
A domani!
Marco van Basten "Fragile": togliti dal mio sole - Estate 1983
Capitoli precedenti: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5

«Togliti dal mio sole» ho detto a John. Sole pronunciato nel dialetto di Amsterdam, perché imitavamo alla meglio Johan. Ero irritato, e lo facevo pure notare. John e io eravamo andati in vacanza a Maiorca, con altri amici, ma era chiaro che dovevamo abituarci gli uni agli altri, in un altro ambiente.
Sin dall’inizio non mi sentivo a mio agio. Non che non avessi voglia di quella vacanza, al contrario. Magnifico, non fare niente per un po’. Ma lo stress di quell’annata doveva uscire fuori. La mia prima vera stagione all’Ajax era ancora fresca, in tutto venti partite con la prima squadra e nove gol. E avevo preso anche il diploma professionale. Dopo quarantasei settimane a tutta ero svuotato, fisicamente e mentalmente. Ero steso su un asciugamano al sole. Quello che volevo, ma non per qualche minuto o un paio d’ore, no, per tutto il giorno. Arrostire. Tirare fuori col sudore lo stress di un’intera stagione. E quando «Schip» mi ha fatto ombra è stato veramente irritante.
«Stai qui steso al sole già da quattro ore, amico, che cazzo dici?» ha commentato. «Che differenza fa un secondo?»
«E tu con quella marmellata, allora!» ho replicato. «Con tutte le tue cazzate?!»
Ci ha riflettuto sopra, e poi ha capito. Anche a colazione, nel piccolo bar dell’appartamento, ero taciturno. Non di grande compagnia, dopo una notte breve e la testa pesante per le ore piccole. Voleva che gli passassi la marmellata e si è limitato a dire «marmellata!». Come un ordine. L’ho guardato come se fosse un perfetto idiota, ma dopo un paio di secondi gli ho passato comunque il vasetto. Poi non ci siamo più scambiati nemmeno una parola fino al pomeriggio.
John, in segno di sfida, mi ha buttato della sabbia sui piedi. «Piacevole andare con te in vacanza, eh, musone!»
Sentivo montare la rabbia dentro di me, ma mi sono trattenuto. Poi ci siamo messi a ridere entrambi. Da lui lo accetto, e lui da me. John è andato a fare due passi, c’era abbastanza da vedere sulla spiaggia, ma io per il momento stavo bene così. Mi sono rimesso le cuffie del mio walkman. Prima della partenza avevo registrato tre cassette con un po’ di tutto. Molti top 40. Con quella musica riuscivo a isolarmi bene dal mondo.
Nella stagione 1982-83 ho potuto allenarmi con la prima squadra solamente durante le vacanze scolastiche e nei fine settimana, perché dovevo ancora prendere il diploma professionale. Con i miei studi precedenti non sarebbe stato un grande problema. Quel titolo era importante per i miei genitori, e anche per me stesso. Sarebbe stato un peccato lasciarselo sfuggire. A maggio, alla fine, ce l’ho fatta, me ne sono liberato, meno male.
Solo dopo quell’estate ho potuto dedicarmi completamente alla prima squadra. Ne avevo una voglia incredibile, anche se era un peccato che Johan fosse passato al Feyenoord. Era una cosa bizzarra, dopo tutti quei battibecchi con il presidente. Ma era fatta. Vista la contemporanea partenza di Lerby e Schrijvers, era necessario ricorrere ai pivelli, Silooy, Van ’t Schip e Vanenburg. E si era aggiunto anche Ronald Koeman. Anche se pensavo che De Mos avrebbe fatto affidamento su giocatori più esperti: Ophof, Boeve, Schoenaker. Wim Kieft aveva fatto buon viso a cattivo gioco ed era andato al Pisa.
Nell’anno in cui ero stato contemporaneamente studente e calciatore professionista erano successe, di tanto in tanto, situazioni strane. Ci tenevo tantissimo a comprare un’automobile col mio primo contratto, così non appena compiuti i 18 anni, alla fine di ottobre, ho cominciato a prendere lezioni di guida e a dicembre avevo il mio documento.
Dietro la Herderplein c’era una concessionaria. Ogni volta che ci passavo davanti, andando a scuola, vedevo lì una Porsche 911 Cabrio 3.0 Targa, marrone chiaro. Costava ventisettemila fiorini. Sapevo che, se mi avessero rinnovato il contratto dopo una sola stagione, avrei guadagnato trentamila fiorini. Entravo sempre più spesso a partita in corso, andava bene, quindi ogni volta che passavo davanti alla concessionaria pensavo: non appena ho la patente me la compro. Firmato definitivamente il contratto sono andato subito dal rivenditore Porsche, ma quello che non sapevo, era tutto nuovo per me, era che dovevo prima detrarre un importo per il fondo pensioni dei calciatori e poi pagarci anche le tasse, perciò alla fine non mi restava che il 35 per cento. Quindi, come non detto. Ero profondamente deluso e alla fine ho comprato un’Alfa Giulietta beige e bianca da mio cognato Vanni, il marito italiano di mia sorella, a Houten. D’accordo, non era una Porsche, ma mi sembrava comunque una bella automobile. Costava novemila fiorini, e quindi la potevo pagare con il mio primo, vero contratto.
I soldi potevo anche tenermeli. Allora vivevo ancora con i miei genitori e mangiavo ogni sera a casa, non dovevo pagare nessuna retta. I miei genitori non hanno fatto troppe storie sul fatto che all’improvviso guadagnassi così tanto. Ogni mattina, regolarmente, andavo dalla Johan Wagenaarkade a scuola, e a partire da gennaio ci andai con quell’Alfa.
Mi ricordo bene di aver parcheggiato la prima volta accanto alla Saab malridotta della docente di tedesco, e che l’insegnante di geografia stava arrivando proprio in quel momento in bicicletta. Della docente di tedesco, la signora Bosman-Ritsen, mi ricordo peraltro ancora benissimo una lezione. Per spiegarci l’umlaut aveva scelto come esempio Hansi Müller, che giocava allora con lo Stoccarda ed era uno dei nostri idoli. Ci aveva detto che si poteva anche scrivere Hansi Mueller, perché non era sempre possibile rendere sullo schermo dello stadio la «ü». Quella docente, da allora, è diventata un idolo.
Ormai comparivo regolarmente su «Studio Sport» o sui giornali. Erano cambiate diverse cose, ma non è che fossi diventato all’improvviso una figura da idolatrare. Poi non mi interessavano né la moda né la popolarità. Frequentavo gli amici di sempre: Henri Relyveld, Ruud van Boom e André van Vliet. Erano loro i miei amiconi.
Con John ho trascorso un paio di belle serate a Maiorca. Ci siamo messi a imitare non solo la voce di Johan, ma anche il suo modo di fumare, cosa per niente semplice. Johan teneva la sigaretta in maniera molto particolare, ed era capace di continuare a parlare fumando. Dopo numerosi tentativi ci siamo più o meno riusciti.
In una di quelle sere, con un gruppetto di amici della zona di Amstelveen, ci stavamo scatenando. Troppi Bacardi e cola. La notte è finita in modo bizzarro: verso le cinque, uno della compagnia per fare lo sbruffone è salito sopra un’automobile in sosta. La scena è stata vista da un tassista che ha avvisato immediatamente i suoi colleghi e la Guardia Civil. Nel giro di un paio di minuti sono accorsi otto taxi e tre macchine della polizia, con tanto di lampeggianti e sirene. Siamo scappati in tutte le direzioni per non farci prendere dalla polizia. Siamo riusciti tutti a nasconderci o a infilarci in qualche appartamento, ma John era in ciabatte e quindi era più lento. È saltato oltre un muretto per nascondersi fino a quando non fossero andati tutti via. Sembrava avessimo scampato il pericolo, ma John era finito sui cocci di una bottiglietta di Coca-Cola, e non se ne era accorto subito per via dell’alcol o dell’adrenalina. Solo una volta tornati in appartamento ha visto il sangue ed è riuscito a estrarre un pezzetto di vetro. La mattina, al pronto soccorso, ne hanno estratto un altro.
Io, dopo un paio d’ore di sonno, l’ho accompagnato. Stanchissimo. Fu costretto a rimanere bloccato nella sua camera con antidolorifici e dopo un’antitetanica; prima o poi avrebbe dovuto fornire spiegazioni all’Ajax. Io, invece, come ogni giorno, andai ad arrostirmi beatamente sulla spiaggia. Quella stessa sera abbiamo incontrato anche Linda de Mol, che ci ha invitato alla sua festa per il diciannovesimo compleanno, il giorno dopo.
Mentre me ne stavo disteso lì, su quella spiaggia, ripensavo al Messico, al Mondiale Under 20 di giugno appena svolto, con Kees Rijvers come commissario tecnico, un uomo gentile. Ero uno dei più giovani del gruppo, avevo ancora 18 anni, ma giocavo sempre, è stato bellissimo. Gli stadi erano gremiti, il paese impazzito per il calcio, un clima totalmente diverso.
Per noi è stata un’esperienza magnifica, e anche formativa. Dovevamo misurarci con i migliori giocatori del mondo, quattro anni prima Maradona con l’Argentina era diventato campione del mondo. Lo volevamo diventare anche noi, ma avevamo scarsa esperienza internazionale e ci trovavamo in un continente molto diverso.
C’era un bel pezzo di Ajax: Van ’t Schip, Vanenburg, Godee, René Panhuis, Edwin Bakker, Sonny Silooy e io. E Rob de Wit dell’Utrecht. Ci si aspettava che fosse il torneo di Gerald Vanenburg, l’astro nascente del calcio olandese, invece, per noi, è diventato il torneo di Mario Been, entrato dalla panchina nel match inaugurale contro il Brasile. Ha giocato magnificamente, in un’azione ha superato cinque avversari e ha segnato un gran gol, e questo davanti a 68.000 spettatori a Guadalajara. Dopo quel sorprendente pareggio per 1-1, contro il favorito Brasile, la stampa messicana, in blocco, lo ha eletto stella olandese del torneo, un ruolo che lui ha ricoperto con entusiasmo all’interno del nostro gruppo.
In seguito abbiamo giocato due partite a Monterrey, nella foresta pluviale, con un’umidità superiore al 70 per cento. Abbiamo battuto l’Unione Sovietica e pareggiato contro la Nigeria, guadagnandoci i quarti di finale in cui avremmo affrontato l’Argentina. Quella è stata una partita bizzarra. Ci annoveravano, con il Brasile e l’Argentina, tra le squadre migliori del torneo. Abbiamo giocato a Léon, a più di duemila metri d’altitudine, a mezzogiorno, dopo un lungo spostamento, e per di più con 42 gradi.
Malgrado l’afa abbiamo giocato benissimo e siamo passati in vantaggio per 1-0 con una mia rete, su assist di John. Poi siamo rientrati negli spogliatoi, sotto lo stadio, dove faceva parecchio più fresco, intorno ai 18 gradi. Quando siamo risaliti per rientrare in campo, siamo stati sopraffatti da quel caldo torrido, riuscivamo a malapena a muoverci, ci hanno demolito a poco a poco. Soltanto all’ottantanovesimo l’Argentina ha segnato il 2-1, un gol discutibile. Nel tumulto che ne è scaturito i numerosissimi sostenitori argentini ci hanno aggredito lanciandoci contro delle monetine. Vanenburg è stato colpito ai denti. La situazione è sfuggita di mano e tre dei nostri giocatori hanno preso un cartellino rosso. Abbiamo perso 2-1. Che peccato! Eliminati. Ma ci sentivamo forti perché avevamo tenuto testa alle squadre migliori. La finale ha visto di fronte l’Argentina e il Brasile.
Dopo l’eliminazione abbiamo trascorso un’ultima sera a Città del Messico, prima del volo di ritorno a casa. L’intera spedizione era stata un’avventura incredibile, ma quell’ultima notte volevo passarla con un paio di compagni in città. Alla fine siamo andati solamente io e Rob de Wit, perché gli altri non osarono. In un vicoletto scuro abbiamo trovato un locale equivoco dove abbiamo rimorchiato due ragazze. Io ho finito per primo e volevo svignarmela al più presto, ma ho dovuto guardare per un paio di minuti le natiche bianche in movimento di Robbie. Non sarà facile rimuovere quella scena dalla mia mente.
Quando siamo tornati in albergo ci siamo vantati senza ritegno della nostra uscita trionfale. Eravamo tutti insieme in un lungo corridoio, e tutti, naturalmente, volevano sentire la nostra storia. Mi ricordo che Robbie raccontava l’episodio con dovizia di particolari, appoggiato a una porta che si è aperta, quando ha finito di parlare, facendolo cadere all’indietro. Indovinate chi c’era lì? Kees Rijvers. Ci siamo spaventati a morte. Era evidente che aveva sentito tutta la storia e che adesso stava bollendo per la rabbia. È riuscito a controllarsi, si vedeva, ma ci ha detto che se volevamo diventare calciatori professionisti allora dovevamo comportarci come tali.
Su «Voetbal International Rijvers» ha poi scritto una sorta di valutazione del Mondiale, in cui a proposito di De Wit sottolineava «che dovrebbe mostrare una maggiore professionalità». In quello stesso numero ha scritto inoltre che io sarei diventato la futura punta della Nazionale olandese. Bello da leggere, naturalmente; forse dietro quella porta d’albergo gli era sfuggito il mio ruolo nell’avventura notturna.
Alla fine ci siamo andati alla festa di Linda a Maiorca. Solo a pensarci ho ancora la testa che mi scoppia. Sarò breve in proposito, abbiamo fatto un casino assoluto in quell’appartamento. John è stato il più sobrio del gruppo, perché non poteva bere a causa della cura di antibiotici per il suo piede, anche se alla fine non è stato del tutto fedele ai suoi propositi.
Ma grazie a ciò, durante la colazione del giorno dopo, è stato in grado di fornirmi qualche dettaglio sulla serata, come il fatto che alla fine della festa ci siamo tuffati tutti quanti in mare gettando in aria spavaldi i nostri vestiti, che sono rimasti appesi ai fili del telefono costringendoci a proseguire seminudi.
Sul mio ruolo John è stato molto chiaro. Non è riuscito a reprimere un ghigno raccontando che quando siamo arrivati sui muri dell’appartamento erano appesi quadri di notevoli dimensioni. A furia di bere, sono diventato evidentemente meno stabile e ho cercato un appiglio in uno di quei quadri, facendolo cadere pesantemente a terra. L’episodio in sé è stato sufficiente a far passare a John una serata magnifica.
Tutte quelle uscite hanno reso «impegnativa» la vacanza, ma il lavoro serio stava per ricominciare. Per fortuna, dato che arrostivo ogni giorno al sole, avevo recuperato le energie fisiche e mentali e mi ero ricaricato per una nuova stagione nell’Ajax. Ero pronto e volevo partire forte. Cruijff nel frattempo era passato all’acerrimo rivale, e una data era già annotata sulla mia agenda: 18 settembre, Olympisch Stadion, Ajax-Feyenoord. Volevo conquistare subito un posto nella formazione titolare, in attacco ovviamente, e segnare così tanto da diventare indispensabile. Noi avevamo naturalmente anche Jesper Olsen, magnifico giocatore, e pure Van ’t Schip, Vanenburg, Rijkaard e Silooy. Ma anche Schoenaker, Ophof e Boeve della vecchia guardia. Ronald Koeman, anche lui un giovane, Hans Galjé, il successore di Schrijvers tra i pali, e si parlava di un certo Johnny Bosman delle giovanili, forte di testa. Tanta roba.
==================
Precedentemente in "Letture RossoNere"
Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17















