letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": in Spagna con l'Atletico Madrid - Un uomo può fallire molte volte, ma non diventa un fallimento finchè non comincia a dare la colpa a qualcun altro (William S.Burroughs)

 

 

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sacchi

Mi contattarono Jesús Gil e il figlio Miguel Ángel, proprietari dell‘Atlético Madrid. Mi volevano come allenatore della loro squadra, uno dei club tra i più prestigiosi di Spagna ed Europa. Allenare l‘Atlético sarebbe stata l‘occasione di uscire dai confini italiani, di entrare in un mondo del calcio vissuto in maniera diversa. Cercavo ancora una volta stimoli nuovi, prospettive di lavoro differenti, sperando di poter continuare ad allenare. O forse avevo bisogno di nuove sfide solo per eludere lo stress che mi stava spegnendo la gioia che avevo sempre provato in questa attività.

Sapevo che il presidente Gil era un «mangia allenatori», capace di cambiarne anche due o tre a stagione: per questo, quando firmai con lui, volli un contratto blindato. Aveva cambiato ventun tecnici in dodici anni. Se mi avessero cacciato, avrebbero dovuto darmi un sacco di soldi Non sono mai stato avido, il denaro non è mai stato il mio fine, cercavo solo l‘unico modo che mi permettesse di lavorare tranquillo. Nel maggio del 1998 la notizia divenne ufficiale. Prendevo il posto di Radomir Antić, quando mancavano solo due turni al termine del campionato: la squadra era al nono posto, e nell‘estate si sarebbe giocato il mondiale in Francia.

Cominciai ad allenare, a lavorare intensamente come al solito. Avevo una buona rosa di giocatori, campioni come Kiko, Jugović, Juninho. Portai con me Italo Graziani, Vincenzo Pincolini e Pietro Carmignani, il mio vice: tutti fidati collaboratori di una vita per una nuova avventura. Quello dell‘Atlético era un ambiente dove poter lavorare bene, con bravi professionisti. Anche in Spagna eravamo coinvolti in diversi tornei, solo che a inizio stagione, dopo l‘estate, si ruppero tutti gli interpreti talentuosi, quelli che potevano dare qualcosa in più: Kiko, un genio del calcio spagnolo, ebbe problemi alla caviglia, Jugović giocò poco, e avevamo perso, per colpa di una frattura a tibia e perone, il brasiliano Juninho, e quando tornò si vedeva che aveva una gran paura di giocare.

La mentalità spagnola è molto diversa dalla nostra, anche nel calcio. Prima della partita i giocatori ascoltano la musica a tutto volume. Quando ero al Rimini, un amico ingegnere rimase colpito dalla tensione e dal silenzio dello spogliatoio: «Se accendo un fiammifero scoppia tutto» fu il suo commento. Quando noi pranzavamo prima della partita, in mezz‘ora mangiavamo, per gli spagnoli invece ci voleva un‘ora e anche più. Vivevano il prepartita in modo più allegro e rilassato, come mi è capitato di notare anche recentemente, quando sono andato a trovare al Real Carlo Ancelotti.

Al mio arrivo a Madrid, Miguel Ángel Gil, grande dirigente sportivo, riunì tutti i giocatori e dettò le nuove regole della stagione: «L‘anno scorso abbiamo chiuso un occhio, quest’anno saremo molto rigidi, quindi fate le vostre valutazioni. Che nessuno faccia tardi, alle due tutti a letto». Per noi in Italia le due era un orario inconcepibile: i miei ragazzi li mandavo a letto prestissimo, molto prima della mezzanotte. I tempi sono tutti sfasati rispetto ai nostri. Anche l‘approccio con la partita io lo vivevo come fosse una corrida. Una volta, prima di un incontro a Barcellona contro l’Espanyol, incontrai in ascensore un torero. Gli chiesi: «Hai paura?». «Certo che sì» rispose. «Anch‘io ho paura. Sento la tensione, è come scendere in un‘arena» pensai.

In quel mondo, la mattina presto era impensabile fare allenamento. Di sera, se andavi al ristorante, i clienti arrivavano dopo le undici, e spesso cominciavano a cenare a mezzanotte. Capitava anche di vedere ragazzini giocare a pallone nel cortile a quell‘ora. «Gli spagnoli non dormono mai» dissi ridendo al «professore» durante una delle nostre camminate notturne nella meravigliosa città di Madrid. In realtà al pomeriggio fanno la siesta: lunga d‘estate e più corta d‘inverno. È una pratica salutare, mi spiegò un amico cardiologo. Il momento in cui il cuore è più affaticato è dopo il pranzo, dopo una mattina di lavoro e quando lo stomaco è impegnato nella digestione. Dal riposo pomeridiano si trae un grande beneficio.

C‘era un bravo giocatore che volevo confermare, Christian Vieri. Contro il Paok Salonicco aveva messo a segno una famosa tripletta, e aveva chiuso il campionato vincendo la classifica dei marcatori della Liga (24 gol e 24 presenze). Seppi in seguito che Vieri era considerato dagli spagnoli un introverso, uno scontroso, ma in verità è ragazzo molto buono. Parlava bene l‘inglese perché nato in Australia ma non conosceva lo spagnolo e non volle impararlo, quindi aveva difficoltà di comunicazione con gli altri giocatori. La sua riservatezza e la sua introversione furono interpretate dagli spagnoli come arroganza.

Quando finì il mondiale, «Bobo» Vieri mi disse che voleva parlarmi, e in estate venne a Fusignano. Era innamorato di una ragazza che lavorava in una discoteca a Milano Marittima, ma lei non ne voleva sapere. Poi, dopo il mondiale in Francia, quando Vieri diventò un idolo per i gol segnati con questa ragazza cominciò a scambiarsi messaggi. Dopo che l‘Italia fu eliminata ai quarti, venne da me a Fusignano per parlarmi della sua situazione con l‘Atlético: «Io sarei rimasto a Madrid, ma ho nostalgia dell’Italia» mi disse, facendosi scappare qualche lacrima. Voleva tornare da quella ragazza. Con molto dispiacere, perché era un grande giocatore e una pedina importante della squadra, lo lasciai al suo destino. Purtroppo lo avevo allenato solo due volte.

Vieri lo voleva la Lazio, che allora pagò cinquantacinque miliardi per averlo. Dissi a Jesús Gil: «Si faccia dare Nedvěd». Nedvěd prendeva un miliardo e mezzo, e l‘Atlético Madrid gliene offrì quattro. Purtroppo c‘era un giorno di differenza tra la chiusura del mercato italiano e quello spagnolo: potevamo cedere Vieri alla Lazio, ma Nedvěd poteva venire solo nel mercato invernale. Cragnotti, presidente della Lazio, quando venne a sapere della trattativa, portò lo stipendio del calciatore ceco all‘altezza di quello proposto dell‘Atlético, e così non venne neanche Nedvěd. Tempo dopo lo incontrai e gli chiesi, scherzando, una percentuale sul suo stipendio, visto che avevo contribuito a farglielo aumentare di quattro volte.

Poi, il colpo di scena. Nel novembre 1998 arrestarono Jesús Gil, il quale, oltre a essere presidente dell‘Atlético Madrid, era sindaco di Marbella, con «accuse di malversazione e falso riguardo la gestione di fondi del Comune». Così scrissero i giornali. Radunai la squadra: «Ragazzi, non abbiamo più il presidente». Adesso che l‘hanno arrestato dobbiamo essere tutti ancora più professionisti, nel nostro interesse e in quello del club. Quindi vi chiedo: siate più responsabili, e massima serietà». Avevo un altro giocatore italiano in squadra, Stefano Torrisi. Un ragazzo simpatico. Tre o quattro giorni dopo il mio discorso arrivò il capitano dell‘Atlético con un numero di «¡Hola!», un giornale scandalistico molto diffuso in Spagna, con Stefano Torrisi abbracciato a una star spagnola in copertina. «Guarda il tuo Torrisi» mi disse con ironia. Noi tutti andammo a scuola di spagnolo per diversi mesi, era importante conoscere bene la lingua. Torrisi non veniva mai. Una sera accesi la televisione e lo vidi in un’intervista che parlava un castigliano perfetto. Il giorno dopo gli chiesi: «Ma dove hai imparato a parlare così bene?». «La notte s‘impara meglio!» mi rispose ridendo.

In Coppa Uefa giocammo contro l‘Obilić, il cui presidente aveva un mandato internazionale di cattura sulla testa. Era il comandante Arkan, che con le sue «tigri» aveva fatto stragi in Bosnia. Jugović non venne con noi perché era stato fidanzato con la sorella di Arkan e aveva subito minacce molto serie. Arkan l‘avevo conosciuto indirettamente in Coppa dei Campioni perché era stato il capo ultras della Stella Rossa nella famosa partita con il Milan sospesa per la nebbia.

Quando l‘Obilić giocò l‘andata a Madrid, al posto di Arkan venne sua moglie, che in patria era una nota cantante. Il vicepresidente dell‘Atlético (oggi presidente) Enrique Cerezo, un produttore cinematografico, mi prese da parte e mi domandò: «Arrigo, tu hai visto la moglie di Arkan?». «No» risposi, «perché, è guapa?» «Non guapa, guapissima!» Quindici giorni dopo, al ritorno, a Belgrado non cenammo con i dirigenti della squadra avversaria in un ristorante perché Arkan non si fidava e aveva paura di essere ammazzato. Così fummo invitati tutti a casa sua, in mezzo a guardie del corpo armate fino ai denti.

Villalón, il medico dell‘Atlético, aveva nove figli come il comandante Arkan, solo che lui li aveva avuti con una sola moglie, mentre il comandante con tre. «Vedi che sei più bravo tu!» gli dissi a tavola in un orecchio. Le guardie del corpo tenevano al guinzaglio dei rottweiler con teste grandi come tori. Erano impressionanti, con la lingua di fuori e la bava alla bocca. Per festeggiare sparavano in aria con le mitragliette.

Quando la mattina dopo andammo al campo dell‘Obilić per l‘allenamento, sentii un verso strano, come una specie di ruggito. Andai dietro lo spogliatoio. Dentro una gabbia non c’era una tigre? Il campo dell’Obilić non era stato omologato dalla Uefa, allora giocammo in quello del Partizan Belgrado. Tutti tifavano per noi contro Arkan, che prima della partita si presentò sul campo proprio con la tigre al guinzaglio, per dimostrare la sua potenza, non solo politica, a tutto il pubblico presente. Vincemmo senza merito. Stavo camminando verso gli spogliatoi quando mi sentii toccare la spalla da dietro. Era Arkan. Mi disse in italiano, con un mezzo sorriso: «Signor Sacchi, questa sera ha avuto culo!». Io confermai, primo perché aveva ragione, secondo perché non mi andava di questionare con un personaggio del genere. In seguito Arkan, incriminato per genocidio e crimini di guerra, fu assassinato prima del processo.

Una giornalista spagnola della Tve spagnola, che aveva fatto delle battute su Arkan e la sua signora, aveva seguito la squadra. Un giorno venne fermata da un giovane: «Ho una busta per lei». «Per me?» si stupì la giornalista. «Sì!» La donna l‘aprì. Conteneva una sua foto scattata qualche minuto prima mentre camminava per strada. L‘uomo che le aveva dato la busta la avvertì: «Si ricordi che, come le abbiamo fatto la foto, potevamo anche spararle in mezzo alla fronte e ammazzarla». Lei rientrò in albergo bianca come un cencio. Nella hall si fermò e si sedette sconvolta. Ci fece vedere la foto. «E allora? Una soluzione c‘è» commentai. «Non parlare più del comandante Arkan e di sua moglie.»

In quella trasferta ne accaddero davvero di tutti i colori. Il presidente dell’Atlético stava rilasciando un’intervista per la televisione quando all’improvviso vedemmo muoversi il soffitto e il pavimento. Ci fu un terremoto pazzesco. Corremmo tutti a rifugiarci sul pullman. Per fortuna durò pochissimi secondi, altrimenti sarebbe stato un disastro. Sull‘aereo di ritorno il presidente dell‘Atlético urlava felice che eravamo dei sopravvissuti.

La Spagna era bella, ma io passavo giorno e notte a casa a guardare le partite, a preparare gli incontri, a studiare mosse e contromosse. Un‘ossessione da cui non riuscivo a staccarmi. Ogni tanto chiedevo al «professore» di tenermi compagnia, di stare con me a vedere e commentare le partite, ma lui aveva sempre da fare.

Dopo qualche settimana a Madrid cominciai a essere insofferente. Appena potevo, il lunedì, dopo la partita di campionato, volavo anche solo per poche ore a Fusignano. Sentivo la necessità di tornare a casa, il richiamo della mia terra. Mi dava un senso di liberazione e di gioia, era come prendere un lungo respiro. Anche poche ore, poi ripartivo, ma stare a Fusignano mi ricaricava quel poco che mi serviva per continuare in un lavoro sempre più faticoso.

Avevo abitato in tante città, però capii che stavo bene solo nella mia terra quando andai lontano dall‘Italia. La Spagna è un Paese fantastico, ero io che non riuscivo più a trovare l’entusiasmo e la motivazione che avevano caratterizzato il mio lavoro fino al 1994. Vent‘anni vissuti al massimo, anche oltre le mie forze, poi non avevo più avuto energia da trasmettere. In Spagna provai i primi sintomi di una crisi molto profonda, che si era accumulata negli anni, dentro di me. Riuscivo sempre più a fatica a gestire lo stress. E non mi divertivo più. In quei momenti il conforto della mia famiglia è stato importante. Mia moglie veniva a Madrid in automobile perché aveva paura degli aerei, così si fermava qualche settimana.

Madrid si trova a 700 metri sul livello del mare, il clima è molto simile al nostro, ma c‘era sempre il sole. Quando aprivo la finestra, lo spettacolo era meraviglioso, ma io cominciai a vedere solo buio. Non stavo bene, volevo tornare a Fusignano. Ero in crisi. Stavo tutto il giorno in casa a guardare partite, a studiare nuovi allenamenti, a creare strategie e valutare giocatori e squadre avversarie. Tutto con la mia consueta ossessione per la perfezione, ma non c‘era più gioia in quello che facevo. Se ne accorsero tutti, anche Pincolini. Un giorno, seguendomi con la macchina in autostrada, mi vide tirare dritto perché non mi ero accorto del casello dove dovevo uscire. Ero talmente concentrato sul lavoro che non vivevo e non vedevo più la realtà che mi circondava.

In campionato, nel girone d‘andata, non eravamo partiti male. Eravamo tra le prime tre o quattro squadre in classifica, poi, forse segno anche della mia debolezza, cominciammo a perdere. A Mallorca la peggior sconfitta, per quattro a zero, poi il derby con il Real Madrid, perso per quattro a due. Alla vittoria contro il Celta seguirono altre sconfitte. Il presidente mi mandò a chiamare e mi disse che non era contento di come stava andando il campionato, solo che non poteva mandarmi via perché il contratto era blindato con quella clausola capestro. «Non si deve preoccupare. Vado via io.» «E i soldi?» «Non voglio nulla» risposi. La mattina dopo il figlio Miguel Ángel e il direttore generale vennero da me perché loro non volevano che me ne andassi. «Guarda che sono già d‘accordo con tuo padre» gli feci notare. «Se vai via tu retrocediamo» mi rispose Miguel. Io rimasi fermo sulla mia decisione di tornare a casa. Ero cotto. Non sopportavo più la quotidianità.

Alla fine l‘Atlético si salvò alla penultima giornata di campionato. Rassegnai le mie dimissioni il 14 febbraio 1999. Durante la conferenza stampa lessi poche righe «Da questo momento non sono più l‘allenatore dell‘Atlético Madrid. Sono sfinito. Lascio per sempre il calcio e non faro più l’allenatore. Non ho nient‘altro da dire». Era come essere arrivato al capolinea.

Prima di lasciare la sala stampa ringraziai tutti per la collaborazione, il presidente dell‘Atlético Jesús Gil y Gil, i dirigenti e i dipendenti della squadra, i giocatori, e augurai loro buona fortuna. Il mio contratto sarebbe scaduto il 30 giugno 2000, ma io rinunciai a tutti i soldi che avrei dovuto percepire secondo la clausola di rescissione. Non ho mai considerato i soldi la prima finalità del mio lavoro e sono sempre stato libero di firmare contratti di un anno: come ho detto, a ogni scadenza pensavo sempre di smettere. Telefonai a mia moglie e le dissi: «Torniamo a casa». Mi sentivo già meglio, come sollevato, sospeso tra un vago dispiacere e una grande liberazione.

Giovanna, che aveva paura dell‘aereo, tornò a Fusignano in macchina. Io la mattina avevo parlato con Gil, e il pomeriggio avevo già il biglietto aereo in tasca. Vivevo dentro di me sentimenti ed emozioni contrastanti, ma ormai dovevo essere onesto con me stesso, prima che con gli altri. Non era più tempo di compromessi. Era ora di tornare a casa e pensare alla mia salute. Italo Graziani, il «professore», l‘amico di una vita, si era ambientato bene in Spagna. Quando gli confidai la mia intenzione di tornare a casa a Fusignano, mi domandò stupito: «Come a casa? Ma qui si sta bene!».

Durante il volo di ritorno non parlò. Gli dispiaceva molto lasciare la Spagna, che a metà degli anni Novanta era nel pieno di un boom economico. Era tutto un fiorire di iniziative, c‘era una gran voglia di vivere e divertirsi. La movida con la gente in strada, desiderosa di vivere liberamente la notte, con le cene fino a tardi, i balli, la musica. La società stava attraversando un periodo di splendore e di gioia che si percepiva anche nel mondo del calcio, vissuto in un modo migliore rispetto a noi. Per gli spagnoli era ed è uno spettacolo sportivo. Gli stadi non hanno fili spinati, reti, barriere divisorie: c’è rispetto e scarsa violenza. Forse ora le cose stanno peggiorando, ma siamo ancora lontani dai nostri standard.

Quando atterrammo a Venezia, in una giornata di febbraio, c’era un clima che peggio non si poteva: pioggia, nebbia, vento e acqua mista a neve. «Guarda la tua bell‘Italia, abbiamo lasciato il sole...» commentò Graziani mentre si chiudeva il bavero del giaccone. Poi capii perché fosse così contrariato. Quindici giorni dopo fummo invitati a pranzo da amici comuni. In macchina inserii un cd che mi aveva regalato il cantante dei Gipsy Kings, uno dei fratelli Reyes, tifoso sfegatato dell‘Atlético Madrid. «Senti che ritmo» dissi rivolto al «professore». «Se vedessi le spagnole ballare...» «E scusami, fammi capire: quando le hai viste ballare?» «Mah, una volta...»

A Madrid ero sempre chiuso in casa a leggere, a studiare, a vedere partite, stanco, affaticato, demoralizzato. Gli avevo chiesto qualche volta di stare con me, di farmi compagnia mentre guardavo le partite... Telefonai subito in Spagna a un amico che usciva con lui. «Ma la notte uscivi con il “professore”? Cosa facevate?» «Sempre in discoteca!» «Ah, adesso capisco!» lo rimproverai. «Io sempre in casa, tra mille problemi, mille tensioni, mille polemiche e tu, a divertirti tutte le sere... ecco perché non volevi tornare in Italia.» Il mio amico d‘infanzia si voltò verso di me e, con il suo solito fare sornione, si mise a ridere di gusto.

 

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