letture rossonere

 

A domani!

Arrigo Sacchi ed il suo "Calcio totale": basta, non allenerò più... - Quando si smetterà il proprio lavoro, come ci sentiremo? Forse proveremo un senso di desolazione e solitudine perchè niente finisce con gioia, ma forse percepiremo anche un senso di liberazione (Claudio Baglioni)

 

 

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sacchi

Ci sono momenti, nella vita, in cui sei preparato, ti senti forte. E in quei momenti spesso sei anche fortunato, al punto da riuscire a compiere tutte le scelte giuste. Alla metà degli anni Ottanta potevo starmene a Rimini, dove ero ben pagato. Potevo anche allenare l‘Ancona, con un contratto addirittura più allettante. Invece decisi di andare a Parma.

Si rivelò la scelta giusta. Lo fu per la dirigenza sportiva della squadra che avrei allenato, per gli obiettivi tecnici che avevo in mente e per la città stessa, nella quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Una città in cui esprimere le mie capacità. A Parma c‘è un forte gusto della vita e un profondo rispetto verso le persone. A Parma non c‘è invadenza, si mangia bene e ci si veste bene. Ero impressionato dall‘educazione di tutti.

Un giorno, sul Lungoparma, avevo parcheggiato davanti all‘entrata dell‘albergo Toscanini in attesa del «professore». Non mi ero neppure accorto di avere causato dietro di me una fila di una quindicina di macchine. Nessuno degli autisti mi suonò. E nemmeno sapevano che a bloccare il traffico era Sacchi. Una città educata dove stavo magnificamente, dove percepivo molta stima, dove i giornali di me scrivevano sempre bene. Un altra volta, a messa, in una chiesa vicino a Santa Fiora, arrivai a commuovermi: il parroco mi citò nell‘omelia e m‘indicò tra i fedeli: «Questa è una persona che ci ha dato molto a livello sportivo, umano e ci ha fatto divertire e poi gli auguriamo tanta fortuna». Non mi era mai capitata una cosa del genere.

Nel gennaio 2001, su invito di Calisto Tanzi, presidente della Parmalat e del Parma calcio, tornavo nella città che mi aveva salutato in quel modo così caloroso quindici anni prima. Chiusa la parentesi con l‘Atlético Madrid, Parma segnava ancora il mio destino di uomo e di allenatore.

Dal 1999 avevo lavorato come consulente tecnico del Milan, e sempre in quell‘anno cominciai la mia carriera di giornalista sportivo alla «Stampa» e di opinionista per Mediaset. Mi piaceva scrivere di calcio, di problemi legati al mondo del pallone. Potevo continuare in una maniera nuova il mio ruolo di educatore perché, nella mia visione, il calcio serve prima di tutto a formare uomini. Se da allenatore mi realizzavo nella didattica, da giornalista e collaboratore continuavo con coerenza a scrivere di calcio «insegnando» a leggere le partite, a dare giudizi, ad analizzare le tattiche e la disposizione in campo, con uno studio meticoloso sui giovani e sui calciatori affermati, le loro caratteristiche e le possibilità di miglioramento. Un‘esperienza che mi ha dato e continua ancora oggi a darmi grandi soddisfazioni.

Una volta l‘avvocato Agnelli mi telefonò per complimentarsi perché avevano pubblicato un mio pezzo non nella pagina sportiva ma in quella della cultura. A deciderlo era stato Gianni Riotta, suscitando qualche gelosia in più e qualche invidia nei miei confronti. Quel giorno mi trovavo al bar del circolo dei Repubblicani a Fusignano. C‘era una gran confusione, si discuteva ad alta voce di calcio, come sempre. Quando squillò il mio cellulare, chiesi per favore al barista di far segno di abbassare la voce. «E chi sarà mai?» replicarono gli altri. Allora uscii. Quando rientrai, tutti morivano dalla voglia di sapere, con chi avevo parlato. «Chissà chi era al telefono!» mi dissero per prendermi in giro, come si fa di solito nei bar di paese. «Chi era mai, Berlusconi?» «No, l‘avvocato Agnelli» risposi di fronte alle facce stupite dei miei amici.

Quando nel 2001 venni assunto dal Parma, una mattina verso le sette e mezzo, il portiere dell‘albergo mi chiamò in camera e mi disse: «Ho in linea casa Agnelli!». Era l‘Avvocato, che mi chiamava per farmi le congratulazioni per il mio nuovo ruolo di allenatore. Però il nuovo incarico al Parma mi obbligava a interrompere, per coerenza, la mia collaborazione alla «Stampa», e glielo dissi. «Mi dispiace molto, continui a scrivere per noi» fu la sua risposta. Ma non potevo scrivere per il quotidiano di Torino, allenare il Parma e collaborare con le televisioni di Mediaset. Alle otto e mezzo della stessa mattina mi telefonò Berlusconi. «L‘ho chiamata adesso» mi disse, «perché volevo essere il primo a congratularmi con lei per la nuova avventura sulla panchina del Parma.» Mi guardai bene dal rivelargli che mezz‘ora prima lo aveva preceduto l‘avvocato Agnelli.

Con il Parma entrai di nuovo a metà campionato. Dopo una serie di risultati poco soddisfacenti, avevano esonerato Malesani e mi avevano chiamato al suo posto. Si trattava ancora una volte della tentazione del mozzicone per il fumatore incallito. Accettai: la passione e l‘amore per il calcio erano più forti di ogni altra considerazione, e non avevo ancora capito fin dove mi fosse possibile arrivare.

A Parma riuscii a stare in panchina solo tre partite. La prima a Milano, contro l‘Inter, dove la squadra pareggiò uno a uno, con gol di Di Vaio e pareggio di Vieri. Tornai al Tardini la domenica successiva con il Lecce, che pareggiò al 94° dopo un pasticcio in difesa di Buffon. Un gol beffa. Quando fummo negli spogliatoi, Buffon venne da me e si scusò per il brutto intervento che aveva fatto pareggiare il Lecce. La vittoria arrivò la domenica seguente, a Verona, dove Gigi fu determinante, sventando anche un rigore che avrebbe potuto riaprire la partita.

Allo stadio Bentegodi di Verona capii che era veramente finita. Gettai la spugna proprio mentre la squadra stava vincendo. Accadde una cosa molto semplice: avevamo vinto, ma io non avevo provato assolutamente niente. Nessuna gioia, nessun sentimento che potesse ripagarmi delle notti insonni, delle tensioni, delle pressioni quotidiane che mi rendevano la vita un inferno. Così decisi di abbandonare per sempre la panchina. Non avrei più allenato. Questa volta per davvero. Il «Corriere della Sera» scrisse anche della reazione della squadra: «Grande è stato lo stupore fra i giocatori, a cominciare da Thuram (“Una decisione inattesa, ma che merita rispetto”) e Fuser: “È stata una notizia inattesa, siamo rimasti a bocca aperta, anche perché domenica lo avevamo visto tranquillo. Mi spiace molto, con lui le cose stavano andando bene. E la squadra aveva voglia di seguirlo. Ma la salute è la salute, e conta più di tutto. Ora dobbiamo lavorare con la stessa voglia anche con Ulivieri”». Il Parma, che per dieci anni non aveva mai cambiato un allenatore in corsa, si trovava ora nella condizione di dover ingaggiare un terzo tecnico in un anno. Tanzi non voleva che abbandonassi la società e mi chiese di rimanere almeno come direttore tecnico. Ci pensai su: poteva essere una soluzione. Sarei rimasto nel calcio, non più in trincea, ma dietro le quinte.

Fino ad allora avevo combattuto contro un avversario difficile, subdolo, oscuro, che allo stesso tempo è stato la benzina per la qualità del mio lavoro Da tempo però non riuscivo più a rendere lo stress un propellente positivo. Fattori psicologici, ansia, blocchi emotivi, di concentrazione sono parte integrante dello sport. L’ansia, per come l‘ho conosciuta, è un plusvalore finché riesci a gestirla. Ed è indispensabile per ottenere grandi performance. Il vero agonista sa incanalarla in modo che si trasformi in impazienza di misurarsi, aumentando le qualità cognitive e agonistiche. Ovviamente, oltre un certo limite diventa un problema, come è successo a me prima a Madrid e poi a Parma. Non la reggevo più, mi stava distruggendo il fisico.

C‘è un confine molto sottile tra l‘ansia positiva e quella negativa: la seconda «taglia le gambe», la prima dà direzione e intensità all‘attività fisica ed intellettiva. Una persona può essere bloccata dalla tensione e dalla paura di non farcela, e questa è un‘ansia negativa; un‘altra può vivere con la sicurezza e la consapevolezza di poterci convivere, mantenendo la motivazione, la voglia di fare e di misurarsi senza paura, e allora l‘ansia diventa un propellente vitale. Io ho sempre dato tutto me stesso proprio grazie all‘ansia, che però mi ha svuotato anche molto presto, dopo appena ventisette anni di panchina. Avrei dovuto smettere anche prima di allenare, ma il calcio era la mia vita e la mia passione. Non potevo farne a meno. Ma poi ho superato il limite oltre il quale l’ansia ti divora. Allora scesi a un altro compromesso con me stesso, con le mie forze. Decisi che avrei fatto il direttore tecnico del Parma.

La prima preoccupazione, nel mio nuovo ruolo di direttore tecnico, fu quella di riordinare il settore giovanile. Questo lavoro, tra problemi e difficoltà, più in ombra, oscuro, dietro le quinte, che di rado finiva sui giornali, per me non fu meno appassionante.

Agli inizi del Duemila il Parma aveva circa trecento centri sparsi per l‘Italia. Un numero enorme, da grande club. Chiesi subito quanti giocatori avesse sfornato il vivaio negli anni e quanti adesso militassero in serie A. «Nessuno» mi risposero. «Come nessuno? In dodici anni nessun giocatore?» Ho sempre avuto un approccio pragmatico nella vita. Chiamai Tanzi e gli chiesi per quale motivo tenessero i piedi un settore giovanile così esteso che non dava frutti. «Lo fate per la pubblicità dei vostri prodotti? Per un fine sociale o per un fatto sportivo?» Tutto era lecito, bastava saperlo. «Sportivo» mi rispose Tanzi. «E non funziona? Possibile che da un vivaio così organizzato non sia uscito un giocatore di talento in dodici anni?» «Parma è una città benestante» fu il commento di Tanzi, «nel calcio si fa troppa fatica, i ragazzi non vogliono impegnarsi.» «No» risposi, «qui mancano i maestri, è questo il problema.» Il vivaio è una delle risorse più importanti di un club per rinnovare la rosa dei giocatori, puntare sui giovani, farli crescere, e poi venderli. «Dismettiamo tutto e riorganizziamo» conclusi. «È l’unica cosa da fare.»

Così prendemmo un segretario, Gabriele Zamagna, e chiamai una mia vecchia conoscenza, un giocatore che avevo incontrato quando allenavo al Cesena, Davide Ballardini, che nel frattempo aveva smesso di giocare e aveva iniziato un‘ottima carriera da allenatore passando dalle giovanili del Bologna, del Cesena, del Ravenna e del Milan. Lo portai con me al Parma per gestire tutto il settore del club, dai più piccoli fino alla Primavera. Ballardini ha un‘ottima didattica, e grazie a lui insegnammo alle giovanili il calcio totale. Da questo lavoro di semina abbiamo raccolto ottimi frutti. Dalle giovanili del Parma sono usciti giocatori del calibro di Arturo Lupoli, poi passato nel 2004 nelle giovanili dell‘Arsenal, con una lunga carriera tra Derby County, Fiorentina, Treviso, Honvéd, Varese, Ascoli, Grosseto. Oggi è al Frosinone. Daniele Dessena, per tre anni colonna dell’Under-21, è nato a Parma, ha giocato in prima squadra e poi nel Cagliari e nella Sampdoria. Luca Cigarini si è formato anche lui nelle giovanili del Parma e poi è andato all‘Atalanta, al Napoli, al Siviglia e ha vinto il bronzo in Svezia agli europei Under-21. Giuseppe Rossi ce lo soffiò per poche centinaia di migliaia di euro il Manchester United, dove giocò fino al 2006 vincendo anche una Coppa di Lega inglese; poi passò al Newcastle, al Parma, al Villarreal e alla Fiorentina, militando anche lui nel frattempo nelle varie Nazionali, dall‘Under-16 fino all’Under-21 e nella maggiore.

In pochi anni avevamo raccolto molto più di quello che avevano seminato nei dodici precedenti, a dimostrazione, ancora una volta, che il nostro calcio ha bisogno di vivai organizzati con cura, di maestri, di allenatori che conoscano la didattica di un gioco mirato al calcio totale, quello che ormai si pratica in tutto il mondo. E il fatto che molti ragazzi usciti dal nostro vivaio abbiano giocato all‘estero in squadre prestigiose dimostra che avevamo ragione sull‘importanza del settore giovanile. Wenger, grande allenatore dell‘Arsenal, sostiene che il calcio totale ormai non è più un‘esigenza ma una necessità.

Quando divenni direttore tecnico del Parma, a fine dicembre 2001, la squadra era in difficoltà. Mi ricordo che, camminando in centro, un giorno una signora anziana con il carrello della spesa mi fermò e mi chiese: «Allora, signor Sacchi, ci salveremo?».

Per la stagione 2001-2002 al posto di Ulivieri, esonerato dopo la decima giornata, il Parma aveva chiamato Daniel Passarella, che avevo conosciuto a Firenze e che era uno dei migliori interpreti del calcio totale. Arrivò il 6 novembre, ma la società lo esonerò il 18 dicembre, dopo cinque sconfitte consecutive. Al suo posto chiamammo Pietro Carmignani, uno dei miei collaboratori più fidati, un amico da oltre quindici anni, con cui avevo condiviso momenti straordinari della mia carriera di allenatore, e che adesso meritava di raccogliere i frutti del suo lavoro. Carmignani è un ottimo preparatore di portieri e un bravo allenatore. Sostituì Passatella e con lui riuscimmo a conquistare la salvezza e a vincere la Coppa Italia in finale con la Juventus. Un ottimo risultato, un altro importante trofeo che chiudeva un anno di luci e ombre, concluso con un decimo posto in campionato. Ma chiudeva anche un ciclo, con l‘ultimo importante trofeo vinto dalla squadra gialloblù.

Dopo Carmignani ingaggiammo Cesare Prandelli, un bravo allenatore che giocava un calcio totale, ma con un po‘ di pessimismo. Fece un buon lavoro e restò con il Parma fino al 2004, lottando sempre ai vertici del campionato. Ci giocammo subito contro la Juventus la Supercoppa italiana in Libia. Perdemmo per due a uno, con una doppietta di Del Piero e un gol di Di Vaio, che dopo la finale fu venduto alla Juve. Avevamo già venduto anche Cannavaro all‘Inter, da cui prendemmo in comproprietà, con possibilità di riscatto, un giovanissimo Adriano, un fenomeno. Puntammo su giovani calciatori come Bonera, Gilardino, Barone, Mutu. Ringiovanimmo la rosa italianizzando anche la squadra.

Questo lavoro, pur se mi appassionava, durò poco. Il richiamo della mia terra e la voglia di stare a casa, di vivere in famiglia, di andare a mangiare una pizza con le mie figlie, di stare con mia moglie, erano più forti. Nel 2003 mi dimisi anche dal ruolo di direttore tecnico. «Lo faccia da casa » mi suggerì Tanzi, «ci sono le videoconferenze, si può lavorare anche così.» Io non lo trovavo corretto: non avrei lavorato come dovevo. Rifiutai di nuovo. Spiegai i miei bisogni, la necessità di stare in famiglia, tranquillo, con gli affetti più cari. Era l‘unico modo per potermi riprendere dai postumi dell’ansia e dello stress. Un lungo periodo di riposo tra le mura di casa, vivendo una vita anonima, come quella di tante famiglie italiane. «Se vuole, posso farle da consulente» proposi. E così fu.

Il nuovo direttore sportivo voleva vendere Alberto Gilardino al Lecce per l‘uruguaiano Ernesto Javier Chevantón, in più la nostra squadra doveva sborsare dagli undici ai dodici milioni di euro. Io commentai con il presidente: «Noi abbiamo fatto una gran fatica per abbassare i costi, questa è un‘operazione che non condivido, perché Gilardino è più bravo di Chevantón, e poi non si possono spendere tutti questi soldi». «Noi facciamo quello che dice lei» fu la risposta di Tanzi. «È vero, non possiamo più tenere questo direttore sportivo, ma finché non ne troviamo un altro deve farlo lei.» Lo feci temporaneamente, con il solo stipendio di consulente. Il campionato era cominciato bene: la squadra lottò fin da subito per la zona Champions. Adriano segnava, poi un infortunio lo fermò. Al suo posto Gilardino cominciò a segnare dei gran gol. Poi, il colpo di scena...

Tra novembre e dicembre del 2003 Tanzi venne arrestato per il crac Parmalat. In quei giorni mi trovavo in Brasile per osservare un giocatore. Mi raccontarono che tutti cercavano di arrangiarsi evitando di restare sotto le macerie di quello che stava diventando uno dei più colossali crac finanziari del mondo. Allora chiamai Berlusconi. «Arrigo, non un buco, ma un cratere, stia il più lontano possibile» fu il suo consiglio. In quei giorni mi chiamò anche il segretario del Parma La situazione era piuttosto complicata, per non dire altro. «Dài, dacci una mano» mi pregò. Non potevo lasciare il club allo sbando. Senza presidente, senza una guida, e soprattutto senza soldi, il Parma rischiava di sparire per sempre. Così mi ritrovai di nuovo a fare le veci del direttore sportivo con un contratto da consulente.

A fine novembre non avevano pagato gli stipendi ed eravamo al limite dei quattro mesi, termine oltre il quale i giocatori possono chiedere la moratoria. Nel frattempo era arrivato Enrico Bondi, che aveva preso in mano le redini della società per risanarla e portarla fuori dalla voragine di debiti. La vigilia di Natale fu nominato commissario straordinario. Disse che non avrebbe dato un euro per il Parma calcio, che dovevamo arrangiarci. Quindi, per trovare i soldi e pagare gli stipendi, avremmo dovuto vendere il più possibile al mercato di gennaio e fare cassa. Mi chiesero di restare almeno fino a gennaio: «Fai tu le trattative. Nessuno conosce come te l‘ambiente, i contratti, il mercato e i giocatori». Il colpo grosso lo facemmo con l‘Inter di Moratti per Adriano.

Di Adriano avevamo comprato metà del cartellino per tredici milioni di euro. Ne chiesi a Moratti trentadue per rilevare la comproprietà. Dopo un anno e mezzo il suo valore era quasi triplicato. Perfino Galliani era incredulo, ma a Parma Adriano aveva giocato bene, era cresciuto e aveva segnato molto. «Incredibile, era dell‘Inter, e adesso per riaverlo indietro devono pagare diciannove milioni di più» fu il suo commento. Nella lunga trattativa si inserì anche il Chelsea. Ma io convinsi il procuratore di Adriano, un amico, a restare in Italia, perché, dato il suo carattere e il costo della vita in Inghilterra, sarebbe stato meglio per lui. «Sì, però il Chelsea ci ha offerto quattro milioni e mezzo all‘anno» obiettò il procuratore. A Parma prendeva un milione e centomila euro. Parlai con l‘Inter, andai a incontrare Adriano a Malpensa e lo portai nella sede nerazzurra. «Potete dargliene quattro e mezzo?» La contrattazione finì con un esborso da parte dell‘Inter di ventinove milioni, più mezzo anno di stipendio pagato da loro; in più ci avrebbero dato un giocatore in prestito. Purtroppo i soldi quella volta ebbero la meglio.

Il Parma si trovava a due partite dalla fine del campionato in zona Champions League, con 2 punti di vantaggio giusto sull‘Inter. Le due squadre si affrontarono alla penultima giornata. Purtroppo, al 16° del secondo tempo segnò proprio Adriano. Loro andarono in Champions, il Parma no.

A questo punto devo fare un passo indietro. Quando scoppiò lo scandalo Parmalat, Prandelli mi disse: «Adesso dobbiamo cambiare le strategie, puntiamo sui giovani». Ma già lo stavamo facendo: Adriano e Gilardino avevano tutti e due ventun anni, Barone venticinque, Bonera ventidue, Ferrari ventiquattro, tutti ragazzi bravi e seri professionisti. «E come facciamo a tirare avanti e a trovare i giocatori per la serie A se non abbiamo soldi?» chiese Prandelli. «Noi puntiamo sui giovani. Se possiamo comprarli con i soldi che abbiamo li prenderemo in A, altrimenti li compreremo dalla B o dalla C1» risposi. Come mi aveva detto il mio amico e maestro Alfredo Belletti, il bibliotecario di Fusignano: «Non hai il libero? Costruiscilo tu». I concetti sportivi sono gli stessi, sia che tu alleni il Fusignano che il Parma in serie A.

Così finì anche il 2004. Il Parma si era classificato al quinto posto. Prandelli mi confessò: «Mi vuole la Roma». Bondi mi richiamò: «Faccia lei l‘allenatore del Parma». «No, non me la sento!» «Rimanga come direttore sportivo.» E così fu.

Nel frattempo, nell‘aprile 2004 era stato dichiarato il fallimento della Parmalat. Feci domanda d‘insinuazione per mettere il mio credito nel bilancio al passivo del fallimento. La mia avvocata si sbagliò, fece domanda al netto e non al lordo. Parlai con il presidente, un uomo di fiducia di Bondi. «C‘è stato un errore, mi avete chiesto tanti favori, ve li ho fatti, vi ho aiutato in tutti i modi, adesso vi chiedo di poter cambiare la cifra e di mettere il lordo» gli dissi.

Nel gennaio 2004 era arrivato Luca Baraldi, che mi aveva chiesto un aiuto e io, sempre con lo stipendio di consulente, avevo fatto tutto l‘anno come direttore. Avevamo ridotto il costo del lavoro da novantatré a trentacinque milioni, e poi da trentacinque a ventidue. Avevamo venduto Adriano, quasi triplicando il valore del suo cartellino, insieme a tanti giovani. Avevamo lanciato talenti come Mutu. Insomma, avevamo salvato la squadra dalla tempesta del fallimento della Parmalat: rischiava di sparire e invece l‘avevamo tenuta in piedi. Alla fine il «no» di Bondi, perché la legge non lo ammetteva, mi ripagava di tutti questi favori e dell‘aiuto che avevo dato con tutta la passione e l‘amore che ho sempre messo nel mio lavoro e per la società del Parma.

Dopo il Parma ricominciò la mia avventura in Spagna. Madrid è una città fantastica. Per gli spagnoli il calcio è uno spettacolo sportivo, per cui una vittoria senza bel gioco non è una vera vittoria. La Spagna, dopo tanti anni, ha saputo costruire un programma e una politica tutta incentrata sul gioco, lasciando un segno che rimarrà nella storia del calcio. Al contrario, a noi italiani interessa la vittoria a tutti i costi, e della storia e dello spettacolo sportivo ce ne freghiamo, così le nostre vittorie si dimenticano presto e difficilmente restano nella memoria. Nel mio Milan il merito ha amplificato le vittorie, le ha rese epiche, cancellando anche le sconfitte. Dicevo sempre ai giocatori spagnoli: «Dagli italiani dovete prendere l‘agonismo, il furore, talvolta feroce, ma non quelle derive cattive come la violenza, l‘inganno, lo scoop a prescindere».

Il tiki-taka, il possesso palla portato avanti dalle squadre spagnole, nasce in una cultura calcistica che si sviluppa partendo dalla tecnica. La Spagna ha avuto un‘evoluzione diversa dalla nostra, noi avevamo sviluppato l’agonismo, loro la tecnica, ma entrambe all‘inizio erano incompiute. Quando gli spagnoli hanno fatto il salto di qualità, quando il calcio è diventato uno sport di squadra, e hanno cominciato a sviluppare una tecnica non solo individuale ma collettiva, esaltata al massimo, anche eccedendo, è nato il tiki-taka. Il pericolo era che diventassero pleonastici - e tante volte lo erano, perché il limite è molto sottile - tenendo la palla e facendola girare fino all‘ossessione, impedendo agli altri di giocare, col rischio di perdere in velocità, in concretezza, di offrire uno spettacolo noioso. Il tiki-taka ha un senso se non è fine a se stesso, ma è l‘inizio di un‘azione che porta verso la porta avversaria: tengo palla per trovare uno spazio, non per impedire agli altri di giocare.

Il calcio è nato come uno spettacolo sportivo. Il gioco non deve diventare manierismo. Il Barcellona è stato l‘epilogo più interessante di questo tipo di gioco, al quale univa un collettivo sontuoso che si muoveva come un blocco compatto di 20-25 metri che, appena prendeva la palla, ti assaliva con un pressing letale. Erano usciti da un concetto di football individuale per trasformarsi in una vera squadra che interpretava in modo magistrale possesso, cambi di velocità, triangolazioni rapide, dribbling, sganciamenti dei terzini e degli attaccanti, in grado di aiutare a segnare anche i propri compagni. Un‘orchestra perfetta, un vero spettacolo che esaltava le qualità di tutti i componenti. Messi, Iniesta, Xavi, ma anche giocatori che avevano magari giocato l‘anno precedente nella tercera (serie C), come Pedro e Busquets. Anche in fase di non possesso non difendevano quasi mai individualmente ma collettivamente e, essendo sempre ben collocati e posizionati, per loro era semplice fare pressing ultraoffensivo, con raddoppi, diagonali, fuorigioco…

Al Real Madrid sono rimasto poco, dal 21 dicembre 2004 al 31 dicembre 2005, quando mi sono dimesso. Sono stati due i motivi che mi hanno spinto: la nostalgia, ancora una volta, della mia famiglia, della mia terra, e le difficoltà del mio ruolo. Il presidente Florentino Pérez, che è anche il proprietario del Real, tendeva a non delegare. Dopo cinque o sei mesi mi volevo già dimettere, ma lui insistette che rimanessi fino alla fine dell‘anno e, per accontentarmi, mi comprò Sergio Ramos. Era un giocatore che volevo assolutamente.

Sono rimasto a Madrid altri tre-quattro mesi, ma senza reali possibilità di intervenire nella strategia della squadra. Alla fine dissi a Pérez: «Presidente, io la stimo molto, le sono anche riconoscente per avermi chiamato, ma qui mi sembra di rubare i soldi. Fa tutto lei. Ne va anche della mia dignità». Il Real era una squadra che aveva tanti giocatori di altissimo livello, grandi campioni, ma aveva un problema: mancava lo spirito di squadra. C‘erano seri professionisti e altri mediocri, chi aveva un grande amore per il proprio lavoro e una grande dignità, e chi meno. Era un gruppo formato da bravi giocatori, ma non era diventato una squadra perché non c‘era interazione umana e psicologica tra quegli undici. Nella rosa del 2004-2005 c‘erano Ronaldo, Michael Owen, Luís Figo, Zinédine Zidane, Raúl, il capitano, e poi David Beckham, Roberto Carlos, Iker Casillas, solo per citarne qualcuno.

Ricordo un episodio significativo per capire come andavano le cose al Real Madrid. Alfredo Di Stéfano, un grande campione del calcio spagnolo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, presidente onorario del Real, che aveva allenato per oltre vent‘anni squadre prestigiose, si trovava seduto vicino a me in tribuna. Non aveva mai visto una partita intera di quel Real. Si alzò dicendo: «Me voy otroespectáculo feo aburrido!», e andò via annoiato e disgustato perché non c‘era gioco, non c‘era spettacolo, era un calcio brutto e noioso. C‘erano solo dei campioni in campo e basta. È un concetto, questo, che ancora oggi fatica a passare nei piccoli ma purtroppo anche nei grandi club, pieni di campioni ma non funzionali a un‘idea di gioco. Mi ricordo inoltre una partita giocata contro una squadretta, l‘Alavés: due giocatori del Real in campo costavano più di tutti loro messi insieme. Ci assediarono, non ci fecero passare la metà campo. Amancio, dirigente del Real, insieme a Butragueño, vicepresidente, erano allibiti: «Una vergogna totale» dissero. Una squadra di ragazzi dominava il gioco e non faceva passare la metà campo al Real dei campioni. Tirarono in porta, colpirono pali, Casillas si superò più volte con parate incredibili, fu il migliore in campo. A dieci minuti dalla conclusione Roberto Carlos mise in azione Ronaldo con un lancio da quaranta-cinquanta metri. L‘attaccante, che fino a quel momento era stato «un palo in mezzo al campo», come dissero dalle tribune, bruciò l‘avversario in velocità e fece gol. Negli ultimi minuti la squadra dell’Alavés si riversò ancor di più all‘attacco, e il Real replicò di nuovo nello stesso modo. Lancio lungo a scavalcare il centrocampo, palla di nuovo a Ronaldo, che segnò ancora in contropiede. Toccò due palloni e fece due gol. Di Stéfano - che quando giocava dicevano avesse il dono dell’ubiquità, tanto correva da una parte e dall‘altra del campo -, il giorno dopo, in una riunione della dirigenza del club, disse in tono polemico rivolgendosi a Butragueño: «Gli attaccanti moderni... Tu, Emilio, quando hai giocato contro il Milan sei andato in fuorigioco ventisei volte, Ronaldo tocca due palloni e fa due gol». Quando non c‘è lo spirito, non c‘è umiltà, non c’è attenzione, entusiasmo, amore per quello che fai, non puoi costruire un gioco, anche se sei il miglior allenatore del mondo. Una volta andammo a Siviglia. Fuori dallo stadio c’erano quasi quattromila ragazzine che urlavano, chiedevano foto e autografi. «Vedi l‘entusiasmo che creiamo» mi disse sorridente Florentino Pérez. «Non conta l‘oggi, ma il domani: dobbiamo creare entusiasmo giocando la partita, non perché i giocatori sono diventati dei personaggi. Questo non è un film, è una squadra di calcio.»

Oggi la situazione in Spagna è molto diversa. Sono passati quasi dieci anni. Grazie a Pérez la squadra del Real è ridiventata un‘istituzione. Lui è un dirigente straordinario, un organizzatore eccellente, che ha visioni che solo i grandi posseggono. Sarebbe perfetto se solo si fidasse di più dei propri tecnici. Comunque è talmente bravo che si può perdonare questa invadenza. Non scordiamoci che aveva ereditato un Real che aveva perso prestigio e identità e l‘ha trasformato nel più ricco e importante club del mondo.

Sono andato a trovare Carlo Ancelotti, che attualmente allena proprio il Real Madrid. Era tanto che me lo chiedeva. Lui è l‘amico di una vita, una delle pedine più importanti di quel favoloso Milan con cui vincemmo tutto, che mi aveva affiancato anche come vice nella Nazionale ai mondiali americani.

Al Real Madrid ha fatto cose superbe. Mi ha fatto subito visitare la Ciudad Deportiva. Il presidente Florentino Pérez la fece costruire nel 2005 e la aggiorna praticamente ogni anno. Allora ci lavorarono contemporaneamente anche mille operai. Ora è il più funzionale e moderno centro sportivo del mondo. Ci sono due alberghi a cinque stelle per la prima squadra e la cantera, ristoranti, palestre, piscine, tutto il meglio per le cure fisioterapiche e per allenarsi. I campi sono perfetti grazie a un giardiniere inglese che li tiene in modo mirabile. Ce ne sono tre per la prima squadra in erba naturale, quattro in erba naturale e quattro in sintetico per la cantera, più uno stadio di sette-ottomila posti intitolato al grande Di Stéfano. Florentino pensa in grande. Quest‘anno investirà quattrocento milioni per rendere ancora più bello e moderno lo stadio Bernabéu. La sala presidenziale sembra la stanza ovale della Casa Bianca.

Dopo sette anni chiesi al presidente quanti soldi aveva speso, e lui rispose: «Nessun presidente tira fuori i soldi. Il club si autofinanzia. Ho speso solo tre milioni per la mia campagna elettorale.» Questo è il Real Madrid: un‘istituzione spagnola che rappresenta la Spagna nello sport e che conta circa duecento milioni di tifosi nel mondo. Un modello da imitare, anche in piccolo.

Carlo, oltre a essere stato un grande giocatore e un campione, è un tecnico bravissimo che possiede e dà serenità, è felice di come stanno andando le cose e della stima che gode in tutto l‘ambiente, iniziando da quella del presidente. Grazie a Pérez il club ha oggi il fatturato più importante del mondo (cinquecentocinquanta milioni di euro) e a prevede di arrivare nel 2015 a seicentocinquanta. Quando arrivò Florentino, nel 2000-2001, il fatturato era di centodiciotto milioni, inferiore a quello del Milan. Il fatturato del marketing nello stesso periodo è passato da trenta a centosettantasei milioni. Il presidente possiede capacità imprenditoriali e organizzative di altissimo livello. Però è anche molto esigente e critico con i suoi tecnici. Carlo è abituato a lavorare con presidenti che non lo lasciano tranquillo. Ma, se per la maggior parte dei tecnici questo costituirebbe un problema, per lui è uno stimolo. Inoltre Ancelotti deve gestire una pressione mediatica inusuale negli altri club spagnoli, ma lui con flemma e intelligenza la tramuta in qualcosa di positivo. Tatticamente gioca con un 4-3-3 che si trasforma in 4-4-2 in fase difensiva. Gli hanno acquistato a centrocampo tutte mezzepunte: Modrič, James Rodriguez, Kroos e Isco. In più ha tre attaccanti bravissimi: il fuoriclasse Cristiano Ronaldo, che ha vinto il Pallone d‘oro per la terza volta nel 2014, Benzema e Bale, che sono prevalentemente portati alla fase offensiva. Con pazienza, abilità e chiarezza è riuscito a farne una squadra moderna: il loro possesso e le ripartenze sono straordinari.

L‘allenamento cui ho assistito è stato breve, avevano appena giocato ma c‘è stato molto impegno. Le giocate sono state rapide e la partitella a due tocchi. Alla fine della seduta abbiamo parlato con Sergio Ramos, del quale sono amico. Mi ha chiesto un parere riguardo al contratto: «Voglio rinnovare, ma Florentino mi vuole dare meno. Cosa ne pensa?». Ho risposto: «Tu devi rimanere, pensa a Kaká e a Sevčenko, che stavano bene al Milan e per i soldi sono andati via accorciandosi la carriera. Tu qui stai bene e devi rimanere». Gli ho ricordato inoltre che per convincere Pérez a comprarlo gli avevo garantito che sarebbe stato il nuovo Maldini.

Carlo è un padrone di casa eccezionale, non ha mai bisogno di alzare i toni, possiede la calma dei forti, e così è anche suo figlio. Il sabato mattina sono andato alla Ciudad Deportiva, dove doveva tenere una riunione con i tecnici e con i giocatori. Subito mi ha mostrato i filmati del Celta e mi ha letto le relazioni dei suoi assistenti. Siamo andati nella sala con i giocatori per visionare il video della fase di attacco, di difesa e a gioco fermo del Celta. Carlo ha spiegato cosa fosse necessario per mettere in difficoltà l‘avversario. Tutto questo in stretto castigliano, anche se ogni tanto gli è scappata qualche parola in italiano, e la pronuncia è più da reggiano che da spagnolo. Però, visti i risultati, evidentemente lo capiscono bene.

Alle 18.30 siamo saliti sul pullman per il Bernabéu, dove migliaia di persone aspettavano la squadra. Devo ammettere che mi sono emozionato. Ho chiesto a Carlo come si sentiva. «Sono molto teso, passa il tempo ma lo sono sempre di più.» Sarebbe un grande giocatore di poker: non me lo ha mai dato a vedere. Pure i giocatori mi sembravano tranquilli. Mezz‘ora prima che iniziasse l‘incontro ho salutato tutti augurando in bocca al lupo e abbracciando Carlo, e ho raggiunto il presidente. Mi ha detto: «Carlo sta lavorando bene». Quando gli ho risposto che sarebbe passato alla storia, come il mitico Bernabéu, si è schernito. Da più parti avevo sentito che non fosse convinto del lavoro di Carlo, invece mi ha detto il contrario, anche se desidererebbe che i migliori giocassero tutte le sessanta partite della stagione. Quando lo ingaggiò mi disse: «Spiegagli bene che i tifosi vogliono una squadra padrona del campo e del pallone, con pochi lanci». Nell‘intervallo ho incontrato Butragueño e Ramón Martínez. Ho chiesto al Buitre che cosa pensasse del Real e di Carlo, e lui mi ha risposto: «Sta facendo un grande lavoro con pazienza e bravura. Chapeau». Alla fine della partita sono andato nello spogliatoio e con Carlo e il presidente si è parlato della sfida appena vinta. Sono convinto di una cosa: nessuno come lui sa fare gruppo e trovare le soluzioni più adatte. Per questo lo amano.

Florentino per me è uno dei più grandi presidenti di calcio al mondo. Fidandosi di Ancelotti e avendo con lui un rapporto basato sul dialogo, ha reso grande il Real. Quando nel 2005 gli dissi che volevo dimettermi anche dal Real, Florentino Pérez mi rispose serio: «Nessuno si dimette dal Real Madrid». Alla fine vinsero la mia dignità e la nostalgia di casa. Rimasi fino a dicembre di quell‘anno. Prima di andar via, però, gli dissi: «Se rinasco spagnolo, mi dovrà mandare via a calci nel sedere». E lui si mise a ridere.

 

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