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A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": a Parma la cosacrazione - Non c'è arte senza ossessione (Cesare Pavese)

 

 

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sacchi

Ernesto Ceresini, storico presidente del Parma, era uno di quegli imprenditori che amavano il calcio. Un tempo, per pura passione calcistica, i presidenti erano capaci anche di rovinarsi, esponendosi economicamente per molti miliardi di lire e per lo più ricavandone - a parte qualche gioia per una vittoria - forti debiti, liti con i tifosi e stadi, spesso, semivuoti. Erano presidenti che vivevano il sogno del calcio, che andavano in panchina soffrendo con tutta l’anima durante le partite. E davano un senso alla propria vita grazie anche a questo meraviglioso sport.

Ernesto Ceresini era uno di loro. Una persona onesta, perbene, che ha guidato il Parma calcio dal 1976 come unico proprietario e presidente, morto d‘infarto il 4 settembre del 1990, a un passo dal vedere la sua amata squadra salire nell‘olimpo del calcio nazionale, la serie A. Una tragica beffa del destino.

Negli anni Ottanta la società italiana si stava trasformando, usciva dagli anni di piombo, e con una nuova pace sociale si tornava a parlare di crescita, di investimenti, di un nuovo modo di fare impresa. Questa energia investì anche il calcio, e le squadre si adeguarono al cambiamento, alle nuove sponsorizzazioni, alle nuove realtà televisive, con nuove proprietà, nuovi investimenti e nuovi modi di fare business.

Negli anni precedenti il mio arrivo sulla panchina, Riccardo Sogliano aveva rimesso in ordine i conti del Parma cercando di dare alla società una nuova fisionomia, svecchiandola. Aveva chiamato un preparatore atletico, un giovanissimo Vincenzo Pincolini, ex ostacolista, e aveva aperto la società a nuovi soci e sponsor, oltre a quello storico del Prosciutto di Parma. Questa politica avrebbe portato la squadra alla firma, il 27 giugno 1986, del contratto con Calisto Tanzi e la Parmalat. Un salto di qualità, un rinnovamento radicale che avvenne anche attraverso il cambio della maglia: non più quella tradizionale con la croce nera in campo bianco, ma quella gialloblù, più moderna, stilizzata, al passo con i tempi. Una rivoluzione, perché la maglia è più di una divisa, è un simbolo, per alcuni quasi una ragione di vita.

Ero uno dei più giovani allenatori presenti sul mercato. Giunsi nella città ducale a trentanove anni. Prima del mio arrivo, il Parma aveva avuto due anni di alti e bassi vertiginosi. Nel 1983-84 - con una formazione che aveva mescolato le giovani leve Stefano Pioli e Nicola Berti con giocatori d‘esperienza come Massimo Barbuti e Enrico Cannata - il Parma, guidato dall‘allenatore Marino Perani, aveva vinto il campionato di C1. L‘anno dopo, giocato il campionato di B, retrocesse di nuovo in C1. Un saliscendi pauroso, da ottovolante, che fece ubriacare i tifosi, fortemente polemici contro giocatori e società per questo alternarsi di gioie e delusioni. Ernesto Ceresini, esposto per oltre tre miliardi di lire, non poteva più sostenere da solo la squadra, per cui l‘imperativo della società era vendere giocatori e puntare sui giovani.

Nell‘ambiente della serie C mi conoscevano perché il mio modo di giocare faceva parlare. Il Rimini mi cercò e mi propose un contratto economicamente più vantaggioso, ma l‘obiettivo era la salvezza. Sogliano sapeva come lavoravo, conosceva le mie idee. 

A Parma capii di essere capitato nella piazza giusta: la società e il suo direttore generale, insieme a tutta la dirigenza, volevano una squadra nuova e grintosa, capace di esprimere un buon calcio, valorizzare i giovani e conquistare il campionato. Ero stanco di sentirmi dire: «È bravo, ma non vince». C‘erano tutte le condizioni per far bene.

Ingaggiammo giovani di qualità, che già conoscevano il ramponato di C. Si vendette quasi tutta la rosa precedente, collocando i giocatori in A e in B: Gabriele Pin andò alla Juventus, Fabio Aselli alla Sampdoria, Marco Macina al Milan e il giovanissimo Nicola Berti alla Fiorentina. Della squadra dell‘anno precedente restarono solamente Roberto Mussi, Moreno Farsoni e Roberto Bruno. Fa riflettere il fatto che tutti questi calciatori fossero reduci da una retrocessione, segno delle abilità manageriali di Riccardo Sogliano e della qualità del vivaio del Parma. I tifosi stigmatizzarono questo modo di gestire e di lavorare sul mercato con una frase che divenne un tormentone. Tradotta dal dialetto diceva: «Attento ad andare al Tardini, che vendono anche te!».

Quando arrivai c‘era da ricostruire la squadra quasi da zero. Questo mi consentì di fare scelte mirate. Per ogni ruolo avevo dato a Sogliano una lista di cinque giocatori in ordine di preferenza. Lui mi portò, se non il primo, il secondo della lista. Con l‘ottima campagna vendite potemmo acquistare dei buoni elementi. La campagna acquisti restò dentro i cinque miliardi di lire, lasciando fieno in cascina per oltre un miliardo. Avevo messo insieme una buona squadra di giovani di cui mi fidavo e che, cosa importantissima per me, conoscevo bene fin da quando avevano cominciato a giocare. Potevo contare sul loro entusiasmo e la loro professionalità: il talento si sarebbe rivelato nel gioco. È il gioco che migliora la fantasia e il talento, lo esalta e lo aiuta.

Reduci da una retrocessione, c’era anche da farsi amici pubblico e tifosi in polemica con la società. Io arrivavo in un ambiente non prevenuto, aperto, incuriosito, sicuramente esigente, che pretendeva molto dalla squadra, e questo il presidente Ceresini lo sapeva. Per capire il clima, mi ricordo una telefonata di Italo Allodi che, vedendo la campagna acquisti e i giocatori che mi ero portato, mi disse: «Arrigo, se fai male, te la fanno pagare cara!». «Ma io penso di andare bene, e preferisco giocare con le carte che conosco» risposi.

Mi ritrovai anche uno staff tecnico d‘eccellenza, personalità e professionisti che hanno fatto in seguito carriera con me, e che mi sono sempre portato appresso perché sapevo come lavoravano. Uno era Pietro (Gedeone) Carmignani, vice di Perani, che aveva diretto la squadra nel momento più difficile del campionato di B e non era riuscito a fare il guizzo finale per la salvezza. Carmignani era un ex portiere: aveva vinto un campionato difendendo la porta della Juventus nel campionato 1971-72 e con il Napoli una Coppa Italia nel 1975-76 (di nuovo la vincerà da allenatore, dopo l‘esonero di Daniel Passarella sulla panchina del Parma nel 2001-2002). Una persona generosa, appassionata e competente. Il preparatore atletico era Vincenzo Pincolini, che già collaborava con il Parma dal 1982.

Il primo incontro con loro non fu semplice. Eravamo all’Hotel Palace Maria Luigia di Parma. Uscivamo tutti e tre dal colloquio con Sogliano e stavamo andando verso i bagni. Sogliano mi aveva detto in maniera molto determinata che avrei avuto come collaboratori sia Carmignani che Pincolini: se volevo li potevo utilizzare, altrimenti avrei fatto di testa mia. Quando fummo nel corridoio, dissi seccamente ai due: «Voi collaborate con me perché l‘ha voluto Sogliano, ma decido io su tutto!». Pincolini e Carmignani, ricordo bene, si guardarono in faccia. Non era un inizio promettente, ma venivo da esperienze dove prendevo decisioni quasi sempre da solo. Ero abituato così: al Rimini avevo un allenatore in seconda, nessun preparatore atletico. Non devo aver fatto loro una bella impressione. Me lo confessarono qualche anno dopo. Fa parte del mio carattere volitivo, che a volte può sembrare scontroso, ma volevo avere tutto sotto controllo, e questo mi ha creato problemi anche prima di cominciare a costruire la squadra. Lo stress e la gastrite, di cui avevo iniziato a soffrire già a Rimini, mi tormentavano. Mangiavo poco e in bianco, mi allenavo e cercavo di scaricare la tensione con pesi, bicicletta e corsa.

Quando affermo che l‘allenatore è un uomo solo, sulla panchina e fuori dallo stadio, intendo dire che occorre saper reggere bene gli urti che arrivano dai giornali, dalla tifoseria, dalla città che rappresenti.

Così cominciò l‘avventura a Parma, tra mille tensioni, attese, speranze, entusiasmo, un pubblico e una città in attesa di capire chi fosse quell‘Arrigo Sacchi da Fusignano di cui tutti parlavano e che, finalmente, avrebbero visto al lavoro. Mi sentivo carico e pieno di energie, non vedevo l‘ora di iniziare, anche se avevo firmato per un anno solo, perché l‘idea era sempre la stessa: smettere l‘anno seguente.

Preparai programmi, tabelle con gli allenamenti, giornate di lavoro. Nel ritiro di Tizzano, in alta Val Parma, cominciammo a lavorare in maniera nuova e diversa. Con Pincolini e Carmignani c‘era dialogo e concertazione sulla preparazione atletica che fu, per certi aspetti, rivoluzionaria per una squadra di calcio, con carichi di lavoro allora sconosciuti. La sincerità e la bravura dei miei due collaboratori mi portò a ricredermi anche sul loro ruolo. Io sono bianco o nero, nella fiducia sono integralista, ma il forte sodalizio che nacque fra noi tre, e che ci avrebbe accompagnato per anni, si basava sulla stima e sulla fiducia reciproca. Pincolini e Carmignani furono leali e corretti con me. Quando non erano d‘accordo, quando pensavano che fossi nel torto, me lo dicevano senza remore, perché nessuno è infallibile e anch‘io ho commesso mille errori nella mia vita. Mi piaceva la loro sincerità, e questo mi ha permesso di aprirmi, di cominciare a fidarmi e di lasciarli lavorare, sicuro che avrebbero ottenuto risultati importanti per la squadra. Non sono chiuso, sono determinato, che è un‘altra cosa, e sono aperto alle discussioni con persone che sanno anche dire di no. Così si cementò la nostra amicizia. Restarono con me per quasi tutta la mia carriera, dal Milan all‘Atlético Madrid, al Real Madrid, passando per la Nazionale.

Nel secondo anno scelsi giocatori volitivi, determinati, intelligenti e generosi e con la volontà di giocare per e con la squadra; a Tizzano avevano preparato un percorso a otto in terra battuta (ci serviva per correre) con saliscendi. Arrivammo a correre a ritmi alterni per più di un‘ora. Una cosa da matti. Carichi di lavoro incredibili, ma era necessaria una preparazione atletica per un calcio giocato in velocità, con grandi ritmi, fiato, reattività, tutti aspetti che non venivano presi in considerazione dagli altri. In seguito ho sempre cercato di fare una preparazione non più «a secco», come si dice in gergo, ma sempre più con il pallone.

A Parma ci allenavamo ai campi Stuard, a San Pancrazio, e spesso si andava nel campo centrale della Cittadella, in pieno centro città. Collecchio, il centro di allenamento del Parma, era lontano dal nascere. Quei campi erano difficili, con l‘erba non curata; definirli disastrosi è un eufemismo, ma la simbiosi tra me e i giocatori, la volontà di insegnare a quei ragazzi un nuovo modo di giocare creava un entusiasmo che amalgamava la squadra, superando anche il problema del campo, ridotto spesso a terra fangosa o dura come l‘asfalto.

Ogni tanto qualche anziano si fermava a guardare con la bicicletta appresso, attaccato alla rete, oppure qualche curioso. Erano pochissimi i tifosi che seguivano gli allenamenti. Ricordo un vecchio, da noi chiamato caplèna per il cappellino, un abitudinario. Si fermava a lungo, ascoltava le mie grida, osservava, commentava con qualcuno di passaggio. Talvolta assisteva agli allenamenti anche Gian Paolo Montali, l‘allenatore della squadra di pallavolo.

Chi si fermava a vedere i nostri allenamenti aveva capito che qualcosa era cambiato, anche solo dal volume di lavoro, dall‘intensità dell‘allenamento, e che si lavorava sul serio. Era tutto nuovo per quel pubblico un po‘ sornione, che di calcio se ne intendeva. Un pubblico attento, che seguiva la squadra anche fuori dallo stadio. «Li ammazza!» dicevano ridendo in dialetto i vecchi tifosi durante gli allenamenti. «Più che riscaldarli, li fa bollire.» Erano stupiti anche dalle mie urla, perché volevo che i giocatori reagissero subito e con l‘intensità giusta. Il calcio per me è una lettura della situazione, a cui si deve rispondere tutti e undici contemporaneamente. Tutto partiva da una squadra compatta e organizzata che si muoveva come un rullo compressore in fase di non possesso per poi allungarsi e allargarsi in fase di possesso. Il movimento era alla base del mio gioco, così come il posizionamento che facilitava la connessione, la tecnica e la fantasia in fase di possesso. Mentre in fase di non possesso agevolava i raddoppi, il pressing e la collaborazione. Ci si doveva muovere tutti in blocco, in armonia e sinergia. La squadra doveva restare unita e spostarsi continuamente.

Bergamaschi, ex giocatore di serie A, disse dopo un Rimini-Treviso: «Non si può giocare così, non è leale! Sono sempre due o tre contro uno.» Stavo formando quella che io chiamo una «squadra orchestra», capace di correre in maniera armonica restando tutti molto vicini, per fare più scatti ma senza perdere fiato. Soprattutto abbiamo imparato a correre meglio. Tutti insieme, dividendo le fatiche. Un calcio collettivo dove ci si alternava con tutti i giocatori in spazi ristretti con l‘obiettivo di essere superiori numericamente nei pressi della palla. Con la palla in nostro possesso potevamo così avere più soluzioni e, quando era in possesso dell‘avversario, più collaborazione tra i reparti. I tempi di gioco, la capacità di giudizio del compagno collegata con la distanza e la scelta dei riceventi aiutano la tecnica e le soluzioni.

I primi tre mesi di allenamenti e ritiri furono duri perché anche i giocatori, pur giovani, e quelli che mi conoscevano facevano fatica a seguire le trame del gioco. Gli inizi di campionato risentirono di questo lavoro. La fatica era difficile da sopportare, e per amalgamare la squadra e andare in forma occorreva tempo. All‘inizio del campionato non eravamo pronti né fisicamente (dovevamo smaltire il duro lavoro) né nei sincronismi di gioco collettivo. Dovevamo imparare a tenere il campo, capire bene i ritmi di gioco, sostenerli dopo un‘adeguata preparazione atletica. Le altre squadre, con meno lavoro nelle gambe, all‘inizio erano più agili ma poi avrebbero pagato lungo il campionato.

Alla fine, dopo tanta fatica, dopo allenamenti duri e situazioni simulate imparate quasi a memoria, in campo i ragazzi si divertivano come matti e giocavano un calcio frizzante, intelligente, bello da vedere, e il pubblico si divertiva con tante occasioni da gol. Parecchi giocatori venivano molto prima agli allenamenti, segno che avevo risvegliato in loro il desiderio di migliorarsi e questo era per me un grande risultato. Il lavoro e l‘impegno ripagavano me e loro.

Durante il campionato giocammo partite nelle quali alcune squadre non uscivano nemmeno dalla loro area. In casa, alla seconda giornata di campionato, rifilammo cinque gol al Fano. Una serie di vittorie segnò il nostro cammino, due gol al Pavia, due alla Carrarese, due al Modena e al Rimini. Nel girone d‘andata arrivammo primi con ventisei punti e una sola sconfitta, a Ferrara, con la Spal alla settima giornata con un gol di misura. Dietro a noi la squadra del Virescit con 22 punti e il Modena con 21. Sembrava un campionato facile.

All‘andata vincemmo anche a Reggio Emilia contro la Reggiana, conquistando il vecchio Mirabello dopo oltre quarant‘anni. Fu una vittoria storica, appassionante ed esaltante in un derby molto sentito da entrambe le città. Era la tredicesima giornata. Lo stadio era strapieno di tifosi di entrambe le squadre. Al terzo gol, che ci diede la vittoria alcuni giocatori corsero verso i tifosi, altri verso la nostra panchina. Noi saltammo in piedi, ci abbracciammo con il presidente Ceresini in panchina, che saltò a lungo anche lui come un tifoso della curva, pazzo di gioia. E qui voglio ricordare un fatto che spiega chi era questo presidente. Pronti per partire per Reggio Emilia, Ceresini fece fermare misteriosamente il pullman davanti all‘Hotel Maria Luigia. Non si capì subito il perché. Quando tornammo negli spogliatoi, dopo la vittoria sul campo, sul lettino del massaggiatore c‘erano diciotto milioni in contanti da dividerci. «Ma come poteva sapere che avremmo vinto?» gli chiesi «L‘ho sognato la notte prima della partita che avremmo vinto dopo quattro decenni, e così bisognava festeggiare tutti insieme!»

Fu una delle partite storiche del girone d‘andata. Non fu così nel derby del ritorno. Il 4 maggio del 1986 segnò una delle pagine più nere della storia del Parma, si sfiorò la tragedia per gli scontri tra tifosi e polizia. Era incredibile per una città e una tifoseria civile e corretta come poche in Italia. Era la prima volta che, come allenatore, assistevo a fatti del genere. Cominciammo ad avvertire e a vivere un calcio che portava dentro di sé anche il suo cancro, i suoi mali, ma soprattutto i suoi errori, con rapporti non chiari tra società e tifoserie. Una sconfitta in casa nel derby non poteva avere quell‘epilogo.

Ma il campionato non era ancora finito. Le vittorie stentavano ad arrivare. A Varese, a quattro giornate dal termine, si giocò una partita drammatica. Se avessimo vinto noi saremmo andati a un passo dalla promozione, se il Varese avesse perso sarebbe retrocesso. Il pareggio non serviva a nessuno. Durante la settimana, nella partita di allenamento infrasettimanale, perdemmo anche con il Fanfulla, che allora giocava in C2. Capii che la squadra era in un momento di grande difficoltà, e così presi una decisione: cambiai tre titolari. Feci entrare Lombardi, che non aveva mai giocato prima. Portai la squadra in ritiro. Quando arrivò Sogliano, che non mi chiedeva mai quello che facevo, sentii il bisogno di esternare questa scelta, per certi aspetti azzardata e coraggiosa. Ci si giocava l‘intero campionato. Gli rivelai la formazione che avrei messo in campo. Sogliano mi ascoltò e non commentò, a dimostrazione anche del rispetto e della fiducia che aveva in me e nel mio lavoro. La partita non si sbloccava, fin quando Righetti, correndo verso la porta avversaria, venne falciato dal difensore. Rigore. Quando Rossi si avviò sul dischetto, mi girai e vidi il presidente Ceresini che con la mano a cucchiaio buttava in gola una pillola per il cuore. Rossi tirò, il portiere in un primo momento parò e poi, sulla respinta, l‘attaccante parmigiano concluse in rete. Uno a zero. A quel punto Ceresini, dopo l‘esultanza, buttò giù un‘altra pillola perché soffriva di cuore e doveva reggere l‘emozione. Quella partita fu un‘altra tappa fondamentale per la vittoria in campionato. Alla fine Sogliano mi prese da parte e mi disse: «Quando mi hai detto la formazione, se mi davi un pugno nello stomaco mi facevi meno male». Solo un grande dirigente ha rispetto del ruolo e delle decisioni altrui.

Lo scontro decisivo per chiudere la stagione si disputò al Tardini contro la Sanremese, in uno stadio stracolmo. Feci debuttare fin dal primo minuto un ragazzo di appena sedici anni, un attaccante del vivaio del Parma, Alessandro Melli, che girò in rete un cross dalla destra di Paci. Fu l‘apoteosi. Ho ancora in mente l‘immagine di quel ragazzo che segna il suo primo gol in serie C sotto la curva dei tifosi, in una partita così importante, e sigilla la vittoria in campionato e la risalita in serie B. Il gol di Rossi, che avevo fatto scendere in campo nella ripresa, sempre su velo di Alessandro Melli, chiuse il primo fantastico anno al Parma. Avevamo vinto un campionato dominato da noi, con merito e con un buon gioco Ero soddisfatto, finalmente vedevo realizzarsi il sogno del calcio che volevo e che amavo, soprattutto con dei risultati importanti.

Il conte Rognoni, ma soprattutto il figlio Ettore, il mio amico di Milano Marittima, furono decisivi per la mia carriera di allenatore. Ettore Rognoni era diventato capo dei servizi sportivi Mediaset e mi invitò in televisione per un programma sportivo insieme a Trapattoni, che quell‘anno aveva vinto il campionato con la Juve. Lui lo scudetto, io la promozione dalla C1 alla B. Per me fu un grande onore. Il cameraman della trasmissione mi prese da parte e mi disse: «Se la sente Berlusconi, la porta al Milan». Mai parole furono più profetiche.

Io non credo nel detto «Squadra che vince non si cambia», anzi. Sono sempre pronto a mettere in discussione tutto. Così, quando andammo in B, decisi che Righetti e Gabriele non sarebbero più stati confermati. Li avevo sempre portati con me, erano cresciuti insieme a me per quasi cinque anni, ma a questo punto le strade si dividevano. Nel calcio i soldi non sono l‘obiettivo, sono una conseguenza che testimonia anche il valore del giocatore, ma prima di tutto viene l‘uomo con i suoi valori. Righetti e Gabriele avevano giocato un gran campionato e l‘attaccante aveva anche segnato parecchi gol, ma io non li volli più: non pensavano più a vincere, a giocare bene. Avevano smarrito l‘entusiasmo e stavano diventando venali, perdendo generosità e rispetto delle regole. Se si perdono l‘obiettivo di quello che si fa e l‘etica del gioco, ecco che cambia tutto. Ma loro avevano altro in mente.

Io firmavo contratti di anno in anno, perché, come ho detto, pensavo sempre di smettere. L‘ansia, la tensione, i disturbi gastrici si facevano sentire sempre più. Ogni partita perdevo uno o due chili per lo stress, la foga e l‘energia che ci mettevo nel dirigere la squadra. Gridavo, mi alzavo in piedi, incitavo i giocatori. Volevo che dessero tutto, come io davo tutto me stesso. Correvo e lavoravo al loro fianco perché volevo che capissero che anch‘io ero parte della squadra, che sudavo come loro.

Il presidente Ceresini, che aveva già vissuto una promozione e poi una retrocessione, non era d‘accordo sulla cessione di due giocatori che erano stati i protagonisti del campionato, non voleva di nuovo retrocedere vendendo alcuni pezzi forti dell‘attacco. Anche i tifosi non erano d‘accordo sulle mie scelte, ci furono parecchie polemiche, ma io tenni duro. Gabriele, che avevamo comprato per quasi ottocento milioni di lire, non lo voleva nessuno perché troppo caro, e fummo obbligati a darlo in prestito. La squadra era sempre molto giovane. Il più vecchio era il povero Gianluca Signorini, che allora aveva venticinque anni. Ancora una volta volevo una squadra di ragazzi determinati, pronti al sacrificio, che già mi conoscevano per come allenavo, e che sapevano cosa volevo dentro e fuori dal campo. Non furono dunque confermati Bordin, poi finito al Cesena con Righetti, e Gabriele alla Lucchese. In loro sostituzione arrivarono Galassi dalla Sanbenedettese e Sormani dal Rimini, Valori dall‘Atalanta e Bortolazzi dal Milan, ai quali si aggiunse poi l‘esperto Corti dalla Lazio. Quanto alle punte, Paci passò all‘Ancona, mentre a Rossi e a Melli si affiancò subito Fontolan, prelevato dal Legnano e, a novembre, Piovani dal Brescia. Non va dimenticato l‘acquisto di Morbiducci dal Perugia, che s‘infortunò subito e venne girato al Cesena. Il portiere Landucci fu venduto alla prima squadra della Fiorentina - fece il campionato in A come titolare - e venne sostituito da un giovane, Marco Ferrari, e da un portiere in seconda, giovanissimo, di appena sedici anni, Luca Bucci.

Le polemiche s‘infiammarono perché la convinzione era che in serie B ci volesse un portiere di esperienza, non un giovane, pur bravo. Così sfatai anche questo pregiudizio, perché ciò che conta nel calcio è che una squadra sia motivata, con un gioco più importante. Se poi c‘è anche il talento, allora si può sognare. Alla fine, grazie anche al lavoro di Carmignani, Ferrari subì soltanto 26 gol, e fu il meno perforato del campionato.

Cominciavamo il campionato di B con una squadra di giovanissimi, quasi una Primavera. Verso la fine del campionato di C1 avevo chiamato Gianluca Signorini e gli avevo detto: «Non ti confermo per l‘anno prossimo, e tu sai perché. Io credo nel lavoro e in chi dà il cento per cento, e voglio tutti al massimo. Tu non sei confermato!». Volevo metterlo alla prova. Fui duro con lui.

Due giorni dopo Gianluca mi prese da parte: «Sono due notti che non dormo. Guardi, voglio rimanere. Se lei mi tiene, sarò l‘ultimo ad andar via dagli allenamenti e il primo ad arrivare». Mi fidai della sua parola. Di fronte a tutti i giocatori, negli spogliatoi, dissi della promessa che mi ave va fatto, e che l‘avrei tenuto in squadra. Il secondo anno al Parma fece un campionato strepitoso. Non facevamo ritiri, e spesso ci trovavamo allo stadio anche prima della partita. Tanto che Signorini una volta mi disse: «Mister, se mangiassimo qualche volta insieme sarebbe meglio». Questo era Gianluca, una persona perbene, dall‘animo buono.

L‘ultima volta che lo andai a trovare non parlava più. Non dimenticherò mai gli occhi di quel ragazzo che guardava la sua bambina con uno sguardo che diceva tutto. E poi il povero Roberto Bruno, difensore centrale, che ha avuto un destino tragico, che abbiamo cercato di aiutare in tanti: giovani che hanno giocato con me e che hanno lasciato un dispiacere e un segno di dolore profondo.

In vista del campionato si rafforzò anche la dirigenza, con l‘arrivo del direttore sportivo Giorgio Vitali, che portava a Parma l‘esperienza maturata in squadre come Cesena, Monza, Napoli e Genoa. Una figura importante e simpatica, un bravo dirigente, che mise fondamenta solide alla società.

Eravamo pronti per il campionato di serie B, che fu lungo e difficile, quell‘anno anche molto equilibrato, con sette-otto squadre racchiuse in una manciata di punti. Pareggiammo le prime due di campionato con Lazio e Bari, la terza a Campobasso vincemmo. L‘allenatore era uno svedese, Tord Grip, il quale, mentre scendevamo le scalette verso gli spogliatoi, mi fermò e mi disse in italiano: «Ma quanto si diverte lei con questi ragazzi!». Un bel complimento, un riconoscimento sportivo e umano di grande intelligenza.

La sera stessa della vittoria con il Campobasso mi telefonò Italo Allodi. Aveva visto la sintesi in televisione e il gol di rimessa, che aveva portato non solo la difesa ma tutta la squadra a risalire mentre gli altri attaccavano, conquistando il pallone e ripartendo in contropiede: un‘azione magistrale, segno anche del grado di preparazione raggiunto dalla squadra. «Sei pronto per la serie A» mi disse.

La conferma venne il 9 settembre, prima partita di Coppa Italia contro il Milan, che faceva parte del nostro girone. Giocammo a San Siro di fronte a un grande pubblico. Fu una notte magica, di quelle in cui il destino segna le sue svolte, indica il suo percorso.

Avevo già conosciuto Silvio Berlusconi. Era stato durante un‘amichevole Parma-Milan, finita zero a due solo quando feci entrare le riserve. Negli spogliatoi Ceresini mi prese da parte: «Il presidente del Milan Silvio Berlusconi ti vuole conoscere». Lo trovai che mi aspettava. «Continueremo a seguirla» mi disse dopo le presentazioni, e ci salutammo.

Nils Liedholm, allenatore del Milan, tenne fuori Mark Hateley. Molti giocatori erano in infermeria, e soprattutto la squadra rossonera aveva un gioco lento. Fontolan gelò lo stadio con un allungo di piede che beffò il portiere milanista. Quello di Milano era un Parma già aggressivo, veloce, che spingeva, raddoppiava le marcature mettendo in difficoltà la squadra rossonera. Giocavamo senza nessuna soggezione, imponevamo il nostro gioco con una velocità e una «zona» che sorprese soprattutto Berlusconi, che aveva appena acquistato la squadra. Fu una grande vittoria, frutto non del caso ma di un lungo lavoro estivo. Vincemmo così il girone eliminatorio davanti al Milan, che si qualificava con noi. Ma il sorteggio per gli ottavi volle che ancora una volta ci saremmo dovuti scontrare con la squadra di Liedholm. Un caso o un segno del destino?

I miei giocatori erano delusi dal sorteggio. Signorini mi disse: «Ci stanno portando via un sogno. Un domani, ai nostri figli avremmo potuto raccontare di aver vinto a San Siro». Potevamo goderci per un solo attimo la gioia di scontrarci ancora contro i rossoneri: impossibile ripetersi alla Scala del calcio. Il sentimento di rivalsa dei rossoneri avrebbe fatto il resto. Dovevamo pagare l‘onta dell‘aver vinto a San Siro. Io ero convinto del contrario. «Vincere una volta può succedere a tutti, ma vincere due volte succede solo ai più bravi: non c‘è casualità!» rassicurai i ragazzi. Il Milan di Liedholm non aveva cambiato gioco. Aveva una manovra lenta che potevamo mettere in difficoltà con la velocità del nostro gioco. Il mio Parma, dopo un anno di lavoro e con nuove energie, era esperto e più solido.

Di nuovo a Milano, di nuovo attaccammo dal primo minuto mettendo in difficoltà il Milan ancora a ranghi ridotti. Questa volta fu Bortolazzi, milanista in prestito al Parma, che gelò San Siro con un gol su punizione. Nuciari non poté nulla sulla palla a fil di palo. L‘uno a zero chiuse l’incontro. La mia gioia era incontenibile. Con grande lavoro, umiltà e passione, avevo fatto passi da gigante, ero migliorato anch‘io nella capacità di trasmettere le mie convinzioni e riuscivo a condividerle con la squadra e la dirigenza. Si respirava un clima di euforia.

Incontrai di nuovo Berlusconi dopo gli ottavi di Coppa Italia. Questa volta mi disse: «Continueremo a seguirla anche in campionato», come per dire che il palcoscenico della B era importante per mostrare il proprio gioco e la propria idea di calcio. Poco tempo fa mi ha confessato che gli era piaciuto il modo di giocare, in particolare il pressing (che i rossoneri non attuavano) e i due terzini (Mussi e Bianchi) che si sganciavano in continuazione. Dal punto di vista tattico e umano eravamo più forti. I cambiamenti avevano rafforzato la squadra, grazie a scelte precise, che dovettero sopperire anche a gravi infortuni come quello di Zannoni, il nostro cannoniere, che si ruppe il legamento crociato. Berlusconi per consolarlo gli regalò una macchina.

Il campionato di B era durissimo. Ci fu l‘episodio della partita contro il Pisa. Un fatto brutto, che ricordo ancora con tristezza, dove la mia rabbia esplose incontrollata. Era il 2 novembre 1986. Alessandro Melli s‘infortunò dopo un intervento da denuncia del difensore. Le urla di dolore si sentivano in tutto lo stadio. Io scattai come una molla dalla panchina inveendo contro il giocatore del Pisa per l‘intervento da espulsione. Ero preoccupato per le sorti del mio giovanissimo attaccante. Un infortunio così ti può costare anche la carriera. L‘arbitro Coppetelli di Tivoli invece si limitò ad ammonire il difensore. Io non ci vidi più dalla rabbia, non mi ricordo nemmeno quello che urlai contro il direttore di gara. Non era possibile. Dovevo salvaguardare e difendere i miei giocatori. Non ricordo nemmeno quante giornate di squalifica mi diedero, con Melli fuori per sei mesi. Alla fine perdemmo uno a zero. Al mio posto si sarebbe seduto Maurizio Battistini, l‘allenatore della Primavera del Parma, più giovane di me, davvero in gamba. Doveva toccare in verità a Bruno Mora, calciatore della Nazionale degli anni Sessanta, giocatore di Juve, Milan e Sampdoria, ma una malattia grave ci aveva privato della sua presenza, della sua competenza e della sua umanità.

Il campionato fu molto equilibrato. Alla fine del girone di andata avevamo realizzato oltre venti punti, impensati e insperati dalla società e dalla tifoseria, che, dopo le esperienze degli anni passati, temevano un campionato sottotono, giocato solo per salvarsi. Io invece ho sempre giocato per vincere, e così feci anche quell‘anno. L‘aspetto più importante era il divertimento che questi giovani regalavano al pubblico per l‘impegno, l‘entusiasmo e la qualità di gioco.

Alla fine c‘erano otto squadre racchiuse in quattro punti. La Cremonese, che aveva dominato il girone di andata, cominciò a perdere colpi con squadre come Cesena, Lecce e Pisa, che si affacciavano all‘alta classifica. Il Pescara fu la rivelazione di quell‘anno, ripescata in extremis dalla serie C1. Noi andavamo con un ritmo costante, ma a fine marzo, mentre eravamo a Cagliari per la settima di campionato, il «Corriere della Sera» pubblicò la notizia bomba che io avevo già firmato con il Milan. Un terremoto che scosse un po‘ tutti, ma io riuscii a mantenere la squadra concentrata. Con il Pisa, la settimana dopo, ci prendemmo la rivincita, rifilando due gol e andando al terzo posto in classifica. Così ammortizzai la botta arrivata dai giornali e restituii serenità all’ambiente.

Un mese prima, mio padre era stato ricoverato a Fusignano. Al ritorno dalla partita a Campobasso, il 1° marzo, mi fermai all‘ospedale. Lo trovai stanco e spossato. Discorremmo del più e del meno, commentammo anche l‘andamento del campionato con il Parma. A quel punto mi sedetti vicino a lui: «Sai tenere un segreto?» gli domandai all‘improvviso. «Sì» mi rispose. «Ma guarda che deve essere segreto, segreto!» «Certo.» «L‘anno prossimo allenerò il Milan!» A mio padre s‘illuminarono gli occhi e si sedette quasi sul letto.

Il giorno dopo chiamai il medico per saper come andavano le cose e lui mi chiese: «Ma cos‘ha fatto a suo padre? Cosa gli ha detto? Mi sembra che oggi stia benissimo!». La notizia aveva fatto bene anche alla sua malattia, gli aveva trasmesso una nuova vitalità.

Nell‘ultima parte dell‘anno non riuscivamo più a segnare e a vincere fuori casa. A Catania non giocammo bene. Il mercoledì successivo avevamo l‘impegno dei quarti di Coppa Italia contro l‘Atalanta a Bergamo. Da una parte io volevo puntare tutto sul campionato e vincerlo, Sogliano pretendeva che gli obiettivi della stagione fossero Campionato e Coppa e pensava che l‘Atalanta fosse un avversario abbordabile. È molto difficile con dei giovani inesperti perseguire nel calcio due obiettivi nella stessa stagione. Io volevo schierare solo dei rincalzi per far riposare la squadra, mentre Sogliano voleva tutti i titolari. Alla fine schierai solo parte dei titolari. Perdemmo a Bergamo, pareggiammo in casa zero a zero e fummo eliminati.

Contro il Genoa pareggiammo uno a uno dopo una partita dominata da noi, con un loro gol al 92°. Il direttore di «Tuttosport», Giglio Panza, quando vide la partita, sapendo che sarei stato il nuovo allenatore del Milan, mi disse: «Ma se fa giocare il Milan come il Parma con i giocatori che ci sono al Milan, che cosa succederà?».

La partita decisiva per le sorti del campionato si disputò a Parma contro il Cesena. Poco prima Signorini era stato informato di essere stato acquistato dalla Roma e per la gioia non dormì due notti. Questo era Gianluca, un ragazzo formidabile che il calcio prima e la malattia poi hanno reso un uomo di grande forza morale.

La partita che avrebbe potuto rilanciare la squadra verso la serie A ce la giocammo a Cremona. Fu una partita storta. L‘arbitro Longhi diede un gol alla Cremonese in netto fuorigioco. Finì due a uno per i padroni di casa. Le ultime due partite, vittoria con la Triestina due a uno e sconfitta a Pescara per uno a zero, ci fecero chiudere il campionato al settimo posto con 40 punti, insieme al Messina, dietro al Genoa con 42, Cremonese Lecce e Cesena con 43, Pisa e Pescara con 44. Avevamo mancato la serie A per tre soli punti.

Uno dei momenti più emozionanti della mia vita di allenatore fu quando tornai da Cremona. In piazza Garibaldi nel cuore della città, incontrai un gruppo di tifosi con bandiere. Mi portarono in trionfo anche dopo quella bruciante sconfitta. Sentii una grande gioia nel cuore, perché avevamo dato tutto, e la città lo aveva capito. Parma è una città di grande cultura, e i tifosi che mi acclamarono lo stesso testimoniavano capacità di giudicare l‘impegno e la bellezza, a prescindere dal risultato. Questo a differenza di una parte del Paese che non ha capacità e conoscenza critica. Ero in ritiro con due giocatori che allora erano ancora ragazzi, Alessandro Melli e Luca Bucci. Ormai sapevano che sarei andato al Milan. Gli chiesi: «Cosa dite, come andrò?». «Se non la mandano via subito e i giocatori la seguono, andrà benissimo. Il pericolo è l‘inizio!»

Tra gioie e paure, tra speranze e grandi sogni, il mio destino mi portava verso Milano. Iniziava così la mia avventura alla «Scala del calcio».

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