
A domani!
Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": una squadra da leggenda - La fortuna è il nome che si dà sempre all'abilità altrui
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Il Milan era una squadra di grandi giocatori. Avevamo vinto il campionato perché, dopo il trauma dell‘uscita dalla Coppa Uefa, eravamo riusciti a impiegare in quel torneo tutte le nostre energie, fisiche e mentali. Con la conquista dello scudetto potevamo giocarci la Coppa dei Campioni, quella che oggi è la Champions League. Erano vent‘anni che la società e i tifosi aspettavano questo momento.
Appena vinto lo scudetto andammo a Manchester, dove quell‘anno si festeggiavano i centodieci anni di vita del club, che aveva chiuso il campionato inglese alle spalle del Liverpool. Berlusconi, con la solita prontezza, aveva organizzato due amichevoli per portarci subito in Europa. Era la prima uscita ufficiale. Vincemmo tre a due. Dominammo la partita, mettendo in difficoltà gli avversari con un pressing e una personalità travolgenti. Ricevemmo gli applausi e gli elogi dello sportivissimo pubblico inglese, che riconosce il merito degli avversari se giocano meglio.
Affrontammo poi il Real Madrid a San Siro, preludio di incontri memorabili con questa squadra che avremmo trovato sulla nostra strada lungo il cammino della Coppa dei Campioni. Erano test importanti, non solo amichevoli ma partite vere e proprie, giocate con foga, tensione e volontà di vincere. Perché, sia che il Milan giocasse con le grandi d‘Europa sia contro una squadra di quarta serie per l‘allenamento settimanale, io volevo sempre che i giocatori dessero il meglio, onorando la maglia rossonera con l‘orgoglio di chi appartiene a un grande club.
I tornei internazionali o la partitella del giovedì erano occasioni per tenere in allenamento il gruppo. Credevo molto nel lavoro. Roberto Antonelli, grande giocatore del Milan, del Monza e della Roma, che allenava la Caratese, da tanto mi chiedeva di giocare contro la sua squadra, che militava in quarta serie. Andammo a Carate Brianza nel 1991. «Noi siamo il Milan» dicevo. «Dobbiamo andar lì e giocare ai massimi livelli.» Credo segnammo 15 o 16 gol. Il pubblico si divertì tanto che chiese all‘arbitro di non fischiare la fine. Così volevo il Milan, sempre al massimo, sia il giovedì sia in Europa.
In quel periodo scoppiò anche il caso di Claudio Daniel Borghi. Berlusconi si era innamorato di questo giocatore durante la finale della Coppa Intercontinentale del 1985 tra Juventus e Argentinos Juniors, squadra in cui militava questo centrocampista offensivo, dalle doti atletiche discutibili, con un buon piede, fantasioso, molto spettacolare nei suoi numeri ma non certo un calciatore dedito al gioco di squadra. Per le carezze pennellate al pallone lo definirono «il Picasso del calcio».
Nel 1987 Berlusconi lo aveva comprato a un‘asta, alla quale concorreva anche la Juventus. Quando Borghi venne ad allenarsi con noi, Vincenzo Pincolini mi disse: «Guarda, Arrigo, che quando corro lo stacco!». Borghi non amava correre, non amava sostenere i ritmi degli allenamenti. Pensava fossero inutili. «Che senso ha correre per chilometri, se il campo è lungo cento metri?» mi disse una volta. In allenamento non andava d‘accordo con gli altri giocatori, aveva litigato con Ancelotti e poi con Virdis. Era pigro e giocava un calcio individuale, si muoveva poco e male in fase offensiva, mentre in fase difensiva era inesistente. Possedeva una buona tecnica, ma senza una cultura del lavoro e del gruppo. Non lo volevo. Piovvero critiche e apparvero articoli di giornale al vetriolo, ma nel calcio non si può ragionare sempre di pancia. Talvolta ci sono valutazioni complessive da fare che non devono finire in secondo piano rispetto al talento, al giocatore o al personaggio che arriva. Bisogna avere le idee chiare sul gioco, solo in un secondo tempo decidere i giocatori più funzionali al progetto.
Frank Rijkaard era andato via dall‘Ajax, era stato comprato dallo Sporting Lisbona e poi mandato in prestito al Real Saragozza. Visionando tutte le videocassette delle partire della Nazionale olandese per studiarmi Van Basten, avevo notato questo giocatore, che mi piaceva e mi entusiasmava molto. In quel momento avevo l‘idea di mettere un centrocampista in difesa al fianco di Baresi perché volevo cominciare l‘azione di gioco fin dalla difesa, affiancando così a Franco un altro costruttore di gioco. Rijkaard inoltre era bravo di testa, e compensava Baresi, che non lo era molto. «Questo è il nostro giocatore» dissi.
Quando venne al Milan, guardammo con Rijkaard un paio di partite della squadra per fargli capire come giovavamo, e lui mi disse: «Ma lei ha già un professore in quel ruolo». Era Ancelotti. «Sì, ma io ti ho preso per giocare non a centrocampo ma in difesa, come giocavi con l‘Olanda.» L‘argentino Borghi alla fine era andato in prestito al Como.
Van Basten il primo anno aveva giocato pochissimo per problemi alle caviglie. Prima dell‘europeo dell’88 andai a un‘amichevole dell‘Olanda per vedere di persona Rijkaard. Deciso, dissi a Berlusconi che volevo Rijkaard e non Borghi, in rientro dal prestito al Como. E gli dissi che Borghi non l‘avrei mai accettato in squadra perché era esattamente il contrario di quello che volevo io dal punto di vista comportamentale ed etico. Inoltre, a livello di gioco non era funzionale al nostro calcio e soprattutto non era complementare agli altri. Se l‘avessi preso accontentando il presidente avremmo fatto un errore madornale. E aggiunsi: «Se voi fate giocare Borghi, io sto fermo un anno». Anche perché non vedevo l‘ora di fermarmi per un anno sabbatico. Era il mio sogno.
Nel frattempo Galliani, come sempre, mi aiutò molto. Mi trovavo a Stoccarda a vedere la finale di Coppa dei Campioni tra PSV e Benfica insieme a Braida, al quale avevo detto: «Andiamo perché l‘anno prossimo ci saremo noi a fare la finale». Arrivato in albergo trovai un pacchetto di chiamate dalla segreteria di Berlusconi, che mi voleva incontrare. Al ritorno da Stoccarda mi vennero a prendere all‘aeroporto. Una volta ad Arcore, facemmo una lunga chiacchierata. Dissi a Berlusconi: «Tutti i suoi nemici hanno piacere che lei faccia giocare Borghi». «Lei si deve fidare di me» mi rispose. «Io sono anche un suo amico, e le dico che stiamo commettendo un errore enorme. Se lei prende Borghi in squadra io non sarò più l‘allenatore del Milan.»
Intanto Galliani aveva appuntamento con i dirigenti dello Sporting Lisbona per l‘acquisto di Rijkaard. Alle cinque di mattina era all‘aeroporto e aspettava l‘ok di Berlusconi. A Lisbona fecero la trattativa, e il ritardo nell‘acquisto di Frank costò al Milan uno o due miliardi in più. Firmarono. Galliani mise il contratto nella borsa. Al momento dei saluti, i tifosi inferociti sfondarono la porta e cominciarono a picchiare i dirigenti dello Sporting. Galliani e Braida si rifugiarono nella toilette, e uscirono in strada solo dopo qualche ora, quando le acque si erano calmate, andarono in un bar e chiamarono Berlusconi. Galliani gli raccontò tutto per fargli capire l‘importanza del giocatore che avevano acquistato. Berlusconi, che non molla mai (non ci sarà mai nessun delfino del Cavaliere), quella volta disse: «Lasciate tutto e mettetevi in salvo».
In quattro anni, quella fu l‘unica volta che mi trovai in contrasto con Berlusconi. Per un po‘ abbandonò il Milan. Quando lo incontrai gli dissi: «O lei torna a fare il presidente o mi manda via! Non può fare come il marito tradito che per fare dispetto alla moglie si taglia i coglioni».
Spesso chi guarda gli incontri per rilassarsi e per piacere difficilmente legge e interpreta la partita in una maniera diversa da quelli che sono i giochi funambolici di un giocatore. Borghi non sempre giocava con la squadra, come invece faceva Colombo, che faceva partite positive magari toccando pochissimo la palla ma tenendo perfettamente la posizione in campo, ostruendo la manovra avversaria o agevolando la nostra, sia in attacco sia in difesa, solo con il suo posizionamento.
È certamente più spettacolare un giocatore che fa la rabona, che dribbla, che salta due avversari, gioca di tacco palle impossibili rispetto a uno che tiene unita la squadra muovendosi con intelligenza. Ecco, Borghi era uno di quei fenomeni, ma non si addiceva al gioco e al calcio totale che volevo io. Era un solista, non un orchestrale. In prestito al Como - che per salvarsi giocava in difesa con catenacci a oltranza - Borghi giocò pochissimo, solo sette presenze senza segnare alcun gol. Difficile usare il suo talento in campo. Gli allenatori erano Aldo Agroppi e, dopo il suo esonero, Tarcisio Burgnich. Dichiarerà Borghi riguardo a loro: «Erano l‘anticalcio, due che pensavano a dirmi cosa non fare in campo, ma non cosa fare».
Dopo aver vinto lo scudetto, ripetei a Berlusconi: «L’ansia non riesco a reggerla, mi distrugge. Però, sento che potrei fare un altro anno. C‘è la Coppa dei Campioni da giocare e ho ancora le energie per provarci». Berlusconi, che non voleva che me ne andassi, mi propose perfino di fare un contratto come amministratore delegato del Milan, perché allora Galliani lavorava in entrambe le società, sia nel Milan sia in Fininvest. Risposi di no. Galliani con me è stato un grande collaboratore, un grande manager.
Il grande Milan era ormai una realtà. Il gioco aveva trasformato la squadra. Quando arrivò al Milan, Ancelotti aveva già ventotto anni; Colombo era retrocesso con l‘Udinese; Van Basten il primo anno giocò appena tre partite complete, poi s‘infortunò. Questo per dire che era stato il gioco la base della rivoluzione della squadra, e che i giocatori si erano dimostrati dei professionisti esemplari, delle persone serie e di carattere, degli interpreti magnifici. Ho sempre creduto che il gioco fosse il vero motore senza il quale la macchina non avrebbe funzionato, e loro erano degli splendidi piloti. Gullit il primo anno con il Milan, nel 1987, lo voglio ricordare ancora, vinse il Pallone d‘oro.
Oramai conoscevo bene i giocatori, tutti con ottime qualità tecniche. La mia rosa partiva da Giovanni Galli, ottimo professionista e portiere di elevate qualità. Giocare nel Milan era particolarmente difficile in quanto, con una difesa impenetrabile, il portiere è poco impegnato, quindi l‘attenzione e la concentrazione erano elementi imprescindibili e fondamentali; sbagliare un intervento poteva essere l‘unica opportunità offerta agli avversari per tutta una partita. Giovanni era particolarmente bravo fra i pali ma io volevo che uscisse di più perché con la squadra corta che avanza si lasciano spazi davanti all‘area di rigore che il portiere deve coprire. Giovanni Galli non aveva questa capacità, e migliorò moltissimo grazie agli allenamenti. Quando giocava con noi ha dovuto imparare a uscire dalla porta dove, per tradizione, il portiere stava quasi tutta la partita. Era una persona positiva, in campo e fuori, una persona perbene, che ha vissuto in seguito il dolore della perdita di un figlio di appena diciassette anni. Quando se ne andò dal Milan provai un vero dispiacere.
Mauro Tassotti era un romano spiritoso e intelligente, e aveva capito che più lavoravamo, più avremmo raggiunto grandi obiettivi. Me lo confessò un giorno durante i primi mesi di allenamento, quando la squadra cominciava a infilare vittorie mostrando personalità e un gioco d‘attacco spregiudicato. Tassotti era un professionista eccellente. Simpatico, ironico e autoironico. Un terzino destro dotato di grandi qualità tecniche e di gioco, ma poco considerato in Italia, dove si preferiva un difensore marcatore e roccioso. Esordì in Nazionale a trentadue anni. Era un giocatore moderno e totale, che sapeva svolgere ad alti livelli le fasi difensiva e offensiva. Era importante per il contributo al gioco, ma anche per l‘armonia dello spogliatoio. Avevo portato con me dal Parma due difensori, Bianchi e Mussi. Una volta gli dissi: «Sai, io ho fiducia in te!» e Tassotti mi rispose «Lo so, altrimenti ne avresti portati quattro di terzini dal Parma!». Attualmente fa l‘allenatore in seconda del Milan. Quando insorsero problemi con la voce, perché durante gli allenamenti e nelle partite urlavo continuamente, cominciai a usare il megafono. Mia moglie Giovanna un giorno incontrò Tassotti e gli disse: «Ho visto che adesso Arrigo usa il megafono!» e Tassotti le rispose: «Sì, adesso urla nel megafono!».
Una sera a cena sostenni con entrambi che chi scriveva bene di Borghi sui giornali stava tendendo loro una trappola. Confalonieri, che era presente, mi confessò: «I no che oggi ha detto a Berlusconi non li ho sentiti dire in un anno». Questo fa capire il rapporto di amicizia tra me e il presidente, e con i suoi collaboratori. Era un rapporto vero, di rispetto e franchezza. Io ero l‘allenatore, ma anche in un dialogo serrato non misero mai in discussione la mia autorevolezza. «Un altro romagnolo che mi fa diventar matto!» Berlusconi era solito ripetere di me. In quel periodo stava comprando la Standa da Carlo Sama, un romagnolo cognato di Raul Gardini. Borghi è poi diventato dal 2002 un buon allenatore. Berlusconi, che non molla mai, un giorno mi disse: «E adesso, Borghi, lo prenderebbe?».
Paolo Maldini è stato uno dei più grandi terzini-difensori mai esistiti. Potente, veloce, resistente, generoso. Forte fisicamente e nel gioco aereo. Nel Milan migliorò anche nella marcatura, maturando velocemente accanto a compagni più grandi e grazie anche all‘aiuto del padre. Professionista serio, ragazzo amabile e leale. Faceva la fascia a velocità ultrasoniche. Una grande forza sia nel Milan sia in Nazionale. Eccezionale la durata della sua carriera, sinonimo della qualità della persona e del professionista. Fra Milan e Nazionale l‘ho allenato per circa dieci anni. Un piacere, una forza degli azzurri e dei rossoneri. Venticinque anni di carriera (dal 1984 al 2009) che ne hanno fatto un‘icona del calcio, infilando una serie di record difficilmente eguagliabili.
Alessandro Costacurta è un ragazzo che ha avuto una carriera straordinaria. Veniva dalla C. Lo feci debuttare titolare in serie A nel derby con l‘Inter e poi lo feci giocare con la Juve come sostituto di Baresi. Migliorò quasi giorno per giorno, pur avendo doti fisiche e atletiche normali, sviluppate attraverso l‘impegno e l‘intelligenza. Discreto con la palla, abile nella marcatura; era un difensore da calcio totale, non uno specialista. Si connetteva assai bene con i compagni, dimostrando senso della posizione, capacità di giudizio e di previsione. Dimostrava una certa personalità, pur non eccellendo in forza ed elevazione. Per me, che lo feci esordire nel Milan e poi in Nazionale, è stato un giocatore affidabile e di buon livello. Era originariamente un libero e si divideva con Baresi, quindi avevo due liberi che sapevano marcare ma anche partecipare al gioco. Ha avuto una carriera lunghissima e sempre di alto libello. Un elogio all‘intelligenza.
Franco Baresi, «il Capitano», un campione. Di poche parole, ma un esempio per tutti. Un lottatore determinato che dava sempre tutto. Giocatore di grande temperamento e capacità motorie, confortato da rapidità e velocità notevoli. Buona tecnica, forse esagerava con i lanci. Mostrava straordinarie capacità tattiche e dirigeva la difesa con sagacia e tempismo, sostenuto da talento e capacità di giudizio. Difficile da superare del duello uno contro uno, esaltanti le sue accelerate e il suo tempismo. Era un campione che muoveva tutta la difesa elevando le capacità singole grazie all‘apporto costante dei difensori. È stato il più bravo difensore che abbia mai visto, l’unico che muoveva un intero reparto. Quasi dieci anni prima, un Franco Baresi appena debuttante aveva vinto l‘ultimo campionato con il Milan. Al mio arrivo mostrò delle resistenze verso il nuovo modo di lavorare e giocare. «Dammi due mesi» gli dissi. E lui si convinse. Quando, dopo quattro anni, arrivò Fabio Capello, fu proprio Baresi che si oppose ai cambiamenti tattici che Capello voleva apportare alla squadra. È stato un giocatore fondamentale. Aveva acquisito i movimenti della squadra e li nobilitava con le sue qualità fisiche, atletiche e di temperamento. Avevamo dietro quattro in linea e, ai suoi comandi, lui muoveva tutta la difesa, con i tempi e i ritmi giusti. Una volta Giancarlo Beltrami, direttore sportivo dell‘Inter vedendo giocare il Milan disse: «Neanche le Kessler sono così sincronizzate!». A palla coperta Baresi portava avanti la difesa, appena la palla era libera tornavamo indietro. Il fuorigioco era un‘esigenza per muovere la squadra compatta e una conseguenza dell‘aggressività del pressing, sempre per favorire l‘attacco e non come arma di difesa, comi molti credono. Lo chiamavamo «l‘elastico»: l‘avanzare e il retrocedere velocemente a seconda se la palla era coperta o scoperta scombussolava gli avversari.
Nella semifinale di Coppa dei Campioni con il Real Madrid mandammo per ben ventisei volte in fuorigioco i loro attaccanti. Baresi era il regista di questo gioco. In campo esprimeva grinta, personalità, talento. Era un uomo silenzioso, parlava poco. Era introverso, dovevi conquistarne la stima, aveva forza atletica e una sopportazione del dolore, anche per le vicissitudini famigliari, che lo rendevano una roccia. A Franco dicevo sempre: «Se ti collochi sul campo e previeni, sfrutti meno il tuo fisico e avrai una carriera più lunga. Mi dispiace solo quando lanci il pallone in avanti, ogni volta per me è uno schiaffo». Volevo che passasse la palla rasoterra e costruisse il gioco; i lanci lunghi erano un retaggio del passato e di un modo di giocare all‘italiana: difesa a oltranza, lanci lunghi all‘attaccante che si spera sempre faccia gol grazie alle sue capacità.
Nel 1989 arrivò secondo a un Pallone d‘oro, vinto quell‘anno da Van Basten. L‘attaccante è sempre spettacolare, quindi fa più effetto di un difensore. Ma quello era l‘anno di Franco Baresi. Il secondo posto valeva davvero come il primo. Un grande campione, un esempio di serietà. Dopo una decina di giorni che non facevo più esercitazioni per la difesa mi disse: «Mister, così perdiamo i sincronismi».
Roberto Mussi, un ragazzo perbene, timido, con ottimi tempi di sganciamento, confortato da resistenza e velocità. Tecnica nella norma, così come le soluzioni. In fase difensiva si affidava all‘anticipo e in fase offensiva era abile nel muoversi senza palla. Si connetteva stupendamente con gli altri tre difensori, costituendo un reparto difficile da superare. Una riserva di valore che ha giocato anche in Nazionale, e la finale mondiale contro il Brasile.
Filippo Galli, grande professionista, attento, serio determinato, grintoso. Classico difensore intelligente e ben razionato, anche lui si muoveva correttamente con i compagni aggiungendo carattere e precisione. Bravo negli anticipi e buono di testa. Un valore aggiunto per la squadra, non tradiva mai per attenzione e motivazione. Filippo Galli è stato esempio per tutti di professionalità e intelligenza, che sopperivano a componenti fisico-atletiche normali. Noi giocavano a sistema puro. Ricordo che in una partita contro l’Avellino, nonostante Walter Schachner fosse molto più veloce di lui, non gli fece vedere la palla, l‘anticipava e non gli permise mai di sviluppare la sua velocità. Lui poteva entrare all‘89° che era il più carico di tutti, già in partita.
Angelo Colombo, acquistato dall‘Udinese, è stato una grande sorpresa. Cursore di destra, sotto le cure di Galbiati migliorò nella tecnica segnando diversi gol e facendo molti cross per le punte. Possedeva una resistenza straordinaria e una corsa veloce; la tecnica e le idee di gioco erano nella norma, ma il suo movimento, la collaborazione continua nel cercare spazi per i compagni o nei raddoppi ne facevano un giocatore importante. I tempi di smarcamento e di attacco allo spazio erano ottimi, giocava con e per la squadra a tutto campo. Ha dato un contributo fisico, atletico e tattico notevole.
Carlo Ancelotti, una persona generosa e leale. Professionista perfetto, grande regista, è stato il direttore d‘orchestra insieme a Baresi e Gullit la spina dorsale della squadra. «Un direttore che non conosce la musica» disse scherzando una volta Berlusconi. Carlo era generoso, modesto, altruista con tutta la squadra. Vincevamo quattro a zero e lui, per far gol, si ruppe una mano. Questo per raccontare la generosità di questo calciatore dall‘intelligenza calcistica sopraffina. Aveva tempi giusti di ricevimento, di smarcamento e di giocata. Anticipava sempre le idee degli avversari sopperendo così a una lentezza notevole. Modesto, cercava sempre di migliorarsi e anche negli allenamenti dava il massimo. Determinato tanto da migliorare la poca velocità e anche la forza, deciso nei contrasti con bravura tecnica, possedeva capacità di valutazione e tempi di gioco di alto livello. Nei test sui 50 metri, per non demoralizzarlo gli abbassavamo il tempo impiegato. Era la forza umana e tattica di questa squadra.
Frank Rijkaard debuttò con noi contro la Fiorentina, nel campionato di serie A, il 9 ottobre 1988. Sarebbe diventato la pedina giusta per il mio calcio, un centrocampista dalle potenzialità incredibili, con un buon senso della posizione, duro nei contrasti, con il fiuto del gol. Così il Milan diventò la squadra dei tre olandesi. Rijkaard era un gigante fisicamente. Una brava persona, con qualità fisico-atletiche fuori dal comune. Dotato di una buona tecnica, grande chiarezza, potenza straordinaria, velocità e resistenza, copriva il campo con facilità, pressava forte. Non sbagliava mai le partite importanti. Diede un contributo importante più come centrocampista che come difensore. Ragazzo d‘onore: poiché era stanco, nel 1993 lasciò il Milan per ritornare all’Ajax percependo un decimo di quanto guadagnava in Italia. Segnò con una certa frequenza anche gol importanti come nelle finali di Coppa dei Campioni, Supercoppa d‘Europa e Coppa Intercontinentale. Un grande! Ha fatto poi l‘allenatore ad alto livello vincendo la Liga e la Champions col Barcellona.
Roberto Donadoni, una persona e un professionista eccellente, grande tecnica e con un dribbling rapido e resistente. Una mezza punta che interpretava il ruolo in modo completo e totale. Il giocatore più difficile da sostituire, non era uno specialista, ma anche lui un calciatore da calcio totale. Anche lui generoso, dava sempre il massimo. Tatticamente era bravissimo in fase difensiva, dove si collocava bene e aveva tempi continui di pressing così come in fase offensiva si smarcava bene. Segnava meno delle mezze punte di valore, ma svolgeva un lavoro per la squadra decisamente superiore ai suoi colleghi di ruolo. Non aveva controindicazioni, come la definizione «mezza punta» farebbe intendere. Attualmente fa il tecnico a buoni livelli e ha allenato anche la Nazionale italiana.
Alberigo Evani, appena arrivai al Milan, lo volevano vendere al Genoa. «No, no» dissi a Berlusconi e Galliani, «lo teniamo.» Aveva un tendine rotto e non giocò per quattro-cinque mesi. Aveva buona tecnica, senso tattico. E i suoi gol: pochi ma importanti. L‘ho portato con me in Nazionale al mondiale americano. Giocatore molto tecnico, resistente, rapido, continuo, era un ottimo professionista e un ragazzo serio e generoso. Il gioco lo ha aiutato a migliorare nelle conclusioni e nelle soluzioni. Tatticamente bravo, sempre ben piazzato, con la palla giocava semplice. Buoni i suoi cross e la collaborazione che dava ai centrocampisti in fase difensiva e gli smarcamenti in fase offensiva. Una pedina importante per il gioco della squadra.
Daniele Massaro lo conoscevo da quando lavoravo con le giovanili della Fiorentina. Giocava a destra, come terzino oppure ala, sempre a centrocampo. Non aveva assimilato subito la nostra cultura, il nostro modo di giocare, quindi gli cambiai ruolo e lo misi punta, centravanti. Come centrocampista non si muoveva correttamente: sbagliava e mi creava sbandamenti e crepe nella linea di centrocampo. Era invece una punta bravissima. Si muoveva coi tempi giusti e aveva una capacità di scelta notevole. Maestro negli smarcamenti e dotato di grande tecnica, segnò anche gol importanti. Una volta, prima di una preparazione dallo psicologo per rilassare la mente dallo stress prepartita, lui non c’era. A un certo punto sentimmo degli spari che arrivavano dal boschetto di Milanello. «Cosa sono questi spari?» chiesi. Era Massaro che si preparava alla partita. «No, non ci si prepara alla partita in questo modo!» dissi, e non lo feci giocare. Cercavamo tranquillità e concentrazione, e lui sparava nel bosco di Milanello. Lamentava sempre dei problemi fisici più o meno inventati. Una volta, dopo un‘amichevole, era steso sul lettino con tre borse del ghiaccio, una sulla caviglia e le altre due sulle ginocchia. Gullit, passandogli vicino, ne prese una, gliela mise in testa e disse: «È qui che dobbiamo raffreddare». Aveva capito la sua pigrizia. Durante gli allenamenti si buttava per terra e io non volevo entrasse il massaggiatore perché mi rompeva i ritmi. Una volta Filippo Galli, durante un allenamento, si avvicinò a Massaro che continuava a restare per terra e gli disse: «Alzati in piedi che a quest‘ora abbiamo già perso la partita». Così lo mandammo alla Roma. Ero duro e severo con i giocatori e nelle mie scelte. Lui era il preferito di Galliani, che lo aveva avuto dal Monza, ma io fui inflessibile. Durante una partita contro il PSV Eindhoven si era impegnato poco. Al Trofeo Bernabéu, contro il Real, non si riscaldò a sufficienza, e così non lo feci giocare e misi al suo posto Mannari. Lo presi da parte e gli dissi: «Guarda, io non ti voglio più». Alla Roma, venimmo a sapere, parlava sempre di come lavoravamo e ci allenavamo al Milan. Un giorno mi telefonò: «Mister, se mi fa ritornare, le prometto che sarò il miglior professionista che ha in squadra». Così lo riportai a Milano. Da quel momento l‘ho sempre schierato, l‘ho chiamato in Nazionale e poi ha anche giocato la finale del mondiale americano.
Ruud Gullit era una forza della natura, velocissimo, con un‘elevazione e una potenza straordinarie. Grande personalità e carisma, dotato di un ego forte e orgoglioso. Buona levatura tecnica e grandi capacità di attaccare gli spazi nei tempi giusti. In fase di non possesso trascinava la squadra in un pressing furioso. Un vero leader, mi ha aiutato molto nel creare una mentalità vincente. Difficilmente sbagliava le partite importanti. Gullit è la testimonianza di quanto sia errato privilegiare la tecnica individuale, se non viene insegnata attraverso il gioco, il possesso palla e il corretto movimento. E anche attraverso esercizi di gruppo. Gullit aveva qualche difficoltà negli esercizi di tecnica individuale, ma era bravissimo nella tecnica relativa al gioco e aveva grandi capacità interpretative. Un grande giocatore. Un campione con la personalità e l‘orgoglio del fuoriclasse. Ha fatto l‘allenatore in squadre importanti e oggi è commentatore sportivo in televisione.
Marco Van Basten era la ciliegina sulla torta. Il più talentuoso ma anche il più discontinuo. La classe era cristallina. Lo stile inimitabile, un cigno che ballava con il pallone fra i piedi. Goleador che si connetteva stupendamente con i compagni, sfruttando le sinergie. Segnava di destro, di sinistro, di testa, giocava e rifiniva. Tecnica elevatissima, soluzioni impensabili ed esaltanti, faceva ripetuti dribbling, era agile e rapido nonostante l‘altezza. Era un ragazzo introverso, ma buono e sensibile, ha subito molti infortuni. Meteoropatico, era una punta di straordinario valore. «Adesso che faccio l‘allenatore» mi disse un giorno «ho capito quanti problemi ti ho creato.» E io gli risposi: «Se ti può consolare, me ne hai risolti anche tanti!». Ha vinto tre volte il Pallone d‘oro, terminando la sua carriera a soli ventotto anni. Un fenomeno che ha lasciato gol da cineteca.
Pietro Paolo Virdis fu decisivo per l‘assegnazione campionato 1987-88 con gol di grande importanza. Era un vero specialista. Si muoveva con fiuto, sensibilità e tecnica. Scaltro, con percezioni e intuizioni che gli consentivano di sopperire a una velocità non elevata. Memorabile un suo gol dopo un pressing nell‘anno dello scudetto. Buono in elevazione e con smarcamenti importanti per liberarsi dall‘avversario. Un formidabile goleador.
Marco Simone, un ragazzo dotato di capacità tecniche e realizzative. Buona classe e dribbling con un‘ottima rapidità e buona velocità. Ha dato un contributo diverso e importante alle vittorie della squadra.
Stefano Borgonovo. Un suo gol con il Bayern in semifinale ci consentì di vincere per la seconda volta la Coppa dei Campioni. Un ragazzo sfortunatissimo, che nella malattia dimostrò la straordinaria forza e grandezza che lo caratterizzava. Con i rossoneri giocò solo un anno dimostrando però valori tecnici ed etici importanti per tutti. Una parte importante della storia del Milan è stata scritta da questo grande ragazzo.
Demetrio Albertini, giovanissimo, si allenava con noi. Già faceva intravedere i valori umani e calcistici che poi si sarebbero rivelati nella sua straordinaria carriera. Nella rosa c‘era poi Giovanni Stroppa, centrocampista o mezza punta, che sostituiva Donadoni. Buone capacità tecniche e di gioco. Fantasioso e resistente, fu una pedina importante insieme a Mario Bortolazzi, Stefano Carobbi, Stefano Salvatori, Diego Fuser, Angelo Carbone, Christian Lantignotti, Rufo Emiliano Verga, Francesco Antonioli e Andrea Pazzagli, che completavano la rosa di quei giocatori e professionisti straordinari. Purtroppo Pazzagli, che lavorava con me nelle Nazionali giovanili, una notte del 2011 improvvisamente ci ha lasciato, a soli cinquantuno anni.
Sebastiano Rossi, portiere dai mezzi straordinari, non sempre supportati da attenzione, lavoro e professionalità. È stato un grande, pur sfruttando relativamente il suo enorme talento.
Eravamo pronti per la Coppa dei Campioni. Quell‘anno, il 1988-89, era il nostro primo obiettivo. Volevamo vincere in Europa dopo tanti anni, portare il calcio italiano al top delle classifiche internazionali. Berlusconi aveva capito che solo una squadra protagonista in Europa poteva avere riconoscimenti mondiali. È sempre stato un vulcano di idee, e aveva anche ipotizzato un torneo europeo organizzato dalle grandi squadre Nazionali che avrebbe messo in crisi la Uefa e la Coppa dei Campioni. Un‘idea non molto gradita alla dirigenza Uefa, per questo forse trovammo più di un ostacolo durante tutto il cammino verso la finale. Però c‘è da dire che la Champions, come la conosciamo noi oggi, con i gironi, dà ragione per certi aspetti all‘intuizione di Berlusconi di tanti anni fa.
Il debutto non fu facile. Allora lo scontro era diretto, andata e ritorno, si andava avanti o si usciva. Bastava sbagliare un incontro e si tornava a casa, quindi bisognava essere sempre al cento per cento. Per questo motivo sacrificammo qualche punto e qualche partita in campionato perché il nostro obiettivo era la Coppa dei Campioni. L‘Inter di Trapattoni quell‘anno ne approfittò, ma noi volevamo diventare una squadra di livello internazionale. Vincere è difficile, ripetersi lo è ancora di più, avere due obiettivi in una stagione quasi impossibile. Allora le rose erano composte solo di venti-ventidue giocatori.
Ero passato da essere «il signor nessuno» a «il profeta di Fusignano». I giornali mi ribattezzarono così. La Coppa dei Campioni te la giochi davvero una volta nella vita. Era il 7 settembre 1988. Fu una grande emozione anche per me, sia prima che dopo la gara d‘andata e di ritorno. Avevo la certezza che saremmo stati grandi, ma la Coppa dei Campioni era anche un sogno che si realizzava. Debuttammo con il Vitocha Sofia, una squadra bulgara che dominammo dall‘inizio alla fine in entrambe le partite. Berlusconi arrivò a Sofia, entrò in albergo e venne a trovarmi in camera. Io ero stranamente tranquillo e stavo dormendo. Esordì dicendo: «Come il principe di Condé prima della battaglia!». Io mi misi a ridere ricordando la battaglia di Rocroi del 1643 citata dal Manzoni nel capitolo II dei Promessi sposi. «Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina.» Sembravano parole perfette per descrivere il mio stato d‘animo e il lavoro svolto prima della partita. Mi sentivo stranamente tranquillo. Forse perché avevamo vinto tutte le partite precampionato battendo Tottenham, Bayern, Arsenal, PSV Eindhoven (campione in carica) e vinto il Torneo Bernabéu (tre a zero al Real Madrid).
Il Milan giocò la partita d‘andata al massimo, con eleganza, potenza, e alla fine portammo a casa un risultato importante, due a zero in Bulgaria con gol di Virdis e Gullit. La squadra s‘impose anche nella partita di ritorno il 6 ottobre. Lo stadio era stracolmo di tifosi rossoneri. Il debutto era stato anticipato da una certa tensione nello spogliatoio. I ragazzi sentivano la partita. Finalmente si tornava a giocare in Europa non più per la Uefa ma per la massima competizione. Fu una partita a senso unico, con il Milan che travolse la squadra bulgara per cinque a due. La stella quella sera fu Van Basten, che segnò quattro reti, di testa, in tuffo, di piede, in tutti i modi possibili. Una stella di prima grandezza sulla ribalta europea. Quella sera era nata una leggenda: «il cigno di Utrecht», come verrà definito. Ancora una volta, dopo Gullit, un altro milanista vinceva la prestigiosa competizione di «France Football», e questo era motivo di entusiasmo per tutta la squadra che contribuiva con il suo gioco a esaltare i singoli. Al secondo posto, quell‘anno, c‘era Gullit, e Rijkaard al terzo. Tre milanisti ai primi tre posti, ma insieme a loro c‘era tutto il Milan.
Al secondo turno incontrammo una bestia nera, la Stella Rossa di Belgrado. L‘andata si giocò a San Siro. Il Milan faticò a ingranare contro una squadra ostica, dal gioco duro. La partita finì uno a uno con gol di Dragan Stojkovič e Pietro Paolo Virdis, che pareggiò su delizioso passaggio di Van Basten. Il pareggio non soddisfaceva nessuno, e il ritorno si doveva giocare nella bolgia di Belgrado. La qualificazione era in bilico, bastava un errore, una svista, una partita giocata non al massimo e i sogni europei sarebbero finiti molto presto. Chiesi ai ragazzi cosa pensavano. Van Basten mi rispose che eravamo già fuori dalla Coppa.
Il ritorno fu davvero un inferno, un incubo lunghissimo. Sullo stadio di Belgrado scese una nebbia fittissima, dalla panchina non si vedeva assolutamente niente. All‘improvviso un urlo attraversò lo stadio. La nebbia illuminata dai potenti fari si era trasformata in una sostanza lattiginosa assolutamente impenetrabile allo sguardo. Intuimmo che la Stella Rossa aveva segnato ma noi non avevamo visto niente. Io mi alzai dalla panchina protestando, ma non credo che l‘arbitro mi abbia visto né sentito. Non si capiva nemmeno quello che stava succedendo in campo. Stavamo perdendo uno a zero quando l‘arbitro Pauly al 12° del secondo tempo si arrese anche lui e fischiò la sospensione dell’incontro. Il nebbione biblico ci aveva salvati, per fortuna. Era davvero una follia giocare in quelle condizioni, non vedevo nemmeno dall‘altra parte del campo, la visibilità era ridotta a cinque metri dal mio naso. Sembravano quelle nebbie in cui mi perdevo da ragazzo a Fusignano, quando non riconosci nemmeno la strada di casa. Scendemmo con tutta la squadra negli spogliatoi. Virdis aveva già fatto la doccia e si era vestito. «E tu cosa ci fai qui?» gli chiesi stupito. «Mi hanno espulso» rispose. Noi non avevamo visto niente, non ci eravamo accorti che Virdis era stato buttato fuori dall‘arbitro. E non lo avevamo visto attraversare il campo per andare negli spogliatoi.
La partita si sarebbe giocata il giorno dopo, alle tredici, stesso stadio, ripartendo dal risultato di zero a zero. Si giocò in un‘arena strapiena oltre ogni limite. Avevano aperto le porte per far entrare più gente possibile. Galliani ci raggiunse nello spogliatoio, preoccupato. «Ci sono oltre centoventimila persone! Non dovete avere paura» disse. Era il primo ad avere timore di quello stadio trasformato in quel modo in un‘arena per leoni. Gullit, che si stava cambiando, chiese: «Ma solitamente quanti vengono a vedere le partite della Stella Rossa?». «Trenta, quarantamila» rispose Galliani. «Allora gli altri sono venuti a vedere noi!» disse Gullit stemperando la tensione.
Allo stadio c‘era un clima di tensione e violenza. Si respirava l‘aria che avrebbe portato alla guerra in Bosnia. Alla mattina, nel preriscaldamento, sentivamo botti e scoppi continui, ma non erano petardi o tricche tracche, bensì spari e colpi di mitraglia. Il capo della tifoseria era il comandante Arkan, che diventò tristemente famoso durante la guerra in Bosnia per le stragi e i genocidi compiuti. Lo avrei incontrato di persona qualche anno dopo. Era una giornata di sole, senza nebbia. Chi perdeva andava a casa. I ragazzi erano tesi, sentivano la pressione del risultato e della partita. Quella notte non dormii. Ero molto determinato. Dovevo fare qualcosa subito, nascondere i miei timori e dare una sferzata di energia positiva. M‘inventai una storia.
«Mi ha chiamato il presidente Berlusconi. Non è disposto a spendere molti miliardi di lire per uscire al secondo turno, quindi dobbiamo mettercela tutta.»
E così fu. Disputammo una grande partita contro una squadra sempre più ostica e incattivita. Giocammo senza remore e senza timori. Quegli ottavi di finale sembravano non finire mai. Poi accadde un fatto strano. Su un disimpegno sbagliato della difesa e un pressing in area, i giocatori della Stella Rossa pasticciarono e la palla s‘infilò in rete per oltre un metro con un autogol clamoroso di Vasilijevič. Non ci diedero il gol: l‘arbitro e un guardalinee lasciarono correre o fecero finta di non vedere. Uno scandalo. Protestammo, ma non ci fu niente da fare. Andammo in vantaggio con un gol di Van Basten, e questa volta il gol non poterono negarlo. La Stella Rossa pareggiò con Stojkovič.
Durante l‘intervallo presi per il bavero l‘arbitro nel corridoio degli spogliatoi. Gli dissi in inglese che era un disonesto. Non scrisse nulla nel rapporto di fine partita. (Quando nel 2000 ero al Parma, durante una trasferta a Mosca con il CSKA andai a salutare l‘arbitro e l‘addetto all‘arbitro era lui. Io rimasi per un attimo perplesso, poi gli chiesi: «Do you remember?». «I remember!» rispose.)
Al termine di due tempi durissimi, finì in perfetta parità come all‘andata a Milano, uno a uno. Avevamo dominato, ci avevano annullato un gol e negato un rigore, si vedeva che tutto ci giocava contro, ma il campo decretava che noi eravamo stati più forti. Si andò alla lotteria dei rigori.
Stojkovič si presentò sul dischetto, deciso, e segnò il due a uno. Rispose Baresi: due a due. Per la Stella Rossa tirò Prosinečki, e di nuovo loro tornarono in vantaggio. Marco Van Basten camminò verso il dischetto sotto una pioggia di fischi. Era tanto sicuro di fare gol che tirò con una violenza che ammutolì lo stadio. Pareggio. La sicurezza di Van Basten deve aver gelato non solo lo stadio ma anche gli avversari, che si presentarono sul dischetto con Savičevič. Il tiro fu parato da Giovanni Galli con i piedi. Poi fu il turno di Evani, che segnò di nuovo. Eravamo in vantaggio. Mrkela per la Stella Rossa sentiva il peso di quel rigore decisivo. Tirò dal dischetto e Galli si allungò mettendo la palla sul palo. Secondo rigore parato. Psicologicamente li avevamo schiantati come avevamo fatto sul campo con il dominio del gioco. Rijkaard segnò il gol decisivo e il Milan passò ai quarti di finale, contro la nebbia, la sfortuna, gol non visti, gli arbitri.
L‘interminabile sfida era finita, un senso di liberazione ci diede una grande gioia, incontenibile. Era stato uno scontro infinito, di grande intensità emotiva. Ricordo di aver corso al centro del campo ad abbracciare i giocatori, scaricando tutta la tensione accumulata non solo nei due giorni precedenti ma anche nella settimana di preparazione a quell‘incontro. Bastava un rigore sbagliato, un tentennamento da parte di uno solo e saremmo stati fuori dalla Coppa dei Campioni. Ma sul dischetto c‘erano andati giocatori che si sentivano defraudati della vittoria, e che tirarono convinti di vincere. Questo influì molto sull‘atteggiamento psicologico degli avversari, sui loro errori.
Molti parlarono di fortuna, tirarono in ballo la nebbia biblica e tutto il resto. Sta di fatto che la fortuna bisogna saperla cogliere al volo, prendere l‘occasione quando passa. Sono certo che quella partita la vincemmo con la forza psicologica, con la convinzione di farcela, e questo gli avversari non lo avevano capito. Per questo hanno sbagliato i rigori e noi no. Il presidente della Stella Rossa e il sindaco di Belgrado salirono sul pullman a salutare quelli che, secondo loro, sarebbero diventati i nuovi campioni d‘Europa. E lo fecero con grande sportività.
II sorteggio per i quarti ci riservò la squadra tedesca del Werder Brema. All‘andata giocammo in Germania sotto una pioggia insistente. Senza Filippo Galli, Maldini e Virdis, finì zero a zero, con un altro gol non visto dall‘arbitro Rosa dos Santos. Sembrava ci perseguitasse la maledizione dei gol non visti e non assegnati. Un pallone su colpo di testa di Rijkaard andò ben oltre la linea bianca. Noi ci abbracciammo, ma l‘arbitro non fischiò il gol e rischiammo perfino di subirlo perché gli avversari partirono immediatamente in contropiede, e la nostra squadra era sbilanciata, con due soli difensori prima di Galli. L‘arbitro completò il suo fallimentare arbitraggio annullando un gol di testa firmato da Neubarth per un inesistente fallo ai danni di Giovanni Galli uscito con i pugni su calcio d‘angolo.
Van Basten giocò un calcio spettacolare insieme a tutta la squadra, ma la palla non entrava. Quindi ci saremmo giocati tutto a San Siro, quindici giorni dopo. Qui il Milan dominò il campo, giocò un grande calcio, tirò continuamente in porta, ma la palla sembrava non voler entrare: la porta, ancora una volta, pareva stregata. Alla fine vincemmo uno a zero su un rigore dubbio, che suscitò polemiche e proteste da parte della squadra tedesca. Il destino sembrava aver tracciato la sua strada. Il torneo era più duro del previsto. Faticosamente eravamo arrivati alla semifinale, dominando il gioco ma non ottenendo i risultati che meritavamo.
Il sorteggio per la semifinale designò come nostra avversaria il Real Madrid. Una delle più forti squadre del mondo, che aveva vinto cinque Coppe Campioni consecutive, con una storia ineguagliabile, che aveva scritto pagine epiche non solo del calcio europeo. E la prima partita dovevamo giocarla a Madrid. Van Basten, in quell‘occasione, pareggiò le sorti con un gol formidabile, un colpo di testa al limite dell‘area, in tuffo, che s‘infilò nel sette della porta. Il tiro sorprese il portiere. Un gol da cineteca, un gioco di prestigio di forza, potenza, precisione e invenzione. Finì uno a uno dopo un altro gol annullato, l‘ennesimo, segnato da Gullit a porta vuota, quando invece era regolarissimo. Butragueño, soprannominato «el caballero bianco», mi disse: «Gioco nel Real da quando avevo undici anni, e non mi ricordo né da bambino, né da giocatore una squadra come il Milan che sia venuta qui a imporre il suo gioco, ad aggredirci, a portarci via il dominio del pallone e del campo. Eravamo frastornati». A pochi minuti dalla fine rischiammo ancora di fare gol con una combinazione dei nostri due centrali difensivi Rijkaard e Baresi, a dimostrazione che non davamo punti di riferimento e che, quando attaccavamo o difendevamo, lo facevamo tutti e undici. Avevamo fatto del movimento la nostra ragione calcistica. Meritavamo ancora una volta di vincere, il passaggio del turno dovevamo giocarcelo a San Siro, in una partita che avrebbe segnato la storia non solo del mio Milan.
Alla vigilia del match, durante la partitella di preparazione con le giovanili rossonere, Albertini entrò duro si Evani, che s‘infortunò. Avevo in mente diverse mosse, avevo chiesto anche ai ragazzi se avevano delle soluzioni, mi tutti mi avevano risposto in maniera diversa. Non ci dormii la notte, ripensando alla chiacchierata di gioco con la squadra. Il Real era bravo ad attaccare ma modesto in difesa. Alla fine mi affidai ad Ancelotti. Era una soluzione strana: Ancelotti era fisicamente e tatticamente il meno adatto a sostituire Evani. Volevo che ogni giocatore fosse al posto giusto, che poi facesse una partita brillante, sufficiente o insufficiente era relativo. Mi fidai della sua intelligenza e disponibilità. Avrebbe fatto bene o male tutto quello che il gioco richiedeva. Spostai Rijkaard a centrocampo e inserii Costacurta in difesa.
Poteva sembrare una mossa azzardata. La squadra si schierò in campo con Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Costacurta, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, Ancelotti; il Real aveva grandi campioni tra le sue fila. Buyo, Chendo, Gordillo, Michel, Sanchís, Gallego, Butragueño, Schuster, Hugo Sanchez, Martín Vázquez, Paco Llorente. Gli spalti erano strapieni. Aleggiava nell‘aria la possibilità che la serata si trasformasse in leggenda. Mancavano solo novanta minuti, era la finale, il raggiungimento di un obiettivo quasi impensabile un anno prima.
Chiesi a tutti la massima concentrazione. Il Real pensava davvero di venire a Milano e di compiere l‘impresa. Ci credevano da come parlavano con i giornalisti. Io per quindici giorni martellai i ragazzi. «Noi dovremo fare la partita perfetta e giocare sempre ad alto livello. Dovevamo vincere a Madrid, e se devi vincere e non vinci, alla fine paghi.»
Di quella partita mi è rimasta impressa la netta superiorità di una squadra rispetto all‘altra, oltre al risultato. Cose che capitano solo alle grandi. Eppure spaccò in due l‘Italia: una parte la bocciò. Però io mi chiedo come sia possibile che chi ama il calcio non abbia apprezzato quel Milan. Prima della partita Berlusconi era con noi negli spogliatoi, quando si sentì un grande urlo. La squadra del Real si caricava in quel modo. Il presidente mi guardò: «Ma perché loro urlano e noi no?» «Hanno paura!» risposi io.
All‘inizio la squadra era contratta sotto la spinta del Real, ma tutti i tentativi di sfondare si spensero di fronte alla barriera della difesa orchestrata da Baresi. Gullit al diciottesimo del primo tempo passò la palla ad Ancelotti che si liberò con un dribbling di due giocatori avversari e preparò una fucilata da trenta metri che sorprese il portiere Buyo, leggermente fuori dai pali. Una parabola impossibile da prendere. Uno a zero per noi. Fu l‘inizio di una partita diventata leggenda, forse la più bella e importante giocata dal Milan. Una sorta di finale anticipata rispetto a quella che ci aspettava a Barcellona.
La reazione del Real venne spenta subito dal colpo del ko: un‘azione di Donadoni che passò a Tassotti, cross da destra e Rijkaard firmò il due a zero. Il Real era annientato dalla potenza di gioco, dal pressing, da un Milan davvero «indiavolato». Vedevo la squadra che giocava il calcio che avevo sempre sognato. Il resto fu solo Milan, con il terzo gol, a pochi minuti dalla ripresa, di Gullit, e il definitivo arrotondamento del risultato di Marco Van Basten allo scadere del primo tempo. Il quinto gol fu opera di Donadoni che con la rete suggellò una prestazione di grande potenza fisica e personalità. L‘unica nota negativa fu l’infortunio al menisco di Gullit. Ma quella notte a San Siro avevamo scritto un‘altra pagina memorabile di quella grande squadra. Un‘ascesa continua. I tifosi saltavano sugli spalti, ebbri di gioia, al canto di «Tutti a Barcellona, tutti a Barcellona!». Non potevamo pensare allora ai riconoscimenti internazionali tributati in seguito a quella squadra.
Il giorno dopo «La Gazzetta dello Sport» intitolava Milan Imperial e «l‘Équipe», il più importante giornale sportivo francese, scriveva Fantastique Milan AC. Era il riconoscimento che il Milan faceva paura a tutti. E il 24 maggio del 1989 ci saremmo giocati la finale a Barcellona. Si chiudeva un ciclo, quello del grande Real, e cominciava quello del grande Milan con quella goleada. La partita suggellò il passaggio di consegne. «World Soccer», la Bibbia del calcio mondiale, la più importante rivista inglese di calcio, definì il Milan del 1989 «la più bella squadra di club di tutti i tempi, dietro solo alle Nazionali del Brasile del 1970, al primo posto, all‘Ungheria del 1953 al secondo e all‘Olanda del 1970 al terzo». «France Football», attraverso i suoi esperti, scrisse di noi: La più grande squadra del dopoguerra. E gli obiettivi da raggiungere ancora tanti a livello internazionale. A Barcellona, per la finale, ci aspettava la Steaua Bucarest.
Fu il più grande esodo che la storia del calcio ricordi. Novantamila persone si spostarono dall‘Italia alla Spagna con tutti i mezzi possibili. Da Fusignano partì il famoso pulmino con i miei amici e Alfredo Belletti, il mio maestro. Poiché il regime di Ceausescu non aveva concesso a nessun tifoso di poter uscire dai confini della Romania, il Milan poté comprare tutti i biglietti dello stadio.
Ventiquattro maggio. Arrivammo alla partita caricatissimi. Potevamo diventare campioni d‘Europa dopo vent‘anni. Avevamo voglia di andare in campo, di giocarcela subito. Erano presenti novantamila persone! Nel tragitto dall‘albergo allo stadio non riuscimmo a fendere con il pullman la folla di gente, uomini, donne e bambini con bandiere e maglie rossonere. Avevamo riempito le Ramblas con la gioia e la felicità dei milanisti d‘Italia. L‘amore delle persone e dei tifosi era tale che la polizia dovette usare le maniere forti per far passare il pullman. I tifosi sono come gli animali, sentivano la vittoria. E noi eravamo in una forma fisica e psicologica eccezionale.
Nello spogliatoio i giocatori erano seduti. Io toccai la testa a ognuno di loro. Sentivano tutto il peso di quel momento storico. Cercai di confortarli a uno a uno. Quando arrivai da Franco Baresi, lui alzò la testa e mi disse: «E chi glielo va a dire a quei novantamila là fuori se perdiamo?».
Prima della gara Gianni Brera aveva scritto in un articolo: «Giochiamo contro i maestri del palleggio e del possesso palla, dobbiamo aspettarli e uccellarli con il contropiede». La lessi ai ragazzi e chiesi: «Secondo voi è la tattica giusta?». Gullit mi rispose determinato come non mai: «No. Dobbiamo giocare come abbiamo sempre fatto. Li attacchiamo dal primo all‘ultimo minuto, fin tanto che abbiamo energia». Erano tutti d‘accordo. Purtroppo, però, molti giornalisti del fenomeno Milan avevano compreso poco: basti vedere la storia e tutti i riconoscimenti che riuscimmo a ottenere. Non potevamo perdere. Eravamo molto più forti di loro. Era la nostra partita.
La squadra era formata da un gruppo unito di undici giocatori. Non giocavano uno contro uno, ma uno contro undici. Anghel Iordanescu, allenatore della Steaua, pensò il contrario. Con Evani infortunato, sostituito da Ancelotti, misero da quella parte Hagi, molto più veloce e reattivo di Carlo. Dissi alla squadra: «Se giochiamo in trenta metri nessuna squadra ci può battere, siamo davvero invincibili. Dobbiamo solo stare corti e vinceremo la partita». I rumeni non erano da sottovalutare. Tre anni prima, sempre in Spagna, a Siviglia, avevano vinto la Coppa dei Campioni contro una delle grandi d‘Europa, il Barcellona. C‘erano inoltre giocatori di primo piano come Gheorghe Hagi, Tudorel Stoica e Marius Lacatus, allora stelle di prima grandezza nel panorama del calcio mondiale.
La partita alla fine sembrò fin troppo facile. Negli ultimi tre incontri tra Real Madrid e Steaua avevamo realizzato dieci gol, subendone solo uno. Il Milan era una macchina da gioco e da gol impressionante. Gli olandesi erano incredibili, non sbagliavano mai le grandi partite. Rjikaard costruiva il gioco, Gullit era forza e potenza, finalizzava imponendo la personalità della squadra. Van Basten rappresentava l‘eleganza e la bellezza che si realizzava in campo.
Berlusconi arrivò nello spogliatoio con me. «Dottore, si è perso cinquanta, sessanta, settantamila persone che bloccavano il pullman. Una signora, per la foga e l’entusiasmo, si è strappata la camicetta davanti a noi. Anche Virdis, che solitamente durante le trasferte legge, ha abbassato il libro e si è messo a guardare la folla incredibile dei tifosi» dissi. «Un vero peccato, ma ha visto che stadio? C’è perfino una cappella!» Berlusconi mi guardò serio. «Bene, vado a pregare!» Quando tornò mi disse: «Gliel‘ho detto che i nostri avversari sono comunisti!».
Contro la Steaua Gullit aprì le marcature al diciottesimo con un gol in un‘azione ripetuta e insistita al centro dell‘area. Ancora lui realizzò il terzo gol, un capolavoro da fuori area, stop di petto su cross dalla sinistra e tiro che gonfiò la rete. Il primo tempo finì appunto sul tre a zero, nel mezzo la conclusione di testa di Van Basten, che sigillò la partita nella ripresa con un diagonale suggellando una superiorità mai messa in discussione per il quattro a zero finale.
Il prima, il durante e il dopo partita sono stati la realizzazione di un grande sogno, in una cornice di pubblico impossibile da replicare. Una gioia, una felicità senza confini dava ragione a due anni di sacrifici intensi e, per me, a qualcosa di inimmaginabile. Le ombre scomparvero, i momenti difficili divennero solo un brutto e lontano ricordo che la conquista della Coppa, dopo lo scudetto cancellava del tutto. Io e Berlusconi, Galliani, i tecnici e tutto lo staff ci abbracciammo a lungo andando verso il centro del campo. Poi iniziò la festa e provai quella pienezza del cuore che non avevo mai dimenticato da quando avevo vinto il mio primo campionato con il Fusignano. Sono momenti impossibili da raccontare. Dopo quella partita tappezzammo Milanello con il titolo dell‘«Équipe»: Dopo aver visto questo Milan, il calcio non sarà più lo stesso. La squadra di Berlusconi, dopo la vittoria epica sulla Steaua, si mette sulla scia dei grandi come il Real, l‘Ajax, il Bayern e il Liverpool.
Nel campionato italiano 1988-89, vinto quell‘anno dall’Inter con 58 punti, arrivammo terzi dopo il Napoli (47) e noi a 46. Staccate la Juve a 43 e la Sampdoria a 39. Avevamo avuto comunque un ruolino di marcia straordinario, con sedici vittorie, quattordici pareggi e solo quattro sconfitte, 61 gol realizzati e 25 subiti.
Chiudemmo l‘anno con la Supercoppa italiana, che si giocò a Milano il 14 giugno 1989. Inauguravamo quella sfida inedita che metteva a confronto la vincitrice del campionato con la squadra che aveva vinto la Coppa Italia, la Sampdoria di Gianluca Vialli. Una partita secca per un premio prestigioso, perché andava a premiare una delle vincitrici dei due tornei italiani più importanti. Un altro obiettivo che non potevamo perdere.
La partita a San Siro si mise male perché, dopo aver dominato il primo quarto d‘ora, un contropiede partito dal piede di Salsano trovò la nostra difesa sbilanciata e, su cross dalla destra, Vialli insaccò sparando un bolide in scivolata, nel tipico schema di gioco all‘italiana. Eravamo sotto, pur avendo dominato. Impossibile. Non potevo crederci. Dopo lo stordimento iniziale rimisi in moto la squadra, incattivita e ancor più determinata dopo quell’ingiustizia. Un solo contropiede, un solo tiro ed eravamo sotto, dopo aver dominato l‘inizio della partita. Il Milan schiacciò la Sampdoria nella sua metà campo e ribaltò il risultato, dimostrando ancora una volta una determinazione, una voglia di vincere e un‘aggressività nell‘organizzazione del gioco che quattro minuti dopo permise a Rijkaard di segnare. Nel secondo tempo Mannari e all‘ultimo minuto Van Basten chiusero la partita in nostro favore. Una rimonta schiacciasassi che portò un altro trofeo ad arricchire il nostro palmarès. Non potevamo chiudere al meglio quella stagione.
Il pomeriggio tornai a Fusignano. Allora abitavo in centro, in un palazzo del Seicento. Andai a letto a riposarmi La mattina dopo mi svegliai con un sapore dolce in bocca, una sensazione rara e meravigliosa che auguro a tutti di poter provare. Una vittoria che mi ripagava delle tante delusioni, amarezze e critiche ricevute negli anni. Ero felice per Berlusconi, per Galliani, per i giocatori e i tifosi. Era nata una squadra da leggenda.















