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A domani!

Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": la doppietta all’ultima partita

 

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ancelotti coppa

«Carletto, vado ad allenare la Nazionale. Mi piacerebbe portarti con me.»

«Grazie, mister, non pensavo di essere ancora un giocatore così importante.»

Nessun commento. E un imbarazzo neppure troppo leggero. La stagione era agli sgoccioli e Sacchi mi stava comunicando, in gran segreto, che avrebbe lasciato il Milan. Ma anche che ero un calciatore alla frutta, perché quella proposta in realtà era da leggere così: «Vieni a fare il mio vice?».

Arrigo aveva il sentore che il suo ciclo a Milanello volgesse alla fine (e, quando un ciclo è alla fine, prima te ne accorgi e meglio è) e già aveva pronta una nuova avventura: l’Italia. Unire i suoi mille schemi in una sola idea. Il Garibaldi di Fusignano. Prima di allora non avevo mai pensato di poter diventare un allenatore, la richiesta di Arrigo è stata una folgorazione. Per la prima volta mi sono visto in panchina, e non era malaccio. L’ho considerata subito una grossa opportunità. Era il 1991, avevo trentadue anni, le ginocchia ballerine, potevo ancora fare il calciatore ma non sapevo per quanto.

Sacchi, con i suoi occhialoni da sole larghi il doppio della faccia, se ne andò senza rimpianti: per quanto mi riguardava era un arrivederci.

Benvenuto, Capello. Benvenuto per modo di dire. Con lui, per me, è iniziato il periodo della concorrenza spietata, dell’accantonamento, del «fatti in là». Più mi metteva da parte e più mi veniva voglia di saltare sull’altra sponda, la sua, quella di chi doveva decidere senza correre.

Nella vita non ci possono piacere tutte le persone che incontriamo. Io e Fabio avevamo e abbiamo caratteri diversi. Il problema – lo avverto anche adesso che sono dall’altra parte – è che scindere il rapporto professionale da quello umano è difficilissimo: se un calciatore finisce in panchina o in tribuna, per forza di cose non può avere simpatia per l’allenatore. Il rapporto non decolla, è inevitabile, a noi è successo così.

Capello è stato il primo a non considerarmi titolare a prescindere: c’era un ragazzo giovane in cui la società credeva molto, Demetrio Albertini, che aveva molto più spazio di me. Quando si è fatto male Rijkaard ho giocato parecchie partite, fino a novembre, poi però mi sono sentito dentro al Monopoli: dal campo alla tribuna, senza passare dal via. Né dalla panchina. Quattro mesi da spettatore pensante: nel senso che, se sei seduto mentre gli altri stanno dove vorresti essere tu, hai un sacco di tempo per meditare. La decisione l’ho presa lì, sui seggiolini degli stadi di mezza Italia: «Smetto».

La prima stagione senza Sacchi sarebbe stata la mia ultima al Milan. All’inizio ho faticato ad accettare quel ruolo da comparsa, poi me ne sono fatto una ragione. Capello era serio, serissimo, chiedeva molta disciplina e capiva perfettamente in quale direzione doveva andare la squadra per mettere in difficoltà gli avversari. Leggeva benissimo le partite, ecco la sua qualità migliore. Da questo punto di vista, giù il cappello. Umanamente, be’, il discorso cambiava. Era burbero, non dialogava con i giocatori, soprattutto non amava discutere con noi sugli aspetti tecnici. Il confronto dialettico su determinate questioni non gli apparteneva, era inesistente. Forse è per questo che ci sono stati molti diverbi con i calciatori. Forse è per questo che un giorno Gullit l’ha appeso al muro nello spogliatoio di Milanello. Di nuovo giù il cappello, ma su il Capello. A qualche centimetro da terra (prima di allora, a una scena del genere avevo assistito solo a Roma, quando Liedholm, da solo, durante un litigio aveva preso per il collo Turone e Pruzzo).

Comunque, quella volta andò così.

Capello, leggendo il giornale: «Ruud, hai detto cose false. Sei un bugiardo».

Gullit, senza leggere il giornale: «Ora ti metto a posto io».

Rissa. Sono sicuro che molti tifassero per Gullit, ma tutti insieme li abbiamo divisi.

Altro punto a favore di Capello: dopo scene del genere, cancellava tutto. Ripartiva da zero. Faceva finta che non fosse accaduto nulla, per il bene della squadra. E suo. Un po’, in certe situazioni, sono come lui. Da allenatore ho assistito a molte litigate fra giocatori, sono situazioni normali. Di solito guardo e tengo un atteggiamento distaccato: se la cosa si trascina intervengo, altrimenti aspetto che la risolvano fra loro. Quando Seedorf è arrivato al Milan, litigava con tutti. Un diverbio dietro l’altro con i compagni di squadra, soprattutto nel primo anno. Clarence è uno che parla molto, anche di questioni legate al gioco: all’inizio, essendo un giocatore nuovo, questo suo modo di fare e di dire non era ben accetto. Lo consideravano uno sbruffone, un presuntuoso, uno che pensava di sapere tutto. Kaladze e Rui Costa non lo sopportavano. Arrivato a Milanello da appena qualche giorno, Seedorf voleva spiegare a Rui come si sta in campo e come si gioca a pallone. Non gli riconoscevano la leadership perché era una matricola del Milan, poi piano piano le cose sono migliorate. Perché in realtà, Clarence, un leader lo è. Un ottimo trascinatore dentro lo spogliatoio.

Ero ancora un centrocampista ma pensavo già da allenatore in quell’ultimo anno di carriera. Questo mi ha aiutato dal punto di vista psicologico: da una parte sapevo che stavo per lasciare un mondo fatato, dall’altra avevo già ben chiaro il mio domani. In quella stagione ho avuto il tempo per capire bene ciò che volevo fare. L’idea di diventare assistente di Sacchi mi stimolava molto. Capello mi mandava in tribuna e dentro di me avevo la risposta pronta: «Bravo, tu alleni il Milan, ma io allenerò la Nazionale». Che non era proprio così, ma mi faceva comodo pensarlo.

Quando ho deciso che quello sarebbe stato il mio ultimo campionato, non c’è più stato un ripensamento. E dire che Capello voleva farmi cambiare idea: «Devi continuare. Devi restare. Devi giocare ancora un anno». Niente da fare, Sacchi non poteva aspettare. Anche perché nel frattempo, alla sua prima da commissario tecnico dell’Italia, a Genova contro la Norvegia, mi aveva convocato. Teoricamente come calciatore, in realtà avevo passato il tempo aiutandolo ad allenare i centrocampisti. Voleva farmi toccare il futuro con mano, mostrarmi da vicino il mio prossimo lavoro.

La mia carriera da calciatore stava per finire ed ero sereno, anche perché avevo un’idea ben chiara in testa: uno deve smettere quando se lo sente, non quando glielo dicono gli altri. Altrimenti è troppo tardi. E io ho chiuso in bellezza, a San Siro contro il Verona di Liedholm, il mio primo maestro. Il Barone e il Bimbo, sullo stesso campo per l’ultima volta. Da avversari, ma solo sulla carta, perché io e lui, nemici, non lo siamo mai stati. Il nostro era lo stesso cuore in due corpi diversi. Ci univano il battito e la passione. Due immagini riflesse nello stesso specchio, cambiavano solo le epoche. Per questo, credo che quella mia ultima recita, in fondo in fondo, gli abbia fatto piacere. Eravamo già campioni d’Italia e, poiché mi sarebbe piaciuto giocare, Capello mi ha fatto entrare a venti minuti dalla fine. Gli altri mi sembravano più emozionati di me. Ho fatto gol. E poi un altro. La mia prima doppietta all’ultima sfida della carriera, meglio tardi che mai. Un tiro da fuori, poi un contropiede. Tornando a centrocampo con il pallone in mano, ho incrociato Baresi e gliel’ho buttata lì, più per scherzo che per altro: «Franchino, non smetto più».

«Non dire cazzate.»

La parola del capitano era sacra. Tutto lo stadio era per me, anche Berlusconi, che alla fine della partita dichiarò: «Proporremo un altro anno di contratto ad Ancellotti» con due elle. Detto, fatto: la proposta arrivò, ma la mia decisione era presa. Avevo avuto tutto il tempo per metabolizzare, per essere sicuro e convinto che l’ora fosse giunta. Non mi ricordo di aver pianto, probabilmente perché non ce n’era bisogno.

Da calciatore, avevo vinto tutto. Come uomo, avevo due figli meravigliosi, Katia e Davide. Come futuro allenatore, mi sarebbe stato sufficiente fare l’imitatore: di Liedholm e Sacchi, due modi di pensare all’opposto, eppure stelle di un unico cielo. Il mio, perché avevo avuto la fortuna di incontrarli. Uno pacato, l’altro teso. Uno svedese, l’altro romagnolo. Il primo dormiva sui treni, il secondo urlava nel sonno. Liedholm da neve e Sacchi da spiaggia. Avevo vissuto i due estremi, mi avevano insegnato a vincere entrambi. Sarebbe stato sufficiente assorbire un po’ di qua e un po’ di là, con qualche minima – ma proprio minima – spruzzata di Capello, e mi sarei divertito. Non ero agitato, ma curioso. Finita la mia prima vita, stava per iniziare la seconda, senza nemmeno il tempo di riposarmi. Io padrone di me stesso, presidenti a parte. E poi, se avessi mangiato un piatto in più di tortellini, nessuno mi avrebbe rotto le palle. Mameli, da un giorno all’altro, era diventato il mio nuovo idolo. «Stringiamci a coorte, / Siam pronti alla morte, / L’Italia chiamò.» L’Italia di Arrigo.

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