
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la gioventù, l'Ajax e gli europei del 1988 (1964/1988) - Joop e Jopie
Capitoli precedenti: presentazione - prologo

Il fatto che mio nonno sia stato campione olandese di sollevamento pesi è un aneddoto divertente, ma non dice niente su di me. Il fatto che mio padre, durante la guerra, abbia rubato cibo ai tedeschi facendo dei buchi nei sacchi di farina sui camion, nel cuore di Utrecht, è roba da uomini duri e coraggiosi, ma non mi ha fatto segnare nemmeno un gol in più. Tuttavia Joop, mio padre, è stato molto importante per me. Andava matto per il calcio. Ero ancora bambino quando lui già lavorava come allenatore, massaggiatore e podologo per diverse squadre dilettantistiche, affiancando queste attività al suo impiego presso l’Azienda comunale dei trasporti. Con questi lavoretti extra pagava le vacanze per la nostra famiglia. Andavamo ogni estate sul lago di Garda.
Anche suo figlio andava matto per il calcio e «il ragazzino» – io ero l’ultimo nato a distanza di anni – mostrava pure un certo talento. Lui ne era entusiasta. Il suo tempo libero lo dedicava tutto a me. Al resto della famiglia, a mio fratello Stanley, che è più grande di sei anni, a mia sorella Carla, più grande di otto, e a mia madre Lenie la cosa piaceva poco.
Mio padre ha cominciato a occuparsi di me molto presto. Parlavamo sempre di calcio. Lui era stato un diligente terzino sinistro della DOS di Utrecht ed era diventato, insieme a giocatori come Tonny van der Linden e Hans Kraay senior, addirittura campione d’Olanda. In quegli anni non l’ho mai visto giocare, ma quando ha concluso la sua carriera di calciatore con l’UVV non mi ha impressionato più di tanto.
Ogni settimana spulciava «Voetbal International» e la domenica, dopo aver visto in televisione «Studio Sport», annotava la formazione della sua squadra e faceva una sorta di analisi. Lo osservavo svolgere questa operazione, da sopra la sua spalla, con un interesse enorme. In seguito ho cominciato ad annotare anch’io le mie partite su dei taccuini, in maniera molto puntuale. Ho continuato a farlo per anni, anche quando giocavo già da un pezzo con la prima squadra dell’Ajax. Talvolta la domenica lo accompagnavo, quando non giocavo. Lui se ne stava a bordo campo con poca passione ed emozione. Nessuna anzi. Era tranquillo, come a casa. Cool and collected.
Distribuiva quindi in maniera piuttosto disuguale le sue attenzioni tra i figli. Per esempio non andava mai a guardare Stanley, calciatore anche lui. Mio fratello e mia sorella se ne lamentavano, e a mia madre la cosa non piaceva per niente; ma per lui contava solamente il calcio, e io avevo talento. Mi portava sempre a giocare e tornava a prendermi.
Un giorno abbiamo rischiato di arrivare in ritardo a un importante allenamento a Zeist, presso la Federazione calcistica dei Paesi Bassi. C’era una coda infinita. Non voleva assolutamente che facessi tardi, ci teneva a essere puntuale. Dopo un quarto d’ora all’improvviso mi disse: «Vado sulla corsia d’emergenza, se arriva la polizia dico che ho un problema al cuore». Ero sbalordito. Era un bravo cittadino, recitava le preghiere prima di mangiare e andava in chiesa la domenica. Era nervosissimo quando si spostò sulla corsia d’emergenza, perché non avevamo i soldi per pagare una multa. Eppure, ecco che lo ha fatto, pensai allora.
Un’altra volta, sempre per un allenamento a Zeist, malgrado quel giorno la pioggia battente non desse tregua, non pensò nemmeno di chiamare per verificare se l’allenamento fosse stato annullato. Il terreno sabbioso di Zeist avrebbe retto, ne eravamo certi. Quando arrivammo lì, sotto l’acquazzone, il parcheggio era completamente allagato e il campo deserto. Cancellato? Per noi era inconcepibile. Ce ne stavamo lì a bordo campo come due pulcini bagnati. Le persone ci guardavano come se avessimo qualche rotella fuori posto. Quanto mi piaceva la sua passione. Quando poi, alla fine, diventai un calciatore, lui lo trovò magnifico, una vera benedizione.
Quando andavo a dormire, veniva sempre a sedersi sul mio letto e parlavamo di ciò che era successo quel giorno. Della partita o dell’allenamento. O dell’Ajax o dell’Utrecht. Era indifferente, purché si trattasse di calcio.
Non voleva insegnarmi qualcosa, perlomeno non in modo palese, era più la condivisione di una passione. Si parlava di calcio, ma senza lavagne o appunti, o lezioni di tattica. Se l’argomento era la mia prestazione, il suo atteggiamento era chiaro. Se avevo giocato bene, avevo giocato benissimo, se avevo giocato male, avevo giocato malissimo.
Un atteggiamento che alla lunga mi dava fastidio, e allora dicevo: «Se ho giocato bene, puoi anche fare qualche critica, perché tanto ho buone sensazioni. E se ho giocato male, potresti trovare qualcosa di positivo, perché mi sento già uno schifo di mio».
Non mi sembrava tanto bravo in questo. Era poco sensibile. Se avevo giocato male, mi giravano parecchio le scatole, facevo tanta autocritica, ma ai suoi occhi la cosa diventava drammatica. Entravo in macchina per tornare a casa già incazzato di mio e, quando ne uscivo, ne avevo le palle piene della sua predica. Quello che dicevo non faceva nessuna differenza. Non ha mutato atteggiamento fin quando non sono entrato a far parte della prima squadra dell’Ajax.
Un giorno la nostra UVV giocava in casa contro la DOS, avevo 9 anni. I tifosi ospiti erano piuttosto chiassosi, venivano da un quartiere non esattamente chic, diciamo così. Erano più rudi.
Il livello del calcio dilettantistico di Utrecht, all’epoca, era alto. Velox, DOS, Holland ed Elinkwijk, ma anche Hercules e Celeritudo. I migliori talenti erano nelle giovanili della FC Utrecht, e tra di noi ci si conosceva. In quei derby contava la vittoria. Era noto, all’epoca, che giocavo con l’UVV e che ero uno bravo.
I genitori dei ragazzi della DOS inveivano come matti. Dei fanatici. «Atterralo, buttalo giù!» Continuavano a riempirmi di calci e l’arbitro lasciava correre. A un certo momento non ne potei più. Lasciai il campo arrabbiato, piagnucolando, in direzione di mio padre, che però fu chiarissimo: «Se non rientri subito in campo, ti ci riporto io a calci». Alla fine rientrai. Lui aggiunse: «Coraggio, Marco. Fa parte del gioco, cerca di non lasciarti intimidire».
Da ex calciatore sapeva come funzionava. Mia madre non veniva mai a vedermi. Tranne una volta, a Pasqua, in una partita contro l’Hercules. Fu una tragedia. Si mise a urlare: «Oh, ma che fanno a Marco?!». Non mi piaceva per niente e nemmeno a mio padre, naturalmente. Alle fine le dicemmo: «D’ora in poi rimani a casa, perché così proprio non va».
Quegli anni mi hanno reso più duro e più forte anche sotto altri aspetti. Nella UVV c’era un bel miscuglio di calciatori di talento e altri più portati a picchiare. Ragazzacci. Dovevi difenderti da loro, ma c’era anche da imparare. Alcuni di quei tipi venivano da Schimmelplein, dietro a Vleutenseweg, un quartiere difficile paragonato alla Herderplein, dove io giocavo sempre a pallone.
Allora ci allenavamo sulla terra battuta, ma lì accanto c’erano campi in erba per il korfball, la pallacesto. Quando pioveva parecchio, dopo l’allenamento, andavamo a «dare calci», come dicevamo noi. Di solito eravamo in quattro o cinque, su quel campo da korfball, a dribblare a turno, fino a quando resistevamo, perché tutti gli altri dovevano entrare in scivolata e dare calci. Senza limiti. Naturalmente il campo da korfball lo facevamo a pezzi, a furia di pestarlo, ma acquisivi un certo feeling per quello che succedeva alle tue spalle. Imparavi ad avvertire il pericolo. Non finiva in rissa ma i contrasti erano proprio tosti.
In realtà in quel periodo ero un ragazzo come tanti. Avevo un fratello e una sorella. Non andavo bene a scuola, ma nemmeno male. Non eravamo certo ricchi, vivevamo in un appartamento, ma non mi mancava niente. Ero, soprattutto, un ragazzino al quale piaceva tantissimo giocare a pallone.
C’è un giorno che non dimenticherò mai. Era inverno e a causa del gelo le partite erano state rinviate. Giocavo spesso a pallone davanti a casa nostra sulla Herderplein con il mio vicino Jopie. Aveva un anno più di me e pure una sorellina. Era proprio bravo e giocava già nell’UVV, mentre io allora stavo ancora con l’EDO.
Quel sabato faceva freddo e ci stavamo annoiando. Jopie aveva uno zio che abitava ad Amsterdam e così, a un certo momento, ci dicemmo: «Andiamo a piedi ad Amsterdam».
Che ne sapevamo! Cominciammo a camminare in quella direzione, seguendo la N2 verso Maarssen, ma naturalmente procedevamo molto a rilento; dopo un’ora arrivammo nei pressi delle vecchie fabbriche Raak, quella delle bibite, nella zona industriale di Lage Weide. Avevamo già capito che non ce l’avremmo fatta a raggiungere Amsterdam, allora ci dicemmo: «Sai che facciamo, superiamo quei fossati gelati lì, verso quel lago. Potrebbe essere divertente giocare sul ghiaccio».
Giunti davanti al grande lago, proprio di fronte alle fabbriche, Jopie disse: «Dai, andiamo qui sul ghiaccio».
«Ma siamo sicuri?» chiesi. All’ultimo momento vidi una corda vicino alla riva e dissi: «Sai una cosa? Stringi questa corda, così se cadi ci sono io che ti tengo».
Andò lui per primo. Stringevamo entrambi la corda. E quando arrivò a otto, nove metri dalla riva sprofondò all’improvviso nel ghiaccio. Ma si spaventò a tal punto da mollare la corda. Scivolò immediatamente giù, sparendo, in un attimo, nell’abisso.
Quel giorno portava un berretto come quello del campione di pattinaggio Ard Schenk, blu con una striscia bianca al centro e due rosse ai lati. Il berrettino galleggiava sull’acqua, me lo ricordo tuttora con precisione.
Non sapevo cosa fare, avevo soltanto 7 anni. Corsi a perdifiato verso le fabbriche Raak, a duecento metri da me. Era sabato, ci sarebbe stato di sicuro qualcuno. Quando fui lì vicino urlai, gli uomini si spaventarono e chiamarono subito la polizia ma, purtroppo, era già troppo tardi.
Mi trattennero in fabbrica, mentre la polizia e gli uomini rana raggiungevano il lago. Trovarono Jopie, ma era già morto. Non lo vidi mentre lo tiravano fuori dall’acqua, ma capii che doveva essere annegato, perché sotto il ghiaccio non puoi respirare.
Allora non sapevo bene cosa significasse, la morte. Mio nonno era scomparso quando avevo 4 anni. In quel momento pensai: d’accordo, ma quand’è che torna? Qualcosa del genere lo provai anche con Jopie, me lo ricordo.
Lo scalpore fu grande. E io avevo perso il mio amichetto. Non che dovessi raccontare ogni volta la mia storia, perché lo facevano già la polizia e i miei genitori, ma non si parlava d’altro. Ogni cosa mi faceva capire quanto fosse stata grande quella tragedia. A scuola, nel vicinato, al club.
A casa nostra l’argomento era vietato. Mio padre riteneva che non dovessimo toccarlo, rimuovevamo l’accaduto. A scuola, naturalmente, era di grande attualità, ne parlavano tutti.
Ci stetti male ancora per un po’. Rimuginavo sulla domanda se avessi potuto fare altro, per esempio andare sul ghiaccio per prenderlo. Forse avrei potuto avvolgerlo con la corda, invece di lasciare che la stringesse con la mano. Ti viene in mente questo genere di cose. Avevo solo 7 anni, ma questi pensieri continuarono a tormentarmi. Avrei dovuto comportarmi con più eroismo?
Mi capitò di rivedere i suoi genitori, per loro era una tragedia. Il padre si mise a bere, e secondo me non si è mai più ripreso, era sempre seduto al bar dell’UVV. La perdita di Jopie fu la fine per lui, e anche sua moglie era distrutta.
Io ho sofferto molto all’inizio, mi ricordo bene che avevo una sua piccola fotografia che ho conservato a lungo. La portavo sempre con me o la tenevo nel cassetto della mia scrivania. Qualche volta non ricordavo più con precisione dove si trovasse, ma ero sempre sicuro che ci fosse.
Mio padre mi ha raccontato di aver preso e strappato quella fotografia dopo un paio d’anni, perché pensava che avessi dedicato abbastanza attenzione a quel bruttissimo episodio, ma io non ricordo più con precisione quel momento, né se fossi arrabbiato per questo. Mi ricordo di aver pensato: perché me la tolgono? Che differenza fa? Non dà fastidio a nessuno, no?
Mio fratello e mia sorella, in seguito, mi hanno detto che mio padre pensava di dovermi tenere lontano da tutto questo. «Tutta questa storia negativa con Jopie non gli fa bene.» A loro due sembrava un po’ idiota da parte sua. Questo tabù. Quanto a me, da padre sono molto più aperto e trovo che questo genere di cose vada discusso.
Circa cinque anni fa ho incontrato un’altra volta la sorella di Jopie, che mi ha mandato un paio di sue fotografie. La conversazione non è stata affatto fastidiosa. In ultima analisi fu, naturalmente, una tragica fatalità.
Il capitolo è chiuso
Crescendo mi rendevo conto di quanto soffrisse la mia famiglia per tutto il tempo che mio padre mi dedicava, e anch’io, a un certo punto, cominciai a capire che non c’era proporzione. A casa c’era discordia su questo punto. «Il ragazzino» riceveva troppe attenzioni, veniva viziato. E mio padre non si occupava di mio fratello e di mia sorella, perlomeno così la vedevano i due. E anche mia madre ne era infastidita. A tavola qualche volta nascevano discussioni accese. Mio fratello allora gridava a mio padre: «Sono anch’io figlio tuo, sai!». E mia sorella diceva cose del tipo: «Sarò contenta quando tra poco me ne andrò da qui». Mia madre si mostrava scossa, mentre mio padre conservava una gelida calma. Non si arrivava mai agli insulti o a lanciarci delle cose, eravamo troppo educati, ma in definitiva faceva poca differenza. Lui continuava a fare esattamente le stesse cose, era il sostegno della famiglia vecchio stampo, il padrone della casa.
Quando avevo all’incirca 12 anni, mio fratello e mia sorella lasciarono quasi contemporaneamente casa. Stanley partì per il Canada, Carla per l’Italia. Andarono molto lontano. Io mi trasferii con i miei genitori sulla Johan Wagenaarkade. Mio padre, a quei tempi, era spesso in giro, così la sera restavo solo a casa con mia madre e parlavamo molto. A poco a poco mi resi sempre più conto che il matrimonio dei miei genitori era in crisi.
I problemi erano cominciati già con la religione. Mio padre, prima del matrimonio, aveva fatto promettere a mia madre, di famiglia protestante, che avrebbe frequentato la sua chiesa, quella cattolica. Lei, ufficialmente, si convinse, ma di fatto non vi mise mai piede, con disappunto della famiglia di mio padre. Ma c’era molto altro, come scoprii. In realtà, già dai tempi della Wagenaarkade, non c’era più una relazione vera e propria.
Mio padre era impegnato a portare a casa i soldi grazie al suo lavoro e con me; mia madre si occupava del cibo e della gestione domestica. Erano di fatto separati in casa, e in vacanza era la stessa storia. A malapena condividevano qualcosa e le cose peggiorarono col passare del tempo. Un giorno, a precisa domanda, mia madre mi disse: «Il capitolo è chiuso, figlio mio».
In quei pomeriggi e in quelle serate con lei le discussioni accese erano frequenti e duravano qualche volta fino a tardi. Avevamo un po’ lo stesso carattere, con un atteggiamento molto diretto ed emotivo, ma anche sincero. Spesso le conversazioni erano piacevoli. Lei cercava di darmi un minimo di educazione, io ero molto viziato e abituato a essere al centro dell’attenzione. Mio padre mi permetteva tutto, purché giocassi bene a pallone, quindi ero scontroso e disubbidiente, e mia madre, giustamente, me lo faceva notare.
Ma anch’io mi intromettevo nella sua vita privata ed esprimevo la mia opinione sulla loro relazione. Mi dispiaceva che per lei «il capitolo fosse chiuso». «Ma perché non ne parlate? Non ci puoi almeno provare?» Per ascoltare, mi ascoltava, e mi capiva pure, è solo che non vedeva come si potesse uscire da quell’impasse. Mio padre era tutto preso da ciò che contava di più per lui: il calcio e il figlio calciatore.
Da mio fratello e da mia sorella, in seguito, ho appreso che già da molto tempo le cose non andavano bene tra i miei genitori. Quando avevo 15/16 anni i miei genitori erano ormai nella fase di riflessioni di questo tipo: quando fra poco i figli saranno andati tutti via di casa, che succederà? Mia madre era preoccupata, penso. Forse anche per questo le cose alla fine sono andate male. Le prospettive, per lei, non erano affatto rosee. Con mio padre non ne parlavo mai, noi parlavamo solo di calcio.
Allo specchio
Questa settimana ho visto una fotografia che mi ritrae nelle giovanili dell’Ajax. E allora ho pensato: cazzo! A 16 anni ero già all’Ajax.
L’Ajax era il sogno di tutti i ragazzi, e un giorno quel sogno è diventato realtà. La mia prima partita in assoluto con l’Ajax, quando è stata scattata quella foto, è stata con la formazione giovanile A1. Giocavamo all’Aja contro un club che si chiamava Texas. Mi ricordo ancora con precisione la prima cosa che ho fatto quando ho infilato la maglia biancorossa. Sono andato davanti allo specchio, negli spogliatoi, per guardarmi con calma. Me la sono presa comoda, ho dimenticato tutto il resto intorno a me. Mi sono girato, c’era il numero 10 dietro, che momento per me! Da leggenda, questa era la sensazione. Ho pensato: Gesù, eccomi qua.
==================
Precedentemente in "Letture RossoNere"
Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17















