
A domani!
Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": in volo verso l'America - La fortuna è arbitra della metà delle nostre azioni, ma ci lascia dirigere l'altra metà (Niccolò Machiavelli)
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Così decisi di non firmare più per i rossoneri. Fin da febbraio avevo già manifestato al presidente Berlusconi l’intenzione di non rinnovare il contratto.
Con il Milan, una delle squadre più forti al mondo, avevo condiviso dal 1987 al 1991 sconfitte, ma soprattutto straordinarie vittorie e grandi soddisfazioni. Con il Milan avevo vinto un campionato, una Supercoppa italiana, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Uefa e due Coppe intercontinentali consecutive. Un record: vincere in quattro anni otto competizioni, partecipando a tre Coppe dei Campioni e trionfando due consecutivamente, è una cosa mai più accaduta alle squadre italiane, ma soprattutto era il tipo di gioco praticato che aveva divertito ed emozionato il mondo, ingigantendo le nostre vittorie. E quattro di quelle coppe furono conquistate nel giro di soli sei mesi. Avevo vinto tutto quello che un allenatore può sperare di vincere in una carriera e avevo bruciato le tappe in appena quattro anni. Però non riuscivo più a gestire lo stress. Prima degli appuntamenti importanti non dormivo la notte, pensavo continuamente alla formazione, alle scelte, alle diverse possibilità sulla scacchiera verde del campo: alla mattina avevo tutto chiaro, ma la notte intanto era passata in bianco. Come fare, come reagire? La mia vita in apnea continuava. Dovevo pur andare avanti, trovare una soluzione per continuare a vivere di calcio, ad allenare, perché questa era la mia vita, ma era necessario allentare i ritmi.
L‘ultima partita di campionato in panchina con il Milan fu quasi un segno del destino. La giocammo a San Siro, proprio contro il Parma, la squadra che mi aveva lanciato nell‘Olimpo del calcio. Era finito un ciclo, avevo bisogno di nuove motivazioni, di nuovi obiettivi, di nuove sfide. Quel giorno, tutto lo stadio cantò una canzone che mi è rimasta nell‘anima: «Noi, tifosi del Milan, abbiamo un sogno nel cuore, Arrigo allenatore, Arrigo allenatore». La gente non guardava più nemmeno la partita. Oltre settantamila spettatori cantavano in coro questa canzone saltando sugli spalti. Avevo gli occhi pieni di lacrime e il sorriso sulle labbra, la gioia nel cuore. In quegli anni non avevo mai avuto tempo per pensare, per guardarmi indietro. Alzai gli occhi verso le tribune di San Siro, più volte, girandomi attorno, forse per la prima volta consapevole di quello che avevo vissuto in quello stadio. In quel momento capii che avevo fatto davvero qualcosa di buono e di importante per tutta quella gente che affollava le tribune. E non solo per loro. La loro gioia la esprimevano con il canto. Purtroppo, pero‘, quando Van Basten toccava la palla tutto lo stadio lo fischiava, perché pensavano che me ne andassi a causa di dissapori con lui. Ma non era vero. Quel canto di gioia portava lontano tutte le cose negative successe negli anni e lasciava intatta la bellezza di quella squadra, la felicità delle vittorie, la riconoscenza per aver dato tutto.
Fabio Capello ereditò la squadra. Il suo era un Milan più redditizio in campionato e meno arrembante in ambito internazionale. Fabio si dimostrò un grande allenatore, che conosceva bene il nostro calcio.
Si chiudeva il mio ciclo e nello stesso tempo ne cominciava un altro. Il Milan di Capello portò, non a caso, alla conquista di quattro scudetti, di cui tre consecutivi, e di una Coppa dei Campioni. Berlusconi aveva scelto Capello perché quella era la soluzione più giusta affinché la squadra continuasse, dopo i successi internazionali, a raccogliere vittorie e scudetti in casa. In Italia si vince di più con la squadra votata alla difesa e con l‘individualità, in Europa con il calcio offensivo e collettivo.
Il Cavaliere era preoccupato che io andassi ad allenare la Juventus. Luca Cordero di Montezemolo aveva assunto, dopo la direzione generale della Coppa del Mondo di Italia ‘90, la carica di vicepresidente esecutivo della squadra torinese. Sapeva che il mio contratto con il Milan stava scadendo e che volevo prendermi un anno di riposo nell‘attesa di diventare l‘allenatore della Nazionale. Un anno di riposo perché sapevo che il commissario tecnico Azeglio Vicini stava disputando le qualificazioni per l‘europeo del 1992, e quindi avrei avuto l‘incarico dopo il torneo, che si sarebbe giocato in Svezia.
Berlusconi era addolorato. «Sacchi, se lei va alla Juventus, mi darà un grande dispiacere» mi confessò. «Ma io devo andare in Nazionale» gli risposi. «E poi devo star fermo per un anno, aspettando che l‘Italia giochi l‘europeo svedese. Ho bisogno di un anno sabbatico.» Il Cavaliere non si fidava. Sapevo che Luca Cordero di Montezemolo gli aveva chiesto se la notizia della mia intenzione di lasciare la panchina del Milan fosse vera. Inoltre mi stava cercando anche Ramón Mendoza, all‘epoca presidente del Real Madrid. Berlusconi allora mi disse: «Se lei va al Real Madrid le faccio un e regalo e le do anche un giocatore», ma si capiva che aveva paura che io andassi alla Juve, una rivale storica del Milan. Mendoza era venuto anche a Milano Marittima per accordarsi con me. In una pizzeria del centro mi offrì uno stipendio annuo doppio rispetto a quello che prendevo al Milan e quasi triplo di quello che avrei preso con la Nazionale. «Ma lei ha già firmato?» mi chiese. «No, ho dato solo la mia parola!» «Be‘, allora firmi per noi!» «No» gli risposi, «per me la parola data vale più di un contratto.»
Sul mio passaggio dal Milan alla Nazionale sono stati scritti articoli e pagine intere di giornali. Hanno parlato di dissapori con la dirigenza, con Berlusconi stesso, con lo spogliatoio e i giocatori, che non ne potevano più di allenamenti estenuanti, di preparazioni della partita asfissianti e di una tensione nervosa difficile da gestire. Una tensione che avrei trasmesso anche solo con la mia presenza, il mio rigore, le mie urla in allenamento. Ritengo che solo uno stupido mollerebbe contratti milionari, un club di prestigio, un lavoro che gli piace solo perché ha dei dissapori con qualcuno. L‘invidia in questo campo fa riversare fiumi di veleno. Chi non ha questa sensibilità per capire o è ignorante o è superficiale.
E voglio fare chiarezza una volta per tutte. Berlusconi non mi ha «messo» in Nazionale, ignorava quali fossero le mie intenzioni. Come sanno Gianni Petrucci, Antonio Matarrese e Antonello Valentini, ex direttore generale della Figc, e l‘allora vicedirettore della «Gazzetta dello Sport» Alfio Caruso, che fece da intermediario, Berlusconi della mia volontà di andar via dal Milan non seppe nulla prima di febbraio. Mi avrebbe poi richiamato, per la stima che nutriva nei miei confronti, nel 1997 e successivamente nel 2014. Molti giocatori del Milan inoltre, otto o nove, li convocai in Nazionale, alcuni dei quali per la prima volta, rapporti con il Milan continuarono e continuano ancora oggi per la grande stima reciproca.
Mi rimaneva l‘ultima grande avventura, quella con la Nazionale maggiore. Era la mia ultima sfida dopo averne vinte molte e dimostrato che anche un «signor nessuno», che ha giocato poco al calcio e mediocremente, può essere un allenatore di successo.
L‘ombra lunga della fatica mentale mi segnava. Quando tornavo a casa, invece di stare con la mia famiglia pensavo a nuovi allenamenti, guardavo le partite degli avversari, studiavo il loro gioco, prendevo appunti, disegnavo su cartoncini con un campo di calcio stampato nuovi moduli e nuove posizioni dei giocatori in campo. Studiavo passaggi e simulazioni. La Nazionale poteva essere un giusto compromesso tra la mia voglia di continuare ad allenare, di affrontare nuove sfide, e la necessità di allentare la pressione quotidiana che si vive nei club. Mia moglie intanto, in silenzio, accanto alle mie figlie, mi lasciava fare. Non ha mai interferito con il mio lavoro. Il gioco mi assorbiva troppo, ma era la famiglia il mio punto di riferimento. Le sere in cui mi trovavo a casa, prendevo in braccio la mia primogenita e la tenevo con me, anche se lei dormiva profondamente. In quei momenti ho pensato spesso a mio padre, alle sue serate in casa quando io ero ragazzino e lui, dopo cena, fino alle due di notte, lavorava in silenzio, guardava le fatture, faceva i conti, studiava l‘andamento delle nostre fabbriche. Compivo gli stessi gesti, lavoravo con assiduità e rigore come lui. Aveva lasciato molto di più di un segno nel mio carattere. Avevo nel Dna il suo modo di lavorare, la sua ostinazione, la sua voglia di migliorare sempre, di dare sempre il meglio.
Forse cercavo altri obiettivi. Avevo deciso di abbandonare amici cari e fidati, un club che mi aveva dato tutto, stima, libertà e la possibilità di realizzare il calcio che sognavo, con campioni straordinari. Lasciavo una panchina che mi piaceva e che mi aveva dato grandi soddisfazioni, abbandonavo un club di uomini veri che mi avevano supportato sempre e non avevano mai messo in discussione la mia autorevolezza, e una squadra di campioni: solo questo dà l‘idea di quanto abbia influito sulle mie decisioni la mancanza di energie, quanto mi abbiano logorato la tensione e la sete di perfezione, gli impegni quotidiani degli allenamenti, lo stress delle partite di campionato e di Coppa, con due incontri la settimana.
Fu Berlusconi che in un‘intervista radiofonica si lasciò scappare la notizia che me ne sarei andato. Questo, ancora oggi, scatena un fiume di falsità sui giornali. Scoprii che non avevano accettato le mie dimissioni e che continuavano a pagarmi lo stipendio. E non capivo il perché. Questo da luglio fino alla fine di novembre. In realtà Berlusconi, come ho detto, aveva paura che me ne andassi alla Juve. L‘interesse di Montezemolo lo aveva allarmato, e ciò dimostra ancora una volta non solo la generosità di Berlusconi ma anche il suo affetto e la stima nei miei confronti, fugando così ogni polemica.
Non ho avuto tempo di prendermi un anno di riposo. Mancavano due partite alla fine del girone di qualificazione per gli europei del 1992. La Nazionale non riuscì a qualificarsi, perdendo l‘obiettivo delle finali in Svezia.
Era il 12 ottobre 1991. La partita decisiva, Urss-Italia, si giocò allo stadio Lužniki di Mosca. La formazione di quella partita, l‘ultima dell‘era Vicini, era: Zenga, Maldini, Baresi, Vierchowod, Ferrara, De Napoli, Giannini, Crippa, Lentini, Vialli, Rizzitelli. In panchina Lombardo, Mancini, Costacurta, Pagliuca, De Agostini. Solo due del Milan, con Costacurta in panchina. A quindici minuti dalla fine l’Italia rimase in dieci per un infortunio a Baresi dopo che Vicini aveva fatto già due sostituzioni. Un palo di Rizzitelli, a pochi minuti dalla fine, chiuse una partita sfortunata ma non solo, con parate impossibili di Pagliuca su incursioni dei russi e un attacco italiano che aveva creato occasioni ma non aveva concretizzato.
Nel 1990 avevo vinto con il Milan la Coppa Intercontinentale, nel maggio la Coppa del Campioni e in giugno c‘era stato il mondiale di Italia ‘90. Petrucci e Matarrese, parlando tra loro, dissero che con Vicini non avrebbero mai vinto il mondiale. Matarrese, sebbene fosse un decisionista, mi confidò che stavano pensando di chiamarmi proprio per l‘occasione. «Così se non vinciamo mi ammazzano!» pensai. Vicini era amato dai giocatori, lo consideravano uno di loro. Aveva fatto discretamente con la Nazionale, anche se come allenatore non aveva storia.
L‘esonero di Azeglio Vicini da ct della Nazionale, a distanza di tanti anni, ha lasciato una scia di rancori che durano ancora oggi. I rapporti tra Matarrese e Vicini non furono facili dopo il mondiale del ‘90, soprattutto dopo la semifinale persa con l‘Argentina che ci impedì di disputare la finale con la Germania, guadagnando comunque un onorevole, importante terzo posto. E dopo i risultati disastrosi del mondiale messicano del 1986, il terzo posto di Vicini era davvero una grande conquista.
Mi si spalancarono dunque le porte della Nazionale e di Coverciano. Potevo affrontare una nuova sfida, con nuovi obiettivi, con motivazioni alte, diverse, e certamente con molto meno stress. Ma niente anno sabbatico. Da una parte ero contento di cominciare subito questa avventura, dall‘altra ero preoccupato perché dicevo addio al riposo tanto desiderato. Ripensai a quando, bambino, in piedi sul tavolo di un bar di San Mauro, ero scappato per vedere, nel 1954, i primi mondiali in bianco e nero trasmessi dalla televisione, come ho già raccontato. Quarant’anni più tardi, il sogno di quel bambino si era avverato. Ripensai anche a quando mi trovavo in America a vendere scarpe, e guardai la finale Italia-Brasile in televisione con 41 di febbre per colpa di un’indigestione. Non era nemmeno pensabile che solo ventiquattro anni dopo mi sarei seduto su quella panchina, e proprio negli Stati Uniti.
Quando fu certo della mia firma con la Nazionale maggiore, Berlusconi, con la sua solita generosità, mi regalò le due automobili che avevo in comodato. Qualche anno dopo, quando incontrai Montezemolo, lo ringraziai. «E perché?» mi domandò stupito. In fondo non aveva fatto nulla per me. «Il suo intervento presso Berlusconi mi ha consentito di ricevere lo stipendio fino a quando non sono andato in Nazionale» gli risposi. Ricordo che Montezemolo sorrise.
La Nazionale era una bella novità. Mi offriva l‘occasione di allenare una squadra importante senza lo stress quotidiano. Potevo anche disporre di una grande rosa di giocatori da cui scegliere il meglio. Ritrovavo dentro di me nuove motivazioni tecniche e nello stesso tempo potevo lavorare con meno dispendio di energie nervose, con più tranquillità, cercando di portare la mia idea di calcio in un ambiente nuovo.
Ritrovavo nella Nazionale una dimensione più umana, con ritmi più lenti, e avevo tutto il tempo per ricostruire una squadra, un‘idea nuova dopo la mancata qualificazione all‘europeo. Avevo quattro anni di lavoro per plasmare la mia Nazionale e arrivare al meglio ai mondiali americani del 1994. Dovevo rivoluzionare la squadra per modellarla come la sognavo io. Ma l‘impresa, fin da subito, si dimostrò titanica. Mi resi subito conto che ero l‘allenatore virtuale di una squadra virtuale. Ero come un eunuco in un harem di belle donne. Avevo tutto, ma cominciava a mancarmi il lavoro quotidiano. In Nazionale ci vuole una grande pazienza. «In questi quattro anni» dicevo ai miei collaboratori «dobbiamo ottimizzare il tempo, saper scegliere i giocatori più adatti alla nostra idea di calcio e diventare più pragmatici nel lavoro che facciamo.» Bisognava fare cose che si traducevano facilmente sul campo, che riguardavano il gioco. Avrei dovuto avere una grande capacità di sintesi. Per far capire cosa voleva dire lavorare in Nazionale, bisogna pensare alla pazienza di riempire una cisterna enorme goccia a goccia mentre con i club la riempivi in tre-quattro mesi. Più che un allenatore ero diventato un selezionatore, come molti dicevano (Sivori e Tosatti). Dicevano che ero un grande allenatore: ma in Nazionale non si può allenare, occorrerebbe più tempo. In Nazionale devi costruire un gioco, e basta. Mi si presentava un‘altra sfida.
La prima cosa che feci fu organizzare lo staff con cui lavorare. La squadra era composta da Pietro Carmignani, che era stato secondo con me al Parma; Vincenzo Pincolini, che era stato sempre con me come preparatore atletico, sia al Parma sia al Milan; Natale Bianchedi, «il mio braccio destro», come qualcuno l‘ha definito, anche lui con me da sempre; e infine Francesco Rocca, che tutti ricordano con il soprannome, da giocatore, di «Kawasaki». Carlo Ancelotti, che nel frattempo aveva smesso di giocare, l‘ho fatto debuttare come mio viceallenatore al mondiale.
Lo staff medico era composto da Andrea Ferretti e Paolo Zeppilli. Antonello Valentini era responsabile della comunicazione e Gigi Riva era il team manager. Eravamo un gruppo molto coeso, c‘era comunicazione, empatia e stima, e soprattutto eravamo anche amici. Capo delegazione era il senatore Raffaele Ranucci. Il presidente della Federazione era Antonio Matarrese, che stravedeva per me. L‘unico che non riusciva a inserirsi nell‘ambiente era il segretario generale Zappacosta, che non condivideva le mie idee e il mio modo di lavorare, ma era una cosa di poco conto, anche se una sua decisione mi privò, a due partite dal mondiale, della preziosissima collaborazione di Bianchedi, che come sempre si dimise. Per fare una squadra c‘è bisogno prima di tutto di uno staff importante, che lavori insieme con armonia, con intelligenza e condivida gli stessi obiettivi. Già al Milan avevo trovato una società con una dirigenza preparata, di alto vello. Uno dei segreti dell‘incredibile mondiale americano fu prima di tutto questo staff. Chi abbraccia Franco Baresi piangente dopo il rigore sbagliato, nella finale con il Basile, è proprio Raffaele Ranucci: questo è un episodio che racconta bene l‘amicizia e l‘affetto che si erano creati tra lo staff e i giocatori, tra il campo e la panchina con la dirigenza. E questo è fondamentale perché non si gioca solo in undici. Si gioca insieme anche alla società e all‘affetto dei tifosi.
I primi raduni erano veri e propri stage. I miei metodi didattici erano senza precedenti per la Nazionale, con lezioni tecnico-tattiche, test psico-attitudinali e allenamenti mirati, associando lavoro mentale e sforzo fisico, arricchendo in questo modo il calcio totale dell‘Olanda di Cruijff. Anche Gigi Riva, che già lavorava per la Nazionale, si era convinto che le mie novità avrebbero contribuito a migliorare il gioco. Ai giornali dichiarò: «Non ho mai visto associare prima d‘ora durante gli allenamenti il lavoro mentale allo sforzo fisico con altrettanta coordinazione. Ai miei tempi si attendeva l‘errore dell‘avversario per ripartire col possesso di palla. Poi vennero gli olandesi a stravolgere certe abitudini tramandate. Però credo che le intuizioni di Sacchi abbiano ulteriormente arricchito il famoso football totale dell‘epoca». Ricordo che realizzammo una videocassetta in cui cercavo di spiegare i nuovi metodi di allenamento, le nuove tattiche, il giocare a zona, il correre senza palla, mostrando sul campo gli schemi.
Ho portato a Coverciano un modo diverso di lavorare. Per la Nazionale maggiore cercai di fare più allenamenti, e i club me lo consentirono. Volevo intensificare gli incontri con i giocatori: più stage di preparazione, anche teorica, di come intendevo il calcio, più allenamenti, più partite, cercando di ritagliare per i giocatori maggior spazio per la Nazionale rispetto agli impegni con le diverse squadre di club, e anche questo mi fu consentito. In Nazionale dunque meno stress, ma anche molto meno tempo per lavorare con i giocatori, per conoscerli dal punto di vista umano, per parlare con loro. Le lunghe pause tra una convocazione e l‘altra rendevano difficile far passare la mia mentalità di calcio d‘attacco, di possesso palla e di gioco totale.
Il mio modo di giocare prevedeva sincronismi e tempi in cui il vero modulo era il movimento, che cambiava sempre l‘impostazione iniziale. Partivamo con il 4-4-2 ma in fase di non possesso potevamo trasformarci in un 4-3-1-2 oppure in 3-4-1-2. Costruivo la squadra in base al gioco scegliendo i giocatori e la loro sensibilità, non i calciatori. Non era certo semplice. Dovevo lavorare con uomini abituati a stare sul campo sette giorni su sette in un modo diverso, con allenatori che generalmente chiudevano la squadra in difesa per contrattaccare in contropiede. Tutto il contrario di quello che pensavo e che volevo io. Volevo giocatori che fossero funzionali al progetto tecnico e complementari tra di loro, e fu un lavoro lungo e, per molti aspetti, sfiancante. Avevo tempo, certo, ma gli intervalli lunghi tra una seduta e l‘altra, tra uno stage e un allenamento, tra le partitelle e le amichevoli di lusso, rendevano difficoltoso mettere in rodaggio la squadra.
Il lavoro a Coverciano e la strada verso il mondiale non furono facili. Gli attacchi erano continui, venivano da fuori e da dentro l‘ambiente calcistico, rivolti contro di me e contro Matarrese. Già il mio contratto aveva destato un mare di polemiche dopo che fu pubblicato sui giornali, e ancora non so come ci sia arrivato. Vicini prendeva trecento milioni, io firmai per un miliardo e cento milioni di lire per la prima stagione, quando un chilo di pane ne costava duemila. Nessuno però ricorda quanti milioni portò alla Nazionale, sotto forma di nuovi sponsor, il mio modo di giocare. Si passò da venti a quarantatré miliardi di lire. Matarrese dichiarò che con me volevano aprire un nuovo ciclo. «Con Sacchi passammo da un ambiente per così dire familiare a uno più industriale!». La mia rivoluzione in Nazionale era cominciata proprio dal contratto, che includeva anche funzioni da manager.
In quel periodo Cesare Maldini era l‘allenatore della Nazionale Under-21. I giornali riportavano le sue dichiarazioni e le frecciate all‘indirizzo di Matarrese. I suoi attacchi erano continui. Un giorno Matarrese mi chiamò, arrabbiatissimo, dopo l‘ultima sparata. Era deciso, voleva licenziare Cesare Maldini, ma io lo convinsi a non farlo. Maldini era prezioso per la Nazionale. Gli dissi che non era e non sarebbe stato opportuno farlo perché era una brava persona e soprattutto un tecnico capace. «La rabbia non porta a nulla, solo alla cecità, a gesti inconsulti che possono diventare controproducenti» gli dissi. Matarrese era fuori di sé. Ma lo convinsi e gli dissi che un giorno mi avrebbe dato ragione.
Ho sempre diviso i tifosi perché il mio modo di lavorare e di scegliere i giocatori si basava sulle capacità individuali solo se non compromettevano quelle del gruppo. Vierchowod era più forte di Costacurta, ma non si muoveva con gli altri difensori, e inseguiva l‘avversario perché veniva dalla scuola del calcio individuale. Bergomi era un giocatore sicuramente con più qualità ed esperienza di Mussi. Dunque, perché non Bergomi? Non avevo tempo di cambiare caratteristiche così marcate: Bergomi faceva solo il difensore e aveva come riferimento l‘avversario, mentre da noi l‘importante era la palla e il compagno. Sono concetti importanti: vorrei che i giornalisti e il pubblico capissero che certe scelte andavano oltre il singolo, e tendevano a privilegiare il gioco, che pensavo fosse l’elemento più importante per migliorare il singolo e le possibilità di successo.
Ho portato in Nazionale molti giocatori perché li volevo provare sul campo, li facevo giocare insieme, facevo esperimenti. Sono stato criticato perché ne ho provati tanti, diversi tra di loro. E molti campioni amati dal pubblico non li ho convocati né per le amichevoli, né per il girone di qualificazione, né per il torneo finale in America. E questo anche se alcuni di loro erano stati importanti punti di riferimento della Nazionale di Vicini. Se un giocatore non era professionalmente in linea con il mio modo di lavorare, non lo convocavo. Il calcio è uno sport di armonia e di squadra, non uno spettacolo multiplo di solisti, e così ho dovuto fare scelte anche impopolari, come per esempio lasciare a casa Gianluca Vialli, che aveva un rapporto complesso con Roberto Baggio, tanto che una volta mi rimproverò di aver parlato più con Roberto che non con lui. E questo la dice lunga.
Volevo portare la mentalità di una squadra di club nella Nazionale maggiore. Avevo lasciato a casa alcuni giocatori che non lavoravano come io desideravo o avevano dei comportamenti inaccettabili per un professionista pagato fior di quattrini. Avevo recuperato Nicola Berti, che già aveva sulle spalle molte presenze in Nazionale, con tre gol all‘attivo, e aveva già giocato quattro partite al mondiale di Italia ‘90 solo perché mi aveva promesso che avrebbe dato il massimo. Così l‘ho portato con me, e devo dire che ha giocato un buon mondiale. Molti mi criticavano perché chiamare troppi giocatori era sintomo di scarsa chiarezza di idee. Se c‘è una cosa su cui non ho avuto mai dubbi è la mia idea di calcio. Ho sempre avuto poche idee, ma chiare.
Avere chiaro quello che si vuole aiuta moltissimo. Per esempio, Moreno Mannini l‘ho chiamato qualche volta ma poi non l’ho portato con me; così ho fatto con Pietro Vierchowod, che già era stato campione del mondo in Spagna nel 1982 e contava molte presenza nella Nazionale di Vicini. Accadeva che in partita Paolo Maldini e Franco Baresi salivano e lui correva dietro l‘avversario; quando noi coprivamo lo spazio, lui correva dietro l’avversario, quindi era una falla che si apriva continuamente nello schema tattico. Era abituato a giocare in un modo vecchio.
Alla fine solo uno o due erano incerti, ma tutti e ventidue i convocati per i mondiali ‘94 erano disponibili e avrebbero dato l‘anima se glielo avessi chiesto. Ed è stato così. Io cercavo e cerco sempre prima l‘uomo. Cercavo di instaurare un dialogo e parlavo molto con i giocatori: dovevo convincerli. Avevo bisogno della loro approvazione. Una parte dei giornalisti mi criticava perché avevo fatto, alla fine della mia panchina con la Nazionale, novantasei convocazioni, e c‘è anche chi si è preso la briga di fare l‘elenco dei giocatori che avevo messo in campo. Io rispondevo con i fatti, ma è difficile, se non quasi impossibile, trovare ventidue giocatori generosi, altruisti, senza gelosie e invidie, che giocano con e per la squadra, che abbiano disponibilità e caratteristiche per praticare il calcio totale, pronti al sacrificio: il giocatore italiano medio è al contrario un solista, un personaggio, un uomo di spettacolo che pretende di essere convocato solo perché magari segna molti gol in campionato ma poi è fuori forma proprio per il mondiale o pretende di essere libero di fare quello che vuole in campo. Alla fine ho trovato ventidue giocatori con queste caratteristiche su cento provati sul campo: credo che siamo di gran lunga sopra la media nazionale.
Avevo una certezza: mi portai una serie di giocatori che conoscevo bene per averli allenati. Erano l‘ossatura, lo scheletro del Milan. Persone affidabili, funzionali al progetto tecnico, complementari tra loro e poi di grande talento. Uomini veri. Non è facile trovare tutto questo in un solo giocatore.
La storia dei mondiali disputati dalla nostra Nazionale di calcio racconta molto. Ne abbiamo vinti due, quello di Spagna del 1982 e quello in Germania del 2006 dopo due scandali enormi. Non dico che questo abbia influito, ma di certo ha reso coesa la squadra, ha fornito energie e ha instillato negli atleti valori nobili da dimostrare sul campo. L‘Italia degli anni Settanta, quella che andò in finale con il Brasile, era una grande squadra, con grandi campioni: non ebbe bisogno di scandali, ma sulla sua strada, in finale, trovò la squadra più forte di sempre, con un attacco formato da Pelé, Rivelino, Tostão, Jairzinho. La tattica della squadra disposta dal Ct della Nazionale brasiliana Zagallo, un 4-2-4, faceva convivere gioco e spettacolo, con campioni di grande abilità.
Però era un calcio basato più sulle individualità, il buon senso dei singoli, che non un calcio collettivo con l‘organizzazione di gioco come leader. Volevo di più, qualcosa di eccezionale, perché rappresentavamo una nazione e una tradizione calcistica di altissimo livello, con tre campionati del mondo vinti. Avevamo una grande responsabilità verso il Paese. Volevo gente motivava da sentimenti nobili come l‘etica di gruppo, la generosità fuori e dentro il campo, volevo professionisti che dovevano meritarsi il posto in Nazionale, e soprattutto dovevo trovare uomini di cui fidarmi. E alla fine ho trovato anche dei campioni. Gli stage servivano per imparare il gioco e il posizionamento con la squadra corta, l‘attacco degli spazi, le «ripartenze» quando si riusciva a rubar palla attraverso un pressing asfissiante, con ferree equidistanze tra i reparti. La mia Nazionale la pensavo in partenza con i quattro difensori in linea, quattro centrocampisti e due attaccanti, ma poi era il movimento continuo il nostro sistema di gioco, così non si avano punti di riferimento. Certo, richiedeva tempi e sincronismi elevati.
Nel girone eliminatorio che ci avrebbe portato in America c’erano Portogallo, Scozia, Svizzera, Malta ed Estonia. Un girone complicato, con la Scozia che si era sempre qualificata, la Svizzera ostica, ma sapevo già che all’inizio il mio modo di giocare avrebbe incontrato delle difficoltà anche con Nazionali non blasonate. I risultati non sarebbero arrivati subito. E così accadde.
L‘esordio ufficiale sulla panchina della Nazionale italiana avvenne contro la Norvegia il 13 novembre 1991. Nella sfida sostituivo dunque il bravo Azeglio Vicini. La critica e i tifosi in generale si aspettavano molto, si aspettavano già dopo appena quattro-cinque giorni di allenamento di vedere una squadra vincente e divertente. E poi i tifosi dimenticano molto presto le vittorie. Insomma, non ci si attendeva i riscontri di un tecnico, ma quelli di un mago che compie prodigi. Ero conscio delle aspettative, così come delle incomprensioni e delle critiche che un risultato non buono avrebbe generato.
Una simile situazione sicuramente non contribuiva a rasserenarmi, sapevo che potevo incidere principalmente a livello motivazionale, mentre per quanto riguardava il gioco era tutto ancora in divenire. Il confronto con il Parma e con il Milan che avevo allenato era davvero improponibile: in quattro giorni non era nemmeno immaginabile raggiungere i risultati di un lavoro costruito negli armi. Per dare una parvenza di organizzazione al gioco, mi ero premunito di convocare alcuni giocatori che avevo avuto la fortuna di allenare nel Milan, in particolare Franco Baresi e Carletto Ancelotti, uomini-chiave che occupavano posizioni strategiche per dare il «la» alla mia idea di calcio. Un insieme di sensazioni, tensioni, dubbi e speranze si alternava nella mia mente, unitamente alla curiosità di constatare all’atto pratico come sarebbe stato il match.
La notte della vigilia non fu delle più tranquille, ma ciò non era una novità. Ero ansioso di iniziare e curioso di vedere che cosa avevano appreso i convocati in così pochi giorni. Non mi sentivo particolarmente teso ed emozionato. Mi sbagliavo: quando entrai in campo, e specialmente durante l‘inno di Mameli, sentii un’emozione fortissima. Poi iniziò la partita e tutto scomparve per lasciare spazio al match, che terminò uno a uno. Non fu una grande esibizione. Zola, però, dimostrò tutte le proprie capacità sul campo.
Le amichevoli erano importanti per sperimentare, spostare uomini, inventare ruoli e provare il gioco. I giocatori potevano essere impiegati in zone del campo diverse da quelle che avevano nei club e io li provavo in nuovi ruoli, adatti al mio gioco, scatenando polemiche e facili derisioni da parte di chi di calcio non se ne intendeva o ne capiva poco. Qualcuno mi prese per matto o per folle. A Foggia, contro Cipro, recuperai Roberto Baggio, mentre Dino Baggio lo impiegai come terzino destro e Zola sulla sinistra. In quella partita feci esordire Demetrio Albertini in azzurro.
Nella primavera del 1992 giocammo negli Stati Uniti per l‘U.S. Cup, un torneo che ci vide affrontare il Portogallo, con cui pareggiammo; l‘Irlanda, contro cui vincemmo due a zero; e infine gli Stati Uniti, con cui pareggiammo per uno a uno, lasciando a loro il trofeo.
Il torneo di qualificazione per Usa ‘94 non fu semplice, come avevo previsto. Il 14 ottobre 1992 esordimmo contro la Svizzera a Cagliari e ci trovammo sotto di due gol, in mezzo all‘imbarazzo generale e tra i fischi del pubblico. I gol di Roberto Baggio e di Eranio al 90° riequilibrarono la situazione.
Dopo la trasferta di Malta del 19 dicembre 1992 sui giornali scoppiò il finimondo. Una partita difficile, giocata male, ma vincemmo per due a uno. Si aspettavano la goleada. «La Gazzetta dello Sport» intitolò a tutta pagina Che brutta figura! «Tuttosport» alzò i toni della polemica: Italsacchi nelle tenebre. Il 24 febbraio 1993 la riscossa. Decisiva nel girone fu la trasferta in Portogallo, vinta per tre a uno con gol di Roberto e Dino Baggio e Casiraghi. E tre gol li rifilammo alla Scozia, all‘Olimpico, a firma di Donadoni, Eranio e Casiraghi.
Roberto Baggio nel 1991-92 stava vivendo un momento difficile con la Juventus, tanto che, quando chiesi all‘avvocato Agnelli chi mi suggeriva dei suoi giocatori, mi rispose: «I tre tedeschi!». Io convocai ugualmente Roberto. Tra noi si instaurò un bel rapporto e prima della partita con il Portogallo mi scrisse una lettera commovente, piena di affetto e stima. Roberto era un ragazzo sensibile, oltre a essere un grande giocatore, e molti allenatori lo hanno «usato», permettendogli tutto ma aiutandolo poco. Quando lo sostituii al mondiale contro la Norvegia, la prese malissimo, non capendo che forse lo stavo aiutando in un momento per lui non ottimale; presi la soluzione più difficile e impopolare, mandandolo in panchina dopo diciassette minuti. Se quella partita fosse andata male, Baggio non sarebbe stato attaccato; se avessimo vinto, sarebbe rientrato meno compromesso fisicamente: giocare in dieci per ottanta minuti a 38-40 gradi, e quando per di più devi solo vincere, è un‘impresa.
Alla fine, anche se con giocatori e una formazione inediti, la Nazionale vinse assecondando le simulazioni tanto studiate in allenamento, dimostrando ancora una volta che si vince con la squadra, il gioco e poi con i singoli calciatori, che giocano con e per la squadra a tutto tempo, a tutto campo.
Il 17 novembre 1993 si giocò la partita decisiva per staccare il biglietto per l‘America. Ancora contro il Portogallo, ma questa volta si giocava in casa, a San Siro, tra il mio pubblico. Entrai in campo facendomi largo tra i fotografi. Guardai gli spalti e sentii un brivido lungo la schiena, come accade a chi torna a casa, a chi si sente tra un pubblico amico. La tensione era al massimo. Ero molto concentrato. Sapevo di avere grandi responsabilità. Ancora una volta per una partita decisiva sedevo sulla panchina nello stadio dove avevo realizzato tanti sogni. Qui ne finiva uno e ne cominciava un altro, di colore azzurro, verso l‘America.
Avevo riflettuto tutta la notte, avevo lavorato per mettere insieme al meglio la squadra per questo incontro. Ero felice e al tempo stesso pieno di paure, certo delle scelte fatte ma sempre con il dubbio di un possibile aggiustamento per migliorare. Fu una partita lunghissima, difficile, aperta, risolta a una manciata di minuti dalla fine da un gol di Dino Baggio. Contro il Portogallo di Rui Costa bastava il pareggio per qualificarci. Io volevo vincere, e alla squadra chiesi di vincere. E così fu, dopo una partita giocata apertamente, senza paure. Alla fine, voglio ricordarlo, arrivammo in testa al nostro girone di qualificazione, nonostante le malelingue e contro tutte le critiche. Nel calcio ci vuole pazienza e tenacia. I giocatori che avevo chiamato avevano risposto come volevo, con carattere, con personalità. I risultati non si giudicano mai da una sola partita, ma da tutto il torneo, e noi l‘avevamo vinto passando il turno.
Matarrese era fiducioso. Alla vigilia della partenza per gli Stati Uniti affermò che la finale della Coppa del Mondo in America sarebbe stata Italia-Brasile. Le sue affermazioni ci caricavano di nuove responsabilità: voleva vincere il mondiale perso quattro anni prima in Italia. Ci credeva, credeva in me, credeva che il suo sogno fosse possibile. Voleva un riscatto dopo un amaro terzo posto. I ragazzi speravano di disputare un buon campionato ma erano meno ottimisti del presidente. Io non so prevedere il futuro, e mi preoccupavo solo che tutti dessero il massimo e interpretassero totalmente il gioco che li avrebbe aiutati a essere migliori.
Andavamo in America carichi di speranze e di voglia di far bene. Eravamo pronti. Volevo il possesso palla, finalizzare l‘azione con il gol, volevo che gli azzurri avessero in mano il gioco, ma sapevo che cosa ci aspettava oltreoceano: un clima impossibile, un ambiente di gioco terribile e contrario al calcio totale, alla velocità e ai ritmi elevati: le nostre caratteristiche più importanti. Le partite erano a ore improbabili a causa del fuso orario e per esigenze televisive.
Negli anni che precedettero il mondiale avevo girato l‘America e gli stadi dove si sarebbe giocato. Nel 1992 c’era stato un incontro a Miami tra tutti i rappresentanti delle squadre finaliste. Con me c‘era anche Vincenzo Pincolini, il preparatore atletico, che aveva cominciato insieme a me al Parma, caricando sulla sua automobile i pesi da portare sul campo di allenamento, in mezzo alla nebbia. Capimmo subito che chi avesse giocato sulla costa est sarebbe uscito bollito dal girone di qualificazione. Quando tornammo stesi una relazione nella quale raccontavo il clima impossibile in cui avremmo giocato. Matarrese parlò con Andreotti, allora presidente del Consiglio, il quale gli rispose: «I nostri emigranti vivono soprattutto sulla costa est. Se noi andiamo a giocare sulla costa ovest, vedo già i titoli dei giornali che scrivono: Ancora una volta l‘Italia tradisce i suoi emigranti!». Matarrese mi riferì questo colloquio, e così fummo costretti a giocare sulla costa est. La Nazionale non poteva tradire i suoi connazionali, per cui ci aspettava davvero l‘inferno. E subito dopo il primo turno capimmo che non si trattava solo di una metafora.
Poi accadde una cosa inaspettata. A seguito degli scandali e delle azioni giudiziarie che sconvolsero il Paese e che presero il nome di «Mani Pulite», il 26 gennaio 1994 scese in campo Silvio Berlusconi. Ad appena due mesi dall‘annuncio, alla guida di Forza Italia, Berlusconi vinse le elezioni politiche del 27 e 28 marzo. L‘espressione «discesa in campo» è alquanto singolare. Era una metafora, più che bellica, calcistica: «entrare in campo» sottintendeva un‘idea di lotta e di agone, pensando agli elettori come a dei tifosi. La vittoria politica schiacciante e la sua elezione a presidente del Consiglio in un così breve lasso di tempo furono un vero e proprio trauma per le forze politiche avversarie, per i partiti politici tradizionali. Un vero e proprio terremoto politico. Io ero stato l‘allenatore che aveva portato il Milan sul tetto del mondo. Agli occhi della gente e dei politici, ero l‘uomo di Berlusconi e ora guidavo la Nazionale. Potevo diventare, per giornali politicamente schierati, il bersaglio giusto per colpire indirettamente il Cavaliere. Ogni passo falso che avessi fatto poteva essere un pretesto per massacrare me e indirettamente il nuovo presidente del Consiglio. Tutto questo creava pressioni sull‘ambiente e sul mio lavoro: quotidiani come «l’Unità» di Walter Veltroni e il «il Messaggero» di Giulio Anselmi avevano dato l‘input agli inviati di caricare i toni contro la Nazionale.
Il viaggio in America assunse così anche aspetti politici. Lo stesso Berlusconi vi contribuì, usando le vittorie per i suoi fini elettorali e di consenso. Il 10 maggio, alla vigilia della partenza, assunse l‘incarico di presidente del Consiglio giurando di fronte al capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. La Nazionale, come da consuetudine, prima della partenza doveva andare dal presidente del Consiglio per un saluto e un augurio.
Il nostro incontro, a distanza di tre anni dalle vittorie con il Milan, ci vide in due vesti completamente nuove. Quando andai con la Nazionale a Palazzo Chigi, fu una grande festa. Quando allenavo il Milan, sentivo per telefono Berlusconi anche due o tre volte al giorno: per lui il Milan era un divertimento, un diversivo rispetto ai suoi impegni di imprenditore. Anche nel suo ruolo istituzionale non mancò di dimostrarmi grande affetto e stima. Mi disse: «Arrigo, la aspetta un‘impresa difficile, ma se vince anche questa volta la faccio ministro dello Sport!». «Non ho lo spirito del politico, non credo di esserne all‘altezza» risposi, «per me o è bianco o è nero, e qui mi sembra che domini il grigio. La sua è un‘impresa difficilissima. Anzi, quasi impossibile, in un Paese individualista che non ha coscienza dello Stato.» Ci salutammo. L‘avventura americana era ormai a un passo. Portavo con me la miglior gioventù calcistica capace di esprimere il gioco che volevo proporre al mondiale. Un‘altra sfida di fronte agli occhi del mondo.
Ho trascurato di scrivere della mia vita privata perché praticamente non esisteva quasi più da quando avevo deciso di fare l‘allenatore. Tutta la mia vita, le mie energie, erano dedicate al lavoro: al calcio totale.















