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Marco van Basten "Fragile": l’allenatore (3) - la «Battaglia di Norimberga» Mondiali 2006
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Non me lo sarei aspettato assolutamente, ma le cose avevano assunto una piega difficile da raddrizzare. Abbiamo avuto sfortuna con l’arbitro Ivanov, molto nervoso e decisamente non all’altezza della partita. Il tecnico del Portogallo, Felipe Scolari, ci ha messo del suo, e ha gettato di continuo benzina sul fuoco condizionandolo e incalzando i giocatori. I portoghesi, in alcune circostanze, sono più furbi e scaltri di noi nel procurarsi falli, nell’influenzare l’arbitro o nel far rifilare un cartellino all’avversario. Sono noti per questo, conoscono tanti trucchetti. Tra Portogallo e Olanda c’è sempre stato equilibrio, forse perché sono entrambi paesi troppo piccoli per appartenere alle grandi potenze e troppo grandi per stare tra i deboli.
La nostra preparazione si era svolta nel modo consueto, tattica fissa e compiti chiari per i giocatori. Avevamo ragazzi come Wesley, Robin, Arjen, Mark e Gio. Non degli sprovveduti, gente sgamata.
Le cose, tuttavia, si sono messe male quando Khalid Boulahrouz, dopo sette minuti, ha piantato i tacchetti nella coscia di Cristiano Ronaldo, in un’azione piuttosto impetuosa. Ronaldo ha dovuto lasciare il campo in lacrime, Khalid se l’è cavata con il giallo, ma la partita ha assunto una certa piega. A partire dal quel momento soltanto l’arbitro russo avrebbe potuto tenere sotto controllo il nervosismo in quella partita, ma Ivanov era in giornata assolutamente no, come è emerso purtroppo ben presto. Il duello è degenerato in quella che è stata ribattezzata la «Battaglia di Norimberga». Il capo della FIFA Sepp Blatter avrebbe dichiarato dopo il match che Ivanov avrebbe dovuto dare a se stesso un cartellino giallo, tanto pessima era stata la sua direzione di gara. Si potrebbe scrivere facilmente un intero libro solo su quest’unica partita.
Dopo ventitré minuti ha segnato il Portogallo. Maniche. Un tiro preciso dopo un’intelligente combinazione per vie centrali, con la scivolata di Ooijer in leggero ritardo. Fuori dalla portata di Van der Sar, la palla è volata in rete: 0-1. Dieci minuti dopo, dall’altra parte, Robin van Persie ne ha fatti fuori due sulla destra con una finta. Un’azione impareggiabile che lo ha liberato da solo con la palla, a sei metri dalla porta portoghese. Aveva diverse opzioni. Un momento decisivo. Avrebbe potuto rimettere in corsa l’Olanda.
Robin era diventato un giocatore importante per la Nazionale. Era una vecchia conoscenza.
Il 15 aprile 2004 Van Persie aveva giocato con la primavera del Feyenoord contro i ragazzi dell’Ajax nel De Toekomst, il centro sportivo per le giovanili dell’Ajax. Bert van Marwijk, allenatore in prima del Feyenoord, essendo in rotta con Robin, l’aveva schierato di nuovo con la primavera.
Io, con John van ’t Schip, allenavo ancora la primavera dell’Ajax. Quella sera gli spalti del De Toekomst erano gremiti. A Robin ne hanno dette di tutti i colori, ma lui ha retto bene e ha fornito persino l’assist per il pareggio.
Subito dopo la fine della gara, la parte più esagitata dei tifosi dell’Ajax ha invaso il campo assediando i giocatori e gli allenatori del Feyenoord e mettendo fuori uso, in men che non si dica, tutte le telecamere. Diversi giocatori del Feyenoord sono stati colpiti. L’allenatore Mario Been, inseguito da un tizio, è stato costretto a darsela a gambe. È stato soprattutto Robin van Persie a essere preso di mira dai facinorosi. John e io, mettendoci in mezzo, abbiamo cercato di proteggere i giocatori del Feyenoord. Anche il giocatore dell’Ajax Daniël de Ridder ha aiutato Robin che, grazie anche a noi, è riuscito alla fine a rifugiarsi negli spogliatoi, ma è stato terribile. Robin ha raccontato di aver avuto davvero paura. Ad alcuni istigatori sono state comminate misure restrittive, ma tutti coloro che tenevano all’Ajax si sono vergognati da morire. Più tardi ho appreso da Robin che il capo degli scout dell’Arsenal, presente quella sera, dopo la partita avrebbe detto all’allenatore dell’Arsenal Arsène Wenger: «Prendetelo, quel Van Persie. È uno di spessore».
Un paio di mesi più tardi sono diventato commissario tecnico e Robin è passato all’Arsenal. Ha giocato in agosto solo uno spezzone di partita contro la Svezia, ma non ha più avuto minutaggio da parte mia. Aveva bisogno di quell’anno per conquistarsi un posto da titolare nell’Arsenal. Poi, alla fine di maggio di quella stagione l’ho convocato di nuovo. Nel frattempo all’Arsenal, sotto la guida di Wenger, aveva disputato buone partite. Con noi ha fatto il suo debutto contro la Romania, e un paio di giorni dopo, in casa della Finlandia, Robin, entrando a partita in corso, ha giocato magnificamente e segnato. Era palesemente una grande promessa per la Nazionale. Un talento naturale, oro per l’Olanda e per il suo club. Me ne sono reso conto in Finlandia, dove abbiamo vinto per 4-0. Si trovava sempre meglio all’Arsenal. Io avevo anche un ottimo rapporto con Wenger, che voleva prepararlo in modo meticoloso e con i tempi giusti per i livelli più alti.
Anche durante il Mondiale in Germania Robin si è rivelato una pedina importante per noi; già nella prima partita contro la Serbia è stato decisivo dando una palla in profondità ad Arjen Robben che ha realizzato l’1-0.
Nella seconda partita contro la Costa d’Avorio, Robin ha sbloccato il risultato con un calcio di punizione talmente preciso e forte che il portiere ivoriano non ha nemmeno capito dove fosse passata la palla. Robin ha liberato la sua esultanza con un grido vicino alla linea laterale, un grido primordiale, che veniva dal profondo.
Lo capivo molto bene quel grido. Un rapporto tra giocatori, o tra un allenatore e un giocatore, può rafforzarsi se c’è stato un attrito, se si è vissuto qualcosa insieme o se ci si è parlati in faccia con sincerità, mostrando la propria vulnerabilità. Come è accaduto tra Mauro Tassotti e me, o tra Cruijff e me, per esempio.
Con Robin avevo un buon rapporto, ma dopo la sua impareggiabile azione contro il Portogallo, quella specie di danza, non ci ha riportato in partita. Ha fallito l’occasione, a sottolineare il fatto che, come allenatore, la tua sfera d’influenza è sempre limitata. Ciò è emerso in maniera molto più evidente nello svolgimento della «Battaglia di Norimberga», perché poco prima del riposo è successo qualcosa di cruciale. Il portoghese Costinha ha preso un secondo giallo per fallo di mano volontario, lasciando così il Portogallo con un uomo in meno, quindi siamo andati all’intervallo in undici contro dieci, ma in svantaggio per 1-0. L’arbitro aveva già palesemente perso il controllo della partita. Durante il riposo siamo stati chiari con i giocatori: «State attenti adesso. I portoghesi sono pericolosi. Non fatevi affibbiare un secondo giallo. State in campana. Usate la testa».
Dieci minuti dopo l’inizio del secondo tempo abbiamo fatto un cambio in chiave offensiva, perché eravamo ancora sotto per 1-0 con l’uomo in più. Rafael van der Vaart è entrato in campo per Joris Mathijsen, quindi c’erano rimasti ancora tre difensori. Otto minuti dopo, roba da non credere, Luis Figo si butterà platealmente a terra davanti alla nostra panchina, dopo aver ricevuto una manata da Boulahrouz in un contrasto. Secondo giallo, quindi rosso per l’olandese.
Così ho avuto un altro problema, perché avevo solamente due difensori in campo e fui costretto a fare un nuovo cambio. Quattro minuti dopo ho tolto Mark van Bommel e ho inserito John Heitinga. Mark non l’ha presa bene, ma non avevo scelta. Anche con Mark avevo condiviso tanti momenti del Mondiale, ma non il tipo di esperienze che rafforzano un rapporto, come invece era stato con Robin.
Il 4 giugno 2005 abbiamo giocato con la Nazionale olandese a Rotterdam contro la Romania. Un incontro cruciale nelle qualificazioni ai Mondiali.
Con Mark avevamo concordato che, quando non eravamo in possesso di palla, non avrebbe dovuto fare marcature preventive, ma visti i pericoli creati dal numero 8 romeno, Dorinel Munteanu, con i suoi passaggi filtranti, abbiamo deciso di cambiare tattica. A partire da quel momento Mark avrebbe dovuto controllare Munteanu, da bordo campo prima del riposo gli abbiamo detto diverse volte di adottare marcature preventive sul numero 8, ma lui continuava a non farlo. Abbiamo aspettato fino al riposo e, lontano dall’atmosfera convulsa di uno stadio pieno, abbiamo ribadito a Mark: «Stacci su quel numero 8, perché se perdiamo la palla lui crea sempre pericoli. Il tuo compito è prevenirli».
Dopo appena cinque minuti dall’inizio del secondo tempo, un Munteanu completamente solo aveva già creato due situazioni pericolose nella nostra difesa con passaggi filtranti per le punte. Nessuna traccia di Mark nei suoi pressi. Okay, evidentemente il messaggio non era stato abbastanza chiaro… sostituzione.
Tuttavia in vista del Mondiale l’ho convocato di nuovo, in primavera, quindi poco dopo le qualificazioni. Le partite amichevoli le ha giocate e l’ho schierato di nuovo al Mondiale, in un ruolo più offensivo, ma l’atmosfera tra di noi non è mai più tornata come prima. Non mi veniva di incontrarlo, di avere un confronto proficuo con lui, e per questo non ci siamo mai chiariti. Dipendeva anche da me, la fiducia era sparita. Dopo il Mondiale in Germania, Van Bommel disse che non avrebbe mai più giocato sotto la mia guida, che avrebbe lasciato la Nazionale. A essere sinceri, non mi sento molto responsabile di questo.
A ogni modo, Mark è finito in panchina in quella partita contro il Portogallo. Eravamo dieci contro dieci con venti minuti ancora da giocare. Un paio di minuti dopo Dirk Kuijt si è liberato e ha puntato, da solo, il portiere portoghese Ricardo, l’occasione migliore fino a quel momento tranne il pallone sulla traversa di Cocu, ma Dirk ha tirato addosso al portiere, occasione sciupata.
Poco prima della fine abbiamo fatto entrare in campo anche Jan Vennegoor of Hesselink, sperando che si inventasse qualcosa, ma nemmeno lui riuscì a segnare. Anche Deco e Giovanni van Bronkhorst sono stati espulsi da Ivanov, dopo il loro secondo cartellino giallo, lasciando entrambe le squadre in nove, ma non si è più segnato.
E poi la partita è finita, il Portogallo ai quarti di finale e l’Olanda a casa, Edwin van der Sar in lacrime dopo il fischio di chiusura, consapevole che quello sarebbe stato il suo ultimo Mondiale.
Se calcoliamo le occasioni create, ventidue a nove a nostro favore, ti viene da grattarti la testa. Con ventidue occasioni da rete non siamo riusciti a segnare nemmeno una volta, a prescindere dalla degenerazione della partita. Ruud van Nistelrooij è rimasto seduto in panchina per tutto il tempo, per novanta minuti. Era la punta più prolifica sotto la mia gestione da commissario tecnico, con quindici realizzazioni. Il fatto che Ruud non fosse entrato in campo aveva a che fare anche con l’andamento bizzarro della partita, ma la sua esclusione dall’undici titolare aveva un’altra ragione.
Nella marcia di avvicinamento al Mondiale e durante il torneo John e io non eravamo del tutto soddisfatti del suo gioco, per questo l’abbiamo sempre sostituito nei primi tre incontri del girone eliminatorio. Durante l’allenamento del giorno prima della partita contro il Portogallo Ruud è esploso, ha insultato John e ha scagliato via la palla davanti a tutti. Io non ho avuto esitazioni, in quei momenti ti giochi in un attimo la credibilità se non intervieni. Quello che aveva fatto non poteva essere giustificato in alcun modo, a mio avviso. L’ho cacciato immediatamente.
Subito dopo l’allenamento, nel corso della conferenza stampa, ho detto che Ruud non sarebbe partito titolare nella partita successiva a causa della sua reazione del mattino. La stampa, quindi, ha saputo che non avrebbe giocato prima dello stesso Ruud. Questa mossa poco furba ha fatto sì che lui si arrabbiasse ancora di più e che io dovessi cominciare con la mia migliore punta in panchina.
Sei mesi dopo, nel dicembre 2006, io e Ruud ci siamo finalmente chiariti. Inizialmente ne aveva anche lui abbastanza della Nazionale sotto la mia guida. Edwin van der Sar come capitano, dopo i Mondiali, mi aveva esortato a confrontarmi con lui, così sono volato a Madrid e Ruud mi ha raccontato la sua versione della storia. Abbiamo avuto finalmente, per la prima volta, un colloquio franco e aperto sull’intero periodo 2004-2006, ma soprattutto sui Mondiali in Germania.
Solamente a Madrid ho appreso che le nostre lamentele sul suo gioco e le sostituzioni avevano intaccato la sua autostima, con un effetto negativo sulle sue prestazioni. E per un realizzatore come lui, che puntava alla classifica dei cannonieri, era terribile essere sostituito. Quindi aveva accumulato un’enorme frustrazione che si era manifestata durante l’allenamento del giorno prima della partita contro il Portogallo.
Non sapevo nemmeno che lui mi ammirasse tanto, poiché da ragazzo ero stato il suo idolo, più o meno come io ammiravo Johan. Io ero duro con lui proprio come Johan era stato duro con me. Solo che io non avevo compreso lui e lui non aveva compreso me, non avevamo ancora stabilito un legame, per questo le cose erano andate male. Se avessimo avuto quel legame ai tempi del Mondiale in Germania, la storia sarebbe stata ben diversa, ne sono sicuro. Nel frattempo ho imparato a conoscerlo meglio e ad apprezzarlo come persona. È un uomo onesto, aperto, pieno di passione. Veramente una bella figura.
In seguito, durante il mio corso di Programmazione neurolinguistica, ho imparato molto sulla comunicazione, sulla comunicazione non verbale, ma anche sul vederti come se stessi su un elicottero, una modalità che puoi usare per uscire dalle tue emozioni, osservando la situazione con un certo distacco. Questo ti consente di dire come allenatore: siamo entrambi arrabbiati, che cosa sta succedendo? Osservare entrambi i punti di vista. C’è un modo di risolvere il problema? Col senno di poi, naturalmente, sarebbe stato molto meglio.
Una volta terminato il nostro colloquio a Madrid, Ruud si è reso disponibile a tornare in Nazionale, con mia grande gioia, soprattutto perché il problema si era risolto. Alla fine abbiamo trascorso un bel periodo insieme con l’Olanda. Dopo la nostra conversazione, nella saletta della Ciudad Real Madrid, ci ha raggiunto all’improvviso David Beckham, che era rimasto tranquillamente a osservarci a distanza per un quarto d’ora, perché voleva fare due chiacchiere con me e chiedermi un autografo. Ero sorpreso. Un calciatore così importante e famoso.
La «Battaglia di Norimberga» mantiene il poco invidiabile primato dei sedici cartellini gialli e dei quattro rossi a livello di Mondiali. Una simile degenerazione in una partita per me, come allenatore, è stata una sorpresa totale, uno svolgimento bizzarro. Siamo finiti a giocare in nove contro nove in un incontro al quale, a essere sinceri, ripensi con una certa vergogna. Ma quando alleni cerchi soprattutto di uscirne vincitore. Però ci hanno rimandati a casa, a me e alla Nazionale. Dopo un girone di qualificazione impeccabile, accompagnato solo da complimenti, ci siamo ritrovati bersagliati da un fuoco di critiche.
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