
A domani!
Marco van Basten "Fragile": metà anni ottanta - Rolliamo, rolliamoci una Drum
Capitoli precedenti: presentazione - prologo - 1

Quando ero piccolo, a dire la verità, non andavo mai allo stadio, perché la domenica giocavo sempre con l’UVV, ma a 13, 14 anni, con un mio amico, Ricky Testa la Muta, andavo regolarmente a guardare l’FC Utrecht. Giocavamo la domenica mattina, e quindi di pomeriggio potevamo andare allo stadio Galgenwaard.
Che emozione! Un ragazzo nella mitica curva Bunnikside, un caos organizzato con tipi piuttosto singolari, non volevo perdermi niente di quello spettacolo. Sono cose che non dimentichi, come le musichette che venivano suonate a ogni partita. «Rolliamo, rolliamoci una Drum, piccante e leggera», quella del tabacco da rollare Van Nelle. Un vero classico. O «Heineken, chiara, magnifica», motivetti del genere. Per me era tutto nuovo, ma mi sembrava spettacolare. Volevo sapere come funzionava ogni cosa. Ricky e io giocavamo entrambi a calcio e sognavamo di diventare professionisti, quindi questo, più o meno, era il mondo a cui aspiravamo.
Con tutta quella combriccola siamo andati anche in trasferta, Go Ahead Eagles e Den Haag, che è un’esperienza davvero speciale se hai 15 anni. Ti senti un duro quando arrivi con un gruppo così numeroso in un’altra città. Marci per strada e tutti ti rispettano, e ciò ti regala una sensazione di forza. E più grande è il gruppo, quattrocento o ottocento persone, più intensa è tale sensazione: molti dei ragazzi sentono che niente e nessuno potrà fermarli. Non che io sia rimasto coinvolto in qualche tafferuglio, ma andare in trasferta in casa del Den Haag era veramente pericoloso. Dovevi stare molto attento, a tutti i piccoli incidenti, alla polizia e ad altre situazioni.
Ma quei fine settimana sono cambiati all’improvviso quando, a 16 anni, sono andato all’Ajax. L’Utrecht mi aveva già fatto un’offerta, e anche il Feyenoord e il PSV avevano provato a ingaggiarmi.
Non giocavo da nove mesi a causa dei dolori della crescita. Aad de Mos, l’allenatore dell’Ajax, voleva sapere perché non comparivo più nei rapporti degli osservatori, così ha chiamato Bert van Lingen a Zeist, il coordinatore delle Nazionali giovanili, che gli ha raccontato del mio infortunio, aggiungendo che stavo recuperando e che avrei ricominciato a giocare presto. De Mos si è dato molto da fare, allora, è passato anche da noi per parlare con mio padre e per bloccarmi in favore dell’Ajax, insieme a Edwin Godee.
I primi mesi all’Ajax ero nella giovanile A1, mentre Edwin giocava già con la seconda squadra. Poiché avevamo 16 anni, durante la settimana ci accompagnavano i nostri padri, ma il fine settimana mio padre era impegnato come allenatore dilettante. Edwin giocava tutte le sue partite con la seconda squadra il sabato pomeriggio, io con la A1 avevo sempre le partite la domenica pomeriggio, il che significava che la domenica mattina, da solo e con i mezzi pubblici, dovevo andare ad Amsterdam, con l’autobus da casa alla stazione centrale di Utrecht, con il treno alla stazione di Amsterdam Amstel e poi con il tram allo stadio De Meer.
Di per sé non c’erano particolari pericoli la domenica mattina, ma all’epoca la Eredivisie giocava praticamente sempre la domenica pomeriggio, e se l’Utrecht era impegnata fuori casa, i tifosi seguivano in massa la squadra ed erano alla stazione centrale già la domenica mattina presto. Erano tempi in cui ancora non si veniva scortati dalla polizia e si era costretti a prendere determinati mezzi. Dovevo stare molto attento, con la mia borsa dell’Ajax, a non farmi vedere da quei tipi, altrimenti ci sarebbero stati inevitabilmente dei problemi. Quei ragazzi odiavano l’Ajax, alcuni andavano in giro con i cani, occupavano per così dire l’intera stazione. Mi ricordo che dovevo guardarmi di continuo intorno e fare in modo di non essere riconosciuto. Perché in quel momento iniziavo a essere un po’ conosciuto, perlomeno a Utrecht. Sono stato costretto a fare un paio di scatti alla stazione centrale di Utrecht.
Sono andato pure a vedere una partita dell’Utrecht con una sciarpa dell’Utrecht, quando ero già all’Ajax. Nel settembre 1981 hanno affrontato il grande Amburgo di Ernst Happel per la Coppa Uefa. La partita si giocava al Nieuw-Monnikenhuizen di Arnhem, perché il De Veemarkthallen era troppo piccolo. Fu un campo di battaglia vero e proprio. La panchina di Happel era sotto assedio e ci fu un’invasione di campo dei tifosi. L’hanno chiamata la «Battaglia di Arnhem». Ricky e io avevamo dei posti buoni perché era stato suo padre a procurarci i biglietti, eravamo al sicuro e lontani dai disordini.
Ci tenevamo a vedere quella partita perché con l’Amburgo giocava Lars Bastrup, l’uomo al quale dovevo il mio primo soprannome. Per un certo periodo di tempo, infatti, mi hanno chiamato «Bastrup», perché anche lui era una punta e i nostri nomi si somigliavano. Felix Magath, Manfred Kaltz e Jürgen Milewski erano i giocatori più noti dell’Amburgo. Magath era il capitano e Happel, l’allenatore, se ne stava seduto in panchina, finché non cominciarono a bersagliarlo. I tifosi dell’Utrecht gli hanno persino sputato sul collo. L’undici di casa non era poi tanto male, con Hans van Breukelen, Aad Mansveld, Jan Wouters, Leo van Veen e Willy Carbo. Ma è stata una disfatta. L’Amburgo si era persino portato sullo 0-4, poi la partita è finita 3-6 e il campo è stato preso d’assalto. Noi guardavamo con gli occhi di fuori. Le serate di Coppa di una volta. E indovinate chi altro c’era ad assistere tra gli spettatori, una fila dietro di noi? Aad de Mos. Mi ha guardato con stupore. Che ci fa questo qui con la sciarpa dell’Utrecht al collo? Che svitato, Van Basten, avrà pensato.
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