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A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": il mio Calcio - Il Calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti

 

 

Capitoli precedenti: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6

 

sacchi

Questo è lo schema che mi ha sempre aiutato a far capire alle società, agli staff tecnici, ai giocatori, ai tifosi e infine ai giornalisti sportivi che cosa fosse per me il calcio. I padri fondatori lo pensarono come un gioco offensivo e di squadra:

COS‘È IL CALCIO PER ME

  • Uno spettacolo sportivo dove si deve divertire, convincere, vincere.
  • Una vittoria senza merito non è una vittoria.

COME SI REALIZZA

  • Il Club: che abbia un progetto ambizioso, organizzato, moderno, e obiettivi chiari.

LO STAFF TECNICO

  • Una brillante idea di gioco, capacità didascaliche e didattiche, con il perfezionismo e la sensibilità.

IL GIOCATORE

  • La persona, la motivazione, l‘intelligenza, la coscienza della collettività, il temperamento, la velocità, il talento e la tecnica.

COME SI LAVORA

  • Sulla didattica collettiva e di gioco per acquisire una tecnica individuale attraverso la squadra e il gioco.
  • No a una tecnica da circo, si parte dalla squadra e dal gioco per arrivare al singolo e non il contrario.
  • No a un calcio difensivo, individuale e specialistico.
  • Formare un gruppo che si trasforma in una squadra attraverso il posizionamento, il collegamento, la connessione.
  • Una interazione tecnico/tattica/psicologica.
  • Tutti devono partecipare e conoscere le fasi d‘attacco e di difesa, tutti devono lavorare con e per la squadra a tutto campo e tempo, undici giocatori in posizione attiva con e senza palla.
  • Più il gruppo sarà compatto, più si aiuterà il singolo e si faciliterà la tecnica e la collaborazione.
  • Simulare negli allenamenti tutto quello che avverrà in partita, solo così il ragazzo non si troverà impreparato e teso.
  • Correggere significa migliorare.
  • Velocità e avversari sono le difficoltà in partita, passare dal facile al difficile, dal semplice al complesso per raggiungere una situazione similare al match.
  • La formazione per essere efficace deve modificare il pensiero e orientare i comportamenti di apprendimento e trasformazione.

OBIETTIVI

  • Migliorare il ragazzo e il giocatore.
  • Il calcio collettivo.
  • Il calcio totale.
  • Solo nel protagonismo si cresce.
  • Essere il dominus della situazione.
  • Essere i padroni del campo e del pallone.
  • Vincere con rispetto, perdere con dignità.

Il Milan di quei quattro anni riuscì a interpretare al meglio la mia idea di gioco. Il mio sogno era allenare una squadra che giocasse con personalità e protagonismo per vincere, convincere e divertire. Padrona del campo e del pallone. Lo ripeto, una vittoria senza merito non è una vera vittoria.

Per migliorare tecnica, convinzione, fantasia e autostima dei calciatori ritenevo fondamentale il dominio del pallone. Ho sempre creduto che solo nella costruzione e nel possesso palla si potesse realizzare totalmente tutto ciò. E per questo era importante innanzitutto avere alle spalle un club che condividesse le mie idee, una società seria, affidabile, intelligente e competente, e che ingaggiasse uomini con passione, amore e generosità. Pertanto, prima di tutto viene la persona con il suo impegno e motivata alla ricerca dell‘eccellenza, poi la funzionalità al progetto. Possibilmente un giocatore che sia complementare, e solo dopo che abbia talento. Ho sempre richiesto ai calciatori la loro condivisione totale. Dicevo: «O si dà tutto o niente».

Ho sempre interpretato il ruolo dell‘allenatore pensando che il mio compito fosse paragonabile a quello dell‘autore e del direttore d‘orchestra nella musica o dello sceneggiatore e del regista in un film. Credevo fortemente nelle mie idee, una convinzione totale che attraverso la comunicazione e il lavoro cercavo di trasmettere ai calciatori. Essendo il calcio uno sport di squadra, iniziavo proprio dal concetto di squadra, che si formava unicamente attraverso una interazione tra la componente umana e quella tecnico-tattica. Uno spirito di squadra elevatissimo era fondamentale, come la benzina per un‘auto. La volontà e la conoscenza producono sinergia e moltiplicano le soluzioni e le certezze.

Partivo dalla squadra per poi andare sul gioco, che consideravo come il motore per l‘auto o la trama per il film. Il gioco può essere come la trama: scarso, sufficiente, ottimo, dipende dal talento, dalla chiarezza, dalla capacità didattica, dalla sensibilità e dalle intuizioni del tecnico. I calciatori sono gli interpreti, che non riuscirebbero a trasformare una brutta trama in un grande film. In una squadra che gioca male sembrano scarsi anche i campioni. Un esempio è il Real Madrid 2005-2006 con i suoi tanti vincitori di Palloni d‘oro, che venne definito da Di Stefano brutto e noioso. Le correzioni negli allenamenti, la scelta delle esercitazioni più idonee per realizzare la teoria sono fondamentali. Tutto quello che non si corregge negli allenamenti costituirà un ostacolo per la realizzazione ottimale del gioco.

La sensibilità e la chiarezza dell‘allenatore fanno la differenza (un‘opera lirica è praticamente uguale per tutti, ma se la dirige Muti risulta migliore rispetto ad altri direttori d‘orchestra). La sensibilità non si copia, gli esercizi sì. Però aggiungevo che avrebbero copiato l‘esercizio ma non la mia conoscenza e sensibilità. Naturalmente so che ci sono molti allenatori che interpretano questo ruolo in modo diverso, ma io vi sto raccontando la mia idea calcistica, non avendo la presunzione di pensare che ci sia solo questa strada: tuttavia ho sempre creduto che il calcio nasca dalla mente e non dai piedi. Dicevo: «Può nascere qualcosa dai piedi?». Pensate a quando si dice che uno «ragiona con i piedi»! Ho sempre ritenuto che fosse più facile e semplice migliorare un piede che non la mente.

Non ho mai rinnegato la nostra storia calcistica, anzi è stata importante perché ha insegnato ai calciatori la concentrazione quasi mistica, l‘attenzione e il furore per la vittoria. Tutte qualità che permettono un agonismo e una capacità di sfruttare al massimo il poco che si crea. Tuttavia non ho mai pensato che lasciando l‘iniziativa e il gioco all‘avversario i nostri calciatori sviluppassero completamente tecnica, fantasia e autostima. Ho sempre cercato di dare uno stile, un‘identità a tutte le squadre che ho allenato, dai dilettanti alla quarta serie (semiprofessionisti) e C1, ai settori giovanili, alla serie B e A. Così come alla Nazionale e alle Nazionali giovanili dal 2010 al 2014. Sempre a prescindere dalle qualità dei singoli, ho lavorato affinché la squadra e il gioco fossero il dominus della situazione. Mi è andata bene, non sono mai stato esonerato e le compagini che ho allenato non sono mai retrocesse.

Per ottenere questo, lo ripeto, partivo dalla squadra, dal gioco che le davo a prescindere dall‘affidabilità degli interpreti. Ho sempre privilegiato le squadre giovani e piene di entusiasmo perché sinonimo di freschezza e voglia di fare e di apprendere, anche se poco esperte e smaliziate, inadatte a un calcio prevalentemente difensivo, pessimista e pauroso.

Le squadre che ho allenato in diverse categorie con interpreti di valori diversi, hanno sempre giocato da protagoniste, erano loro che avevano il comando. Questo meravigliò Berlusconi quando il Parma che militava in serie B incontrò il grande Milan. Avevano capito, come prima i giocatori di Fusignano, Alfonsine, Bellaria, Primavera del Cesena e Fiorentina, Rimini e Parma, che il propellente per migliorare le loro qualità e le possibilità di successo era attuare il proprio gioco. I giocatori del Milan erano per me i più bravi del mondo, ma quanto il gioco li ha realizzati completamente! Tutti migliorarono! Nel campionato precedente, i rossoneri erano arrivati quinti a pari merito con la Sampdoria e avevano subito 21 gol.

Nella mia formazione titolare che vinse il campionato del 1987-88 c‘erano ben otto calciatori che avevano giocato l‘anno precedente e solo tre rinforzi: Colombo, dall’Udinese retrocessa, Ancelotti e Gullit. Il grande Van Basten ebbe infortuni vari e giocò solo tre incontri interi. I gol subiti dalla medesima difesa, Giovanni Galli, Tassotti, Filippo Galli, Baresi e Maldini, furono 12 contro i 21 dell‘anno precedente, che sarebbero stati solo 10 in quanto due gol sono da ascrivere alla partita persa a tavolino con la Roma a causa di un petardo.

La nuova didattica riguardava la fase di non possesso, una zona pressing che aveva modificato completamente l‘ortodossia del calcio italiano in generale, fino allora basato prevalentemente sulla marcatura a uomo, con una difesa protetta sempre da un libero e con una squadra pessimista e quindi più votata alla distruzione che alla costruzione, un calcio pauroso con molti giocatori al limite dell‘area e che non affronta l‘avversario a tutto campo perché in inferiorità numerica, dal momento che tiene sempre uno o due calciatori fissi indietro in copertura. Poi si fa gol pensando ad un contropiede, a un‘invenzione del numero dieci o a un errore dell‘avversario.

Il calcio che io volevo era attivo anche in fase di non possesso, e vedeva i giocatori protagonisti grazie al pressing. Anche i riferimenti erano diversi: per il calcio italiano il riferimento principale era l‘avversario e la lotta era uno contro uno. Nel mio calcio al primo posto c‘era il pallone, poi il compagno e quindi l‘avversario. Si cercava una difesa collettiva e si andava sulla marcatura o a coprire lo spazio. L‘intelligenza, l‘attenzione, il posizionamento corretto e la capacità di scelta erano basilari, si cercava il meno possibile la lotta uno contro uno e si marcava invece collettivamente grazie a reparti congiunti che si muovevano in modo ordinato e sincronizzato. La forza che producono undici uomini non potrà mai raggiungerla nessuno individualmente. Si faceva un‘esercitazione di 10-15 minuti con il portiere più i difensori contro una squadra intera di undici composta dai vari Van Basten, Gullit, Donadoni, Massaro, Ancelotti, Rijkaard eccetera a tutto campo. Pochissime volte gli undici facevano gol. Dicevo a Van Basten che scommetteva con me e pagava sempre lo champagne: «Meglio cinque organizzati che undici senza una linea di gioco». Ci si esercitava anche in fase di non possesso per le chiusure e i collocamenti preventivi, inoltre per il pressing, una cosa quasi sconosciuta nel nostro campionato. Il pressing richiede una squadra compatta e organizzata, tempi di attacco e marcatura a scalare, e contemporaneamente dalla parte opposta bisogna scivolare e coprire con diagonali. Il problema consisteva nel far correre in avanti calciatori che da sempre correvano indietro. In avanti si corre solo se si è organizzati e si sa quando e come. L‘obiettivo era essere sempre in superiorità numerica nei pressi della palla.

La presenza di Gullit mi servì molto, come le esercitazioni per cambiare la mentalità, che non si compra non si crea senza la determinazione del gruppo; ci si esercitava molto anche con le Nazionali giovanili per tenere la squadra compatta e che si muovesse come fosse un sol uomo, simulando e correggendo situazioni analoghe che si sarebbero incontrate la domenica. Ai calciatori italiani il nuovo fa paura, ma quando sono convinti lo interpretano meglio degli altri, che in fase di non possesso sono molte volte approssimativi. Si facevano esercitazioni con i colori per abituarli a muoversi contemporaneamente e in sincronia: si chiamava un colore (ogni colore significava un pallone) e tutti si muovevano in avanti e indietro o lateralmente con i compagni e arrivando simultaneamente.

La distanza longitudinale tra la linea dei difensori, quella dei centrocampisti e quella degli attaccanti non doveva essere superiore in generale ai 10-12 metri per linea, mentre la distanza in larghezza tra centrocampisti e difensori, per fare reparto e avere la certezza della compartecipazione, non doveva essere quasi mai superiore in generale ai 6-7 metri. A palla libera e possesso all‘avversario ci si esercitava a coprire lo spazio e a scappare indietro, così come quando la squadra subiva un contropiede e si era in inferiorità numerica si doveva scappare; poi, quando la situazione cambiava, bisognava trovare i tempi giusti per il pressing. Così facendo si passava da una situazione negativa a una positiva, creando scompensi negli avversari. Avere una difesa alta consentiva maggiore spazio e tempo per posizionarsi correttamente.

Il saper scalare in avanti o lateralmente, avere i tempi del pressing così come della copertura, giocare senza avere sempre un difensore fisso in più dietro che copre, a sistema puro, cercando la superiorità numerica in difesa attraverso l‘organizzazione e il movimento: questo volevo dai giocatori, consentiva di non essere in inferiorità numerica a centrocampo. Sulla respinta la linea di difesa doveva salire velocemente (difficile anche con i ragazzi, perché hanno paura, non sono abituati a vederlo neppure dai grandi). Il concetto è: essere compatti per migliorare la collaborazione e la connessione. Avere undici calciatori in posizione attiva con la palla e senza, solo così si sente la compartecipazione attiva dei propri compagni. Nel mio calcio veniva prima la capacità di giudizio e il senso della posizione, la capacità di prevenire; la parte fisica e tecnica per me sono sempre stati dei mezzi, mai dei fini.

Anche la tecnica era collettiva e prevalentemente acquisita attraverso situazioni di gioco e simulazione. L‘allenamento per essere veramente allenante deve far provare durante la settimana tutte le situazioni che si ritroveranno in partita, tenendo presente che nelle situazioni inedite ci sarà solo sconforto e tensione. Avevo ben chiaro che l‘allenamento per essere efficace non può prescindere dal considerare l‘avversario e la velocità.

In fase di possesso facevo molte esercitazioni (anche con le Nazionali giovanili). In fase difensiva un portiere più quattro difensori contro sei o otto o undici avversari. Poi 1+4+2 contro undici, 1+4+4 contro undici. Alla fine undici contro undici con la squadra allenatrice che doveva cercare di uscire con i passaggi, o con i lanci, o col rinvio del portiere. Ci si esercitava in un pressing difensivo nella nostra metà campo, offensivo 8-10 metri oltre la metà campo, ed ultra offensivo vicino all‘area avversaria. Con le giovanili, appena persa palla, si cercava il pressing immediato, trovando tante difficoltà per l‘atavica paura generata dalla tradizione e dal non sapere come fare. Allenavo tutte le componenti difensive, dal movimento collettivo al pressing, al fuorigioco, ai raddoppi, alle marcature a scalare, alle lotte uno contro uno, alle respinte e alla risalita veloce. Solo qualche volta si facevano esercizi individuali. E lo sottolineo di nuovo: il calcio è uno sport di squadra e non individuale. Partivo dagli undici e dal gioco per insegnare una tecnica già relativa alle situazioni della partita.

Non volevo perdere tempo. Attraverso esercitazioni di gioco allenavo la tecnica collettiva dei giocatori, così non dovevano apprendere prima la tecnica individuale e poi inserirla negli undici e poi nel gioco. Il calcio è cambiato radicalmente quando si è passati da una tecnica individuale a una tecnica collettiva. Prima si voleva fare l+l+l+l+1+1 per arrivare a undici. Io partivo dagli undici per arrivare a uno. Pertanto oltre ai vantaggi sopra citati si potevano operare al meglio le chiusure preventive, i collocamenti preventivi, l‘essere corti e stretti. Il pressing e le chiusure preventive permettono di correre meno, con risparmio energetico gli scatti sono brevi, e si evita una corsa indietro lunga di tutta la squadra. Se si bloccano subito le ripartenze rivali attraverso il pressing, si creano i presupposti per transizioni letali, che sono il meglio del calcio italiano offensivo. Per fare questo, occorrono grandi capacità organizzative e di giudizio e una conoscenza che si ottiene solo attraverso un lavoro lungo, faticoso e paziente. Chiedevo ai miei giocatori e alla società pazienza, perché i miracoli non li fa nessuno.

In fase offensiva e di possesso, ritengo ancora fondamentale che la squadra sia corta e anche stretta. In fase di possesso il mio sistema di gioco è basato sui sincronismi e i tempi. Lasciamo spazi e per arrivarci in movimento è più complicato da realizzare, ma anche più difficile da controllare per gli avversari. La distanza tra il possessore di palla e i riceventi non deve essere superiore in generale ai 12-15 metri. Se la distanza fosse maggiore il lancio sarebbe meno preciso, quasi sempre alto e lento, e il ricevente isolato. Inoltre il difensore, più la distanza è lontana, non teme di essere attaccato alle spalle e ha 30-40 metri per l’anticipo.

Il passaggio sui 10-12 metri è facile, non richiede una tecnica sopraffina. Gli smarcamenti, i tempi, le distanze e un ricevimento corretto sono tutti elementi che agevolano la tecnica. Tutti collaborano e possono ricevere. Il movimento è breve e poco dispendioso. Il modo in cui si riceve la palla, con la faccia o con le spalle verso la porta avversaria, fa la differenza, così come ricevere la palla da fermi o in movimento. Ecco perché la squadra deve essere stretta, per poi avere spazi per andare in profondità sulla fascia in movimento. I lanci devono essere pochi e mai lunghi, eccetto i cambi di gioco. I passaggi devono essere rasoterra e veloci.

Gli smarcamenti e le finte sono importanti per ricevere la palla più comodamente, per la tempistica del passaggio e di chi riceve (fare la finta troppo presto o tardi complica il ricevimento e la situazione tecnica). Più si riceve la palla bene con buoni smarcamenti, più aumentano la fantasia e la velocità, facilitando la tecnica. Gli smarcamenti possono essere individuali o di gruppo (uno va e uno viene, incrocio, uno taglia e uno dietro, ecco). Il compagno in possesso palla dovrebbe avere più soluzioni onde scegliere la più vantaggiosa e creare più difficoltà all‘avversario. Io desideravo che il possessore avesse sempre quattro-cinque possibilità di passaggio (uno laterale, uno indietro, e avanti) oppure (due laterali, uno avanti e uno indietro). Se il compagno con la palla è attaccato, quello più vicino non deve attaccare lo spazio ma andare incontro. Sugli attacchi centrali le due punte attaccavano la profondità o uno incontro e l‘altro tagliava in profondità alle sue spalle, con un centrocampista dietro ai due attaccanti. Sugli attacchi laterali: vicino all‘area uno o due aiutavano il giocatore sulla fascia e tre o due si preparavano a ricevere il cross; quello avanti decideva dove andare e gli altri seguivano, attaccando uno il primo palo uno il secondo palo e uno dietro (arrivare in movimento e in anticipo).

Desideravo sempre minimo cinque giocatori oltre la linea della palla e volevo i collocamenti preventivi per impedire le ripartenze avversarie. Se la squadra avversaria pressava, i giocatori sapevano come cambiare gioco. Specialmente a livello internazionale, dove quasi tutte le squadre pressano, è importante lavorare in allenamento per uscire dal loro pressing. Specialmente a livello internazionale quasi tutte le squadre pressano, e le soluzioni sopra citate per uscire dal loro pressing sono importanti.

Tra le esercitazioni che più frequentemente facevo c‘era l‘undici contro zero per la fase offensiva, dove richiedevo velocità nei passaggi, negli smarcamenti, immaginando di essere marcati. Tutti dovevano essere in movimento e muoversi con i tempi dei passaggi giusti: ricezione della palla corretta, alternare attacchi laterali e attacchi centrali. Farlo in velocità dopo una prima fase di riscaldamento è imprescindibile non essendoci l‘avversario. Creavo simulazioni di gioco con regole sempre diverse per abituare i giocatori a essere sempre attivi mentalmente. Per esempio, la squadra è lunga? Obbligarli a passaggi rasoterra, e se non lo facevano punizione a favore dei rivali. La squadra tira poco in porta? In uno spazio di 50x40 metri facevo giocare con un tocco e tiro, un dribbling un tocco e tiro. La squadra tiene troppo la palla? Gioco la partita con un tocco e così via. Creavo altre esercitazioni con i tiri e i cross simulando le azioni, con qualche avversario sui cross e sulla fascia e sempre con tre attaccanti che braccavano la porta. Ho sempre pensato che l‘intelletto fosse l‘elemento più importante.

Per abituarli ai colpi di testa, si giocava solo con la testa in un campo sintetico. Questo perché ci si doveva abituare a tirare i colpi di testa in partita e non da soli: così attraverso una tecnica collettiva miglioravo quella individuale.

Ho sempre attivato molti possessi, però finalizzati (squadra schierata con ognuno nel proprio ruolo) e sempre in superiorità numerica (per esempio un portiere più due difensori o un portiere più quattro contro quattro avversari).

Ho sempre voluto dare un‘alternativa al possesso affinché in partita i miei giocatori praticassero un possesso non pleonastico, fine a se stesso. Il possesso è valido se è la premessa per l‘affondo: saper rimuovere la palla velocemente e poi trovare il movimento e lo spazio per l‘affondo diventa importante quando si trova lo spiraglio giusto.

La tecnica viene allenata, anche con i ragazzi, attraverso il movimento e in generale a gruppi, ma ancora di più nei possessi. Credo sia importante insegnare una tecnica attraverso il gioco in modo globale e non analitico.

Michels, grandissimo allenatore olandese, mi diceva: «Siete strani voi italiani, insegnate la tecnica a sé stante dal gioco. Noi insegniamo come deve essere in partita. Sarebbe come insegnare a nuotare mettendo i calciatori su una tavola spiegando che devono alternare il movimento dei piedi e delle mani. Noi li buttiamo in acqua».

Gullit, grande campione, nelle partite di palla tennis nessuno lo voleva in squadra, così come nelle esercitazioni tecniche individuali era mediocre. In partita, invece, era bravissimo in tutti i gesti tecnici: conduzione, tiro, passaggio, colpi di testa, dribbling, contrasto. Aveva acquisito una tecnica da gioco e non da circo.

Facevamo molti possessi, molti torelli ma in movimento, sapendo quando e dove posizionarci per smarcarsi. L‘allenatore deve intervenire e correggere tutti gli errori. Quando Pep Guardiola arrivò al Bayern, i giocatori tenevano un torello da fermi e lui disse: «Non mi sembra che il calcio si possa giocare da fermi, vi state abituando a quello che non succederà mai in partita. Non solo perdiamo tempo ma è deallenante».

Io volevo partitelle con regole, possessi, torelli, esercitazioni di gruppo. Tiri, cross, ricordandosi di attuarli sempre più alle velocità della partita e poi anche mettendo, a volte, avversari in inferiorità numerica, come accade nella realtà di ogni incontro.

Anche la preparazione fisica avveniva sempre più con il pallone e sempre più attraverso partite ed esercitazioni. Un esempio: un lavoro lattacido si può fare a secco (senza pallone) con ripetute ma anche con partite in pressing della durata di due, tre minuti (per esempio, partite in una metà campo portiere+1 regista+5 attaccanti contro portiere+1 libero+5 marcatori a uomo). Le regole sono che il regista e il libero non marcati hanno solo due tocchi, gli altri tocco libero e nessuno potrà ostacolare il regista o il libero. Si fanno azioni tipo partita 1:1 per abituare tutti ad attaccare e difendere, se uno scarta il proprio avversario solo il libero o il regista possono intervenire e raddoppiare. Per migliorare le ripartenze formavo tre squadre di sei contro sei in una metà campo, mentre altri sei aspettavano nell‘altra metà. Se la squadra dei sei attaccanti passava la metà campo si confrontava con gli altri sei, e se perdevano la palla cercavano di non fare superare la metà campo ai rivali. Vinceva la squadra che aveva segnato più gol.

Anche per abituare al pressing si fanno partitelle costruite in maniera opportuna. Nelle partite di pressing mettevo portiere+3 giocatori contro 3 giocatori+portiere in un campo ristretto di 40x25 metri per un tempo di tre o due minuti. Oppure portiere+4 contro 4+portiere oppure portiere+1 contro 1+portiere per due minuti (e queste partitelle erano davvero micidiali). Molte di queste esercitazioni si facevano nella gabbia dove la palla non usciva mai. Io stavo sopra una seggiola con il megafono e urlavo e li incitavo e dicevo loro quello che dovevano fare. Li correggevo, li spronavo, li aiutavo a giocare uno contro uno. Ancelotti era quasi sempre contro Rijkaard, un mostro fisicamente, nel portiere+1 contro 1+portiere, e un giorno mi disse: «Mister, cosa ho fatto di male per punirmi con Frank?».

Oppure, il potenziamento delle gambe e dell’elevazione si può fare a secco ma anche con una partita (possibilmente sulla terra o sintetico, dove si può colpire solo di testa): si facevano 20-30 elevazioni col pallone. Scatti brevi si possono effettuare con un torello dove chi è dentro deve attaccare sempre la palla per 6-7 secondi, quindi fa gli scatti in relazione al pallone come sarà in partita. Scatti di 10, 20, 30 metri si possono fare mettendo i quattro difensori che rinviano oltre la metà campo e i quattro difensori scattano fino a metà campo orientandosi con la palla calciata e così gli altri ruoli, per abituarli a correre sempre in relazione a dove si trova la palla.

Negli anni ho raccolto interi faldoni di materiale, con schede ed esercizi finalizzati a far muovere la squadra, con esercitazioni e regole che poi davano i loro frutti la domenica in partita. Tutti esercizi con l‘obiettivo di allenare mentalmente e fisicamente attraverso il pallone e il gioco. Era il risultato della ricerca quotidiana, dello sviluppo delle idee, della rielaborazione di concetti che si dovevano concretizzare in partita. E questo lavoro lo deve fare l‘allenatore.

Il calcio ha offerto un piccolo gruppo di geni delle idee e della tattica e un folto esercito di arrivisti con scarse convinzioni e conoscenza che cercano di seguire le mode del momento. Esiste una terza via, quella degli allenatori legati al passato, che lo difendono orgogliosamente. Sono tecnici che non inventano e non trasmettono ai posteri una qualche eredità ideologica. Io ho sempre cercato l‘innovazione e la ricerca, con un lavoro di studio e di riflessione enorme per realizzare la mia idea di calcio, facendo uno sforzo inimmaginabile per convincere società, giocatori, tifosi e giornalisti della bontà del mio progetto.

Vincere il campionato italiano di serie A era solo il primo traguardo. Allora non avrei mai immaginato dove quella panchina mi avrebbe portato insieme alla squadra, attraverso un calcio che ha raggiunto traguardi e riconoscimenti a livello mondiale, che ha permesso ai giocatori di avere una lunga carriera, e ha richiesto da parte mia uno sforzo fisico e mentale che mi ha stremato e logorato molto presto, come fa la fiamma che dà una grande luce, si spegne presto ma soprattutto illumina il cielo.

 

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