letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": il mondiale americano - Tutto ciò che non uccide, rafforza (Gustave Flaubert)

 

 

Capitoli precedenti: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11

 

sacchi

Era un mondiale complicato per le caratteristiche della mia squadra, i cui punti di forza erano ritmo, velocità, continuità d‘azione, aggressività, pressing, ripartenze. Solo un gruppo di straordinari professionisti e uomini di valore, con un elevato spirito di squadra, in grado di andare oltre le proprie forze fisiche (in quel mondiale tutti soffrirono di crampi) poteva meritarsi di arrivare a un secondo posto, battuto solo ai rigori dal Brasile. Una vera e propria impresa. Purtroppo, i limiti della nostra mentalità sportiva contemplano solo il primo posto.

Quando sbarcammo all‘aeroporto di New York, trovammo solo un centinaio di tifosi molto rumorosi, non il bagno di folla che ci si poteva aspettare dagli italiani che vivevano in America. Capimmo subito che avremmo dovuto conquistare anche il pubblico.

La preparazione in quel clima caldo-umido si rivelò subito ardua. Il caldo e l‘afa erano massacranti. Si faceva molta fatica a recuperare le energie, e gli orari degli allenamenti erano impossibili. Si cominciava alle sette della mattina, perché il caldo non era così soffocante come a mezzogiorno, ma c’erano sempre oltre 30 gradi.

Il 18 giugno inaugurammo il mondiale giocando contro l‘Irlanda. Arrivati con il pullman davanti al Giants Stadium, trovammo la prima sorpresa. «Ma io vedo solo bandiere irlandesi» dissi ad Antonello Valentini della Figc. E gli italiani?» «Saranno già dentro allo stadio!» mi rispose interdetto. Sapevamo che la prevendita dei biglietti era stata buona, che gli italiani avevano fatto man bassa dei tagliandi. Quando ci trovammo dentro lo stadio ricoperto solo di bandiere verdi, bianche e arancioni capimmo che gli italiani avevano venduto i biglietti agli irlandesi. Dovevamo così riguadagnarci il tifo dei nostri connazionali e soprattutto la loro fiducia. Ripensai alle parole di Andreotti e mi scappò un sorriso amaro. Praticamente giocavamo in casa dell‘Irlanda.

La partita d‘esordio la disputammo al di sotto delle nostre potenzialità, ma la preparazione c‘entrava poco. C‘era stato un errore nella formazione, Signori e Roberto Baggio non erano complementari, Tassotti spingeva poco sulla fascia e lo stesso Baggio era bloccato dall‘eccessiva tensione. Il mio errore fu di puntare sui più bravi, che però erano poco funzionali al gioco. Avevo tradito il mio credo, il puzzle mancava di alcuni tasselli. Non c‘era «la squadra», non c‘era gioco. Inoltre, non eravamo in palla perché sentivamo la fatica degli allenamenti e lo shock del clima caldo-umido, 33 gradi con l‘85 per cento di umidità. Il tecnico irlandese Jack Charlton aveva schierato Bonner, Irwin, Phelan, Keane, McGrath, Babb, Houghton, Sheridan, Coyne, Townsend, Staunton. La mia formazione era: Pagliuca tra i pali, Tassotti, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi, Donadoni, D. Baggio, Signori, R. Baggio, Evani. Quando definii i compiti da tenere in campo, Donadoni mi disse: «Non so se riuscirò a fare tutto questo lavoro». Bene, questo è il momento in cui il giocatore non lo devi mettere in campo perché sai già che non è al 100 per cento. Nella seconda partita infatti cambiai formazione.

Ci arbitrava l‘olandese Van der Ende. Realizzare il gioco in velocità, aggressivo, coprire gli spazi, effettuare le ripartenze tenendo corta la squadra: tutto questo in quel clima era quasi impossibile. All’11° del primo tempo un cross dalla destra sorprese prima Baresi che controllò male di testa, la difesa pasticciò, s‘infilò Houghton che guardò Pagliuca, lo vide fuori posizione, a metà dell‘area grande, e da una posizione centrale lo infilò con un pallonetto velenoso. Uno a zero per l‘Irlanda. Lo stadio, pieno di tifosi irlandesi, esplose come un petardo nel fuoco. Non riuscimmo più a recuperare il gioco, facendo fatica a tenere la posizione. Molti mi criticarono perché Roberto Baggio doveva arretrare troppo per prendersi qualche pallone, stentava nelle ripartenze e non fu mai pericoloso davanti alla porta.

La partita continuò. Prima un lampo di Signori, che Bonner sventò di pugno, poi, ricordo ancora con un brivido, la traversa dell‘Irlanda. Keane uscì in dribbling dal pressing italiano e dalla sinistra lanciò verso Sheridan. Un tiro sicuro, secco. Solo la traversa salvò Pagliuca, e un suo intervento miracoloso alla fine del secondo tempo evitò alla squadra la débàcle. La tensione, il clima, il gol subito, tutto sembrava contro di noi. Sembrava di essere entrati in un incubo. La delusione sul volto dei miei ragazzi era palese. Quando strinsi la mano a Jack Charlton non riuscivo a sorridere, non riuscivo nemmeno a parlare. Temevo di aver compromesso il mondiale fin dalla prima partita. Sulla «Gazzetta dello Sport» il giorno dopo campeggiava un titolone Patatrac Italia. Che disastro Sacchi! Come al solito avevano capito poco. Il mio errore era relativo al gioco e alla squadra, molti giornalisti invece criticarono i singoli giocatori.

La sera prima della seconda partita fummo costretti a rispettare l‘impegno di assistere al Madison Square Garden a un concerto organizzato da Renzo Arbore con cantanti americani e italiani come Ray Charles e Lucio Dalla. L‘evento ci distrasse un po‘, ma con la testa pensavamo già alla Norvegia. Presi Baresi da parte e gli dissi: «Voi dovete sempre tenere la squadra corta». E lui mi rispose: «Benarrivo non conosce i movimenti della difesa come noi che giochiamo nel Milan!».

Ero determinato, reagivo a ogni minima imperfezione e disattenzione dei giocatori. In allenamento scatenai un sacco di polemiche perché me la presi con Benarrivo, urlandogli che, se avesse continuato ad allenarsi così, per lui il mondiale era finito. Ci ripresero con le telecamere e la polemica rimbalzò sui giornali. Mi attaccarono dicendo che i calciatori, invece di giocare a calcio, sembravano paralizzati, più preoccupati di rispettare la posizione in campo che di esprimere il proprio gioco e la propria inventiva. I ragazzi avevano il timore di aver compromesso il mondiale. Erano quasi vent‘anni che allenavo, e le mie squadre, dai dilettanti alle giovanili, dalla C alla B e al Milan, avevano sempre stupito per qualità e bellezza di gioco. E ancora andavano dicendo che il gioco paralizza il singolo quando invece, come ho già detto in altre occasioni, lo aiuta. Niente aveva scalfito le loro certezze. Dopo la prima partita, il «Corriere dello Sport», in un articolo firmato dal direttore Italo Cucci, scrisse che avevamo sbagliato competizione: avremmo dovuto partecipare ai Gay Games, al mondale dei gay, che si stava svolgendo in quei giorni a New York.

Dopo l‘Irlanda, ricordo bene quei cinque giorni di passione. La mia tensione era al massimo. Di notte la temperatura non scendeva mai sotto i 30 gradi e dovevamo dormire con l‘aria condizionata, che non era certo un toccasana. Mi sentivo solo, forse non mi ero mai sentito così solo anche in un ambiente con tanti amici e persone di fiducia attorno. Ero preoccupato, urlavo contro i ragazzi, me la prendevo se non lavoravano bene, però li incoraggiavo e cercavo di dar loro certezze. Ma dovevo creare la squadra, in quei cinque giorni dovevo forgiarla e darle un carattere, tirando fuori il meglio da loro. Non potevamo uscire dal mondiale così. Invitavo Baresi a tenere la squadra corta, Benarrivo non si muoveva con loro e poteva creare problemi alla difesa, e così accadde in partita. Avevo bisogno di tenerli in linea. Le mie urla e i miei rimproveri non erano gratuiti. La tensione si sentiva nell‘aria, negli allenamenti, durante le pause. Facciamo le corna intitolò «La Gazzetta dello Sport» il 23 giugno e sottolineò la paura che serpeggiava tra i giocatori di «riperdere». Fecero un fotomontaggio e mi misero in testa un paio di corna e un elmo norvegese. E più sotto una didascalia recitava: «L‘Arrigo, nostro vichingo». L‘immagine con le corna in testa era piuttosto ambigua. Comunque il desiderio di farcela era tanto. Dovevo far capire ai ragazzi che tutto era ancora da giocare. Non era l‘ultima spiaggia, come dicevano i giornalisti.

Schierai Pagliuca, Benarrivo, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi, Berti, D. Baggio, Signori, con Casiraghi e R. Baggio di punta. Solitamente chi perde la prima partita esce dal mondiale, lo sapevamo per esperienza, ma qui ci aiutò la forza di una nazione intera. Sembra strano, ma è così. Durante il mondiale tutta l‘attenzione del Paese era concentrata sul torneo, durante l‘europeo non era andata così, e sono cose che senti in campo. Per il mondiale siamo disposti a vendere la pelle e l‘anima, diamo tutto. Prima di scendere in campo ribadii quello che avevo sostenuto in quei cinque giorni. La strategia di gioco era questa: «Dobbiamo essere squadra, dobbiamo essere sempre collegati e collocati vicini: se la difesa non sale, se gli attaccanti non tornano, se non sappiamo stringerci peggioriamo le soluzioni tecniche, l‘autostima e la connessione».

Contro la Norvergia volevamo vincere. All‘inizio un tiro centrale di Roberto Baggio fece capire che la squadra c‘era, che aveva voglia di giocarsela apertamente. Berti, con un colpo di testa, sfiorò il palo. L‘appuntamento con il gol sembrava vicinissimo quando, ancora una volta, la partita girò storta. La difesa non era in linea, Benarrivo tardò a risalire e Leonhardsen bucò la difesa in posizione regolare e si presentò solo davanti a Pagliuca, che corse veloce scivolando fuori dall‘area e ribattendo con una mano mentre stava cadendo a terra. L‘arbitro tedesco Krug lo buttò fuori. Avremmo dovuto giocare in dieci dal 21° del primo tempo. In quel momento dovevo prendere una decisione subito, immediata, la più giusta dal punto di vista tattico, la più impopolare in quel momento, la più folle, quella che avrebbe fatto gridare allo scandalo. Dovevamo giocare quasi settanta minuti in dieci contro undici con 38 gradi, sotto un sole soffocante, e vincere la partita. Ma le idee le ho sempre avute chiare. La mia scelta di mandare in panchina Roberto Baggio non fu un colpo di testa improvvisato. Dovevo sacrificare un giocatore per mettere al suo posto il portiere.

Quando richiamai Roberto, tutti furono stupiti. Lui ci rimase molto male. «Io?» disse, poi girò su se stesso, guardandosi intorno, incredulo, cercando conferme negli occhi dei compagni. Quella inquadratura fece il giro del mondo. Baggio era come smarrito. Con il dito si toccò la tempia come per dire: «È matto!». Andando verso la panchina, continuava a toccarsi la maglietta per nascondere l‘incredulità e la stizza. Roberto Baggio non stava passando un periodo particolarmente brillante. Sentiva il peso del mondiale. Aveva fatto una grande annata in campionato, era stato molto bravo e decisivo nel girone di qualificazione. Da lui tutti si aspettavano molto, ambiente, compagni e tifosi. L anno prima del mondiale aveva vinto il Pallone d’oro e nel 1994 era arrivato secondo dietro Stoičkov. Era uno dei migliori giocatori al mondo. E io decisi di sacrificare lui. «Non è possibile» pensarono tutti.

Ma non ero pazzo. Perché lui e non un altro? Per una semplice questione tecnica. Avevo bisogno di gente che corresse molto e di un attaccante che «allungasse» la squadra avversaria partendo nello spazio, senza palla. I norvegesi erano stati schierati in modo da schiacciarci, quindi a me serviva uno che attaccasse lo spazio in profondità in modo di allontanare la linea di difesa avversaria dai loro centrocampisti. Avevo bisogno di un attaccante che partisse aprendo delle falle nel loro sistema di difesa e distanziando i difensori così da poter mettere un nostro giocatore tra le linee. Quando Roberto portò il dito alla tempia, pensai che milioni di tifosi fossero convinti che io fossi davvero matto. Pizzul, il telecronista, era incredulo anche lui. Ancelotti, di fianco a me in panchina, mi guardò e alla fine della partita mi disse: «I settantamila italiani che erano allo stadio hanno caricato il fucile, ma c‘erano gli altri sessanta milioni che ti aspettavano a casa».

Chi restò in campo fece una grande partita. Ci misero tutto l‘impegno possibile. Non mi era mai capitato che durante un incontro due o tre giocatori mi chiedessero di uscire e di essere sostituiti per il caldo, i crampi e la fatica. In campo c‘erano 38 gradi col 90 per cento di umidità. Ma non era finita. Per chi se la ricorda, quella partita fu come stregata. All’inizio del secondo tempo Franco Baresi si ruppe il menisco. Seduto sull‘erba, si teneva il ginocchio. Io mi piegai verso di lui. Aveva sul volto una maschera di dolore e rassegnazione, un‘espressione sconcertata, come a dire: «Perché a me? Perché proprio adesso?». Stringeva i denti. Lo portammo fuori, cercando di fargli coraggio. Perdemmo così il leader umano, della difesa e di tutta la squadra, per tutta la durata del torneo. Al suo posto inserii Apolloni, spostando Costacurta nella posizione di Baresi.

Malgrado tutti gli inconvenienti, però, sembrava che la squadra si compattasse e facesse gruppo. Non volevamo farci sconfiggere dagli eventi. Sentivo che dentro di noi stava nascendo un’energia nuova per combattere sul campo contro quelle avversità. Berti spingeva come un matto, non mollando mai un contrasto, Albertini sembrava un altro giocatore rispetto alla prima partita. Signori fece un doppio lavoro formidabile. Giocavamo dando tutto, con la forza della disperazione.

Avevo già fatto le mie sostituzioni quando, all‘inizio del secondo tempo, un‘altra tegola si abbatté su noi: Maldini si procurò una distorsione alla caviglia. Non potendo più fare sostituzioni, lo mandai all‘ala sinistra, il posto dove si mette lo zoppo quando è necessario. Marchegiani, che sostituì Pagliuca in porta, fu molto bravo, con parate decisive. Le iniziative più efficaci vennero da Signori, a sinistra, e non a caso l‘azione del vantaggio originò da una punizione che si procurò proprio il laziale. Al 69° Dino Baggio sparò una fucilata di testa che stese Thorstvedt su calcio di punizione di Signori. L‘avevamo preparata a lungo in allenamento, perché il calcio offensivo richiede una preparazione tattico-fisica particolare. Il lavoro fatto cominciava a dare i suoi frutti anche in nove, senza Baresi uscito con il menisco da operare e Maldini infortunato. «Siamo rimasti in campo con i denti, con le unghie, con tutte le forze che avevamo» ha confessato una volta Albertini parlando di quella partita.

La vittoria contro la Norvegia cambiò volto completamente al nostro mondiale. I tifosi finalmente volevano vedere l‘Italia, li avevamo conquistati con la nostra organizzazione di squadra, con il cuore, con la nostra volontà, con la nostra grinta, con il coraggio di soffrire e di non mollare mai. Avevamo trasmesso tutta questa energia al pubblico che ci guardava allo stadio e da casa. Alla fine avevo avuto ragione a sostituire Roberto Baggio. Il giorno dopo lo presi da parte. La prima cosa che mi disse fu: «Ma lei avrebbe mai sostituito Maradona?» «Guarda» gli risposi, «per il bene suo e della squadra lo avrei sostituito. E l‘ho fatto spesso con Van Basten e anche con Gullit.»

Prima della partita decisiva contro il Portogallo per la qualificazione al mondiale, Roberto Baggio mi scrisse una lettera affettuosa e piena di riconoscenza, ma al mondiale ci rimase male perché aveva capito che non ero il suo allenatore ma quello della Nazionale italiana. E spero che abbia compreso che quella sostituzione aveva aiutato lui e la squadra. E se avessimo perso?, mi chiede qualcuno ancora oggi. Non lo sapremo mai, ma quella volta vincemmo noi, e i tifosi stavano con le mie scelte. Li avevamo conquistati.

28 giugno. Ultima partita di qualificazione contro il Messico. Non avevamo ancora raggiunto il passaggio agli ottavi, per cui la partita era davvero decisiva. O dentro o fuori.

Faceva caldo, troppo caldo. Giocammo a Washington, ci arbitrò l‘argentino Lamolina. Dovevamo, potevamo vincere. La nostra determinazione si manifestò fin dalle prime fasi di gioco. La squadra cominciò a muoversi con i meccanismi giusti. Casiraghi e Signori pensarono a scaldare i piedi dei difensori con continui attacchi e allarmarono il portiere con un paio di incursioni in area che facevano sperare bene. Il gol era nell‘aria. Albertini lanciò palloni meravigliosi verso la porta avversaria. Anche Roberto Baggio ebbe le sue occasioni. Poi nell‘intervallo derisi di cambiare punta: misi Massaro al posto di Casiraghi. Su lancio di Albertini, millimetrico, da centrocampo, Massaro, appena entrato, stoppò perfettamente di petto e segnò un gol fantastico. Le cose stavano girando per il verso giusto, ma ecco la punizione. Fu il Messico a pareggiare al 12° della ripresa. Apolloni appoggiò al centro sbagliando, Maldini fu colto in controtempo. Signori mancò il contrasto su Bernal che, dal limite dell‘area, ebbe il tempo per controllare la palla e con un diagonale rasoterra infilò nell‘angolo di destra. Dovevamo vincere, un pareggio non ci sarebbe bastato. Avemmo ancora delle occasioni grazie ai duetti tra Massaro e Roberto Baggio, come al 23° della ripresa. Roberto dribblò anche il portiere in uscita, resistette, e invece di cadere chiuse l‘azione con un cross che attraversò tutto lo specchio della porta. Niente di fatto. Al 24° Massaro diede un‘ottima palla a Berti, che indugiò, si voltò, tornò indietro e finì per offrire una conclusione telefonata ma insidiosa di Roberto Baggio che Campos, il portiere messicano, non trattenne, deviandola in angolo. Una perfetta azione Dino Baggio-Signori-Dino Baggio si chiuse con un intervento di Ramirez Perales, che atterrò quest‘ultimo in area di rigore. Mi alzai in piedi sulla panchina. Tutto lo stadio scattò come una molla. Era rigore, lampante, ma Lamolina non lo fischiò. Eppure l‘arbitro era lì vicino. Urlai, mi arrabbiai. Il guardalinee rimase indifferente. Altro combustibile per le polemiche che infiammavano l‘arbitraggio del mondiale.

Eravamo appesi a un filo di speranza. La Russia, inserita nel nostro girone eliminatorio, perse e noi passammo il turno come ultima miglior terza. Un segno del destino, ma il nostro mondiale ce lo dovevamo guadagnare e sudare partita dopo partita. Dovevamo piantare le unghie nell‘erba e impedire che ci portassero via il nostro sogno e quello di tutti gli italiani. I tifosi lo capirono, e stavano con noi. Alla conferenza stampa mi sentivo un po‘ più sollevato. «In queste tre partite, pur giocando con squadre molto forti, l‘Italia non ha mai sfigurato e ha dovuto sconfiggere anche una certa dose di sfortuna!» dissi. Il primo obiettivo, passare il turno, era stato raggiunto. Il girone ci era costato una fatica titanica, alcuni dei nostri erano usciti a pezzi.

Dopo la partita con il Messico, Roberto Baggio esternò direttamente a me e ad Ancelotti i suoi dubbi, lamentandosi che gli altri non lo aiutavano. Si lamentava anche del gioco. Allora organizzai una riunione con tutta la squadra e mostrai come ci eravamo qualificati al mondiale. Roberto Baggio era stato un grande protagonista. Ma ora non riusciva a sbloccarsi, a uscire da un impasse psicologico. «Io posso anche cambiare, se ritenete che il problema sia questo. Alzi la mano chi pensa che il problema sia solo questo» affermai. E la mano l‘alzò solo Baggio.

Le avversità si scatenarono su di noi come una grandine. Ci aspettava la Nigeria, con i suoi «leoni d‘Africa». L‘appuntamento era rimandato per il 5 luglio. Non avrei mai immaginato che quella partita si sarebbe trasformata in uno degli incontri più incredibili e memorabili della storia della nostra Nazionale.

Partivamo svantaggiati. «La Gazzetta dello Sport» non fu tenera nei nostri confronti: Tu piccola Italia. Io grande Nigeria titolò. Giochiamo contro «i tarzan neri». L‘Italia ha una paura nera! Più che la paura degli avversari, dovevamo temere le nostre amnesie, le nostre paure, le nostre incertezze, scrivevano. La Nigeria, nell‘aprile del 1994, qualche mese prima del Mondiale, aveva vinto la Coppa d‘Africa. A Matarrese avevo confessato una volta che la squadra più temibile per noi era proprio la Nigeria. «Speriamo di non incontrare questi energumeni.» Erano alti, tutti dotati di un grande fisico, una potenza di gioco e di corsa ai massimi livelli. La Nigeria, nell‘aprile del 1994, qualche mese prima del Mondiale, aveva vinto la Coppa d‘Africa. A Matarrese avevo confessato una volta che la squadra più temibile per noi era proprio la Nigeria. «Speriamo di non incontrare questi energumeni.» Erano alti, tutti dotati di un grande fisico, una potenza di gioco e di corsa ai massimi livelli.

Contro la Nigeria si giocò all‘una di pomeriggio. Il Foxboro Stadium di Boston era un vero e proprio inferno. Arrivammo in pullman un‘ora prima della partita: c‘era una tale foschia dovuta al caldo e all‘umidità che non vedemmo lo stadio fino a quando non fummo a poche centinaia di metri. Prima della partita accadde qualcosa che scosse l‘organizzazione. L‘ex arbitro Casarin, presidente della commissioni arbitrale del mondiale, che aveva l‘incarico di designare i direttori nel torneo, entrò in contrasto con l‘allora presidente Fifa Avelange. I nostri arbitri al minimo sbaglio venivano spediti a casa, mentre andavano avanti altri, più per ragioni politiche che per bravura sul campo. L‘arbitro designato per Italia-Nigeria era infatti Arturo Brizio Carter, messicano. Avelange era stato eletto grazie ai voti dell‘Africa e si temeva che ci fosse sotto qualche accordo.

La tensione prima della partita aumentava e la paura che qualcosa potesse muoversi dietro le quinte, non fu solo una sensazione. E lo capimmo subito: fin dall‘inizio della partita, l‘arbitro Brizio Carter nell‘incertezza fischiava sempre a favore dei nigeriani. Avevo schierato Marchegiani, Mussi, Benarrivo, Albertini Maldini, Costacurta, Berti, Donadoni, Massaro, R. Baggio, Signori. Per vincere ci voleva «classe e cuore», come intitolò «La Gazzetta dello Sport». Giocavamo tenendo palla, facendo partire l‘azione dalla difesa, con Albertini e Donadoni al centro e con una zona pressing asfissiante in attacco, con Roberto Baggio, Massaro e Signori che pungevano e facevano sentire la loro presenza al limite dell‘area.

Dominammo il primo tempo con diverse occasioni, ma su calcio d‘angolo, al 26°, per un errore banale di Maldini, i nigeriani segnarono l‘uno a zero con un gol beffa di Amuneke. Eravamo di nuovo sotto. L‘arbitro non fischiò un intervento da rigore su Baggio, in area. Creammo alcune occasioni ma non riuscimmo a pareggiare. Fu una gara tutta in salita. All‘inizio della ripresa Dino Baggio sfiorò il gol mentre i nigeriani giocavano duro su di noi. Cercando forze nuove da mettere in campo sostituii Signori con Zola al 18° del secondo tempo. L‘impegno era massimo da parte di tutti. Urlavo come un matto. Poi accadde un fatto incredibile. Su un intervento di Zola appena entrato, l‘arbitro fischiò estraendo il cartellino rosso. Un‘espulsione senza ragione. Zola si disperò. Così sbandammo anche in difesa, dove non venivano neanche fischiati i fuorigioco degli avversari. Capimmo che dovevamo giocare anche contro l‘arbitro.

La situazione dell‘inferiorità numerica, come contro la Norvegia, si ripeté con la stessa drammaticità. Mussi dovette andare a fare l‘esterno per un problema alla gamba. Roberto Baggio aveva male al ginocchio, ma anche per lui niente sostituzione perché ne avevo già effettuate due. Lo misi sulla fascia.

In quel momento d‘inferiorità numerica, la Nigeria ci aiutò. Vennero fuori tutti i problemi del calcio africano: individuale, fisico, con buona tecnica, ma niente gioco di squadra. Noi, pur in inferiorità numerica, eravamo più coesi, ed eravamo sempre sette-otto contro uno perché gli africani facevano un gioco individuale. Portammo via la palla a Okocha e con una serie di passaggi mettemmo Roberto Baggio davanti al portiere. L‘autostima, l‘aspetto psicologico nel calcio sono molto importanti. Baggio non riusciva a sbloccarsi. «Negli allenamenti» suggerivo ai difensori, «fatevi scartare», perché lui non riusciva a scartare più nessuno. Sentiva il peso del mondiale, del Pallone d‘oro, della responsabilità che avvertiva su di sé. Come riuscì a fare questo gol, il suo modo di giocare cambiò, divenne più sicuro. E lui si sentì forte, padrone del campo.

Prima, a un quarto d‘ora dalla fine, Baggio aveva lamentato un dolore al ginocchio. Avevamo già fatto tutte le sostituzioni, Mussi era mezzo infortunato e la squadra, con un espulso, era in una situazione a dir poco complicata. E Baggio chiedeva di uscire. In verità voleva uscire. Ma, fatto il gol, dimenticò anche il dolore. Poi accadde una cosa molto strana, che non mi era mai capitata in vita mia, né mi sarebbe capitata più. Davanti alla panchina, in piedi, ebbi come una visione: un attimo prima del gol mi vidi salire su un aereo verso una destinazione ignota.

Mancavano un paio di minuti alla fine della partita. Sembrava ormai perso tutto, quando al 43° Roberto Baggio segnò un gol di precisione. Fu una liberazione per tutti. I compagni gli avevano servito la palla a otto-dieci metri dalla porta e lui aveva realizzato. È la dimostrazione che il gioco permette al singolo di esprimersi compiutamente. I superficiali ricordano solo il gol e chi l‘ha segnato, non i cinque o sei passaggi precedenti, la costruzione dell‘azione, la partecipazione della squadra alla manovra. In pratica, grazie al gioco, eravamo noi in superiorità numerica. Quando segnammo, facemmo un‘azione partendo dalla difesa, non buttammo semplicemente la palla. La squadra aveva creduto nel nostro gioco fino all‘ultimo secondo. E fummo premiati di tanta fede. Costruimmo azioni anche in inferiorità numerica senza calciare via la palla sperando in un numero di qualche attaccante.

Si andò ai supplementari. La tensione e la stanchezza si fecero sentire. Solo due le occasioni da gol da parte nostra, e giocavamo in dieci. Eravamo allo stremo. Il caldo, l‘afa, la stanchezza. Stringemmo i denti. I nigeriani si erano sfilacciati. Roberto Baggio, su triangolazione, inventò un pallonetto per Benarrivo in area, che finì travolto da Finidi che lo contrastava. Rigore, a pochi minuti dalla fine. Rigore per noi. Sul dischetto andò Roberto, che sembrava essersi sbloccato dopo il suo gol decisivo. Il rigore segnò la nostra vittoria e il passaggio ai quarti.

Avevamo vinto una partita impossibile. Ai giocatori del Milan, dopo Belgrado e la drammatica e difficile trasferta contro la Stella Rossa, che era stata sospesa per la nebbia, con Donadoni che aveva rischiato di morire soffocato per la rottura della mandibola, Costacurta disse: «Qui al mondiale sono tutte Belgrado». «La Gazzetta dello Sport» titolò Eroica in 10, batte arbitro e Nigeria due a uno. È un‘Italia tutta cuore. Per una parte dei giornalisti che ci avevano massacrato eravamo diventati degli eroi, anche per l‘atteggiamento palesemente ostile dell‘arbitro. «Niente fortuna» affermai in conferenza stampa. «Sono il lavoro, il gioco e l‘organizzazione che ci hanno permesso di vincere anche in nove.» I nigeriani infatti, pur in superiorità numerica, giocavano da singoli, dribblando, in pratica erano sempre uno contro nove. Noi invece avevamo creduto fino all‘ultimo minuto nella squadra, non avevamo mollato mai e avevamo ritrovato Roberto Baggio, con la sua energia, il suo talento, la sua voglia di fare. Avevamo conquistato gli italiani.

L‘ingegner Alberto Valenti, un mio amico di Fusignano un vero e proprio personaggio del paese, impegnato in politica, non riusciva a sostenere la visione della partita del mondiale davanti alla televisione. Anche lui veniva preso dall‘ansia e dallo stress dell‘incontro. Allora prendeva la macchina e andava lontano da tutto e da tutti, verso le valli di Comacchio, distante dai centri abitati, per non sentire la telecronaca delle televisioni tutte sintonizzate ad alto volume sulla partita, che in estate, con le finestre aperte per il caldo, si espandeva nell‘aria. Durante Italia-Nigeria Valenti non aveva sentito nessun boato, neanche lontano, quindi stava tornando amareggiato verso Fusignano, convinto che l‘Italia fosse fuori dal mondiale, quando all‘ultimo minuto Baggio segnò il gol del pareggio. E la sua ansia volò alle stelle.

Ai quarti incontrammo la Spagna, che aveva vinto contro la Svizzera per tre a zero. A Boston per fortuna non c‘era il sole, ma una cappa di nebbia e l‘umidità stagnante facevano sudare anche stando fermi. Pagliuca ritornò tra i pali con la voglia di riscattarsi. La squadra giocò bene, un bel calcio d‘attacco. Eravamo stanchi morti, però una feroce determinazione ci faceva correre in quel clima impossibile. Un gran gol di Dino Baggio ci portò in vantaggio. Era una bella Italia, finalmente vedevo la squadra che avevo sognato per quel mondiale. Un‘azione sulla sinistra e un cross portarono al 51° Caminero alla rete del pareggio: una leggera deviazione di Benarrivo spiazzò Pagliuca. Autorete. Fu un‘altra partita difficile, ma equilibrata. Salinas si ritrovò davanti a Pagliuca, calciò secco pensando di aver fatto gol ma con la gamba Pagliuca ribatté il tiro. Poi, a due minuti dalla fine, un rinvio consegnò la palla a Berti, che passò a Signori, il quale allungò a Roberto Baggio: solo davanti a Zubizarreta, lo scartò, e da una posizione molto difficile segnò il due a uno che ci portò alle semifinali.

Fu una grande soddisfazione, un momento di gioia straordinaria. In Italia, intanto, la gente scendeva in piazza manifestando la propria felicità e l‘entusiasmo che si era creato attorno alla squadra. Sembrava di rivivere le notti magiche di Spagna 1982, quando la gente si affollava per le strade a festeggiare. Psicologicamente eravamo molto carichi, ma stremati dal punto di vista fisico.

In semifinale pensavamo d‘incontrare una nemica storica come la Germania. Invece passò la Bulgaria, la squadra rivelazione di quel campionato. Al Giants Stadium, fatto a bomboniera, non tirava un filo d‘aria. La temperatura era altissima, era come stare in un forno, con un‘umidità che sfiorava il 100 per coito. Fisicamente eravamo davvero agli sgoccioli. Italia e Bulgaria, ovvero Roberto Baggio contro Stoičkov. Noi giocammo un gran primo tempo. Baggio segnò due gol importantissimi al 21° e al 25°. In quattro minuti troncò sul nascere, è il caso di dirlo, le velleità della Bulgaria, messa in ginocchio da un uno-due micidiale.

Nell‘intervallo tra il primo e il secondo tempo i giocatori buttarono i piedi, con tanto di scarpette, nelle bacinelle di ghiaccio per rinfrescarsi un po‘, mentre i massaggiatori strofinavano ghiaccio sulla loro schiena.

Albertini colpì un palo con un tiro formidabile e da lui arrivò l‘assist per il secondo gol di Baggio. Roberto in quel modo aveva fatto suo il mondiale americano. Era lui la stella. Cinque gol in tre partite. Fu la più bella partita del mondiale. Baggio poi s‘infortunò a un passo dalla finale e uscì piangendo, non solo per il dolore. Lo abbracciai con affetto all‘uscita dal campo. Avevamo raggiunto un sogno insieme a un‘intera nazione. Eravamo in finale.

Vincemmo la partita, ma commettemmo un errore. Fino ad allora medici, massaggiatori, preparatori, erano stati tutti bravissimi. Avevamo costruito un gran bel gruppo di amici, uniti, pronti a dare tutto per tutto. La finale si sarebbe giocata a otto-nove ore di viaggio, dall‘altra parte dell‘America. Invece di ripartire subito dopo l‘incontro, ci fermammo per una pausa e per i festeggiamenti. Così nel trasferimento perdemmo un giorno e non riuscimmo ad allenarci adeguatamente. I massaggiatori, dopo un mese a quelle temperature, con quel caldo e l‘umidità, m‘informarono che non trovavano più i muscoli dei giocatori. Il sabato facemmo solo una rifinitura leggera prima della finale di domenica.

Recuperammo Baresi, che venti giorni prima si era operato al menisco. Un miracolo. Capello, che allenava il Milan, voleva che tornasse in Italia per farsi operare. Gli dissi: «Franco, tu hai una probabilità su cento perché hai bisogno di recuperare, ma se tu recuperi e noi andiamo in finale ci sarai anche tu. Se vai via a noi dispiace perché ci abbandoni». Restò. Ero felice. Eravamo andati in finale e lui aveva recuperato. Poteva giocare, e fu un‘occasione meravigliosa per quel campione che è stato. Aveva fatto gruppo anche con la sua presenza, con la sua voglia di recuperare contro le avversità. Era un uomo di grande temperamento, di grande carattere, aveva dimostrato per primo di non mollare.

Il sabato decisi la squadra. Il dubbio era: Baresi gioca o no? Lui comunicò ai medici che ce l‘avrebbe fatta. «Se lei ritiene che io possa far bene mi faccia giocare» mi disse, e alla fine lo misi in campo. Mi fidai del giocatore e dell‘uomo. Circa Baggio, rimandammo ancora la decisione alla domenica mattina. Pincolini, i medici e anch‘io eravamo d‘accordo. Lui confermò che poteva giocare, e così fu. «Perché l‘hai fatto scendere in campo?» mi domandarono poi i giornalisti. «Questioni di sponsor?» Nella mia vita non ho mai avuto a che fare con uno sponsor, né con questioni di raccomandazione. Una volta sola ricevetti una telefonata da un ministro. Era mattina, e io la mattina solitamente dormo. «E dove gioca?» chiesi riferendomi al nome che mi era stato fatto. «Non è un giocatore!» mi rispose il ministro. «E allora chi è?» domandai. Mi stava segnalando una persona da prendere come magazziniere. Quella fu l‘unica raccomandazione che ricevetti nella mia vita. E in Nazionale non c‘era verso che uno sponsor mi chiamasse e mi dicesse di far giocare l‘uno o l‘altro.

Prima della partita inaugurale con l‘Irlanda avevo ricevuto una telefonata dall‘Italia. Era Oscar Luigi Scalfaro, il presidente della Repubblica, che mi faceva gli auguri, che, si sa, nel mondo del calcio portano iella. Perdemmo la partita. Così pregai la reception dell‘albergo che ci ospitava di non passarmi telefonate dall‘Italia. Neanche una. Sono a mio modo scaramantico. Fra Roma e Los Angeles c‘è un fuso orario di nove ore. Alle quattro del mattino stavo finalmente dormendo, quando una ragazza di Bologna, che non sapevo nemmeno chi fosse e come avesse trovato il nome dell‘albergo, mi fece gli auguri: «Come ha fatto a telefonarmi?» chiesi. Abbassò la cornetta. Poco dopo squillò di nuovo il telefono. «Le passo il presidente della Repubblica italiana.» Fui gentile, anche se non nascondo che feci più di un gesto scaramantico. La mattina provai Baggio per vedere se poteva giocare.

La finale con il Brasile era tanto attesa. Una finale come nel 1970. Erano arrivati tutti, dirigenti, presidenti e politici di ogni partito, pronti per salire sul carro.

Durante la finale i miei ragazzi furono tutti molto bravi dal punto di vista tattico. In fase difensiva giocammo benissimo, in fase offensiva fu una partita mediocre a causa della stanchezza. Donadoni non si arrese mai, un bergamasco fenomenale e un professionista esemplare, che per tutta la carriera non ho mai rimproverato. Finì zero a zero dopo i tempi supplementari. Fu una finale stanca ma equilibrata. Forse ci mancò un po‘ di lucidità, eravamo molto provati. Ma non perdemmo sul campo. Ci giocammo la Coppa e il quarto titolo mondiale alla lotteria dei rigori.

Baggio non se la sentì di essere il primo. Chiesi agli altri chi volesse calciare. Erano tutti spariti, nessuno voleva assumersi la responsabilità. Baresi fu il primo. Evani alla fine era un rigorista, e fece gol. Baresi tirò alto, Massaro si fece parare il tiro da Taffarel, ma tutti ricordano l‘ultimo rigore di Roberto Baggio, che spedì il pallone sopra la traversa.

Avevamo perso la finale del mondiale, ma eravamo pur sempre vicecampioni del mondo. Solo una cosa, ricordo, mi fece molto male. Un italiano, mentre uscivamo dal campo, da dietro la rete, mi mandò a quel paese. Io chiesi: «Perché? Solo per essere arrivati secondi?». Aveva vinto il Brasile perché in quel torneo era la squadra migliore e più forte di noi. Avevamo giocato e lottato ogni partita fino alla disperazione, contro arbitri e talvolta anche con sprazzi di un bel calcio, peraltro impossibile a quelle temperature. Nessuno ci aveva messo sotto nel gioco. Solo il Brasile.

Invece di applaudire sportivamente per quello che avevamo fatto e per cui avevo lavorato in quei quattro anni, un italiano mi aveva mandato a quel paese. Solo per non aver vinto la finale aveva già dimenticato tutto il torneo, le qualificazioni, le belle partite, le emozioni, le lotte. Tutto seppellito velocemente da una finale chiusa ai rigori. Anche questo la dice lunga sulla cultura dello sport in Italia.

Alla partenza, in aereo, avevo parlato con tutti i giocatori, con Albertini in particolare, e nessuno aveva previsto la possibilità di andare in finale, tutt‘al più arrivare ai quarti per qualcuno sarebbe stato già un buon risultato. Per i più ottimisti il massimo sarebbe stato andare in semifinale. E invece avevano avuto l‘onore di giocare la finale di un mondiale contro il Brasile. E alla fine della partita dissi scherzosamente, per allentare l‘amarezza della sconfitta: «Ma come, piangete quando non sognavate nemmeno di arrivare ai quarti?».

La stampa mi aveva attaccato per tutto il torneo, con ogni pretesto. Ero considerato l‘uomo di Berlusconi, capo dei Governo, che da vero comunicatore approfittava delle nostre vittorie per i suoi comizi politici. Un mio amico giornalista, che scriveva di calcio per «l‘Unità» di Walter Veltroni, mi confessò di aver ricevuto anche questa volta l‘input di sparare contro la Nazionale in ogni modo. Lo stesso dovevano fare i giornalisti del «Messaggero» e i telegiornali. Era una situazione che esulava dal fatto sportivo e riguardava solo la politica. Così il popolo, e non solo, dei giornalisti sportivi si schierò tra i favorevoli a Sacchi e quelli contrari. Ancora una volta avevo diviso l‘Italia.

In America i giornalisti avevano un problema: quando oltreoceano era mezzogiorno, in Italia erano le sei del pomeriggio. Per spedire in tempo i loro articoli, dovevano perciò scrivere durante le partite. Dell‘episodio che segue ci sono i testimoni. Quando, a un minuto dalla fine, stavamo perdendo con la Nigeria, una parte dei giornalisti avevano scritto pezzi da cui uscivamo massacrati. Ne dicevano di tutti i colori. Ci avevano definiti la peggior squadra del torneo. Stavano per spedire gli articoli quando, a due minuti dalla fine, pareggiamo e poi vincemmo ai supplementari. Molti strapparono il pezzo e lo riscrissero, cambiando completamente il taglio, perché in Italia si giudica una partita solo dal risultato ottenuto. Quella volta dissi in conferenza stampa che erano dei «commercianti di parole» perché, se fossero stati coerenti, avrebbero dovuto spedire la prima stesura dei loro articoli. Così buttai anch‘io benzina sul fuoco delle polemiche.

Quando arrivammo a Fiumicino, alla fine del mondiale trovammo un giornalista che aveva portato una borsa di pomodori perché i tifosi ce li tirassero. Nessuno del pubblico lo fece. Nel 1970, al ritorno dal Messico, la Nazionale Italiana, sconfitta dalla più grande squadra di tutti i tempi, il Brasile di Pelé, venne presa a pomodorate all‘aeroporto. Dopo ventiquattro anni possiamo dire che il pubblico dei tifosi italiani è leggermente migliorato, visto che nessuno ebbe il coraggio di lanciare un ortaggio contro di noi

Il «Corriere dello Sport-Stadio» scrisse tre pagine sugli errori che secondo loro avevo commesso. Eravamo arrivati a parossismi e a eccessi dovuti a schieramenti che tra loro si sbeffeggiavano. Avevo spaccato in due anche la stampa.

Una volta in un ristorante incontrai Gianni Brera, che spesso veniva fischiato alla sua entrata a San Siro dai tifosi milanisti, insieme a una ventina di giornalisti. Io allenavo il Milan già da due anni. Vennero al mio tavolo e mi chiesero chi dei nostri avrebbe marcato Maradona. «Fate un elenco di nomi e poi vediamo.» Mi portarono la lista. «Tutti giusti, avete ragione tutti!» «Ma come?» «Chi marca Maradona? Dipende in che zona si trova.» Mia moglie Giovanna si scandalizzò per la domanda. «Ma tu non giochi a zona?» mi chiese. E pensare che lei allora aveva assistito, sì e no, a una o due partite, una quando allenavo il Parma e un‘altra in occasione di un derby Milan-Inter. Non guardava nemmeno le partite in tv.

Arrivare secondi a un mondiale, in un altro Paese, sarebbe stato un successo e un merito sportivo. «Ah, che dispiacere essere arrivati secondi!» mi dice qualcuno ancora oggi. In Italia diventò una specie di condanna. La mia cultura sportiva mi consente di apprezzare il secondo posto, specialmente quando è stato dato tutto. Adesso, dopo gli ultimi due mondiali, quelli del 2010 e del 2014, forse qualcuno penserà che un secondo posto, ottenuto addirittura ai rigori, non è poi così male.

 

banner orizz pubb mdtube
 
 
 
 
 

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.