letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": Milan, un ritorno amaro - La teoria è quando sai tutto e non funziona niente (Albert Einstein)

 

 

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sacchi

Alla fine del 1995 la sentenza Bosman alla Corte di giustizia dell‘Unione europea aveva rivoluzionato il calcio, aprendo definitivamente le frontiere, per cui ogni squadra poteva schierare un numero illimitato di giocatori stranieri per il campionato dell‘anno successivo. Una sentenza storica, che permette di capire come si stesse evolvendo il calcio a livello europeo. In panchina, inoltre, si potevano tenere almeno sette giocatori, due in più rispetto al passato. Arrivò anche la pay tv, che cambiò il modo di vedere il calcio, trasformandolo in uno spettacolo televisivo, da godere in salotto, facendo diventare i giocatori delle vere star del piccolo schermo. Erano cambiate molte cose da quando avevo cominciato a fare l‘allenatore.

Il 3 dicembre 1996 ritornai al Milan. Mi chiamarono prima Berlusconi e poi Galliani. Avrei sostituito Óscar Washington Tabárez, che a sua volta aveva preso il posto di Fabio Capello, andato al Real Madrid. Dopo l‘ennesima sconfitta esterna all‘undicesima giornata contro il Piacenza per tre a due, con un eurogol in rovesciata del piacentino Pasquale Luiso, i rapporti fra Tabárez e il Milan si chiusero. Io mi dimisi dalla Nazionale e firmai, tornando a San Siro dopo cinque anni. Fu una mossa che scatenò numerose polemiche sui giornali e scosse tutto l‘ambiente.

Nella mia storia calcistica non ero mai subentrato in corsa. Avevo sempre voluto giocare con le mie carte, non lavorare su una squadra e un‘impostazione magari molto diversa da quella che pensavo io. E così mi trovai in una situazione complicata. Nella rosa c‘erano giocatori avanti con gli anni che volevano ma non potevano, altri meno motivati, altri ancora svogliati, che per di più volevano andarsene. Mi resi subito conto che la squadra era entrata in una crisi difficile da risolvere. Dal 1991 al 1996, sotto la guida di Capello, il Milan aveva conquistato quattro scudetti, con la sola eccezione del campionato 1994-95, vinto dalla Juventus. Tre scudetti consecutivi e una Champions nel 1993-94. Forse i giocatori preferivano un allenatore come Capello, stressati dalla mia ossessione di perfezionamento e rinnovamento continui. Si era lavorato e vinto molto (otto competizioni in quattro anni credo siano un record) e ottenuto riconoscimenti davvero impensabili. Con Capello i miei giocatori desiderarono andare all’incasso.

Forse avrei dovuto fermarmi dopo la finale con il Brasile. Ma il richiamo del Milan, come le sirene di Ulisse, mi portarono di nuovo a Milanello.

Arrivai il martedì successivo alla sconfitta di Piacenza. Presi i giocatori uno a uno cercando di capire quali fossero i problemi. Capii che in quel Milan non esisteva uno spirito di squadra. C‘erano giocatori bravissimi ma demotivati, altri con situazioni contrattuali complesse, altri ancora che facevano quello che volevano come quella volta che, uscendo da un ristorante insieme a Braida intorno a mezzanotte, incontrai Savičevič insieme a un altro calciatore che entravano per cenare. Le regole in una squadra devono essere uguali per tutti, e quello del Milan era uno spogliatoio difficile da gestire.

Malgrado la stanchezza, ero ancora innamorato del calcio: ero come un fumatore incallito che, quando vede il mozzicone a terra, non resiste e si lascia vincere dalla tentazione. In realtà mi sentivo un limone spremuto: dopo anni con l‘acceleratore al massimo avevo fuso. Non avevo più le energie, o forse la lucidità necessaria per affrontare una situazione articolata e complessa. Dissi a Galliani: «Qui c‘è un problema: vogliamo curare un malato grave con un‘aspirina». Weah e Desailly non giocavano come potevano e non s‘impegnavano al meglio. «Sarà per colpa mia» mi dissi, invece loro mi confessarono che volevano andarsene. Avevano ricevuto una proposta dal Barcellona, ma avevano appena firmato con il Milan, però non erano soddisfatti.

La situazione era molto diversa da quando ero arrivato al Milan quasi dieci anni prima. Allora la squadra veniva da risultati tutt‘altro che buoni, anzi, da dieci anni d‘inferno vero e proprio, perciò i giocatori mi seguirono e furono fantastici; questa volta si doveva fare una mezza rivoluzione in una squadra che aveva vinto numerosi titoli, e molti giocatori non erano più giovani. Ma la dirigenza non se la sentì. Invece occorreva ricostruire dalle fondamenta. Durante gli anni di Fabio Capello, i risultati erano stati ottenuti puntando prevalentemente sul singolo giocatore, ma l’assetto del Milan aveva fatto il suo tempo. Capello nel 1991 aveva ereditato da me una squadra ancora giovane, con giocatori nel pieno delle forze e della loro maturità. Capello si dimostrò un grande allenatore, assestò la squadra su un calcio tradizionale, ma rivisitato con chiarezza e determinazione, e conseguì risultati incredibili per continuità soprattutto in campionato. Aveva espresso la propria idea di calcio, ed era giusto così. Per la felicità dei nostalgici, la rivoluzione era finita.

«Siamo gli over 35 più bravi del mondo» dissi scherzosamente, e in maniera anche un po‘ polemica. In Italia si dice sempre: «Squadra che vince non si cambia!». Io invece avevo sempre sostenuto il contrario, come quando provavo in continuazione giocatori per la Nazionale: «Squadra che vince si cambia!». Il Milan che avevo ereditato da Capello e poi da Tabárez era in un certo senso arrivato alla fine di un ciclo. Chi aveva trainato la squadra con il carattere, come Baresi e Tassotti, per esempio, aveva ormai trentasette anni, Vierchowod trentotto. Savičevič, che era un giocatore estroverso, aveva già trent‘anni.

Fu un errore firmare per il Milan. Avrei dovuto immaginarlo. Ci sono momenti nella vita in cui non sempre è facile compiere le scelte giuste. Forse era davvero il momento di chiudere. Molto probabilmente avevo perso quella chiarezza e quella determinazione che avevo in precedenza. O forse, semplicemente, mi mancavano nuovi obiettivi, nuove sfide. Non avrei mai accettato, prima di allora, di andare in una squadra a campionato in corso, con giocatori vecchi, ormai a fine carriera, tanto che l‘anno seguente quando tornò Capello, i risultati furono lo stesso mediocri. Questa fu la dimostrazione che il problema era serio e difficile da risolvere, e che anche due allenatori così diversi come me e Fabio non erano riusciti a trovare la medicina giusta. Il problema di quel Milan era un altro.

Nell‘ignoranza sportiva e calcistica nazionale, l‘allenatore viene considerato un mago, mentre un mago non è. L‘allenatore è un professionista che può avere idee brillantissime, brillanti, normali o mediocri. Può essere dotato di grandi capacità didattiche per trasmettere la sua chiarezza d‘idee, oppure non avere grandi idee e poche capacità di convincere i giocatori a concretizzare sul campo la sua idea di gioco. Come il direttore d‘orchestra, prima deve aver studiato e conoscere uno spartito. C‘è un‘idea, e dall‘altra parte un avversario che non te la vuole far esprimere. Per essere davvero allenante, la preparazione durante la settimana deve ricreare tutto quello che troverai la domenica successiva, considerando che l‘avversario e la sua velocità cercheranno di ostacolare quello che tu vorrai fare. Dove è evidente che il giocatore di maggior abilità può essere decisivo, ma nessun giocatore sarà in grado di farlo senza un collettivo brillante. Credo che siano concetti semplici, chiari, ma ancora difficili da far accettare non solo al pubblico ma anche all‘ambiente calcistico di oggi.

Quando lasciai il Milan, alcuni scrissero che Berlusconi aveva preferito Van Basten, in quanto io gli avrei imposto una scelta: «O me o Marco». È un‘offesa alla mia intelligenza: non avrei mai pronunciato una frase simile. Altri scrissero che non avevo piena fiducia nella squadra e che avevo sostenuto che i rossoneri non avrebbero più vinto. In realtà avevo solo affermato che non avrebbero più stupito: stavano andando all‘incasso, erano ormai tutti professori, e non è un caso che quasi tutti abbiano poi fatto gli allenatori ad alto livello. Altri ancora scrissero che Berlusconi non aveva più fiducia in me. Non era vero: oltre a chiamarmi nel 1997, mi contattò anche quando in panchina c‘era Zaccheroni, e da ultimo anche nel maggio del 2014 perché riprendessi in mano la squadra. Risposi che non avevo più energie, e quando uno è vuoto non può riempire gli altri. La sua stima comunque mi ha sempre onorato e la mia gratitudine per lui e Galliani sarà eterna. So quanto sono stati coraggiosi e quanto hanno contribuito alla realizzazione di un sogno.

Entrando in corsa al posto di Tabárez, mi giocavo la partita decisiva per il passaggio del turno in Champions League, che negli anni era cambiata: non più a eliminazione diretta, ma con una prima fase a gironi.

Quando prendi una squadra a metà stagione, diventa difficile organizzare questi confronti internazionali. E io ero arrivato addirittura il giorno prima della partita decisiva a Milano. In un gelo invernale, cercai di preparare al meglio l’‘incontro con i norvegesi del Rosenborg senza aver fatto un allenamento. «Scusate» dissi, «ma io i miracoli li lascio fare agli altri.» Sono un allenatore, non un mago.

Fu una partita disgraziata. Al 20° del primo tempo andammo in svantaggio con un gol rocambolesco di Brattbakk. Verso la fine Roberto Baggio riuscì a difendere un pallone nell‘area piccola con le spalle alla porta, e lo mise in centro: ci provò prima Boban e poi Dugarry, che infilò la porta per il momentaneo pareggio. Un pareggio che valeva la qualificazione. Al 25° del secondo tempo Heggem colpì di testa su un lancio lungo in centro area, anticipando Baresi e Maldini, che attesero l‘uscita di Rossi. Il suo errore ci condannò. La partita si chiuse sul due a uno senza che nell‘ultima parte ci fosse una minima reazione della squadra. Fu una notte da incubo. Il «Corriere della Sera» mi attaccò sottolineando che le mie «false partenze sono sinistramente leggendarie». Il ritorno al Milan non poteva essere peggiore. Maldini, in un‘intervista sempre al «Corriere» del giorno seguente, dichiarò che eravamo alla fine di un ciclo, che la paura aveva bloccato la squadra. Ci furono nella notte contestazioni feroci contro il portiere Rossi, e sassaiole contro il pullman, all’uscita dallo stadio. Tutto quello che il Milan aveva fatto in quei nove anni sembrava fosse stato cancellato dalla memoria in un attimo. La rabbia dei tifosi aveva fatto il resto.

Nella notte di Milano, al gelo, mi resi conto di aver accettato una sfida che non potevo sostenere da solo. A dicembre eravamo già fuori da tre competizioni su quattro. Ci aspettava un anno difficile anche in campionato. Il girone di andata vide la Juve di Lippi in testa a 33 punti. A maggio chiudemmo il campionato con la squadra all’undicesimo posto, e senza alcuna prospettiva per il futuro: il peggior risultato dell‘era Berlusconi. Quell’anno lasciarono il calcio Tassotti e anche Baresi, e dal club fu ritirata per sempre la maglia numero 6 del «Capitano».

Era davvero finito un ciclo. Una generazioni di grandi campioni, con cui avevo condiviso ricordi memorabili, lasciava il campo ad altri futuri campioni.

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