
A domani!
Marco van Basten "Fragile": prologo - Cammino carponi sulle mattonelle (1995)
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È buio. Cammino carponi sulle mattonelle. Sulle mani e sulle ginocchia. Devo pisciare. Sto per scoppiare. Ma se cerco di fare troppo in fretta la mia vescica piena mi preme sulla coscia, e la trattengo a malapena. Riempire di piscia il corridoio è l’ultima cosa che voglio. Devo mantenere la calma, perché ci vogliono almeno due minuti per arrivare in bagno. Ormai lo so. Per distogliere la mia attenzione dal dolore conto sempre i secondi durante l’intero tragitto. Tra me e me. Non arrivo mai in bagno prima dei centoventi. Le soglie delle stanze sono le più faticose, perché la mia caviglia deve passarci sopra senza sbatterci contro. Al minimo contatto devo mordermi le labbra per impedirmi di gridare.
In piena notte gli antidolorifici praticamente hanno finito di fare effetto, ma non intendo svegliare nessuno. Non devono sentirmi, non voglio che qualcuno mi veda così. Nemmeno i miei cari. Anzi, loro per primi. Negli ultimi due mesi, per fortuna, è andata sempre bene, anche se penso che Liesbeth qualche volta faccia finta di dormire per evitarmi l’imbarazzo.
Non si può spiegare. Persino con gli antidolorifici le fitte di dolore mi squassano. Non riesco a pensare ad altro. Da due settimane mi dà anche fastidio lo stomaco, a causa di tutte le pillole che ho preso.
A ogni passo ho un male tremendo, sin da quando quello stupido apparecchio mi è stato tolto dalla caviglia, otto mesi fa. In ogni caso non sarebbe peggiorato, aveva promesso il medico. Ero un calciatore professionista che non poteva più giocare a calcio, e adesso sono un uomo comune che non può più camminare. Zoppico. Sono uno storpio, ecco cosa sono.
Somigliano alle rocce appuntite nelle grotte. Stalattiti e stalagmiti. Ossa appuntite che mi trafiggono la gamba da sotto e da sopra, senza protezione, senza cartilagine. Non appena mi appoggio sul piede, quelle punte mi si conficcano nella carne. Starci sopra è un vero inferno. Persino con gli antidolorifici.
Camminare carponi fino al bagno di notte è quindi l’unica opzione. Quando arrivo sulla soglia di una stanza faccio entrare prima il ginocchio sinistro, e giro sul mio asse con tutto il corpo. Solo allora sollevo con cautela la mia gamba destra al di là della soglia. Così di solito funziona, ma adesso scivolo su un asciugamano lasciato lì e tocco col piede destro il montante. Il dolore mi penetra fin nel midollo. Dato che non voglio gridare, gemo. Comincio immediatamente a sudare.
Mi lascio cadere sul fianco, per potermi distendere un po’. Per aspettare che il peggio passi. Inspiro profondamente e cerco di espirare molto lentamente. Una volta. E un’altra ancora. Cerco di distogliere i miei pensieri dalle fitte alla caviglia. Qualche volta ci riesco pensando a Dio. Sono anche arrabbiato con lui. Furioso. Che senso ha tutto questo? Perché mi tocca questa merda? È una lezione di umiltà? Ero diventato troppo arrogante?
Il dolore mi ha fatto dimenticare che ho la vescica piena. Devo essere veloce, adesso, altrimenti sarà stato tutto inutile. Penso ai bambini che la mattina si vengono a lavare i denti. Già fanno una vitaccia con quel padre scontroso che passa tutto il giorno buttato sul divano.
Mi alzo a forza di spinte, percorro l’ultimo metro e mezzo su mani e piedi e riesco a issarmi sulla tazza. Svuotare la vescica è un sollievo. Non tiro lo sciacquone, non voglio svegliare nessuno, e comincio il viaggio di ritorno in direzione del mio letto.
Sono arrabbiato anche con me stesso. Ho creduto alla parola di un medico che mi ha detto che in ogni caso non potevo peggiorare. Se anche non dovesse funzionare, non può fare male. Be’, altroché se fa male. Fa un male cane già da otto mesi. E la domanda è: per quanto tempo ancora? Il Milan continua a invitarmi ad assistere alle partite, ma non ci penso proprio a presentarmi con le stampelle. Una punta zoppa. Preferisco rintanarmi a casa mia. Come un animale ferito. Lasciatemi qui, al buio.
Sono stato dappertutto: medici, fisioterapisti, agopuntori e pranoterapeuti, chi più ne ha più ne metta. Ma nessuno ha saputo alleviare il dolore. Tutti volevano aiutarmi, con tanta buona volontà. Tranne due chirurghi, che si ritenevano un po’ troppo importanti. Volevano giocare a fare Dio.
Ma non me ne frega più un cazzo. Non è servito a niente. È molto peggio di prima.
Due anni fa ero un calciatore professionista. Anzi, di più, il migliore del mondo. E adesso cammino carponi sulle mattonelle con un male tremendo e il fegato a pezzi a causa delle medicine.
Ci sono quasi. Di ritorno al mio letto. Una volta che mi ci sono issato, spero di dormire un po’. Se tutto va bene. Qualche volta, infatti, rimango sveglio per un bel pezzo. E comunque, che cambia? Tanto domani non devo fare niente se non starmene tutto il giorno sul divano. Con una caviglia malconcia.
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