letture rossonere

 

A domani!

Marco van Basten (31 ottobre 1964) è stato uno dei più forti calciatori di ogni tempo. Dopo alcune esperienze da allenatore, ora è ambasciatore del calcio per la UEFA

 

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«D'un tratto lo sento, chiarissimo, prendo coscienza. Sotto gli occhi degli ottantamila, sono testimone del mio addio. Marco van Basten, il calciatore, non esiste più. State guardando uno che non è più. State applaudendo un fantasma. Corro e batto le mani, ma già non ci sono più. Oggi sono morto come calciatore. Sono qui, ospite al mio funerale»

A San Siro, in una triste sera d’estate del 1995, Marco van Basten disse addio al calciatore che era stato, dopo aver lottato invano contro le sue caviglie di cristallo. Per tutti, non solo per lui, fu l’addio alla bellezza, alla perfezione, alla determinazione, alla vittoria come cifra stilistica. «E a un certo punto tutto s’interrompe, e tu ti senti malissimo. Non puoi credere che una cosa del genere sia capitata a te»

Quell’addio arrivò all’improvviso e lasciò tutti con la tristezza nel cuore e migliaia di domande che nessuno ebbe la forza di fargli.

Fragile è l’autobiografia che risponde finalmente a tutte le curiosità degli appassionati di sport, e delle sfumature umane che colorano le imprese sportive. In queste pagine, scritte con il suo piglio da centravanti infallibile, Van Basten ripercorre la sua vita e la sua carriera, prima, dopo e durante il grande buio che si è impossessato del suo corpo salendo implacabile dalle caviglie. L’infanzia a Utrecht con un padre allenatore-tifoso, il passaggio del testimone con Cruijff, il Milan degli Invincibili, il gol più bello del mondo con la Nazionale olandese («con una caviglia sana non avrei mai calciato in quel modo»), l’operazione galeotta, il recupero impossibile, le notti a carponi per conquistare il bagno e la battaglia esistenziale per recuperare una normalità dopo essere stato eccezionale.

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No, non ho mai usato crystal meth, né preso cocaina. Non sono mai stato in piscina con donne nude durante un Europeo o un Mondiale. E non sono mai stato schiavo del gioco d’azzardo. Nemmeno ho mai indossato una parrucca. Devo deludervi.

Si è scritto molto su di me. Moltissimo. Un sacco di stupidaggini, tra l’altro. Spesso neanche le leggevo. E di solito ne restavo fuori. Le ignoravo, o le dimenticavo in fretta.

Per anni non mi sono considerato una figura interessante, ma un ragazzo normalissimo che sapeva dare calci a un pallone, fino a quando una caviglia malconcia mi ha costretto a smettere. Tutta quell’attenzione mi sembrava eccessiva. Giornalisti, tifosi, riflettori, essere messo su un piedistallo. Un’esagerazione. Irritante, a essere sincero.

Mi distraeva, in effetti, dal raggiungimento del mio scopo: essere il migliore. E intendo dire davvero il migliore, di tutti. Del mondo. Tutto il resto, nella mia grande determinazione, passava in secondo piano. Potremmo chiamarla una sorta di pulsione cieca. Un istinto primordiale. A scansare, superare o, se necessario, abbattere ogni ostacolo.

Eliminavo con maestria dalla mia strada tutti gli impedimenti. Avversari, arbitri, allenatori, dirigenti, sì, persino i compagni. Di solito rispettando le regole, ma qualche volta arrivando al limite, o oltre il regolamento. Diventavo sempre più bravo in questo, sempre più scaltro. Non renderò il calcio più romantico di quanto in realtà sia. Lo sport, ai massimi livelli, è duro, implacabile. Mangiare o essere mangiati.

Al mondo esterno, quindi alle persone che non potevano essermi utili per raggiungere questo sacro scopo, non ho mostrato sempre il mio aspetto più amichevole. Quando c’è un conflitto, qualcuno ci rimette. L’avevo capito ancor prima di compiere 10 anni, in una partita contro i giocatori rudi della Utrechtse Schimmelplein. Se avevi talento ti beccavi dei calcioni. Era così e basta. Farsi largo, saltare e superare l’uomo, segnare. Era l’unico rimedio.

E nel calcio, alla fine, conta una sola cosa: vincere. Soprattutto, vincere nelle occasioni più importanti. E per questo servono i gol. Ma non mi riferisco a quei palloni che basta spingere in rete, come i sei messi a segno nel 9-0 contro lo Sparta Rotterdam, né alla rovesciata contro il Den Bosch. No, significa essere decisivi nei momenti che contano. Vincere le finali. Ancora meglio, decidere le finali con i tuoi gol. Questa ambizione era la mia benzina. Più la situazione era difficile, più forte era la pressione, maggiore era la spinta in me a giocare, a superare l’uomo, a segnare, a vincere.

Vi porto volentieri con me in questo viaggio verso il vertice assoluto. Da ragazzino timido di 6 anni proveniente da Utrecht, formatosi per strada e con l’associazione calcio della sua città, dieci anni dopo ho fatto il mio debutto nel grande Ajax, sostituendo il mitico Johan Cruijff. Con una Coppa delle Coppe in tasca, partito alla volta di Milano, sono poi risultato decisivo agli Europei del 1988 con l’Olanda. Poi, quei Mondiali di merda.

Nel dicembre 1992 ero in cima all’Olimpo. Sono stato eletto miglior giocatore del mondo e, per la terza volta (come Cruijff e Platini), migliore d’Europa. Avevo vinto tre coppe europee, segnando gol decisivi in due finali, avevo determinato un grande torneo per Nazionali e avevo realizzato quattro gol in una sola partita contro l’IFK Göteborg, un’impresa che non era ancora riuscita a nessuno nella Coppa dei Campioni. Potevo pensare di aver raggiunto il vertice, ma la mia fame di gloria non si era ancora placata. Tutt’altro!

La caduta è stata dura, sono stramazzato quello stesso mese. Prima di Natale sono finito sotto i ferri del dottor Marti, sempre la stessa caviglia destra. Quattro ore dopo il mio mondo sarebbe cambiato per sempre, anche se questo ancora non lo sapevo. Non avrei toccato mai più un pallone in modo decente, non avrei fatto mai più uno scatto, eseguito mai più uno stop perfetto, sentito mai più il magnifico fruscio del pallone che entra in rete, esultato mai più come un bambino dopo un gol.

Per tre anni ho fatto di tutto per tornare in forma. Veramente di tutto. Molto oltre la soglia del dolore. Tutto inutile. Anzi, ero già contento di poter andare a piedi dal fornaio senza sentire troppo male. Ciò mi ha segnato profondamente. E non ne ho mai parlato molto. Tutti i miei sogni erano svaniti. Prima la battaglia, che non si poteva vincere, poi il vuoto. Per sette anni sono sparito dai radar. Silenzio radio. Stavo sui campi da golf, da amici, con la mia famiglia. Ci vuole un po’ di tempo per focalizzare certe situazioni.

Fino a poco tempo prima mi consideravo una persona che non smette mai di imparare dagli altri. Ero tenace, affamato, miravo allo scopo. E ho sempre continuato a detestare la sconfitta, in qualsiasi tipo di gioco. Questo istinto è rimasto dominante. Voler vincere. Raggiungere qualcosa di grandioso. Fare la differenza. Ecco che cosa contava per me. Anche se mi è risultato più difficile da allenatore che da giocatore.

Soltanto di recente provo una pace maggiore. Non avevo mai sentito una forte esigenza di voltarmi indietro. Finora. Mi rendo conto di aver vissuto un mucchio di esperienze. Per la prima volta penso addirittura di avere qualcosa di interessante da rivelare agli altri. Sarà la maturità, sarà la pace, dopo aver smesso di giocare a calcio. Non lo so. Ma ho la sensazione che questo sia il momento buono per raccontare la mia storia. Dal mio punto di vista. La mia verità. Tutto quello che non ho ancora mai detto. E posso pure rettificare delle cose. Non risparmierò nessuno. Né tantomeno me stesso. I tempi sono maturi.

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