letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": Fusignano - Panta rei, tutto scorre (Eraclito)

 

 

sacchiC‘è un giorno nell‘infanzia di ognuno di noi che segna per sempre la nostra storia e il nostro destino. Alcuni lo ricordano, altri lo hanno dimenticato. Quel giorno, io l‘ho scolpito nella memoria.

Eravamo in piena estate. Allora Fusignano era un paese agricolo, i campi coltivati si estendevano immensi sotto un cielo infinito, talmente vasto che, dicevano, faceva diventare tutti matti. Tra i campi serpeggiavano le carraie, dove passavano solo carri tirati dai cavalli. Le strade, non asfaltate, erano polverose. Avevo camminato a lungo, ero stanco, sporco, sudato. Mi sedetti sopra una pietra miliare, tra il frinio delle cicale. Una gran sete mi asciugava la bocca. Ero emozionato e pieno di aspettative: mio padre Augusto mi aveva promesso un regalo perché ero stato bravo a scuola. Uno dei primi insegnamenti l‘ho appreso proprio da lui: «Se ti impegni, avrai una ricompensa».

Guardavo lontano, oltre il verde dei campi di granoturco e gli alberi pieni di frutti. All‘improvviso intravidi una nuvola di fumo alzarsi all‘orizzonte. Era mio padre, che arrivava dalla città con una delle sue prime automobili. Come lo vidi mi alzai in piedi e gli corsi incontro. Un po‘ per la luce, un po‘ per la sorpresa di vedermi lungo la strada, frenò all‘ultimo momento e si fermò a qualche metro da me. Rimase a guardarmi dietro il vetro, mentre una nuvola di polvere ci avvolgeva. Nel silenzio della pianura, aprì piano la portiera e mi fissò senza dire una parola. Dietro la schiena nascondeva il mio primo pallone. Fece un grande sorriso e me lo lanciò. Io lo presi e lo guardai meravigliato, girandolo tra le mani. Un pallone nuovo, che profumava di cuoio, con la cucitura che nascondeva la camera d‘aria. Lo soppesai, annusandolo a lungo. Poi, ridendo, sotto lo sguardo divertito di mio padre, gli diedi un calcio e lo tirai tra le nuvole.

Mio padre è stato molto importante nella mia vita. Come rivela il cognome, Sacchi, era lombardo, originario di Mandello del Lario. Era tornato a casa alla fine della guerra dopo aver volato sugli aerosiluranti come addetto ai motori. Una volta gli chiesi: «Ma tu, papà, non hai amici?». Dopo un lungo silenzio lui mi rispose, senza guardarmi negli occhi: «No. Sono tutti morti!». Dei soldati che volavano su quegli aerei, solo una piccola percentuale tornava a casa. Lui era stato uno dei pochi.

Io sono nato il 1° aprile del 1946, quattro armi dopo mio fratello Gilberto. Facendo un po‘ di conti, appena tornato a casa mio padre doveva avere una gran voglia di vivere con mia madre. Credo che anche questo fatto abbia segnato il mio carattere volitivo e il mio destino di uomo. Ho sempre cercato di dare una forma alla bellezza creando un gioco capace di esprimere la gioia di vivere e di far divertire il pubblico. Anche questo bisogno di vitalità e di sogni che mio padre mi ha lasciato in eredità è un insegnamento da trasmettere alle nuove generazioni.

Mio padre leggeva sempre «La Gazzetta dello Sport». In paese era l’unico che comprava il giornale. Alla fine della settimana faceva il baratto con il nostro vicino di casa, un ortolano che usava il «Corriere» e gli altri quotidiani per fare «al scartòz», come lo chiamano ancora qui a Fusignano, il cartoccio per vendere le ciliegie o la frutta in genere. Era uno scambio alla pari. Abitavamo insieme alla nonna in una casa di fronte alla villa di Vincenzo Monti, poeta e traduttore dell‘Iliade, che aveva vissuto qui a Fusignano. I miei nonni avevano un forno ed era un via vai continuo di gente.

Da bambino mi piacevano tutti gli sport. Se giocavo a pallone immaginavo di essere Boniperti o Pandolfini, se correvo in bicicletta pensavo di essere Coppi o Bartali. Questa è una terra di corse e di velocità, e anche questo ce l‘ho nel Dna. Con mio padre andavo spesso a Imola per le gare automobilistiche. Però, dopo aver assistito a un incidente mortale, non volli più vederle. Quando ho ricevuto in dono il mio primo pallone di cuoio, tutti volevano giocare con me. Con i più grandi non riuscivo mai a toccare la palla, non mi divertivo per niente. Una volta mi arrabbiai talmente che corsi, agguantai il pallone e me ne andai via senza salutare. Non mi stavo divertendo, e il pallone era mio. E l‘essere protagonista, padrone del campo e del pallone, già allora era, e sarà sempre, centrale nella mia visione di gioco. E quello era un regalo di mio padre.

Ricordo una volta a San Mauro. Avevo otto anni, mi trovavo al mare con una zia. A un certo punto sparii. Mi cercarono preoccupati per tutto il lungomare, la paura nel cuore stava diventando panico. Poi a mia zia venne un‘illuminazione. Si diresse in centro, verso un bar dove volevo sempre fermarmi. Era pieno di gente, una calca mai vista. Lì c‘era l‘unica televisione del paese. La Rai, per la prima volta nella sua storia, trasmetteva i Mondiali di calcio. Era il 1954. Io stavo in piedi sopra un tavolo, tra il fumo delle sigarette e le urla della gente accalcata, e guardavo le immagini in bianco e nero di non ricordo più quale partita. Fissavo il televisore, osservando incantato le azioni e i gol. Era come un sogno a occhi aperti. Non potevo immaginare che, esattamente quarant’anni dopo, avrei guidato la Nazionale italiana ai Mondiali americani del 1994. E non potevo immaginarlo nemmeno quando guardai la finale messicana del 1970, con 41 di febbre dopo aver mangiato un piatto di cozze.

Da ragazzino ero davvero una peste. Mia mamma, la Lucia di furnèr, la Lucia dei fornai, come la chiamavano in paese, sapeva che mi mettevo sempre nei guai. Mi arrampicavo sugli alberi, correvo a piedi e in bicicletta, e poi sparivo sempre per un bel po‘ di tempo. Una volta, a Montecatini, la mamma non mi trovò più. Io me ne andavo in giro spensierato, senza preoccuparmi della sua disperazione. A un certo punto, facendo domande in strada alla gente, qualcuno le indicò un bambino chiacchierone che dissertava di calcio con un gruppo di persone. Mi ascoltavano affascinate. Mamma non mi sgridò, mi prese per mano e mi riportò a casa.

Non mi piaceva andare a scuola. Mi pareva di perdere tempo, ritenevo che le materie che studiavo fossero lontane dalla realtà, e quel mondo non mi sembrava interessante. In classe ero disattento, non studiavo, guardavo fuori dalla finestra o sognavo inventando telecronache di partite di calcio. Dopo le medie, mi iscrissi alla ragioneria a Lugo. Un disastro. Ogni scusa era buona per saltare la scuola. Insieme a un amico, arrivai persino a organizzare uno sciopero per protestare contro gli esperimenti nucleari della Cina. Un‘altra volta andammo al cinema a Ravenna, e sul pullman di ritorno non incontriamo mica il preside della scuola? Restammo tutto il viaggio nascosti dietro i sedili, in fondo, sperando che non si accorgesse di noi. E un‘altra volta, per giustificare tutte le assenze, un mio amico, il cui padre era economo dell‘ospedale, rubò un ricettario che usammo in quattro o cinque, con firme false. Successe un putiferio. Andai a settembre con tutte le materie.

Per quanto riguarda la scuola, diedi un grosso dispiacere a mia madre. È stato uno dei grandi errori della mia vita, perché poi ho dovuto studiare per altri quaranta o cinquant‘anni. La mia era una tensione al fare, volevo buttarmi nella vita. I giovani come me aprivano aziende, scommettevano sul futuro delle scarpe. Sentivo la frenesia di un paese a vocazione agricola che stava diventando un polo industriale e manifatturiero. E poi non amavo le imposizioni. Una volta non volli andare con i miei genitori a vedere la Spal, la squadra di Ferrara in cui mio padre aveva giocato da giovane. Loro, per punizione e per ripicca, presero la mia motoretta, la chiusero con un lucchetto e la misero in un garage. Quando tornarono dalla partita, avevo già aperto la porta e tagliato il catenaccio.

Io sono nato con una doppia anima, una lombarda e una romagnola. Quella lombarda mi viene da mio padre, con il senso del lavorare duro, del sacrificio, dell‘impegno e della perfezione per ottenere certi risultati. A Fusignano mio padre era socio di due fabbriche di scarpe. Usciva alle sette di mattina, tornava a casa a mangiare un boccone e poi ripartiva fino all‘ora di cena. Finito di mangiare, a volte lavorava in casa fino all‘una o alle due di notte. È stato un esempio per me, mi ha fatto capire cosa voglia dire impegnarsi duramente e con tenacia. L‘anima romagnola, sognatrice ed energica, che mi viene da mia madre Lucia, affonda le radici nella terra. Penso anche ai sogni e alla follia, al fatto che a volte ho avuto delle visioni. Dicono che la follia e i sogni dei romagnoli che vivono tra Imola, Lugo e Fusignano siano dovuti alla presenza di due strutture: il manicomio centrale e il manicomio dell‘Osservanza, costruiti a Imola tra fine Ottocento e inizio Novecento. Avevano dimensioni tali che erano considerati città dentro la città. Ho sempre pensato che per avere successo nella vita, in ogni campo, sia importante una piccola percentuale di sogni e di talento, una parte di follia, ma che più del 90 per cento del successo e della realizzazione sia dovuto allo studio, al lavoro, alla pianificazione e al rinnovamento continuo. Ed è quello che ho perseguito per una vita intera.

Un tempo Fusignano era un paese agricolo che viveva sempre di notte. D‘inverno i contadini non avevano niente da fare e rimanevano svegli fino all‘alba a chiacchierare; d‘estate stavano in piazza a prendere il fresco, poi la mattina, verso le cinque, tornavano a casa, facevano una doccia e andavano a lavorare nei campi. Si viveva di notte, tra il canto dei grilli, l‘odore della polvere e del fieno tagliato. Tutto questo durò fino al dopoguerra e al boom economico, quando la costa si è trasformata in quello che ancora oggi è il mito della riviera, delle vacanze, dell‘amore libero e dell‘estate vissuta nella spensieratezza tra amici e incontri con le ragazze straniere.

Rimini, Riccione, ma soprattutto Milano Marittima, erano per noi giovani il divertimento. L‘incontro con le ragazze tedesche e svedesi era un aprirsi al mondo, alle lingue straniere, ad altre culture. A meno di un‘ora di strada, si passava da un piccolo paese di campagna a un mondo completamente diverso, fatto di mare, bikini e luci al neon, di gioia di vivere e avventure. Poi, verso le tre o le quattro del mattino, ci si dava appuntamento in piazza a Fusignano e ci raccontavamo le imprese della sera precedente. Ricordo una notte in particolare. Era forse il 1991 o il 1992. Tornavo verso Fusignano con il mio amico Italo Graziani, detto «il prof», dopo aver ritirato un premio. A mezzanotte, in piazza, incontrammo un amico di Italo, appena tornato in Italia dagli Stati Uniti, dove abitava da anni perché aveva sposato una hostess americana. Ci scambiammo grandi baci e abbracci e poco alla volta l‘americano ci chiese dei suoi amici di gioventù, come stavano, cosa facevano. «Se aspetti, tra poco vengono» gli rispondemmo. Dopo un po‘ cominciarono tutti ad arrivare alla spicciolata dalla riviera, e fu una gran festa. Tra gli amici di una volta ne mancava solo uno, e l’americano chiese proprio di lui. «S‘è innamorato di un viado!» gli rispose uno della compagnia. «Il mio amico si è innamorato di un viado?» si stupì l’altro. «Ma tu dove vivi, in Patagonia o a San Francisco? Non sai che nel Duemila e nel nuovo secolo l‘amore sarà con i viados?»

L‘americano era sempre più spaesato. Non capiva cosa fosse successo in tutti quegli anni. E così uno della compagnia cominciò a raccontare. «L‘altra sera ero a Rimini, al Paradiso. Una brutta serata. Non c’era nessuno, solo qualche giovane, quando all’improvviso entra una ragazza, bellissima, meravigliosa, che con la sua presenza illumina il buio e i tavolini vuoti. Allora la invito al mio tavolo. Cominciamo a ridere, a scherzare, beviamo champagne e ridiamo come matti. Alla fine della serata usciamo in macchina, ci appartiamo e lei comincia a riempirmi di baci, dolci, sul collo, sulle mani, fino a quando mi apre la patta e mi bacia proprio lì. Allora, preso dalla foga e dall‘entusiasmo, cosa faccio? Allungo una mano e cerco le mutandine sotto la minigonna, quando, dopo un attimo, mi fermo. Trovo la sorpresa!» «E tu cosa hai fatto?» «Lei era così brava che a un certo punto ho detto: “Poi quando hai finito, io e te facciamo i conti!”.» Scoppiammo tutti a ridere, ma non finì qui. Vicino alla piazza alcune donne stavano uscendo da una riunione di commercianti. Una di queste, formosa e piacente, una di quelle che per tutta la vita non hanno mai detto di no a un uomo, aveva sentito tutta la storia. Allora si avvicina a noi e con un sorriso malizioso commenta in dialetto: «Par nu dòn,a truvar n‘uzél, l‘è semper più difìzil». Cioè: per noi donne, trovarne «uno» è sempre più difficile. Credo che questa storia sarebbe piaciuta a Federico Fellini. Avrei voluto raccontargliela, ma, con mio grande rammarico, non sono mai riuscito a incontrarlo.

Fusignano, come tutti i paesi, era un luogo di personaggi. Ce n‘era uno straordinario, un certo professor Ido Silvagni, conosciutissimo ben oltre i confini del paese come astrologo, cartomante, spiritista e occultista. Aveva cominciato la sua carriera sul lungomare come illusionista intorno alla metà degli anni Cinquanta. A Marina di Ravenna era famoso per farsi nascondere in una buca di sabbia e andare in catalessi. Tre o quattro ore dopo, prima che la marea ricoprisse il bagnasciuga, lo «resuscitavano». La sua spalla nei numeri di prestigio era un noto giocatore di carte che una volta, preso dalla foga del gioco, si dimenticò del professore. Poi all‘improvviso si ricordò, scappò fuori dalla bisca e cominciò a correre urlando: «A gò al profesòr a mol!», perché la marea stava già ricoprendo il bagnasciuga.

Il professor Silvagni calcolava il tema natale con l‘ora, il giorno e l‘anno della nascita, e già sapeva a grandi linee quale sarebbe stato il tuo destino. Gli episodi e le storie su questo personaggio gigante, un omone che sapeva indagare le stelle, sono tanti. Una volta, quando allenavo il Bellaria, mi predisse che ci saremmo salvati. Io non sono superstizioso, ma il professor Silvagni aveva sempre una verità che poteva servire. Da allora farmi fare il profilo astrologico dei giocatori è diventato una regola. E lui lo faceva con grande precisione e acutezza. Una volta previde che Van Basten avrebbe sempre avuto infortuni: purtroppo interruppe la carriera a soli ventotto anni. Un giorno confessò a Gianni Mura, in un suo famoso pezzo sulle mie origini, che «Sacchi ha caratteristiche astrologiche hitleriane, è un Ariete con Marte in congiunzione, ma non farà una brutta fine. Come Hitler, si è fatto da sé e ha un gran potere di suggestione. Ma non resterà a lungo nel calcio e si darà al commercio!». Un profilo hitleriano: mi fa ridere ancora oggi.

Dopo i miei genitori, l‘uomo che ha segnato di più il mio destino è stato Alfredo Belletti, detto Pulsèina, il bibliotecario del paese. Un vero e proprio personaggio anche lui. Ex partigiano, non aveva mai discusso la tesi di laurea in giurisprudenza, quindi non era laureato, ma era un pozzo di scienza e aveva una memoria formidabile. Per venticinque anni è stato direttore e organizzatore dei convegni dedicati ad Arcangelo Corelli, il più importante compositore barocco, portando a Fusignano, sua patria natale, direttori d‘orchestra del calibro di Claudio Abbado, Riccardo Muti e Sergiu Celibidache. Saggista e scrittore prolifico, Belletti diceva sempre, con ironia dissacrante, che Fusignano aveva dato i natali ad Arcangelo Corelli, al padre della cantante Lara Saint Paul e alla giornalista Lea Melandri, e che era apparso sulle carte geografiche grazie a me, come capitò allo Stato dell‘Uruguay per aver organizzato il primo campionato del mondo di calcio. Quando morì, nel 2004, «Il Resto del Carlino» lo ricordò con un lungo articolo. Lo si incontrava spesso al bar dei repubblicani, uno dei luoghi di ritrovo di Fusignano, talvolta anche alticcio perché gli piaceva bere. Grande appassionato di calcio, era un personaggio eccentrico, disponibile, grande affabulatore, amato da tutti, un‘enciclopedia vivente. Per noi giovani è stato una specie di università. Mi diceva cosa leggere, mi consigliava autori e romanzi. Mi ha fatto conoscere Pavese e i grandi scrittori italiani e stranieri. Con lui ho imparato a fare tesoro di certe massime che mi hanno aiutato a orientarmi nella vita e nel lavoro. Era dirigente del settore giovanile del Baracca Lugo, dove ho cominciato a tirare i primi calci mentre frequentavo la ragioneria. Aveva sposato una maestra delle elementari, una persona completamente diversa da lui, elegante, che camminava in centro in pelliccia, che gli rinfacciava sempre il fatto di vivere tutto, calcio e cultura, senza mai percepire una lira. Perché lui era così, faceva tutto per passione.

Belletti ci accompagnava nelle trasferte. Eravamo ragazzi di quattordici e quindici anni. Per andare a giocare ci caricava tutti e undici, e spesso anche di più, in una macchina, una 1400 multipla dove stavamo uno sopra l‘altro. Una volta, proprio il giorno di una partita, doveva accompagnare la moglie in stazione perché insegnava nel bergamasco. Lei si sedette davanti, e non voleva nessun ragazzino al suo fianco. Noi finimmo tutti stretti dietro, pigiati come sardine. Ad Alfredo, che aveva discusso animatamente con la moglie per aver mandato tutti noi dietro, fumava il cervello, ma stette zitto. Quando arrivammo davanti alla stazione finalmente esclamò: «Anche gli zulu sanno che cosa sia l‘ospitalità, e adesso scarichiamo la zavorra!». E fece scendere la moglie. Noi ridevamo come matti per le loro continue litigate,

In una delle notti passate in piazza o davanti al circolo dei repubblicani, Alfredo Belletti fu protagonista di un episodio molto particolare. Appena tornato a casa dal viaggio di nozze, uno della compagnia lo pungolò: «Allora, avvocato, com’è andata?». Nel silenzio irreale del paese, le vicende erotiche di Belletti vagarono anche a due o trecento metri di distanza; il circolo dei repubblicani non era molto distante da casa sua. Quando, verso le cinque di mattina, tornò a casa, trovò la porta chiusa. «Aprimi!» urlò alla moglie, picchiando con i pugni. «Per questa volta ti apro, ma la prossima…!» «La prossima butto giù la porta!» rispose lui urlando, facendo così sentire agli amici quello che stava accadendo. Quando il giorno dopo lo rividero, questi gli chiesero un po’ malignamente cos’era successo, e lui rispose molto serio: «La sintù tot!». Ha sentito tutto.

Negli ultimi mesi di vita, Belletti venne ricoverato all‘ospedale. «Alfredo, come si sente?» gli chiesi. «Bene, sono sereno perché ho chiesto al cielo che fossero esauditi tre desideri. Il primo è stato quello di morire prima di mio figlio, e in questo sono stato esaudito. Il secondo è di morire senza soffrire, e spero di continuare così» disse, anche se negli ultimi tempi la sua malattia si era aggravata, «e per ultimo di finire la storia di Fusignano.» «E quanto le manca?» «Tre pagine!» Ma non riuscì mai a vedere il libro stampato.

Negli ultimi due o tre mesi i nostri amici comuni andavano da lui in ospedale a giocare a carte, a Beccaccino, un gioco simile al Tressette, conosciuto anche come Maraffa, molto diffuso in Romagna. L‘ultima volta, al momento dei saluti, gli promisero di ritornare quindici giorni dopo. «Fra quindici giorni giocherete con il morto!» rispose lui perentorio. E fu così. Aveva sempre la battuta pronta, con l‘ironia romagnola che sgretola il tragico, che dà leggerezza al vivere, scioglie il dolore e fa sopportare la malattia. Una sera gli infermieri si fermarono a parlare tra di loro vicino al suo letto, e lui ascoltò le loro parole. «Non passa la notte» dissero. «Fatemi pure coraggio!» rispose. A lui devo tutto. È stato lui a iniziarmi al mestiere di allenatore. Mi ha insegnato il calcio e a capire le ragioni dei padri fondatori di questo gioco.

Quando nel 1989 disputai con il Milan la prima finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest al Camp Nou di Barcellona, da Fusignano partì un pulmino da dieci posti. A bordo c‘era anche Belletti. Non aveva la valigia ma una borsina di plastica della Coop, con dentro un ricambio di mutande, lo spazzolino e il dentifricio. Il pulmino arrivò tardi, la città era piena di tifosi e non c‘era posto in nessun albergo economico. Che fare? Gli amici di Fusignano trovarono posto solo al Grand Hotel Princesa Sofia, dove per una notte si pagavano almeno settecentomila lire, quasi uno stipendio di un operaio di allora. Un hotel grattacielo a cinque stelle, con tanto di palme all‘entrata e una reception mozzafiato, con un lampadario enorme di vetro luccicante. Tutti gli altri avevano già portato i bagagli in camera e aspettavano nella hall Alfredo, che però non arrivava. Volevano andare a vedere le Ramblas piene di tifosi rossoneri e partecipare alla festa. Allora lo chiamarono in camera. «Dai, Alfredo, sbrigati che andiamo!» lo incitarono. Lui rispose: «Guardate, con quello che costa la camera, per ammortizzare la spesa vado a letto subito, e non so neanche se domani vengo alla partita!».

La morte dell‘amico Alfredo ha lasciato un vuoto incolmabile nei famigliari, negli amici, nella comunità fusignanese e soprattutto in me. Aveva dedicato la maggior parte dell‘esistenza a studiare e ad arricchire tutta una cittadinanza grazie anche a manifestazioni culturali. L‘attaccamento alla «sua» terra gli aveva impedito di emigrare in grandi città dove avrebbe potuto esprimere i suoi numerosi talenti e ottenere maggiori riconoscimenti. A Fusignano si parlava e si discuteva continuamente di calcio. Il calcio si viveva come gioco, come passione, come divertimento.

Ho cominciato da ragazzo come difensore nel Baracca Lugo e nel Fusignano. Ho giocato un paio di partite. Ero destro, ma giocavo terzino sinistro. Avevo già diciotto o diciannove anni. Ero a una svolta, la prima della mia vita. Conoscevo i miei limiti di calciatore, non ero proprio bravo, ma me la cavavo. L‘ultima partita la giocai male. «Se non parto titolare smetto» dissi tra me e me. L‘allenatore era Gino Pivatelli, un importante calciatore che aveva giocato nel Bologna e nel Napoli. Con il Bologna, nel 1953, aveva vinto il titolo di capocannoniere della serie A con 29 gol su trenta partite disputate, e fu l‘unico italiano a vincere il titolo negli anni Cinquanta, dominati da campioni stranieri. Con Nereo Rocco aveva vinto uno scudetto con il Milan nel 1962, e l‘anno seguente la Coppa dei Campioni. Era stato anche uno dei convocati ai Mondiali del 1954 in Svizzera. Un grande giocatore, che continuava a vivere il calcio come allenatore nel Baracca Lugo. Non mi convocò, e io smisi di giocare. Piansi per il dispiacere. Era un segno del destino. Pivatelli mi diceva sempre: «Quando hai la palla, passala a Pollini, il regista». A me non piaceva quel modo di giocare, capivo già che il leader in una squadra non è solo il regista. Ogni giocatore lo diventa quando ha la palla, e tutti devono essere capaci di fare gioco.

In quel periodo accadde un fatto grave. Frequentavo la quinta ragioneria, quando mio padre si ammalò. Il suo fegato funzionava al 5 per cento. Fortuna volle che nell‘appartamento di Milano Marittima sopra il nostro abitasse un luminare della medicina, un primario che operava all‘ospedale di Bologna. Mio padre venne ricoverato per sei mesi e dovetti sostituirlo in fabbrica. La malattia di mio padre segnò il mio destino. Presi molto sul serio il mio lavoro, impegnandomi diciotto ore al giorno. Non avevo mai diretto una fabbrica, ma già allora ero un perfezionista, e alle cose che facevo mi dedicavo sempre al massimo delle mie capacità.

Mentre lavoravo seguivo ancora il calcio, come tifoso. La squadra del Fusignano, nella quale ero entrato come dirigente per dare una mano alla società, cominciò a retrocedere. Alfredo Belletti mi chiamò e m‘invitò a tornare a giocare. «Dài, torna in campo, dobbiamo salvarci! Manca un giocatore. Abbiamo bisogno di te!» Giocai le ultime partite e ci salvammo, ma cominciò a farmi male la schiena. L‘anno dopo il problema era rimasto. Addirittura mi volevano operare di ernia alla colonna vertebrale. Cambiai medico e smisi definitivamente di giocare. Belletti allora mi disse: «Se non puoi giocare, fa‘ l‘allenatore!». Così il mio destino fece un‘altra svolta, prendendo il binario giusto. Dopo un mese parlavo già come un allenatore. Il Fusignano era una squadra di ragazzini, ma presi subito sul serio il mio ruolo.

Un giorno incontrai Belletti. «Guarda che mi manca il libero» gli dissi. «Non abbiamo un giocatore che possa ricoprire questo ruolo.» «E che numero ha il libero?» mi chiese. «Il sei.» «Aspettami qui!» Belletti entrò nello spogliatoio, prese la maglietta col numero 6 e me la mise in mano dicendo: «Adesso, se sei un bravo allenatore, il libero lo costruisci!». Questa è stata una delle prime grandi lezioni sul calcio che mi ha dato Alfredo. In un attimo mi fece capire che non c‘erano soldi da spendere e anche la vera funzione dell‘allenatore, che non è solo organizzare la squadra e disporre i giocatori in campo, ma significa soprattutto creare il gioco valorizzando le attitudini individuali dei singoli. Quando frequentai il corso a Coverciano, che allora durava un intero anno scolastico, mi resi conto dell‘importanza dell‘insegnamento di Belletti, dei suoi consigli, delle sue letture. Grazie a lui, a Coverciano mi ritrovai con una preparazione umana e calcistica di primo livello.

Quando allenavo il Fusignano, avevo già chiaro quello che volevo ottenere dalla squadra: il dominio del gioco finalizzato alla vittoria. Padroni del campo e del pallone per essere protagonisti. Il primo anno vincemmo il campionato di seconda categoria. Avevamo sette punti di vantaggio sulla seconda, mancavano poche giornate, e cominciammo a pareggiare. Non riuscivamo più a vincere. A due partite dalla fine, con due soli punti di vantaggio, giocammo in casa della seconda in classifica. Avevo tre o quattro infortunati e così, per forza, dovetti rimettermi in squadra. È stato un bivio importante per la mia vita. Entrai negli spogliatoi e dissi ai ragazzi: «Se perdiamo, penso che per me si chiuderanno due carriere: quella di calciatore ma soprattutto quella di allenatore».

Fu una partita stranissima, una di quelle che segnano la storia non solo di una squadra ma anche degli uomini che ci giocano. Il mio posto, come allenatore, lo prese Italo Graziani, «il prof», preparatore atletico del Fusignano. L‘amico di una vita, che ha seguito passo passo tutta la mia carriera, diventando un punto di riferimento non solo tecnico ma anche affettivo. Con lui ho condiviso molte avventure, non solo agli inizi della mia carriera, ma anche in Spagna, quando andai ad allenare l‘Atlético Madrid, fino al lavoro con le nazionali giovanili negli ultimi anni. Quando entrai in campo, lui cominciò a camminare avanti e indietro davanti alla panchina. Il suo entusiasmo e la sua foga erano tali che verso la fine cominciò ad urlare: «Dài che ce la facciamo, dài che vinciamo!». Il centravanti avversario era un mio amico che aveva giocato con me nel Baracca Lugo, e visto che vincevamo quattro a zero, con il braccio teso come per mandarmi a quel paese si rivolse a me urlando: «Ma per fortuna!».

Cominciavo a capire che mi piaceva allenare i ragazzi. Mi sentivo realizzato nell‘insegnare loro a giocare, a essere leali, a diventare uomini attraverso il calcio. E andavo maturando l‘idea che l‘estetica, la bellezza del gioco fossero tutto, anche sul piano etico: per me una vittoria senza merito non era una vittoria, e l‘ho provato molte volte nella mia carriera di allenatore.

Con la conquista del mio primo campionato cominciai a capire la gioia che il calcio trasmette agli spettatori. Il calcio è spettacolo, e quello che era successo nel piccolo campo di Fusignano l‘ho poi rivissuto nei grandi stadi internazionali. Le emozioni sono sempre le stesse. A vedere le partite sulle tribune di quel campo di provincia c‘erano sempre più persone, settimana dopo settimana. Con il Fusignano eravamo partiti con una quarantina di spettatori. Alla fine, quando vincemmo il campionato, ci sosteneva una piccola folla di oltre trecentocinquanta tifosi. Ero felice, mi sentivo realizzato. Erano solo ragazzini, ma per me fu molto importante. Alla fine dei festeggiamenti un uomo si avvicinò e mi disse: «Be’, non sarà poi una grande felicità vincere un campionato di seconda categoria».

Non c’è felicità di seria A o di serie B. L’impegno che mettevo nel Fusignano era lo stesso che avrei poi messo nel Cesena, nel Rimini, nelle giovanili della Fiorentina, nel Parma, nel Milan, nella Nazionale italiana, nell’Atlético Madrid e nel Real Madrid. La felicità della vittoria o della sconfitta che avevo provato in panchina durante tutto il campionato con il Fusignano sarebbero state le stesse emozioni che poi avrei condiviso con il pubblico e con squadre ben più blasonate.

Si apriva per me, allora, un altro destino, parallelo a quello della fabbrica. Avevo capito che la mia vita aveva un senso quando riuscivo a trasmettere la passione per il calcio, che stava diventando sempre più la cifra del mio destino.

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