letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": la cavalcata verso il primo scudetto - Il tuo Milan, una sinfonia calcistica! (Riccardo Muti)

 

 

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sacchi

Per capire la rivoluzione del mio Milan, bisogna fare un passo indietro e parlare di ciò che accadde a partire dal campionato 1978-79, quello del decimo scudetto vinto dalla squadra rossonera, l‘anno della stella e del debutto in serie A di un giovanissimo Franco Baresi. Nils Liedholm andò ad allenare la Roma e Gianni Rivera, un idolo per San Siro e per tutto il calcio italiano, abbandonò l‘attività sportiva all‘apice del successo. Scomparve anche Nereo Rocco, un allenatore che ha segnato la storia della società rossonera.

Gli anni Settanta furono un decennio difficile: il presidente del Milan tra il 1977 e il 1980 era Felice Colombo, amato dai giocatori ma non dai tifosi. La gioia dello scudetto durò solo un attimo, come la luce di una stella cadente. Guidato da Massimo Giacomini, il Milan stentava in campionato quando il 23 marzo 1980 le camionette dei carabinieri entrarono nei campi di gioco. Vennero arrestati alcuni giocatori e anche Felice Colombo. Fu l‘inizio dell‘inchiesta che portò al processo del «calcio scommesse» di cui avevo anch‘io subito le conseguenze in serie C, con le partite comprate dal Vicenza. Davvero una brutta pagina del nostro calcio.

Il Milan, alla fine del processo, risultò pesantemente implicato nella vicenda e fu condannato all‘ultimo posto in classifica e di conseguenza retrocesso in B. Il Diavolo volava all‘inferno insieme alla Lazio. La serie B durò solo un anno. Nel campionato 1980-81, ancora guidato da Massimo Giacomini, il Milan vinse e tornò subito in serie A.

Il ritorno in serie A, l‘anno seguente, fu assai difficile, i risultati non arrivavano. C‘era tensione tra i giocatori e l‘allenatore Radice. Felice Colombo lo esonerò e lo sostituì con Italo Galbiati, che diventerà in seguito mio allenatore in seconda, una pedina importante per il mio Milan. Colombo, in seguito, cedette le sue azioni prima a Gaetano Morazzoni e poi a un personaggio discusso come Giuseppe Farina, che divenne presidente della società.

Quello del 1981-82 fu un campionato maledetto, che portò i rossoneri a giocarsi la serie A all‘ultima partita contro il Cesena mentre il Genoa, che si contendeva un posto per la salvezza, giocò a Napoli. Il Milan prese due gol e recuperò con una partita al cardiopalma, ma all‘ultimo minuto un gol del Genoa al San Paolo condannò alla B i rossoneri per la seconda volta, a distanza di appena un anno. Fu un incubo. I tifosi sprofondarono di nuovo nel campionato cadetto, questa volta merito solo del campo.

Nella stagione seguente Ilario Castagner portò la squadra al rientro nella massima serie. Il Milan di quei vertiginosi saliscendi, tra A, B e A, aveva ubriacato pubblico e tifosi. Il nuovo acquisto fu Luther Blissett, che si rivelò un vero bidone, incapace di coordinazione, famoso e ricordato per i gol non segnati più che per i cinque realizzati con la maglia rossonera. Farina l‘aveva acquistato, dice la leggenda, fidandosi del suggerimento di un famoso ristoratore inglese. Uno dei tanti giocatori mediocri arrivati nel nostro campionato dall‘estero dopo la riapertura delle frontiere. Farina e Castagner arrivarono così ai ferri corti, reo quest‘ultimo di avere firmato con l‘Inter ancor prima della fine del campionato, e fu licenziato a metà stagione. Sulla panchina rossonera tornò Nils Liedholm, che sembrò riportare il Milan alla gloria passata.

Nella stagione 1984-85 Farina fece una buona campagna acquisti portando in rossonero giocatori come Di Bartolomei, Virdis, Wilkins e Hateley, detto «Corno d‘acciaio» per la potenza del colpo di testa e confermando in panchina Nils Liedholm. Il Milan quell‘anno arrivò quinto in campionato e si giocò una finale, perdendo la Coppa Italia contro la Sampdoria. Dopo anni fuori dall‘Europa, finalmente il Milan si giocava la Uefa. Ma «i sogni muoiono all‘alba» dice un proverbio, e a San Siro contro il Waregem i rossoneri persero due a uno. Fuori dalla Coppa, i tifosi contestarono il presidente Farina. Fu un altro momento difficile per la squadra, ma soprattutto per la società. La Guardia di Finanza riscontrò delle irregolarità finanziarie con una voragine di debiti. Farina si dimise dopo aver rischiato di mandare i libri in tribunale e il Milan in fallimento. Prima di andarsene in silenzio, dichiarò a un giornalista, con grande senso dell‘umorismo: «Il padreterno sarebbe il presidente ideale del Milan». A seguito di questo terremoto entrò in scena Rosario Lo Verde, che rilevò una situazione a dir poco tragica. Il Milan, in verità, cercava un nuovo padrone.

L‘acquisto interessava Silvio Berlusconi, che in quegli anni era diventato un leader della comunicazione con le televisioni e la sua società, la Fininvest. Vide nel calcio e nel Milan un altro tassello importante per il suo gruppo. Insieme ai suoi due uomini di fiducia, Adriano Galliani e Fedele Confalonieri, acquistò la società. A molti allora non sembrava proprio un buon affare. Il Milan era fuori dalle coppe europee, la società era gravata da molti debiti e aveva una credibilità tutta da riconquistare, dentro e fuori dal campo. Adriano Galliani aveva dichiarato che il Milan era un brand importante ma con debiti incredibili, tanto da dover pagare personalmente il panettiere, il macellaio sotto casa o il farmacista di Milanello. Con la nuova proprietà era davvero la fine di un incubo per i tifosi. Berlusconi dava garanzie di obiettivi, di sicurezza economica e soprattutto un nuovo entusiasmo.

Il primo anno Berlusconi confermò Nils Liedholm, ma poi si pentì perché sentiva che doveva fare di testa sua. Ha sempre avuto intuito nello scoprire gli uomini. Dopo le due sconfitte consecutive in casa nella Coppa Italia contro il mio Parma, Berlusconi comprese che forse ero io l‘allenatore che cercava, perché mettevo in campo un calcio che gli piaceva, divertente, aggressivo, spettacolare, senza paura. Non ho avuto una storia importante come calciatore, portavo idee innovative, e questo piaceva alla nuova società.

Giovanni Trapattoni era un grande allenatore, che interpretava magistralmente l‘ortodossia del calcio italiano. Lo stimavo molto, anche se le mie convinzioni erano differenti. La Juventus in quel periodo cercava un nuovo allenatore che lo sostituisse e pensò a me, ma io interpretavo un calcio davvero molto diverso dal suo: ho sempre creduto che tutto dovesse partire da un club organizzato, moderno, che metta al centro prima la persona, alla costante ricerca dell‘eccellenza, poi il giocatore funzionale e complementare agli altri, e infine il talento. Così sei nelle condizioni migliori per lavorare. Se un‘organizzazione di concerti vuole uno spettacolo rock, non capisco perché poi chiamino cantanti neomelodici, lirici o da balera. E così vale per il calcio. Se vuoi giocare un football totale dovrai acquistare calciatori intelligenti con capacità di giudizio, senso della posizione e in grado di muoversi con e per i compagni. Ragazzi che sappiano partecipare alla fase offensiva e difensiva e siano sempre in posizione attiva. Giocatori universali, non specialisti o individuali.

Nel mio calcio, leader erano l‘idea de gioco e il collettivo. È più importante il motore o il pilota in una gara automobilistica? Lo sono entrambi, ma se non hai il motore non parti neppure. Senza gioco c’è improvvisazione e pressappochismo. Non è il fenomeno, il talento a creare la squadra, ma è il gioco costruito e pensato dall’allenatore che fa grande la squadra e valorizza il talento in campo. In Italia bisogna migliorare la cultura calcistica, si ragiona ancora con la pancia e con i piedi e non con l‘intelligenza. Pure Bertolt Brecht diceva che anche gli attori più affermati senza un copione e senza la collaborazione degli altri non riescono a esprimersi compiutamente. Mi sembrano concetti molto semplici eppure difficili da applicare in una società individualista come quella italiana, che non ha una coscienza sociale di gruppo.

Nel marzo 1987, dopo la seconda vittoria del mio Parma in Coppa Italia contro il Milan, mi chiamò Ettore Rognoni, con cui ero molto amico fin da ragazzo. Ci aveva seguito per tutto il campionato, fino a febbraio. Mi chiese se il lunedì successivo potevo andare ad Arcore da Berlusconi. Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che io potessi essere l‘oggetto dei suoi pensieri, era fuori da ogni umana previsione. Questo per far capire quale personaggio straordinario sia Silvio Berlusconi. Aveva percepito quello che altri non avevano neppure immaginato. Ma l‘appuntamento slittò alla settimana seguente: per colpa della neve l‘elicottero non era riuscito a levarsi in volo da Saint Moritz, dove lui si trovava. Poiché eravamo in confidenza, mi azzardai a dire a Rognoni: «Vengo quando volete, solo che venerdì non posso perché sono già in parola con una squadra importante, e se tutto va bene firmo». Ettore mi richiamò quasi subito proponendo di vederci il martedì. Allora capii che forse qualcosa bolliva in pentola. Era un sospetto. Al Parma noi avevamo giocatori interessanti, che il Milan avrebbe potuto comprare, come Mussi, Melli, Fontolan, Bortolazzi, Signorini, Bianchi.

Rognoni venne a prendermi alla barriera autostradale di Milano e mi accompagnò ad Arcore, dove mi aspettavano Galliani e Berlusconi. Parlammo di calcio dalle otto di sera fino alle due del mattino. Alla loro proposta sulle prime dissi di no, poi accettai, allora mi chiesero di rimandare l’incontro con l‘altra società, che era la Fiorentina. Nella notte, tornando a Parma, pensai che non sarebbe stato corretto spostare l‘appuntamento: era una questione di rispetto. Il mercoledì mattina - era in programma un doppio allenamento - chiamai Ettore, lo ringraziai e gli dissi che non me la sentivo di spostare l‘appuntamento con la Fiorentina, per poi dire che non sarei andato più. «Tu sei matto!» reagì Rognoni. «Ho parlato con Galliani, che mi ha detto dell‘entusiasmo di Berlusconi. Al 99 per cento tu sei il nuovo allenatore del Milan.» «Non me la sento di trattare così l‘altra società» risposi, e andai a fare il doppio allenamento con il cuore in pace.

La sera ritornai a casa. Non c‘erano ancora i cellulari. «Ha chiamato due o tre volte Ettore Rognoni, e mi ha detto che devi richiamarlo subito» mi riferì Giovanna. Chiamai Ettore, che mi annunciò: «Guarda, Arrigo, dobbiamo andare a Milano, Berlusconi non ci sarà ma ci saranno Foscale, Galliani, Paolo Berlusconi e Confalonieri». «Per me sono anche troppi» risposi. «Sono pronti per la firma.» Mi avevano convinto. Saprò in seguito che Berlusconi non era presente perché doveva fare un contratto a Raffaella Carrà e a Pippo Baudo per le sue nuove televisioni.

Arrivai a Milano e dissi: «Vi saluto e vi ringrazio: avete avuto coraggio, e così io firmo in bianco. Mi date fiducia e io vi ripago in questo modo». Galliani mi aveva proposto meno di quello che guadagnavo a Parma. Ma ero contento. Era un sogno che si avverava.

Il mio arrivo a Milano fu, come sempre, difficile. L‘impatto con la squadra fu dirompente, c‘era diffidenza ma non prevenzione, dicevo cose diverse sia sul calcio, sia sulla mentalità da tenere in campo, sia nella programmazione degli allenamenti. In Italia, non bisogna dimenticarlo, hanno bruciato Giordano Bruno. Io ero visto come un eretico. L‘ambiente del calcio e una parte dei giornalisti mi consideravano un eversore, un diverso, un avversario possibilmente da abbattere, perché mettevo in crisi la loro leadership e il loro ruolo di detentori di un sapere antiquato, vecchio, mentre i giovani e i meno conservatori mi guardavano con interesse. Così mi presentavo a Milano. Chi è questo qui che non ha mai giocato al calcio? Vuol fare delle cose diverse da quelle che abbiamo sempre detto e scritto. Perché cambiare?

Una volta m‘invitarono alla Bocconi per una conferenza, e la prima domanda che mi fece uno studente fu: «Come può allenare campioni senza esserlo mai stato?». «Non ho mai saputo che prima di essere un fantino bisogna essere stato un cavallo!» risposi, suscitando l‘ilarità generale. Ero abituato a questa diffidenza. Così si crearono due schieramenti contrapposti, pro o contro di me, che non mancarono, in tribuna giornalisti, di arrivare alle mani. Ma io non avevo intenzione di fare rivoluzioni, volevo solo essere libero di esprimermi con il calcio che mi piaceva. In Italia si spendevano moltissimi soldi per comprare giocatori di qualità, ma poi si lasciava in generale il gioco agli avversari, e per me era assurdo. Io puntavo sui giovani italiani volitivi, con la testa e i piedi buoni, aperti, capaci di esprimere il gioco che volevo io. Avevo vinto il campionato di C1 con una squadra che aveva un‘età media di vent‘anni anni e mezzo.

Una volta Galliani mi disse: «Guarda, Arrigo, che puoi spendere quello che vuoi, non ci sono problemi!». «No» risposi, «dobbiamo comprare i giocatori che ci servono per la squadra e il gioco, e se costano poco tanto meglio, così avrete anche più pazienza: spesso chi spende molto pretende risultati subito.»

In Italia si vinceva prevalentemente attraverso ci singolo, l‘azione geniale di un giocatore, puntando sul contropiede. Purtroppo la mentalità è ancora questa. Siamo un Paese in generale che non sa e, se non sa, si lega al passato. In Italia il nuovo è un trauma. Io ero attratto dal nuovo, soprattutto in campo tecnico. Natale Bianchedi, il mio osservatore di fiducia, girava il mondo per vedere come allenavano gli altri allenatori come Cruijff, Lobanovs‘kyj, Rehhagel e mi relazionava per fare nostre le novità.

A un‘accoglienza diffidente ero abituato. Quando andai a Milano l‘ostilità raggiunse l‘apice. A Parma no, nella città ducale avevo trovato una grande apertura mentale, un grande entusiasmo, anche perché nel campionato di C1 non ero uno sconosciuto, avendo lavorato due anni con il Rimini.

Un giornale importante, quando arrivai a Milano, mi accolse con un articolo dove s‘infilavano una serie di «Si dice» talmente denigratori che mancava solo l‘accusa di pedofilia. Chiamai Galliani per avere chiarimenti circa quella stampa piena di veleni, ma lui non diede importanza, semplicemente mi disse: «Non leggere». Fu il primo segnale che dietro di me avevo una società solida, che mi difendeva e mi aiutava. Ho sempre avuto il conforto di Berlusconi e Galliani, e questo era importante per il mio progetto. In caso di bisogno mi avrebbero aiutato sempre, e ciò mi dava una certa tranquillità. Hanno avuto un grande merito, permettendomi di lavorare nelle migliori condizioni, con amicizia, stima, cultura e intelligenza, senza mai togliermi autorevolezza.

Avevo quarantuno anni. Ero uno dei più giovani, anzi giovanissimo. Nils Liedholm era un uomo colto, intelligente, ironico e autoironico. Sapeva che sarei andato al Milan ma la società negava perché c‘era un campionato in corso. Al termine di una partita lui entrò nel salone dei giornalisti proprio nel momento in cui stavano intervistando Galliani. Tempestavano Adriano di domande per sapere il nome del nuovo allenatore del Milan, volevano che confermasse le voci che circolavano intorno al mio nome. Quando entrò, Galliani disse: «Nils, vieni, dammi una mano». E lui, senza dire una parola, gli allungò la destra sorridendo.

Il Milan che ereditavo da Liedholm era una squadra di calciatori bravi ma non tutti funzionali al mio progetto. Per esempio, Agostino Di Bartolomei era un buon giocatore, ma inadatto a interpretare il calcio che avevo in testa, perciò non lo volli più. Un altro era Dario Bonetti, che giocava anche in Nazionale ma aveva scambiato il giorno con la notte. «E chi prendiamo al suo posto?» mi domandò Berlusconi. «Non c‘è la sua riserva, Filippo Galli? Mi sembra un ottimo professionista.» Liedholm, dopo anni difficili, aveva fatto un buon lavoro tecnico che si dimostrò anche un terreno fertile per il mio gioco, il quale partiva però da presupposti molto diversi, non dai singoli ma da una tecnica collettiva. Liedholm mi fu quindi di grande aiuto. Purtroppo noi allenatori siamo soli, sempre, soprattutto quando si perde. Soli di fronte ai giocatori, ai giornalisti, al pubblico. Ci sarebbe da scrivere un intero libro sulla solitudine dell‘allenatore, con le sue scelte dettate dalle circostanze, dalle tattiche, dalle necessità. Le scelte più impopolari spesso sono le uniche possibili perché il gioco lo pretende.

Prima del mio arrivo, nel finale del campionato 1986-87 fu promosso come allenatore Fabio Capello. Quando vennero a giocare a Parma, dopo la nostra vittoria a Milano, Liedholm era in tribuna e Capello in panchina. Mi dispiaceva per Nils, però l‘allenatore deve sapere che nell‘ambiente, come ovunque, si vive alla giornata. Osvaldo Bagnoli, straordinario allenatore, mi diceva spesso: «Oggi alleni la Primavera del Cesena e io la prima squadra, ma un domani può capitare che sia l‘inverso», e me lo diceva con tutto l‘affetto e la generosità di uomo e di tecnico, consapevole della precarietà del nostro ruolo. Bagnoli era davvero una persona di grande umanità, umiltà, un personaggio come se ne trovano pochi nel calcio. Tutti i venerdì facevamo riunioni con il settore giovanile e poi lui veniva con noi a cena. Un uomo a cui devo molto.

Questa fu la mia partenza in una società ricca di entusiasmo, che trasmetteva a me e ai tifosi una grande voglia di fare dopo anni difficili. La scelta stessa di mettermi sulla panchina del Milan aveva qualcosa di rivoluzionario. La società era organizzata, perfezionista, con una visione ampia, non solo tecnica ma anche umana, del calcio. Silvio Berlusconi era formidabile. Ripeteva a tutti: «Voglio far diventare il Milan la più forte squadra del mondo!», e questa volontà si rifletteva nel suo modo di agire.

Al Parma avevo raggiunto il massimo dell‘intensità degli allenamenti. Al Milan, insieme a Vincenzo Pincolini, cominciammo in maniera più graduale, ma, per quelli abituati agli allenamenti con Liedholm, fu comunque un trauma. Volevo trasmettere subito le mie convinzioni, spesso fuori dai canoni anche degli stessi giocatori, come per esempio che per difendersi dovevano aggredire e non indietreggiare. Loro erano perplessi. Dovevo insegnare e trasmettere loro un altro modo di giocare, un‘altra mentalità, supportati da una collaborazione e organizzazione diversa dallo stereotipo italiano. Dovevo convincerli a trovare dentro di loro la voglia di vincere e di giocare al meglio.

Dopo due mesi di lavoro intenso, presi da parte Berlusconi e gli dissi: «Guardi che qui stiamo sognando solo io e lei, finché non faremo sognare anche loro, non avremo risolto il problema».

Dopo uno dei primi allenamenti, stavamo mangiando a Milanello con tutta la squadra, quando entrò Berlusconi. Nessuno dei presenti si alzò in piedi. I giocatori continuarono a mangiare. Io mi arrabbiai molto, perché quella era una mancanza di educazione e di rispetto verso la proprietà, verso chi crede in te e nel tuo lavoro. «Ragazzi, se non c‘è etica non c‘è crescita!» Lo affermai in maniera molto decisa. Il rispetto è alla base della civiltà, ed è ciò che manca a noi in generale come popolo. «Io voglio prima di tutto degli uomini affidabili, poi dei giocatori che sappiano essere uomini dentro ma soprattutto fuori dal campo.»

Volevo anche una società che rispettasse le proprie convinzioni. Stavamo guardando un paio di giocatori, all‘inizio, da inserire nella rosa. Mi trovavo ad Arcore, in casa di Berlusconi, quando lui ricevette una telefonata da Cesare Romiti, che allora era un importante manager della Fiat e molto vicino alla Juventus. Romiti gli disse: «Mi ha detto l‘Avvocato di riferirti di lasciar stare quel giocatore perché interessa a noi!».

Berlusconi era appena entrato nel mondo del calcio, era un novellino come presidente; gli Agnelli e la Juventus erano la storia del calcio italiano. Io mi ricordo che stuzzicai un po‘ il presidente e lo toccai nel vivo: «Dottore, se dobbiamo diventare la squadra più forte del mondo, non possiamo lasciare le prime scelte agli altri. Ci complicheremo la vita! Non possiamo subire pressioni da altre società per il nostro operato». Il volto di Berlusconi si rabbuiò. Aveva capito. Non l‘avevo mai visto così arrabbiato. Prese il telefono e richiamò Romiti immediatamente: «Non permetterti più di fare una telefonata del genere!». Era anche un modo per far capire alle altre società di serie A che lui non era un outsider, che voleva essere protagonista anche nel mondo del calcio. Quando vedi questi gesti ti senti protetto, avverti che i tuoi obiettivi non sono in contrasto con la società e hai un aiuto morale che difficilmente trovi anche in società blasonate.

Con Giampiero Boniperti ci fu un battibecco prima del campionato. Lui era molto superstizioso, e nel calcio non si augura mai «buona fortuna» perché dicono porti male. «Buona fortuna a lei» gli risposi subito, «buona fortuna a lei.» La Juventus ci guardava come una squadra e una società subalterne. Loro erano la «Vecchia Signora», ma questo è servito molto per costruire il senso di appartenenza al Milan, all‘orgoglio rossonero.

Nel frattempo la società aveva acquistato due olandesi. Ruud Gullit pensavano potesse fare il libero. In Olanda giocano in questo modo, con due che marcano e un libero, un giocatore che fa e va dove vuole, e Gullit qualche volta giocava così. Lo comprarono dal PSV. Già lo conoscevo, ma per me non era un libero. Aveva una potenza fisica di tiro e di corsa impressionante. In verità era un attaccante, un energumeno che faceva paura per la forza fisica, veloce e con un‘elevazione prodigiosa, un talento vero, con un tiro formidabile e i giusti fondamentali. Fu pagato tredici miliardi di lire tra cartellino e pubblicità. Comprarono anche Marco Van Basten, che era a fine contratto con l‘Ajax. Sandro Mazzola si ricordò, in un‘intervista, di aver visto giocare Van Basten da ragazzino, e di averne capito subito il potenziale: sarebbe diventato il nuovo Cruiijff per la genialità, il talento, l‘eleganza in campo, l‘altruismo e i gol impossibili. Il PSV Eindhoven con i soldi ricavati dalla vendita di Gullit costruì una tribuna, investì in strutture, nonostante fosse di proprietà di una multinazionale, la Philips, e nel 1987-88 vinse il campionato olandese, la Coppa nazionale e la Coppa dei Campioni. Un vero esempio per le nostre società.

Acquistammo Angelo Colombo. Il presidente Berlusconi mi disse: «Sacchi, non ho speso cento miliardi di lire per comprare un giocatore che si chiama Colombo. Ma chi è?». «Bisogna prendere i giocatori che servono, che sono funzionali al gioco» risposi. Dopo tre anni al Milan Berlusconi non voleva più vendere Colombo, pedina strategica del nostro gioco, un corridore formidabile che faceva anche quattro-cinque gol a stagione.

Andai di nuovo da Berlusconi e gli dissi: «Mi compri Ancelotti, se arriva lui vinciamo il campionato». Insistevo: mi fidavo dell‘uomo, aveva problemi a un ginocchio ma la testa funzionava bene, era generoso, professionale e dava il massimo. Un esempio positivo per tutti Un grande giocatore. Ma a Roma, si diceva, lo consideravano una «sola». Il venerdì a mezzanotte mi chiamò Galliani per comunicarmi che con la Roma aveva trovato l‘accordo e che, se Berlusconi avesse detto di sì, l‘avremmo comprato. Sabato a mezzogiorno terminava il mercato. Era l‘ultima occasione. Berlusconi si trovava a Saint Moritz. Gli telefonai. «Mi compri Ancelotti, è un gran giocatore, un professionista esemplare, un ragazzo straordinario, un esempio per tutti.» «Ma come faccio a comprarle un giocatore che ha la funzionalità ridotta del 20 per cento?» replicò Berlusconi. «Me lo compri, dottore.» «Glielo ripeto: come faccio a comprarle un giocatore con funzionalità ridotte?» «Ma dove sono queste funzionalità ridotte?» chiesi al presidente. «Nel ginocchio» rispose lui. «Il ginocchio non mi preoccupa, mi sarei preoccupato se le avesse avute in testa.» Lo convinsi. E così comprammo Ancelotti.

Dopo tre o quattro mesi Berlusconi non era per niente soddisfatto dell‘acquisto. Mi disse: «Ha voluto un direttore d‘orchestra che non conosce la musica!». Parlai con Carlo e gli riferii le parole del presidente. «Cosa facciamo?» mi chiese lui. «Devi prendere lezioni private. Vieni prima e ci alleniamo con i ragazzi della Primavera.» Lo avevo preso per farlo diventare un centrocampista centrale, davanti a Baresi e dietro a Gullit. Carlo, con molta umiltà, dedizione, spirito di sacrificio e voglia di migliorarsi, cominciò ad assimilare il gioco che volevo sul campo facendo allenamenti supplementari con i giovani della Primavera.

Prima di entrare in politica Berlusconi era un autentico uomo di spettacolo, sapeva che anche la più piccola vittoria era importante, un avvenimento da festeggiare. Da vero imprenditore, non pagò più i giocatori con i premi partita. I soldi entravano se si raggiungevano gli obiettivi, e quindi le gratificazioni arrivavano in maniera molto diversa rispetto a prima, a seconda della posizione raggiunta in campionato. Anche questo aspetto fu rivoluzionario, perché anche a squadre che retrocedevano i presidenti pagavano i punti partita.

Un altro fatto di notevole importanza fu l‘organizzazione di una convention con la squadra, tecnici, psicologi, addetti stampa, dirigente organizzativo e tutto lo staff, il preparatore dei portieri e l‘allenatore in seconda Italo Galbiati, che è stato per me un aiuto vero, un collaboratore fidato, grande professionista, un fenomeno di longevità calcistica. Feci un errore quando non lo portai ai Mondiali perché aveva dieci anni più di me, ma in seguito è diventato il braccio destro di Capello nella Nazionale russa a quasi ottant‘anni. C‘erano anche un preparatore atletico, Vincenzo Pincolini, Guido Susini come addetto stampa, Paolo Taveggia dirigente organizzativo, Bruno De Michelis psicologo, due medici, Giovanni Battista Monti, traumatologo, e Rodolfo Tavana, un ortopedico, medico dello sport, bravissimi entrambi. A completare questo staff di veri professionisti, Silvano Ramaccioni, team manager di grandi capacità, uomo coltissimo, non sempre supportato dalla volontà, e Adriano Galliani, un fenomeno che è stato per molti anni manager di Fininvest e del Milan insieme. Uno staff di livello mondiale, che faceva grande il club del Milan. Per quattro giorni tutta la dirigenza restò chiusa in un castello a Erba, vicino a Como, per fare gruppo, per condividere obiettivi ed esperienze, e soprattutto per conoscersi meglio. Era una società ben organizzata, moderna, dove ognuno aveva il suo ruolo e sapeva quello che doveva fare.Chiesi infine a Berlusconi di evitare gesti eclatanti per presentare la squadra. L‘anno prima era atterrata con gli elicotteri e i giocatori erano stati oggetto di scherno non solo da parte dei giornali. Venne così organizzata una presentazione al Palatrussardi e cominciammo a lavorare sorretti dall‘entusiasmo dei tifosi. Ci allenavamo a Solbiate, ma quando eravamo a Milanello non volevamo nessuno, per poter lavorare in pace. A Solbiate gli allenamenti si tenevano a porte aperte, e venivano anche cinque o seimila persone tra tifosi e curiosi.

Il mio debutto sulla panchina rossonera fu in un‘amichevole contro la Solbiatese, il 2 agosto 1987. Vincemmo sette a zero. Ricordo quella partita come qualcosa di speciale e cominciai fin da subito a fare sul serio, anche se si era trattato di poco più di un allenamento. I giornalisti che presenziavano agli allenamenti cominciarono a scrivere su quello che facevamo in campo. Anche per loro era una novità, una manna caduta dal cielo per i loro articoli. Si parlava di esercizi per sviluppare la psicocinetica, che richiedevano un pensiero da parte di ogni giocatore, che sviluppavano le capacità di attenzione e concentrazione. Ci allenammo subito con il pallone fin dal primo giorno, avevo fretta di far capire al più presto ciò che volevo. Michelangelo diceva che i quadri si dipingono con la mente, non con le mani. Io pensavo che il calcio si dovesse giocare con la mente, i piedi sono solo un mezzo che facilita l’apprendimento. Se hai una buona tecnica ma ti mancano capacità interpretativa e logica, passi la palla avanti quando devi passarla indietro, tieni la palla quando la devi passare di prima, la giochi di prima quando la devi tenere. Non basta la tecnica, è funzionale ma non sufficiente. Tutto questo era musica nuova per le orecchie dei giocatori, che non erano abituati a tanta mole di lavoro durante la settimana. Eppure solo così potevo far capire la bellezza di quel nuovo modo di giocare al calcio. Quando ci sono dei cambiamenti e convinzioni nuove, c‘è bisogno di trasmettere tutto il tuo sapere con una determinazione feroce, senza tentennamenti. Carlo Ancelotti alla fine confessò; «Era così determinato! Arrigo era tanto convinto che alla fine ci ha convinto».

Parlavo molto con i giocatori, cercavo di far capire e trasmettere loro le mie idee. La sera passavo nelle camere per vedere se tutto era a posto. Avevo messo a dormire insieme i giocatori di reparto, perché volevo che ci fosse sintonia e amicizia anche fuori dal campo. Tassotti ha confessato che qualche volta spegnevano la luce quando sentivano che stavo per arrivare, per difendersi dalla mia costante presenza. In quelle occasioni davo anche consigli per la partita dell‘indomani, non smettevo di pensare all‘incontro.

Qualcuno mi ha accusato anche di ingerenza. Posso accettarlo, ma guardiamo al risultato. Alcuni avevano già venticinque-ventisette armi, e nessuno di loro era mai stato tra i primi dieci della classifica di «France Football», nessuno aveva mai vinto il Pallone d‘oro. Poi, ogni anno - da quando vincemmo il primo campionato e la squadra giocava come un rullo compressore - ne presentammo cinque o sei in classifica. Chi mi muoveva critiche sosteneva che logoravo i giocatori. Eccetto Van Basten, che ha avuto problemi alla caviglia, gli altri hanno giocato nella massima categoria fino a un‘età che va dai trentaquattro ai quarantuno anni. Lo stesso Van Basten con me ha vinto due volte il Pallone d‘oro e Gullit, l‘unica volta che l‘ha vinto, è stato con il mio Milan. Franco Baresi con me è arrivato secondo, Rijkaard terzo. Era una squadra che aveva, all‘inizio, solo cinque Nazionali: i due olandesi, Maldini, Baresi e Donadoni. Ancelotti cominciò a giocare in Nazionale con più continuità. Poi tutti hanno indossato, chi più chi meno, la maglia azzurra. Ne ho portati molti anch‘io in Nazionale: Evani, Mussi, Tassotti, Costacurta, Massaro, Albertini... L‘unico escluso fu Colombo, perché era calato nel rendimento.

In campionato partimmo subito male, perché i carichi erano stati difficili da smaltire e ai giocatori occorreva tempo per assimilare il nuovo gioco. All‘inizio, per non traumatizzare la squadra, facemmo il 20-25 per cento in meno rispetto al lavoro che si faceva il secondo anno con il Parma. Maldini in seguito ha affermato: «In verità lavoravamo tantissimo».

Il secondo anno vennero a vederci, per capire come ci preparavamo alla partita, allenatori come Arsène Wenger, attualmente allenatore dell‘Arsenal, Gérard Houllier, all‘epoca viceallenatore della Nazionale francese, e Luis Miguel Fernàndez. Si fermarono sette-otto giorni a Milanello, e alla fine affermarono che non avevano mai visto lavorare tanto una squadra. Vennero anche Salvatore Bagni e De Napoli con la Nazionale e assistettero al doppio allenamento del mercoledì e del giovedì. Alla fine Bagni mi disse: «Quello che fate in due giorni è il lavoro che facciamo grosso modo in un mese». De Napoli lo sapeva già perché era stato un mio giocatore. Al Rimini addirittura ero arrivato a fare tre allenamenti al giorno. Silvio Berlusconi non approvava che venissero altri tecnici a vederci. Io rispondevo sempre: «Che vengano pure, possono anche copiare gli esercizi. Alla fine quello che conta è la sensibilità dell‘allenatore: è lui che deve saper guidare e migliorare il giocatore, lui che deve muovere la squadra in campo. Lui deve correggere gli errori in allenamento. Tutto quello che non si corregge diventa un limite in partita».

Come ho detto, cominciammo male, con risultati alterni. Contro il Pisa inaugurai la mia panchina in serie A vincendo tre a uno, gol di Donadoni, Gullit e Van Basten.

La seconda di andata, in una splendida giornata di sole, a San Siro perdemmo due a zero contro la Fiorentina. La squadra ebbe tante occasioni, ma non riuscì a segnare. Ci punirono Díaz prima e poi Roberto Baggio, che con un dribbling spettacolare mise a sedere Galli e infilò a porta vuota.

Un giorno Van Basten mi disse: «Mister, perché mi tratta come gli altri?». «Perché non dovrei? Sei un ragazzo intelligente: se ti trattassi in modo differente dagli altri, romperei l’armonia del gruppo.» E aggiunsi: «Le regole sono uguali per tutti, il compenso è l‘unica differenza».

Dopo la sconfitta in casa con la Fiorentina, rilasciò dichiarazioni che diedero adito alla stampa di scrivere: «Van Basten contro Sacchi», «Van Basten boccia Sacchi». Nel corso della settimana non dissi niente. Era iniziato il campionato, e non era certo un momento facile per me e per la squadra. Alla terza giornata, a Cesena, comunicai la formazione. Van Basten era il sedicesimo. «Visto che sai molto di calcio, vieni con me in panchina, così mi spieghi dove sbaglio.» Dovevo far capire che la leadership era del club e che ero io l‘uomo che la società aveva incaricato per le questioni tattiche e tecniche. Era un avviso forte a tutti i giocatori. Già Gullit e Van Basten avevano cercato privilegi, come quando andammo a giocare un‘amichevole con la Lazio a Roma, e la sera erano già pronti per uscire dall‘albergo. «Dove andate?» domandai loro. «In Olanda siamo abituati così!» risposero. «Qui non siamo in Olanda. Tutta la squadra è già a letto, e così dovete fare anche voi.» Se ci sono privilegi non c‘è democrazia, e senza uguaglianza non si cresce. Dovevo far capire il mio ruolo, la mia autorevolezza e disciplina erano finalizzate al miglioramento del gioco della squadra e dei singoli.

I giornali subito cominciarono a dire che non avrei mangiato il panettone. Ero molto preoccupato e cercavo di nascondere la delusione di una partita, quella con la Fiorentina, dominata, una di quelle che amavo definire «sfortunata» perché il pallone non entra in porta neanche portandolo a mano. Le critiche piovvero anche sul presidente Berlusconi, che aveva espresso in maniera entusiastica, ma forse un po‘ troppo scoperta, l‘idea di un Milan vincente non solo in Italia ma anche in Europa, e di voler costruire la più bella squadra del mondo. Non si cominciò nel migliore dei modi, e il peso della sconfitta si faceva sentire.

La crisi iniziò dopo aver perso contro l‘Espanyol. La partita, valevole per il secondo turno della Coppa Uefa 1987- 88, venne disputata sul campo neutro di Lecce il 21 ottobre 1987, data la squalifica di due giornate inflitta al campo del Milan. Voglio ricordare che l‘Espanyol, quell‘anno, giocò la finale perdendola contro il Bayer Leverkusen. Sapevo che era una partita difficile, e avevo tre giocatori infortunati, Maldini, Bortolazzi e Donadoni. Ce la giocammo a viso aperto, con molte occasioni anche dalla nostra, ma perdemmo per due a zero. Il ritorno si chiuse con uno zero a zero che ci costò la qualificazione. E iniziarono le contestazioni. Fu però una sconfitta salvifica. Chiarì le mie idee e Berlusconi le chiarì a tutti i giocatori.

La notte dopo l‘andata a Lecce non andai neanche a letto, guardai il Verona, il nostro prossimo avversario. Mi pesava moltissimo quella sconfitta bruciante: un‘occasione di Gullit con un tiro sbagliato di poco, Virdis impreciso anche lui... insomma, ripassavo mentalmente tutta la partita, ripensavo alle azioni e a una squadra poco squadra nello spirito, disattenta nel gioco. La tensione prima e durante la partita non riuscivo a smaltirla. Non potevo darmi pace. Errori, imprecisioni... Poi misi tutto in archivio e cominciai a studiarmi il Verona. L‘unica soluzione era guardare avanti, alla domenica successiva. Dopo momenti difficili mi sono sempre buttato con più forza nel lavoro per capire dove avevo sbagliato o cosa non era stato fatto per evitare l‘insuccesso.

Con l‘Espanyol, prima della partita, erano accaduti due fatti incresciosi. Eravamo in ritiro. Gullit, ma lo seppi solo dopo, la notte era rientrato tardi, era uscito, stando alle voci che circolavano, con una giornalista. Non so se fosse vero o meno, ma la sua prestazione in campo fu davvero deludente. E poi, in allenamento, ma anche nello spogliatoio, prima della partita, i giocatori parlavano più dei saliscendi dell‘indice della Borsa di Milano che dell‘incontro. In quel periodo la Borsa era volatile. Io dissi dentro di me: «Si vede che in serie A funziona così!». Alla fine della partita capii che non si poteva tollerare una tale deconcentrazione. I giocatori non erano con la testa nella partita e così avevamo perso. Capii che dovevamo ancora lavorare dal punto di vista della mentalità. Avevo sbagliato, mi ero come snaturato, cercando di essere meno rigido con me stesso e con i giocatori, e l‘avevo pagata cara. La sera mi chiamò Berlusconi: «Ha bisogno?». «Sì, ho bisogno.»

Il giovedì andai a Milanello, dove erano presenti molti giornalisti. Mi sembrava di essere al processo di Norimberga. Cominciarono a scrivere che non solo non avrei mangiato il panettone ma neanche la favetta, il dolce a base di fave tipico della festività dei morti. La domenica ci aspettava il Verona, una delle squadre di vertice degli ultimi campionati. Mi guardai la partita precedente per vedere come giocava questa squadri. Mi appuntai le strategie che potevano metterli m difficoltà e le provammo in allenamento. Berlusconi ci raggiunse il sabato nello spogliatoio e fece un discorso brevissimo, ma di straordinaria efficacia. «Questo allenatore l‘ho scelto io, gode della massima fiducia. Chi non segue le sue indicazioni non rimarrà» e fece un gesto eloquente con la mano. «Auguro a tutti un buon lavoro» e se ne andò. I giocatori di quel Milan furono molto più bravi rispetto ai loro colleghi del passato. Erano diffidenti, ma non prevenuti. Io ero stato chiaro, e l‘appoggio di tutta la società mi rendeva autorevole.

Nello spogliatoio li presi di petto. «Io sono un Signor Nessuno» dissi loro, «ma anche voi, fino a oggi, non avete fatto cose mirabolanti. L‘anno scorso siete arrivati quinti a pari merito con la Sampdoria. Sono dieci anni che non vincete il campionato e da venti la Coppa dei Campioni. Mi sembra che possiate fare una riflessione seria su questo.» Dovevo inculcare loro l‘idea del lavoro e della squadra, non solo lo spirito di gioco ma anche quello della vittoria. «Io sono qui per migliorarvi, per farvi essere ancora più bravi» aggiunsi con determinazione. «Un pilota non si allena andando a cento chilometri all‘ora per poi correre a duecento la domenica.» In verità stavo attraversando uno dei momenti più difficili della mia carriera. Sotto il profilo psicologico, l‘inizio con il Milan è stato per certi aspetti devastante. Ma dovevo reggere e non mostrare tentennamenti, specialmente con i giocatori. Ero determinato e convinto di quello che facevo, ma ero teso e preoccupato. Non pensavo fosse così dura, colpa della pressione dei giornali, dei tifosi, della città intera. In questo la società ebbe un ruolo fondamentale, e l‘appoggio di Berlusconi e di tutta la dirigenza mi diede anche un grande sostegno morale.

Andammo a Verona, che due anni prima, nel 1984-85, aveva vinto il campionato di serie A. Lì cominciai a vedere finalmente il Milan che volevo. Ci voleva la débàcle di Lecce per far nascere il Milan. Per la prima volta vidi giocare il calcio che avevo sempre sognato, vidi una vera squadra attenta, padrona del campo e del gioco, aggressiva, concentrata, con i comportamenti giusti da parte dei giocatori. Il Verona, disse il telecronista, aveva giocato solo tre minuti con due occasioni sprecate, ma nulla più. Per tutta la partita avevamo dominato il campo. Sul «Messaggero» il responsabile dello sport Gianni Melidoni e il giornalista Ruggero Palombo scrissero che non solo avrei mangiato la favetta e il panettone, ma che a maggio avrei festeggiato la vittoria del campionato.

La squadra aveva superato la crisi. In quel momento di oscuramento e di difficoltà furono affermazioni che mi tirarono su il morale. Per la prima volta il mio lavoro stava dando frutti. Gullit e Virdis giocarono come punte. Segnò Virdis di testa su calcio d‘angolo. Ero rimasto impressionato da Gullit (Van Basten in quel periodo era già in Olanda, infortunato). Mi aveva colpito molto anche la sua preparazione alla partita. Le volte precedenti era disinvolto, rideva o scherzava con i compagni. Prima di scendere in campo con il Verona invece era seduto al suo posto, con la scarpa da calcio in mano. La teneva stretta, la fissava concentrato. Non l‘avevo mai visto così. A fine partita, Silvano Fontolan e un altro difensore del Verona mi dissero, parlando di lui: «Ma di che cosa è fatto che ci siamo fatti male noi a forza di picchiarlo?».

Ruud Gullit fu il vero trascinatore di quel primo anno. Rijkaard era ancora al Saragozza e Van Basten avrebbe giocato solo tre partite intere su trenta, benché segnando in quelle occasioni dei gol decisivi. Questo per rispondere, una volta per tutte, a quelli che sostengono che abbiamo vinto solo perché avevamo i tre olandesi. No, noi eravamo una squadra. Gullit aveva la personalità dei grandi, fu un esempio fondamentale per il calcio che volevo sul campo, faceva correre in avanti giocatori che, per la loro storia e le abitudini di questo Paese, preferivano rimanere indietro. Questa era una delle grandi differenze. Era un esempio di calcio coraggioso, ottimistico, di personalità e di capacità interpretativa. In fase di non possesso palla correvamo avanti aggredendo, facevamo collocamenti preventivi in chiusura Era una squadra dall‘organizzazione formidabile, i giocatori avevano soprattutto un gran senso del tempo perché basta un attimo di disattenzione per prendere un gol in contropiede, la tattica che gli italiani conoscono meglio.

Gullit era un gigante di uno e novanta per novantun chili: un bronzo di Riace. Ricordo una cena a Milano. Seduti accanto a me e a mia moglie Giovanna c’erano due magistrati, marito e moglie. Il marito continuava a chiedermi perché non facevo giocare Gullit due metri più avanti o più indietro. La moglie a un certo punto gli rispose, con tutta la capacità di sintesi che hanno le signore: «Ma cosa te ne frega, non vedi che quando corre sembra un cavallo?».

Era il girone di ritorno. Ci trovavamo nella saletta vip in attesa dell‘aereo per Avellino. Gullit si coricò sulle sedie e si addormentò. Era pallido, stanco. Quando arrivammo gli chiesi: «Vieni su da me, in albergo, ti devo parlare!». E aggiunsi, duro: «Noi diamo la vita per vincere questo campionato, invece tu non usi il cervello che hai, visto che usi qualcos‘altro. Mai visto uno di colore diventare bianco come te». Ruud non rispose nulla, ma compresi che il mio rimprovero era stato per lui un boccone amaro. La partita successiva ci mise l‘anima, e alla fine mi disse: «Non mi dica più quelle cose», tanto orgoglio e personalità aveva.

Era veramente un uomo di squadra. Avevamo Franco Baresi come difensore centrale, Carlo Ancelotti a centrocampo e Ruud Gullit, l‘attaccante, sulla stessa linea verticale. Erano la spina dorsale della squadra. Una volta Maldini, alla domanda di un giornalista sulle nostre modalità di allenamento, rispose: «No, lasciamo stare... se ci penso, mi viene ancora il mal di testa per quanto lavoravamo».

All‘inizio, durante gli allenamenti, la maggior parte dei giocatori arrivava dieci minuti prima di cominciare, e molti, dopo aver finito, in fretta e furia si cambiavano e scappavano. Arrivavano e scappavano. No, non andava bene. Capii di aver raggiunto un altro importante obiettivo, quello di farli diventare dei veri professionisti, appassionati del proprio lavoro e desiderosi di migliorare le proprie qualità tecniche, quando li vidi arrivare sul campo in anticipo ma soprattutto quando, dopo l‘allenamento, si fermavano per migliorare il tiro in porta, giocare col piede che non era di loro preferenza, provare punizioni, passaggi e cross per aggiustare la precisione. La soddisfazione fu grande perché avevo trasmesso loro una mentalità vincente, il desiderio di migliorarsi per imporsi tatticamente sul campo. Un gruppo di giocatori si stava trasformando in una squadra, moltiplicando le proprie sicurezze e capacità. Il filo conduttore era il gioco, che dava certezze a tutti ampliandone il talento.

Quando rallentai l‘intensità degli allenamenti tattici difensivi perché la squadra stava attraversando una fase d’involuzione, cercai di alleggerire il carico di lavoro, smisi di fare esercitazioni per la fase di non possesso, pressing, raddoppio, uno contro uno, chiusure e collocamenti preventivi, zona, diagonali, elastico difensivo, fuorigioco eccetera. Le chiusure e i collocamenti preventivi in fase di non possesso non si conoscevano ancora, erano una grande novità. In fase di non possesso il riferimento primario è il pallone, poi il compagno e infine l‘avversario, mentre in Italia l‘ordine era inverso: prima l‘avversario, e poi il pallone. «Ma ragazzi» dicevo, «se seguite l‘avversario non farete mai reparto e non sarete mai una squadra, giocherete sempre uno contro uno.»

Dopo sette o otto giorni Franco Baresi, un campione, mi disse: «Se non ripetiamo le esercitazioni ce le dimentichiamo». Era un altro segnale che la mentalità di una squadra non si acquista, non si compra da nessuna parte: è il frutto della determinazione del gruppo, della conoscenza e delle capacità lavorative. Avevano capito l’importanza del lavoro.

I primi sei mesi al Milan si conclusero nel peggiore dei modi. A fine anno ci aspettavano delle partite importanti: la Roma, il derby con l‘Inter, e in gennaio, dopo le feste natalizie, il Napoli e la Juventus. In casa con la Roma, un mio omonimo lanciò un petardo in campo prima dell’inizio del secondo tempo. Franco Tancredi crollò a terra, svenuto. Il referto medico parlò di stato di stato di shock, pressione altissima, ipertensione e mancanza di sensibilità alle gambe. Uscito in barella, circa un’ora dopo lo scoppio Tancredi tornò ad avere tutte le sue funzioni normali. Molti giocatori accentuavano le conseguenze di quei gesti in campo, com‘era successo al Napoli contro il Pisa per una rondella lanciata dalla tribuna. Sul campo vincemmo uno a zero ma, per la responsabilità oggettiva, perdemmo a tavolino due a zero. Era un altro duro colpo. Lo accusai dal punto di vista psicologico. Il lunedì mattina ero distrutto.

E qui devo sottolineare un altro aspetto della grandezza di Berlusconi presidente del Milan. Dichiarò ai giornalisti che gli sforzi e l‘entusiasmo di un intero gruppo non si sarebbero fermati di fronte al gesto inconsulto di un teppista. Non era possibile che tutto il mio lavoro e quello della squadra fosse mandato in fumo da uno che non era nemmeno degno di essere chiamato «tifoso».

La notte non dormii. Ero a terra, sfinito. Per ritrovare le mie energie andai in palestra e cominciai a sollevare pesi, a fare la panca anche con cento, centodieci chili. Buttavo fuori così tutta la rabbia che avevo in corpo. Per fortuna i miei tempi di recupero erano veloci, grazie anche a tecniche di rilassamento o alla palestra. Lo psicologo De Michelis aveva insegnato a tutti i giocatori che, in fase di tensioni troppo forti, bisogna scaricare, anche andando in bicicletta, per esempio. Bisogna muoversi, correre a piedi o in mountain bike. Il lavoro mi aiutava molto - è sempre stato un buon modo per tenere sotto controllo lo stress -, perché più lavoravo più mi convincevo che le cose sarebbero andate nel verso giusto.

Il martedì cominciammo di nuovo a lavorare. Il sabato prima della partita con l‘Inter, Berlusconi, che sapeva che io firmavo contratti di anno in anno, perché, come ho detto, avevo sempre l‘idea di smettere alla fine del campionato, affermò di fronte ai giornalisti: «L‘allenatore del prossimo anno è ancora Arrigo Sacchi». Questo significa essere un grande presidente. Berlusconi aveva capito che ero in difficoltà e in quel modo mi ridava energia, autorevolezza nei confronti della squadra e fiducia nel lavoro anche dei ragazzi.

Dodicesima giornata. Derby con l‘Inter. Lo stadio era strapieno. Avevo preso una decisione: avere come coppia di attaccanti Gullit e Massaro. Quest‘ultimo aveva già ventisei anni e non aveva mai giocato da attaccante. Era un esterno, ma lo vedevo bene in quel ruolo mentre non mi convinceva al centrocampo. Era una novità tecnica, un‘altra esca polemica per i cinquanta-sessanta giornalisti arrivati in sala stampa per il derby, anche perché annusavano il mio esonero e non volevano perdersi lo spettacolo. Franco Baresi inoltre era squalificato. Altra decisione nuova, altro gesto temerario secondo loro: feci esordire Costacurta, che veniva dalla serie C. Farlo debuttare nel derby come il vice Baresi, affidando a lui la difesa, poteva sembrare un azzardo. Ma chi ha fiducia nelle proprie idee e nelle persone deve rischiare. E, come sostengo da sempre, è il gioco che conta: i giocatori sono gli esecutori più o meno talentuosi di un progetto. Mettemmo in fuorigioco l‘Inter per almeno quindici-venti volte. Segnammo subito su autogol, attaccando il difensore Ferri, che su pressing di Gullit con un colpo di testa passò indietro a Zenga, fuori dai pali, prendendolo in controtempo.

Vincemmo uno a zero. L‘autorete non fu frutto del caso. Il pressing e l‘aggressività del Milan avevano costretto i giocatori dell‘Inter a velocizzare il gioco e a compiere errori perché si trovavano in una situazione per loro inedita. Bisogna sempre saper leggere bene la partita, anche perché gli errori dell‘avversario sono spesso il risultato indiretto di scelte tattiche e tecniche invisibili all‘occhio del profano o del tifoso, che si lascia ammaliare dal dribbling o dal gesto spettacolare del giocatore ma poi ignora completamente il movimento senza palla di chi copre benissimo gli spazi, impedendo agli avversari di giocare. Il derby fu nostra svolta importante di quell’anno. La squadra aveva perso ogni freno.

Lavorammo moltissimo nella pausa di Natale. Eravamo euforici, pieni di voglia di dimostrare sul campo quello che valevamo davvero. Nel frattempo Ruud Gullit venne nominato da «France Football» vincitore del Pallone d‘oro. Fu una soddisfazione per tutti, non solo per lui ma per la squadra in generale, perché quel premio era il frutto di un lavoro comune, a cui Gullit aveva dato risonanza grazie alla sua prestanza fisica, il suo talento e i suoi gol. Era la dimostrazione che il gioco esaltava le qualità del singolo, e rappresentò un‘ulteriore carica per tutti. La vittoria con l‘Inter aveva fatto volare l‘entusiasmo alle stelle, la compattezza del gioco si era ancor più rafforzata e i tifosi, che non ci avevano mai abbandonato, cominciarono ad andare in fibrillazione.

Mancavano tre giornate alla fine del girone di andata. La partita successiva si giocava contro il Napoli, che stava dominando il campionato. Per prepararci organizzammo un‘amichevole con il Bologna. Segnammo cinque gol. Eraldo Pecci, ex giocatore di Torino, Bologna e Napoli, che conoscevo bene, e che conosceva il Napoli, mi disse: «Domenica sarà dura». Al che risposi: «Domenica sarà dura, lo so, ma lo sarà ancora di più per loro». Maradona era appena rientrato dall‘Argentina. Il Napoli non aveva solo questo fuoriclasse, ma anche una squadra di grandi individualità, con Careca al top della carriera. Si giocava una partita di livello mondiale, con i più grandi campioni. Per la prima volta s‘incontravano Gullit e Maradona, due stelle di prima grandezza. Lo stadio di San Siro era stracolmo, con ottanta-novantamila persone.

Appena fu dato il fischio d‘inizio, ci buttammo nella loro area e schiacciammo i napoletani nella loro metà campo. Non riuscivano a giocare. Poi, il guizzo del grande campione che riesce a fare l‘impossibile. Palla a Maradona sulla destra, che scartò un paio di giocatori a rientrare, noi venimmo su a palla libera, ma in quel momento fu una scelta azzardata e fummo subito puniti. Careca, servito da Maradona con un tocco delizioso, fece un gesto straordinario per evitare il fuorigioco, girando in semicerchio. Sopra la linea della difesa stoppò al volo di petto e di destro, senza far toccar la palla per terra, fece un pallonetto: un gol strepitoso nella loro prima azione individuale, con due tocchi. Dopo appena nove minuti eravamo sotto. In piedi sulla panchina, mi girai verso i giocatori e tutto lo staff e urlai: «No, non è possibile. Abbiamo giocato solo noi!». Era uno scatto di rabbia e di stizza: Maradona e Careca avevano buttato all‘aria tutte le mie teorie sul calcio. Dovevamo tenere noi la palla. Cominciò qui la partita vera del Milan, che chiuse il Napoli nella sua metà campo. Su un‘azione Tassotti-Gullit, Colombo, piazzato al centro dell‘area, completamente solo, infilò la difesa partenopea. Il Napoli ebbe qualche guizzo ma fu il Milan, alla fine a raddoppiare con Virdis, che saltò due avversari in area e solo davanti a Garella infilò in rete. Ci provò ancora Gullit di testa, ma prese il palo, e poi Filippo Galli, a dimostrazione che tutta la squadra attaccava. Se il primo tempo si fosse chiuso con tre o quattro gol di scarto, nessuno a sarebbe meravigliato.

Nel secondo tempo Gullit saltò tutta la difesa con un dribbling e suggellò la nostra superiorità di gioco con il terzo gol a porta vuota. Chiuse la partita un gol malandrino di Donadoni: il portiere Garella si era lascialo sfuggire la palla, scivolosa anche per colpa della pioggia Vincemmo quattro a uno. Per l‘entusiasmo e il divertimento dei tifosi lo stadio era diventato una polveriera. Vincemmo una partita straordinaria con personalità e carattere, padroni del campo, padroni del gioco, con ritmi e velocità impressionanti: un vero spettacolo.

La domenica seguente ci aspettava la Juventus. Erano ben diciassette anni che il Milan non vinceva a Torino. Berlusconi fu invitato a pranzo da Gianni Agnelli. Quando tornò mi disse: «Agnelli mi ha chiesto di venire a salutare la squadra prima della partita, se non ci sono controindicazioni!». Poi, da uomo accorto, mi chiese: «Sacchi, lei che ne pensa?». «A che ora arriva l‘Avvocato?» «All‘una e tre quarti!» «Bene» risposi. «All‘una e mezzo faccio uscire i giocatori per il riscaldamento.» Avevo paura che venissero influenzati e ipnotizzati dal carisma dell‘Avvocato. Quando arrivò negli spogliatoi, Agnelli trovò solo me e Berlusconi. Aveva sempre la battuta pronta, e ci salutò così: «Lo sapevo che avevate una grande squadra, speravo che voi due la rovinaste!».

Vincemmo uno a zero. Franco Baresi era emozionato: «Sono ormai dieci anni che vengo qui, e non avevo mai vinto». Andare a Torino significava sconfitta certa, il Milan perdeva sempre. Un giocatore della Juve mi fermò nello spogliatoio e mi disse: «Finalmente una squadra che gioca davvero al calcio». Nel primo tempo non avevamo giocato bene: in seguito a uno svarione di Franco Baresi, Rush si era trovato solo davanti a Galli, che aveva superato se stesso parando un tiro che sembrava un gol certo. Mi arrabbiai molto. Non volevo che i giocatori perdessero la concentrazione. Nel secondo tempo Gullit cambiò marcia e prese l‘ascensore. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, infilò la porta con un colpo di testa su cross di Tassotti, passando sopra tutti i difensori. Aveva un‘elevazione incredibile. Perciò avevo invitato i due a giocare in quel modo, sfruttando la testa di Ruud. La vittoria finale fu una grande soddisfazione. Aveva vinto la squadra che aveva meritato, pur con qualche disattenzione di troppo.

Fu da quella partita che cominciammo a crederci. Forse lo scudetto non era ancora perso. Intanto il Napoli continuava a vincere con i gol dei suoi fuoriclasse, per le invenzioni straordinarie di Maradona e Careca, Giordano e Carnevale, ma difettava molto nel gioco e aveva grandi buchi nelle maglie della difesa.

Poi accadde un fatto che mi convinse che avremmo vinto il campionato. Fui invitato dall‘Unicef per una squadra di calcetto durante il Carnevale di Venezia. Dovevo allenare una delle due squadre composte dai migliori giocatori del campionato. I soldi raccolti sarebbero andati in beneficenza. Andai con tre miei cari amici: Natale Bianchedi, Italo Graziani, il professore, e Mario Baldassarri, un uomo dalla faccia tosta. L‘allenatore dell‘altra squadra, in cui giocavano Carnevale e Maradona del Napoli, era Helenio Herrera.

Stavo preparando i primi cinque giocatori quando arrivò uno dei dirigenti che avevano organizzato l‘incontro. Era incavolato nero perché, dopo aver lavorato all‘evento tutto l‘anno, era arrivato uno sconosciuto che gli aveva portato via l‘organizzazione delle hostess. Si trattava di Baldassarri, che si era intrufolato nell‘operazione perché sapeva conquistarsi persone appena conosciute con la sua simpatia per poi fare affari con loro organizzando eventi e spettacoli con i vip a Milano Marittima. Aveva lavorato per me come venditore quando dirigevo la fabbrica, e un nostro amico, che lo aveva seguito, mi disse una volta: «È talmente bravo che venderebbe frigoriferi in Alaska».

Finita la partita, tutti a cena. Io ero con i miei amici, c‘era Marino Bartoletti, il giornalista, e dietro di noi, in un altro tavolo, stavano cenando Carnevale, Maradona e un altro giocatore con quattro o cinque bellissime ragazze. Maradona, che ha sempre avuto una grande passione per le donne, involontariamente ci aiutò. Sapevamo che il Napoli aveva il più grande giocatore al mondo, ma noi avevamo la squadra, il collettivo. Il Milan si era ancora più compattato. A un certo punto Carnevale e Maradona vennero a parlare con me, si spostarono di tavolo e, senza alcuna remora né pudore, ne dissero di cotte e di crude contro il loro allenatore, Ottavio Bianchi. Restammo a tavola fino alle quatto, e mezzo del mattino. Maradona mi confidò: «Se andiamo a sei, sette punti di vantaggio, me ne vado un po‘ in Argentina».

Tornai a casa a Fusignano verso le sei e mezzo del mattino, dormii un‘ora sul divano e poi ripartii per Milanello. Erano quasi trecentocinquanta chilometri, e non potevo mancare all‘allenamento. Riunii subito tutta la squadra. «Ho una notizia molto importante da darvi» dissi. «Io non ho mai visto tanta poca stima e tanto odio verso l‘allenatore. Se non c‘è etica e non c‘è rispetto, se non ci sono autorevolezza e stima, una squadra va poco lontano. Se voi ci crederete, vinceremo il campionato.»

Natale Bianchedi andava a vedere le partite del Napoli, e dopo mi telefonava oppure arrivava a Milanello per spiegarmi le continue difficoltà che incontrava la squadra partenopea nell‘organizzazione del gioco. Il Napoli giocava partite che sembravano interminabili, segnando molte volte all‘ultimo minuto, anche oltre la «zona Cesarini». Allora nella società c‘era Moggi, un bravo dirigente ma già allora molto chiacchierato. Partita dopo partita, nel girone di ritorno guadagnammo punti, vincendo e stravincendo, imponendo il nostro gioco, dentro e fuori casa, annullando completamente il fattore campo.

Alla fine del campionato il Napoli era in apnea. Perse a Torino in casa della Juve e noi vincemmo a Roma per due a zero. Avevamo rosicchiato altri punti, e ne rimanevano due.

La domenica successiva il Napoli andò a giocare a Verona. A noi toccava il derby di ritorno contro l‘Inter di Trapattoni. Più che una partita fu un monologo. Prisco alla fine disse: «Se il derby fosse stato un incontro di boxe, avrei gettato la spugna». Altobelli, prima di rientrare negli spogliatoi, urlò nel corridoio: «Arbitro, li conti, perché non sono undici ma quindici!». Fu un dominio incontrastato del Milan. Vincemmo due a zero, ma mai risultato fu più bugiardo. Gullit giocò una partita straordinaria, la migliore dell‘anno. Sbloccò il risultato con un tiro di tale violenza che per fortuna non colpì Zenga in testa e la palla s‘infilò sotto la traversa da due passi. Quando finì il derby, Gullit mi prese da parte e mi disse di nuovo: «Lei sa che io la stimo, ma non mi dica più quelle cose che mi ha detto». Ancora non aveva dimenticato il mio rimprovero.

Virdis raddoppiò con un gol che passò alla storia. Fece pressing su Passarella rubandogli il tempo e portandogli via la palla, dribblò Zenga e fece gol a porta vuota. Un grande gol, che nasceva dal lungo lavoro che avevamo fatto in allenamento, con la mentalità di chi attacca e non molla mai, specialmente di fronte alla porta avversaria, costringendo gli altri all‘errore. Era una conseguenza del pressing. Virdis era un grande goleador, anche se un po‘ pigro, tanto che, dopo il gol, mi chiamò Allodi. «Se fai fare gol a Virdis in pressing sei un fenomeno!» mi disse. In campo ci divertivamo, non avevamo freni. «Se gli altri saranno più bravi» commentai, «che vincano gli altri, noi giochiamo così.» Eravamo un carro armato, che creava decine di occasioni da gol.

Arrivammo a un punto dal Napoli, che pareggiò uno a uno a Verona, con una magia del solito Maradona e il pareggio di Galia. E la domenica seguente andammo allo scontro diretto a Napoli, nella bolgia infernale del San Paolo. Berlusconi non stava più nella pelle, vedeva avvicinarsi il sogno dello scudetto. Mi chiamò. «Cosa dobbiamo fare?» «Stiamo andando bene, male che vada arriviamo secondi» gli risposi. «Posso invitarvi a cena?» disse. Martedì sera andai ad Arcore con tutta la squadra.

Per Berlusconi, nella sua attività di imprenditore, il calcio era la cosa che lo stava emozionando di più. In principio non lo chiamavo. Ma lui insisteva. «Mi chiami, Sacchi, per me il Milan è un momento rilassante e piacevole. Mi chiami anche un paio di volte al giorno.» E così feci. La squadra gli trasmetteva entusiasmo e carica, e Berlusconi a sua volta la trasmetteva ai suoi manager. Durante la giornata ci sentivamo almeno un paio di volte, e allora non esistevano ancora i cellulari. Quella sera, ad Arcore, Berlusconi parlò per quasi mezz‘ora, in piedi davanti a tutta la squadra. Raccontò quanto il Milan contasse nella sua vita, cosa fosse per lui il calcio. Vincere il campionato significava anche andare in Europa e partecipare alla Coppa dei Campioni, sempre inseguendo il sogno di creare la squadra più forte del mondo.

Era emozionato, raccontava che il Milan da dieci anni non vinceva nulla, che sarebbe stata un‘occasione straordinaria per lui, per la città, la squadra e tutta la società, dopo appena due anni di presidenza. Era una cosa incredibile, che forse non si sarebbe ripetuta. Non si poteva mancare l‘incontro con il destino. Per questo Berlusconi chiese una cosa altrettanto straordinaria ai giocatori. Allora aveva cinquantun anni, era nel pieno della sua energia, e sottolineò che a quell‘età si potevano fare con le donne ancora delle grandi performance. Se i giocatori avevano appena vent‘anni, li aspettava dunque tutta una vita di piaceri e di gloria anche in quel senso. «Per questo, cari ragazzi, vi chiedo di fare per me un sacrificio, un mese di astinenza sessuale perché l’occasione è vincere un campionato italiano, e queste occasioni capitano poche volte nella vita: tutte le vostre forze e le vostre energie dovete metterle in campo, assicurando così la massima concentrazione.» Nessuno parlò. Io guardai Gullit, il quale ciondolava la testa come un toro, con quei capelli rasta che oscillavano in segno negativo. «Presidente, credo che Ruud voglia dire qualcosa» dissi io. Gullit si alzò in piedi e, guardando prima tutti i giocatori e poi Berlusconi, disse: «Presidente, io con le palle piene non riesco a correre!» Tutti noi sorridemmo, ma forse Berlusconi non la prese bene perché il suo era stato un discorso molto serio. Sui giornali rimbalzò la notizia a titoli giganti: Niente sesso, siamo il Milan, e nel sommario si preannunciavano non solo il ritorno di Borghi e l‘arrivo di Borgonovo, ma anche che il premio in denaro sarebbe stato dato solo alla vittoria in campionato. Anche questo fu un incentivo importante.

La società preparò la trasferta di Napoli nel migliore dei modi. Anche questo è indice di cura e di organizzazione e fa raggiungere grandi traguardi. I tifosi avversari cercarono di disturbarci tutta la notte, ma la società aveva prenotato un albergo situato al trentaduesimo piano di un grattacielo, e la strada sottostante era stata chiusa. Niente traffico, niente rumori. Dormimmo benissimo, anche se la tensione era alle stelle. Era un‘altra partita della vita, dove il desino mi stava aspettando. Dopo dieci mesi di lavoro fra critiche, dubbi, speranze e sogni, in novanta minuti mi giocavo tutto.

Era il 1° maggio 1988. Una data di festa, che molti tifosi del Milan ricordano ancora. Per i giocatori in campo era la partita dell‘anno, un incontro epocale dove si giocavano tutta la stagione, un campionato, e per tutti un’intera carriera. Una realtà nuova, il Milan, che si confrontava ai vertici con una squadra già affermata, il Napoli; tutto il mondo calcistico guardava questo incontro. Sulle strade lessi una frase: «Ramaccioni infamone». Telefonai al nostro team manager raccontandogli ridendo dell‘accoglienza che Napoli gli aveva riservato. La squadra era carica. Ci credeva come ci credevo io. Li avremmo aggrediti dal primo minuto. Ormai i giocatori sapevano che il nostro gioco era il nostro salvagente.

Il Milan volava, e quando volava non c‘era nulla da tare. II primo tempo pressammo, tenemmo il pallone, ci conquistammo anche qualche occasione. Maradona era un giocatore sublime, di un altro pianeta, che nella partita di andata con l‘assist a Careca, aveva sconvolto e buttato all’aria tutte le mie teorie sul calcio. Prima di entrare in campo, Maradona la definì «la finale del mondo», una partita che tutti i tifosi innamorati del calcio avrebbero visto. Per noi vincere voleva dire il sorpasso, per il Napoli bastava un pareggio per difendere il punticino di vantaggio a due giornate dalla fine. Avevano avuto un ruolino di marcia, nel girone d’andata, impressionate: 25 punti in quindici partite. La scaramanzia aveva messo paura ai partenopei, con l‘uscita del 90 sulla ruota di Napoli e il sangue di san Gennaro che non si era liquefatto. Segnali brutti. L‘arbitro era Rosario Lo Bello: quando c‘erano partite importanti e decisive, guarda caso, ci mandavano sempre lui.

Entrato in campo, non notai nemmeno i tifosi, anche se gli spalti erano strapieni. Quando sono concentrato, ci può essere un milione di persone allo stadio ma non le vedo e non le sento. Salvatore Bagni, del Napoli, al fischio d‘inizio della partita, vide undici giocatori venirgli incontro e poi andare avanti e indietro come un‘onda. Mi confessò in seguito che in quel momento capì che sarebbe stata durissima. Il Milan si muoveva unito, avanti e indietro, potente, bello da vedere, in pressing continuo. Mise in difficoltà un Napoli disunito che cedette subito al gol di Virdis per l‘uno a zero al trentaseiesimo. Era il sorpasso. Ma Maradona faceva la differenza. Ancora una volta il «pibe de oro» compì una delle sue magie. Alla fine del primo tempo, Rosario Lo Bello fischiò una punizione dal limite. La barriera - e basta guardare i filmati - era stranamente messa ben oltre la distanza regolamentare dei nove metri. Cercai più volte di convincere Giovanni Galli a piazzare un giocatore al palo opposto alla barriera, ma lui non cedette. L’ultimo uomo in barriera era Gullit, che doveva coprire il palo. Maradona dopo la partita disse che non c‘era spazio per tirare in porta, doveva sfiorare l‘orecchio di Gullit per far gol. Lui accarezzò i riccioli dell‘olandese con una sicurezza e una precisione impensabili in un altro giocatore. La palla entrò nel sette, fulminea, imprendibile. Lo stadio San Paolo esplose di gioia. Ancora una volta una magia di un grande come Maradona ci riportava con i piedi per terra.

Nello spogliatoio, tra il primo e il secondo tempo, i giocatori, tutti seduti al loro posto, la testa tra le mani, erano delusi e sconfortati. Dovevo fare qualcosa, ridare subito morale alla squadra dopo quel colpo di frusta. Ero certo della nostra forza. Li guardai. «Sono così sicuro di vincere questa partita che metto dentro un altro attaccante.» Misi in campo Van Basten, reduce da un lungo infortunio, che in quel campionato aveva giocato pochissimo.

Nel secondo tempo Gullit fu incontenibile, un vero trascinatore. Era il più convinto di tutti che ce l‘avremmo fatta a espugnare il San Paolo. Su un calcio d‘angolo Bruscolotti, il difensore del Napoli, diede un calcio da fermo a Gullit in aerea, il quale si voltò e gli disse: «Ma cosa fai? Lo sai che se ti do un calcio io ti rovino?». Gullit era la roccia, l‘uomo decisivo della partita. Scendendo sulla destra con caparbietà, fece un cross dopo aver scartato un paio di giocatori e la mise in mezzo per Virdis, che segnò di testa. Fu di nuovo vantaggio Milan. Questa volta avevamo davvero in pugno la partita. Dopo una parata di Galli, Gullit prese la palla, attraversò tutto il campo e diede alla fine un pallone fantastico a Van Basten, che segnò il tre a uno. Era fatta. Non potevamo più perdere contro il Napoli. Potevamo perdere solo contro noi stessi.

A pochi minuti dalla fine Careca riaprì la partita segnando con un colpo di testa su calcio d‘angolo. Erano gol che non venivano mai dalla manovra, ma erano sempre frutto di occasioni isolate di singoli campioni. Maradona alla fine della partita dichiarò che il Milan era più forte, che saremmo diventati noi i campioni d‘Italia. Era una resa incondizionata. Il pubblico di Napoli ci riservò un applauso tanto lungo che fu un‘emozione. Si erano arresi, avevano vissuto o grandi emozioni, alla fine aveva vinto il calcio, aveva vinto la squadra più forte in campo, e chi aveva perso e aveva reso onore. Il San Paolo e i napoletani furono un esempio di sportività vera.

Lo scudetto adesso era quasi nostro. E la domenica seguente avremmo giocato con la Juve a San Siro. Il sorpasso era compiuto, ma la Juve era una squadra ostica e giocava per un posto in Coppa Uefa. E quando hai la sindrome della vittoria, c‘è il pericolo davvero di perdere per paura di vincere. Ero agitatissimo, sicuro di farcela, ma l‘ansia non mi lasciava tranquillo. Ero a un passo dalla realizzazione di un sogno. Baresi era infortunato e anche squalificato, così feci giocare di nuovo Costacurta. La Juventus schierò tutti i giocatori dietro, un modulo all‘italiana che chiamarlo catenaccio è un eufemismo. Buso correva solo dietro a Maldini, Laudrup correva sempre dietro a Tassotti. Rush era sempre solo. Il primo tempo eravamo bloccati. Non giocammo bene, la paura ci attanagliava le gambe e la testa. Nello spogliatoio cominciai a urlare. Dovevo svegliarli in qualche modo. Non credo di aver mai urlato tanto. Giampiero Boniperti, che non riusciva mai a vedere il secondo tempo di una partita, uscendo dallo stadio passò davanti alla porta del nostro spogliatoio e mi sentì urlare al punto che disse al suo accompagnatore: «Lo sapevo che ci odiava!». In realtà io non odio nessuno, non ho mai odiato nessuno, ma perdere all‘ultima partita il sogno di una vita è come vivere uno di quegli incubi in cui rincorri una cosa e non riesci mai ad afferrarla e ti risvegli con un‘angoscia profonda.

Noi stavamo pareggiando, il Napoli perdeva. Non avevamo ancora la certezza matematica dello scudetto, mancava ancora un punto. Ma non riuscimmo a sbloccare il risultato nemmeno dopo una serie di incursioni di Gullit che all’ultimo, su un‘incornata formidabile, fece il pelo all‘incrocio dei pali. Finì zero a zero. La sensazione che avevo era quella del maratoneta che corre e sta per crollare sul finale perché senza forze. La sindrome da paura di vincere ci aveva bloccati. Intanto il Napoli, stanco e sfilacciato, demoralizzato dopo la batosta in casa contro di noi, perse tre a due contro la Fiorentina.

Ci aspettava una settimana di preparazione, soprattutto psicologica. Non potevamo ripetere una partita come quella contro la Juve, anche se avevamo due punti di vantaggio sul Napoli. La tensione cresceva man mano ci avvicinavamo alla domenica. La società, Berlusconi e tutta la squadra erano in fibrillazione, ci stavamo preparando a vivere un momento memorabile per tutti, certi di farcela ma con la preoccupazione che il sogno potesse svanire proprio all‘ultimo. La conquista dell‘undicesimo scudetto, così tanto atteso, così tanto agognato dalla tifoseria. Un sogno anche per la società, che aveva raggiunto uno dei suoi obiettivi dopo appena due anni dall‘acquisto. E per me la conquista dello scudetto, all‘esordio in serie A.

Dopo la sconfitta del Napoli a Firenze, per noi sarebbe bastato un pareggio per avere la certezza matematica della vittoria. E quando scendemmo in campo a Como, in un frastuono di suoni e colori, di cori che inneggiavano al Milan, bastarono pochi minuti per mandare in gol Virdis. Nella ripresa il Como pareggiò, poi si attese una fine che non arrivava mai. Guardavo continuamente l‘orologio. Le paure, man mano passava il tempo, svanivano. Quella con il Como non poteva essere una grande partita, ma era l‘ultimo passo, esitante ma preciso, che dovevamo compiere per diventare i campioni d‘Italia.

Quando l‘arbitro fischiò fu una vera liberazione. Una gioia incontenibile esplose nell‘aria. I ragazzi e tutto lo staff mi portarono in trionfo, facendomi volare in aria prima di correre in campo. Non volevamo che quella festa finisse, volevamo goderci quel momento fino in fondo. Era il risultato di tanto lavoro, di tanta sofferenza, di tante notti passate in bianco. Finalmente la gioia era di tutti. Me compreso. E le polemiche, le amarezze, i dolori e le fatiche svanivano di fronte a quella felicità immensa.

Qualche settimana prima, una notte avevo accompagnato in centro un‘amica di famiglia. Cori, urla, clacson suonavano all‘impazzata, bandiere sventolavano nell‘aria. Un gruppo di tifosi in piazza festeggiava. Ero così concentrato sul mio lavoro che non avevo voluto disperdere un attimo di attenzione, quindi non sapevo quale squadra festeggiassero i tifosi.

Mi ero fermato a guardare la festa, nel buio della piazza. «Chissà come sarebbe bello poter festeggiare così anche noi» avevo pensato. Adesso anch‘io vivevo quel momento. Milano, impazzita, si vestì tutta di rossonero. Erano dieci anni che non si vedevano cortei di macchine, trombe, bandiere e ragazzi che ballavano lungo le strade. Cantavano e intonavano cori. La gioia sportiva dilagava lungo le strade come un fiume in piena. Solo in quei momenti riesci a capire il senso di bellezza e di felicità che trasmette davvero il calcio.

Quando tornai a casa dopo l‘ebbrezza della vittoria e la liberazione da tutte le ansie, mi sedetti sul divano e nel silenzio del salotto pensai a mio fratello Gilberto, tifoso del Milan, che tanti anni prima aveva perso la vita in uno stupido incidente stradale. Avrei voluto che fosse vicino a me per godere di quella felicità con la mia famiglia. La gioia della vittoria la condividevo con lui nel mio cuore. Glielo dovevo. Il calcio è capace anche di questi miracoli.

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