A: Renato Lucchi, di Cesena, un giocatore che aveva militato fin dagli anni Quaranta nel Forlì e nel Cesena e che aveva una lunga esperienza di allenatore su panchine come il Rimini, il Potenza, il Pisa, il Verona, il Mantova. Serviva uno come lui per prendere in mano la squadra e salvarla. Fabbri venne esonerato a quattordici partite dalla fine. Lucchi era un uomo all‘antica, con una concezione del gioco impostata così: dieci indietro e uno avanti, che poteva far gol solo per un guizzo e un‘iniziativa isolata in contropiede. E urlava, urlava come un pazzo ai giocatori: «Avanti, andate avanti» e con la mano faceva segno di tornare indietro. Tutto il contrario di quello che pensavo io del calcio.

In questi anni cominciai ad avvertire anche i primi segni della tensione e dello stress. Per un certo periodo soffrii anche di labirintite. Mi piaceva allenare, ero concentrato sul lavoro, cercavo di dare molta della mia energia ai giocatori. Ma tutto questo aveva un prezzo.

Nel 1981-82 vincemmo il nostro girone e andammo in semifinale battendo l‘Inter; la finale dovevamo giocarcela con l’Avellino, dove andammo per la partita di andata. A novembre in Campania c‘era stato un tremendo terremoto che aveva sconvolto tutta la regione, con quasi tremila morti. La nostra squadra alloggiava in un albergo che ospitava una donna che, per la paura, non riusciva più a dormire a casa sua. La notte prima della partita ero molto agitato e non riuscivo a prendere sonno. Mi rigiravo nel letto pensando ai giocatori, alla finale. Ero continuamente in dormiveglia, e i sogni si mescolavano alle azioni dei ragazzi. Come capita spesso in queste situazioni, devo aver fatto un sogno che mi portò a urlare, come facevo spesso da bambino. Mi ritrovai seduto sul letto, nel buio della stanza, il cuore a mille. La signora che dormiva nello stesso albergo sentì l‘urlo e, per la paura, scappò nuda in strada temendo il terremoto.

Qualcuno poi si lamentò credendo che avessimo fatto uno scherzo, in verità ero io che già cominciavo a manifestare forti segni di disagio. E non ebbi il coraggio di confessare che le urla di quella notte nascevano dalla parte più oscura e profonda della mia anima.

banner orizz pubb mdtube
 
 
 
 
 

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.