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A domani!

Marco van Basten "Fragile": il Milan (1) - allo specchio (3) - autunno 1987

 

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Mi sono svegliato poco fa. Sento che fuori è ancora freddo, mi basta avvicinarmi alla finestra. Di notte la temperatura va parecchio giù da queste parti, nella Pianura Padana, a nordovest di Milano. Non ho la minima voglia di alzarmi, ma fra mezz’ora c’è la colazione con tutta la squadra. Sacchi vorrà farci un altro di quei suoi discorsi tattici.

Maradona e il suo Napoli ci stanno davanti, ma la corsa è ancora lunga. Tutti i lunedì, come riassunto della Serie A, «La Gazzetta dello Sport» si limita a pubblicare due caricature che si inseguono. Una è di Maradona, l’altra di Ruud Gullit. Quest’anno Ruud è il nostro motore e finalizzatore. Qualsiasi cosa tocchi si trasforma in oro. Un’immagine che riassume bene la nostra stagione. Sono ben felice che Ruud sia così in forma, così apprezzato, che le attenzioni siano tutte per lui. Mi permette di restare un po’ più in disparte e pensare al mio recupero senza nessuno intorno.

Scivolo fuori dal letto e mi tiro su. Berlusconi ha fatto un gran lavoro qui, ha completamente rinnovato Milanello, e adesso è il top. Il presidente ha deciso di rimodernarlo l’anno in cui ha acquistato il club, nel 1985. Ai giocatori non deve mancare nulla, devono poter mangiare bene e dormire bene. Rilassarsi e allenarsi bene. Le attrezzature mediche sono all’avanguardia, ci sono una sala pesi e campi che sembrano tavoli da biliardo: è il paradiso del calcio. Peccato non lo sia anche per me. Anzi, più mi avvicino a toccare il cielo e più soffro del fatto di non arrivarci. Anche se il club è eccezionale, e composto di incredibili professionisti. Senza contare i giocatori. Quel terzino destro, Tassotti, tecnicamente è sublime, fa cose da non credere, è pazzesco. Baresi è un tiranno. Con quella velocità, quella visione di gioco, un vero leader. E Maldini, ha soltanto 19 anni, ma tiene testa agli avversari senza fare quasi mai fallo. Che classe. E non dimentichiamo Costacurta. Spesso me lo trovo di fronte in allenamento. Non c’è modo di dribblarlo. Già una difesa del genere è di livello mondiale.

Ecco perché mi fa incredibilmente incazzare non poter mostrare ciò di cui sono capace. Se un giorno mi sento un po’ meglio, capita che in allenamento riesca a raggiungere i miei standard, ma non sono mai davvero al cento per cento. Da quando ho fatto presente che la caviglia mi limita nel gioco, Sacchi preferisce schierare Gullit e Virdis in attacco. Per fare quello che lui chiama «pressing a zona», ma che, in realtà, non è altro che difendere già con gli attaccanti. E Gullit ne esce completamente stravolto.

Con Sacchi discuto dei suoi schemi tattici, così come facevo con De Mos e Cruijff quando ero in Olanda. Lui parla continuamente di tattica, non ne ha mai abbastanza. Quando però ho incontrato la stampa al termine della prima partita e ho detto che, a parer mio, avremmo dovuto giocare con tre punte, si è scatenato il putiferio. In Italia suona strano che qualcuno metta in discussione i piani tattici dell’allenatore. Da allora ho parlato sempre meno con i giornalisti. Si scrive così tanto qui, ci sono non so quante riviste sportive. Non si riesce a stare al passo. E poi, prendono una sciocchezza e montano un caso. Per cui è meglio cucirsi la bocca.

Non che al momento possa fare grandi dichiarazioni, visto che sono infortunato. C’è ben poco da dire, né ho voglia di parlarne. Ma, soprattutto, non voglio parlare del mio timore di finire di nuovo sotto i ferri. Nel frattempo ho incontrato il dottor Marti. Voglio che mi controlli seriamente la caviglia destra. È da gennaio che mi fa male, e non sembra migliorare. Quando mi alleno al massimo, il giorno dopo ho la caviglia gonfia e non posso fare quasi nulla. Sempre la stessa storia.

È una vera fortuna che anche Ricky Testa la Muta, il mio ex compagno delle giovanili, viva qui in Italia, proprio in questa zona. Parlando casualmente con Ploon Konijnenburg ho scoperto che adesso gioca nella Pro Patria, in Serie C. Ci vediamo spesso. All’inizio ho passato molto tempo con Ruud, sedevamo vicini nello spogliatoio. Poi però io ho dovuto mollare, mentre lui proseguiva con tutti i ritiri e le partite. Sta diventando una stella, una personalità importante. Mentre, a partire dall’infortunio di gennaio, io sono finito in una specie di isolamento. Il contrasto fra noi due non poteva essere più netto. Meno male che c’è Ricky, passiamo le serate a chiacchierare e andiamo sempre fuori a cena con le nostre ragazze.

A metà luglio c’era stata la conferenza stampa di presentazione al Milan. Eravamo insieme, io e Ruud. Sono rimasto di stucco, sembrava un altro mondo. Qui fanno le cose in grande, in pompa magna. Ero contento che Ruud fosse considerato il grande colpo di mercato, perché quel giorno mi sentivo un po’ a disagio non sapendo se la mia caviglia fosse a posto.

All’Ajax avevamo chiuso la stagione in anticipo, la Serie A iniziava più tardi, per cui mi ero trovato con sette settimane di vacanza. Credevo che la caviglia sarebbe guarita, ma le mie paure mi aspettavano al varco. Dopo i primi tre, quattro giorni di allenamento ha ripreso a farmi male. Porca miseria, così non va proprio bene.

Lo staff medico del Milan ne era al corrente, ma non poteva uscire allo scoperto. Normalmente non si comprano attaccanti infortunati. Luglio e agosto sono stati mesi tremendi, per molto tempo siamo stati costretti a far credere che andasse tutto bene. La situazione era anomala, ero già infortunato quando in estate sono arrivato al Milan, ma a oggi non so ancora quanto seriamente.

Per fortuna Berlusconi ha mantenuto la calma, non dev’essere stato piacevole scoprire che uno dei suoi due nuovi acquisti non avrebbe potuto giocare. Mi ha fatto presente che il Milan avrebbe dovuto essere informato. Io ho risposto che ero stato il primo a sperare che durante l’estate la caviglia sarebbe guarita. Mi ha creduto.

Comunque sia, per me Berlusconi è una brava persona. Il modo in cui gestisce questo club è uno stimolo per tutti. Ha un approccio ben poco olandese, qui il grande capo è lui e lo è per davvero, e questa cosa mi piace. Quando annuncia una visita a Milanello, nei giorni precedenti sono tutti in fibrillazione. Il centro viene pulito e rastrellato da cima a fondo. Il direttore corre a destra e a manca perché tutto sia pronto per tempo.

Lui arriva quasi sempre a bordo del suo elicottero, e atterra sul campo in erba sintetica di fianco agli spogliatoi. Quando entra tutti si alzano in piedi, e si fa partire l’applauso. Ruud resta abbastanza indifferente, a lui non piacciono questo tipo di cose. Allora Berlusconi fa un discorso dei suoi. Spesso racconta di qualche affare che ha appena concluso, o che quella notte è rimasto in piedi fino alle quattro o le cinque a trattare su chissà cosa con qualche ministro, spiegando come alla fine abbia raggiunto l’accordo. E che anche noi dobbiamo mettercela tutta per raggiungere l’obiettivo: vincere il campionato, lo Scudetto.

Alla fine Berlusconi strappa un ultimo applauso, oppure invita Sacchi a tenere a sua volta un discorso, a cui lui aggiunge sempre qualcosa. Berlusconi è un uomo che pensa in grande. Vuole diventare il numero uno in Europa, è questo che vuole dalla squadra, lui che è un amante del Milan e un grande tifoso. I suoi discorsi ti danno sempre la carica.

Devo dire che lo ammiro anche per l’impero commerciale che ha costruito. È evidente che ha investito su Milanello con tutti i suoi mezzi, lo ha reso un centro di vera eccellenza, e i costi che ne derivano rientrano nella scelta di inseguire uno scopo. È un’idea che amo molto, anche quando Ruud sghignazza per tutta quella ostentazione, o quando si alza in piedi con la tipica ritrosia olandese mentre entra Berlusconi.

All’inizio c’era stata quella specie di farsa. Ho fatto la preparazione, ho anche giocato le partite di Coppa Italia in agosto. Trattenevo il dolore come potevo, ma senza riuscire a muovermi liberamente. Nella prima partita di campionato contro il Pisa feci anche un gol, su calcio di rigore. Ma non stavo bene, la caviglia non migliorava. Stavo diventando l’ombra di me stesso. Ormai ne avevo abbastanza di fingere che andasse tutto bene. Sentivo dolore da gennaio, era un peso troppo grande e non ne potevo più. Mi ero stufato.

Il Milan ha quindi deciso di fare un comunicato. La società ha reso noto il mio problema alla caviglia, e che non avrei giocato per qualche tempo così da lavorare al mio recupero. Ma non sto recuperando un bel niente, non sto migliorando. Né con la fisioterapia né col riposo, né con qualsiasi altra cosa. Questo senso di inutilità diventa sempre più forte.

Mi guardo allo specchio, e tutt’a un tratto penso che ci siamo. È finita. Malgrado i miei sforzi. Penso che la caviglia non tornerà mai a posto, che i mesi passati a giocare dolorante hanno mandato tutto a puttane. Che non correrò mai più su un campo da calcio senza questo dolore. E che di certo non sarò io la punta titolare del Milan. Il mio sguardo deciso, che conoscevo così bene, sembra scomparso. Ricordo ancora i miei occhi poco prima della finale di Atene. Senza un’ombra di paura.

Ma quella spavalderia, quella certezza sono svanite. La paura si sta impossessando del mio corpo. Sarà forse così? Allora è questo il mio destino? Niente più partite, niente più gol? I tifosi del Milan non vedranno mai il vero Marco van Basten, non potrò più farli esultare? Ho ancora grandi cose in serbo, grandi trofei che vorrei vincere. Non posso pensare che sia davvero la fine, sarebbe un’ingiustizia troppo grande. Mi fermo ancora una volta a guardare in fondo a quegli occhi. Voglio crederci, con tutto me stesso. Ma non ci riesco. L’orologio mi dice che ho ancora due minuti prima di presentarmi a colazione.

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