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A domani!

Marco van Basten "Fragile": 1981 - Signor Gesù Cruijff

 

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All’improvviso me lo sono ritrovato lì, sul campo di allenamento, un martedì sera. Johan Cruijff. Aveva chiesto a Hassie van Wijk se poteva unirsi a noi, alla seconda squadra, alla C come si chiamava allora.

Il grande Johan Cruijff. Era una sorta di divinità per me, il mio modello assoluto. Avevo un rispetto illimitato per quell’uomo. Quando giocavamo a pallone per strada, io ero sempre Johan e adesso, all’improvviso, ero lì con lui sul campo. Voleva tornare in forma dopo un infortunio all’inguine e Hassie, naturalmente, era contento che Cruijff l’avesse chiesto a lui.

Ricordo molto bene quella primissima volta. A un certo punto abbiamo fatto una partitella, due contro due. Lui e Silooy contro di me e John van ’t Schip. Con le miniporte. Lui chiedeva sempre di «stringere», diceva che dovevamo «stringere». Noi non conoscevamo quel termine, anche se ne intuivamo in qualche modo il significato. «Rimpicciolire» il campo, in modo da poter difendere nella maniera giusta la piccola porta. John e io abbiamo avuto la ridarella per tutta la sera. Stringere? Ma l’arbitro mica lo permette! Spirito di patata.

Ma quel tipo di partitelle, due contro due, le avevo giocate all’infinito dietro casa mia, e non aveva bisogno di spiegarmi niente al riguardo, e viceversa. Se n’è accorto subito. «Ehi, sono svegli.» Anche Van ’t Schip ci sapeva fare, io ero un tantino più accanito e un po’ più scaltro. Bisognava esserlo con Johan, erano partitelle veramente divertenti e ci piacevano un mondo.

Io allora avevo 17 anni, Cruijff 34, ma non c’era nessun tipo di barriera quando si giocava insieme. Si passava subito a un «Johan qui, Johan là». Lui ha conservato sempre uno spirito da ragazzo, e in quelle partitelle era accanito come noi, con la stessa gioia o delusione spontanee quando vinceva o perdeva.

Si immergeva nel gioco, dettava subito le regole e ci allenava in modo attivo, come se non avesse mai fatto altro. Dal punto di vista atletico notavi a malapena che era già un po’ in là con gli anni. Per natura era furbo e abile in certi giochetti e tecnicamente, nella scelta della posizione, era molto più veloce di tutti gli altri. Su questi aspetti del gioco la sua età non influiva affatto.

Per me era una sensazione strana, che mi creava persino confusione. Da un lato avevo un enorme rispetto per quell’uomo, ma allo stesso tempo volevo mostrargli quel che sapevo fare. La sfrontatezza aveva la meglio, Van ’t Schip aveva cercato addirittura di fargli un tunnel, io no. Io volevo semplicemente vincere, ma di tanto in tanto dovevo darmi un pizzicotto al braccio, perché all’improvviso pensavo: ma come è possibile?

Quella sera ho ripensato all’anno precedente, quando ero ancora tra i dilettanti a Utrecht. Un sabato pomeriggio siamo andati al De Meer a guardare Gerald Vanenburg, che allora già giocava nella seconda squadra dell’Ajax. Per la prima volta ho visto l’intero mondo Ajax, compreso Rijkaard. Dopo la partita, mentre uscivo da solo dallo stadio, ho visto all’improvviso Cruijff salire le scale. Non l’avevo mai incontrato dal vivo, e in quell’occasione non ci saremmo di sicuro salutati, ma ebbi la sensazione che il tempo rallentasse per qualche istante.

Mi è venuto in mente di stringergli la mano dicendogli: «Lei non sa chi sono io, ma si ricordi questa faccia. Ci incontreremo di nuovo». Ma non l’ho fatto. Non ne ho avuto il coraggio, il momento è passato e non ci siamo scambiati nemmeno una parola. Lui, naturalmente, non sapeva niente di me, io avevo 15 anni e quell’anno giocavo a Elinkwijk, ma quell’incontro non lo dimenticherò mai.

La cosa simpatica con Johan, quella prima volta, è stata che io in realtà non ho sentito alcuna distanza. L’unica cosa che conta, nel mondo del calcio, è quanto sei bravo, e Johan era straordinariamente bravo. Noi non eravamo degli sprovveduti, ma dovevamo ancora dimostrarlo, e lui aveva capito che per noi era soltanto una questione di tempo e di fare esperienza. Sentivi che era uno vero. Un puro. Nel nostro ambiente esiste una classifica naturale basata su quanto sei bravo e su che cosa sai fare con un pallone tra i piedi. È qualcosa di istintivo. La tua bravura, in ultima analisi, stabilisce la gerarchia negli spogliatoi, non la tua età, il successo che hai o la tua furbizia.

Un anno dopo, tuttavia, ho avuto a che fare anche con la sua durezza. Sapeva come attaccarti. Un sabato mattina mi stavo allenando con la prima squadra. Non ero ancora nella formazione titolare, ma entravo regolarmente in campo e alla fine della stagione avrei segnato nove gol. Ma quel sabato mattina ce l’aveva con me, criticava qualsiasi cosa facessi, ogni palla, ogni azione, mi rompeva e mi dava lezioni di continuo.

Non sapevo che cosa ci fosse dietro, né lo so adesso, ma probabilmente vedeva qualcosa in me e voleva attaccarmi, per capire fino a che punto avrebbe potuto spingersi, in modo da poter giudicare se ce l’avrei fatta o meno. E ha funzionato. A un certo punto ne avevo piene le scatole delle sue critiche continue e gli ho urlato «Ma vaffanculo!» e ho fatto per uscire dal campo. Mi sono venute subito le lacrime agli occhi, anche per lo shock della mia stessa reazione. Avevo insultato Cruijff, una specie di Signor Gesù. God himself.

Hassie van Wijk mi è corso dietro. Non ero ancora arrivato a bordo campo quando mi ha afferrato. «Marco, fatti coraggio. Forza, rientra. Devi dimostrarti più forte. Johan ha buone intenzioni, solo che si esprime da schifo.» Anche per lui Johan stava esagerando aggredendomi in quel modo.

Mi sono fatto animo e sono tornato subito in campo per dare il massimo. La cosa buffa è che Johan, allora, ha cambiato completamente atteggiamento, nel corso dello stesso allenamento. Tutto quello che facevo all’improvviso era ben fatto. «Bella scelta di tempo sul primo palo» diceva tutto a un tratto. «Ben posizionato. Ottima chiusura.» Questo genere di cose.

Johan aveva capito, altroché, che aveva un po’ esagerato, d’altronde era un comune ragazzo di strada, che in quel modo si atteggiava a psicologo. Anche gli altri giocatori, per fortuna, dicevano che non aveva alcun senso. Tuttavia, in seguito, per me, nel calcio lui è diventato come un padre e alla fine siamo rimasti ottimi amici.

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