
A domani!
Marco van Basten "Fragile": il patto del De Meer - 1987
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«Allora capitano, questa come la risolviamo?» disse Johan, mentre entrava nel suo ufficio e andava a sedersi alla scrivania. Mi fece segno di prendere posto di fronte a lui. Per un attimo le sue parole echeggiarono nell’aria, come se fosse chiaro a entrambi che niente avrebbe davvero risolto la situazione in cui eravamo finiti.
L’ufficio di Johan e dei suoi assistenti era una stanza di pochi metri quadrati. Passato l’ingresso della casetta, subito a sinistra del De Meer, la porta dell’ufficio era la prima sulla destra. Più avanti c’era l’infermeria, con i lettini dei massaggi, a seguire le docce e gli spogliatoi.
In realtà non era che uno stanzino, piccolo e austero, che si affacciava sui due campi fangosi dove ci allenavamo un tempo. Al muro erano appese una foto della formazione di quell’anno e una lavagna con dei magneti, undici biancorossi e undici blu. Naturalmente i biancorossi erano sempre schierati con il 4-3-3. Poggiate al termosifone, un paio di scarpe del marchio di Johan.
Era fine febbraio, un gelido martedì pomeriggio. L’importante impegno di Coppa delle Coppe contro il Malmö era alle porte. Un bella sfida, con tutte le avversità del clima invernale previste per la prima partita, la trasferta di Malmö della settimana successiva. Johan stava plasmando la squadra in funzione dell’incontro contro i coriacei svedesi. La Coppa delle Coppe aveva assunto per noi una grande importanza, ora che il campionato sembrava compromesso. Il PSV Eindhoven avanzava deciso verso il titolo, sembrava imbattibile proprio come l’anno precedente, il primo con Johan sulla panchina dell’Ajax. Con i vari Gullit, Van der Gijp, Thoresen, Lerby, Koolhof e Gerets il PSV continuava a vincere praticamente tutto.
Chiaramente non te la vivi bene, se sei Johan Cruijff. Sempre nella stagione precedente, 1985-86, il Porto ci aveva buttati fuori al primo turno di Coppa dei Campioni. Un’annata fallimentare, per quanto Johan si ostinasse a dire che il nostro era un «processo di apprendimento». Avevamo vinto solo la Coppa d’Olanda, contro la RBC Roosendaal. Una magra consolazione, ma che ci avrebbe comunque permesso di partecipare alla Coppa delle Coppe.
Ma dopo anni di delusioni in Europa, ora il vento soffiava a nostro favore. Prima della sosta invernale avevamo battuto il Bursaspor, sia in trasferta che in casa, e i greci dell’Olympiakos. Tutte vittorie schiaccianti. Finalmente la squadra esprimeva il gioco che Johan aveva immaginato. Aveva inserito Danny Blind e Jan Wouters, rendendo la formazione molto più bilanciata. Avevamo iniziato a limare gli schemi, ci spronavamo a vicenda, il pubblico era di nuovo entusiasta.
Nelle serate di Coppa delle Coppe il De Meer era pieno fino a scoppiare. Si capiva che anche Johan iniziava a crederci. Già all’inizio della stagione precedente mi aveva nominato capitano, anche se ero solo un ventenne. Di certo non ero particolarmente bravo a parlare, ma lui mi incitava, mi faceva sentire importante, voleva che mi caricassi la squadra sulle spalle. A tratti l’attacco di quell’anno era davvero incontenibile. Segnammo 122 gol. Io diventai il miglior cannoniere europeo con trentasette gol. Ma in tutte le partite più importanti, con il PSV, il Feyenoord, e in Europa, qualcosa era andato sempre storto. Un’esperienza che nessuno di noi voleva rivivere, di sicuro non Johan, e io nemmeno, essendo quella la mia ultima stagione all’Ajax. L’affare era ancora segreto, ma avevo già firmato un contratto preliminare con il Milan. Essendo il vantaggio del PSV così netto in campionato, la Coppa delle Coppe diventava fondamentale. Ormai mancava poco ai quarti di finale, l’andata in Svezia, il 4 marzo, e poi il ritorno, il 18, al De Meer.
Ma adesso eravamo lì, nella sua stanza, e bisognava parlare. Era inevitabile, lo avvertivamo fin dentro le ossa. Johan era stufo del fatto che da dicembre stessi giocando poco. «Lo so che il dolore è costante,» mi disse «ma dobbiamo andare avanti, tu devi giocare. Anch’io giocavo con il dolore, è così che funziona. E poi secondo i medici non può peggiorare.»
L’allenamento era appena finito, e ancora una volta non l’avevo concluso. Avevo la tuta coperta di fango, completamente inzuppata, i pantaloni mi si erano incollati alle ginocchia. Avevo dato tutto. Ma per lui non era abbastanza, voleva di più.
Ci si aspettava molto, anche da Johan. A detta di tutti aveva fatto una stagione fallimentare. La questione era semplice: doveva vincere qualcosa. E io ero il suo capitano, il suo giocatore migliore, il capocannoniere. Aveva bisogno di me. Lui lo sapeva, e lo sapevo bene anch’io.
Ma già da diverse settimane non ero a disposizione. All’inizio avevo avuto problemi alla caviglia sinistra, ma dopo l’operazione di dicembre e la riabilitazione, all’improvviso iniziai a sentire dolore alla destra. Spesso dovevo interrompere l’allenamento, come quel pomeriggio, oppure non riuscivo a giocare una partita per intero. Johan stava perdendo la pazienza, non mi sorprendeva che volesse parlarmi. Le mie non erano moine, io ero il primo a voler giocare a calcio più di ogni altra cosa, ma avevo già disputato molte partite sopportando il dolore, e ora mi toccava litigare pur di restare fuori. Mi sembrava del tutto innaturale.
Johan sbatté la porta. Non voleva ficcanaso. Fuori la pioggia picchiettava sul campo di allenamento. La tensione era palpabile. Prevedevo un bel testa a testa. Sapevamo entrambi qual era il punto, su cosa ci saremmo scornati.
Fu Johan a rompere il silenzio: «Ok, Marco, proponi qualcosa».
I guai erano iniziati, per l’esattezza, il 7 dicembre 1986, nella sfida all’Oosterpark contro il Groningen. Certe partite assomigliano a veri e propri combattimenti, si lotta su ogni pallone.
Quel pomeriggio allo stadio c’era anche mio fratello Stanley. Era un’occasione speciale, visto che viveva in Canada già da molti anni. Nel frattempo era venuto a sapere che in Olanda io mi ero fatto strada, e che ero diventato un calciatore famoso, perciò desiderava vedermi anche lui con i suoi occhi. Stanley era seduto in tribuna accanto a mio padre, perciò volevo dare tutto, anche più del solito. Sapere che tuo fratello maggiore ti sta guardando in tribuna non può non fare un certo effetto.
La partita non era iniziata bene. A metà del primo tempo ho perso palla sulla linea di centrocampo, e sono partito subito all’inseguimento. Nella nostra metà campo, nei pressi della linea laterale, sono entrato in scivolata, scontrandomi con Edwin Olde Riekerink. Devo aver picchiato duro, mi ero innervosito, e ho sentito dolore alla caviglia destra. Normalmente uno pensa «ahi!» e poi si rialza, ma il dolore non si attenuava. Passata una mezz’ora, ho chiesto il cambio. Non mi succedeva quasi mai, era raro che mi infortunassi.
Quando ho rivisto l’episodio alla tv, mi sono stupito. Forse l’intervento era stato troppo duro? Non mi sembrava. O era stato lui, a esagerare? Nemmeno, niente di così assurdo. O almeno, non così tanto da causare un infortunio. A guardare il video non mi ero nemmeno storto la caviglia, né l’avevo poggiata male. Non sembrava altro che un tackle, di quelli che si fanno normalmente durante le partite. In effetti, mentre ero lì nello stanzino con Johan, ancora non sapevo di preciso cosa mi fosse successo.
Ciò che invece sapevo molto bene è che il dolore era stato fortissimo fin da subito. Troppo forte per continuare comunque a giocare. Quella sera stessa, ad Amsterdam, ero andato in ospedale assieme al dottor De Groot per fare una radiografia. Se non ricordo male De Groot aveva detto: «Non è niente di grave, devi solo avere un po’ di pazienza».
Avevo zoppicato per qualche giorno, ma il dolore era ancora lì, non passava. Il caso volle che il 15 dicembre, dunque una settimana dopo Groningen-Ajax, dovessi operarmi all’altra caviglia, la sinistra. L’intervento sarebbe stato eseguito presso l’ospedale Prinsengrachtziekenhuis dal medico svizzero René Marti, lo specialista europeo delle caviglie, mi avevano detto. Il mio era un caso di dancer’s heel, un infortunio molto comune fra i ballerini. Ne soffrivo già dalla partita di coppa nazionale contro l’RCH, nel marzo 1986. Quel giorno a Heemstede stavamo giocando senza grinta, anch’io ero svogliato. Mi sono coordinato male, e saltando sono atterrato sul piede di un difensore avversario. Avevo sentito ballare il menisco, ma ancora di più la caviglia sinistra, che infatti mi diede problemi per quasi tutto l’anno. Se staccavo o atterravo col sinistro, sentivo sempre dolore. La sosta invernale sembrava il momento giusto per operarmi.
Essendo allettato, quella settimana non mi ero preoccupato della caviglia destra. Poi però, uscito dall’ospedale, avendo l’altra caviglia ingessata, ho dovuto sforzarla, soprattutto quando mi tolsero il gesso, circa tre settimane più tardi. Dopo un po’ la sinistra si è ripresa completamente, ma nel frattempo avevo troppo caricato la destra.
Ed ecco che, al rientro in campionato, la caviglia destra mi faceva ancora male. Ricordo che contro l’Excelsior Rotterdam ho chiesto il cambio ancor prima di iniziare a giocare. Allora hanno deciso di fasciarmi la caviglia, l’hanno depilata e ci hanno messo quella specie di garza bianca. Mi sembrava di avere il gesso. Non si sa come abbia fatto a giocare così conciato, non riuscivo minimamente a muoverla. Se non sbaglio ho perfino fatto dei gol di destro, ma non chiedetemi come.
Sentimmo bussare. Il fisioterapista Pim van Dort entrò, ma subito richiuse la porta alle sue spalle, come se avesse intuito di aver interrotto qualcosa. Johan disse che non era venuto per niente, che era all’Ajax per vincere. Che era dagli anni Settanta che la squadra non vinceva in Europa. E ora i casi erano due: o il campionato o la Coppa delle Coppe. Se il PSV era imbattibile, l’obiettivo sarebbe diventato la coppa. Aveva bisogno di me, ma dall’inizio della stagione io non facevo altro che lamentarmi della caviglia. Prima della sinistra. E mi avevano operato. Ora della destra. Bella storia. «Ascolta, ti hanno operato a sinistra e ora hai male alla destra» mi disse. «Sono già passati due mesi, e secondo il medico il dolore non può peggiorare, anche se continui a giocare. Che vogliamo fare?»
Avevo deciso di lasciargli finire il discorso, ma sapevo a cosa stava pensando. Suo suocero, Cor Coster, era il mio procuratore, per cui anche Johan era al corrente del mio contratto preliminare col Milan, firmato nell’estate precedente. La notizia non era stata ancora diffusa, ma che quella fosse la mia ultima stagione all’Ajax ero certo lo sapesse. E per questo pensava che volessi tenermi in disparte, che mi risparmiassi e che non dessi tutto. Ma erano sciocchezze, io avrei voluto giocare sempre. Era il dolore che era troppo forte.
Le ultime sei settimane, da quando mi avevano tolto il gesso alla caviglia sinistra, erano state un calvario per la destra. Compreso quel pomeriggio. Prima di ogni allenamento la caviglia doveva essere fasciata, poi mi toccava un’ora e mezzo di fisioterapia: massaggi, impacchi e bendaggi. Si capiva chiaramente che quella caviglia non era al top.
Dovevano fasciarmi anche prima delle partite. L’articolazione restava praticamente bloccata, mentre il dolore non diminuiva, soprattutto il giorno dopo. Quando uscivo dal campo ero costretto a tenere il piede in un catino pieno di ghiaccio. Le provavano tutte, ma la caviglia restava dolorante e gonfia. E nessuno sapeva dirmi quale fosse realmente il problema.
Il 14 dicembre, il giorno prima dell’intervento alla caviglia sinistra, il dottor Marti non si era mai soffermato sulla destra, che in quel momento era completamente fasciata. Me lo ricordo ancora. La volta successiva Johan mi accompagnò nello studio di Marti all’Academic Medical Center. Voleva capire se il continuare a giocare avrebbe peggiorato le cose. Non ricordo le esatte parole del medico, ma il succo del discorso era che non dovevo preoccuparmi, che era soltanto una fase, nulla di serio insomma. Io credo che Marti fosse un po’ succube del grande Johan Cruijff.
In ogni caso, il dolore mi tormentava, sia durante gli allenamenti che nelle partite. Ogni settimana bisognava controllare se ero in grado o meno di fare certe cose. Già da qualche tempo avevo un programma personalizzato, ed ero già preparato al fatto di tenere duro fino alla fine della stagione. Non c’erano alternative.
Johan aveva terminato il suo discorso ed era rimasto in silenzio. Presi la parola e spiegai che la mia non era una commedia, che non mi risparmiavo perché poi sarei andato al Milan. Era la sciocchezza più grande che avessi mai sentito. Se mi conosceva un minimo, sapeva anche lui che non sono quel tipo di persona. Io volevo giocare a tutti i costi, ma il dolore che mi tormentava dalla partita di Groningen era totalmente nuovo e sconosciuto, ed era anche difficile da descrivere. Non volevo che mi prendesse per un rammollito, io avevo continuato ad allenarmi e a scendere in campo, nonostante il dolore, e non volevo arrendermi. Aggiunsi che secondo me, dopo quella stagione, durante le sette settimane di pausa la mia caviglia sarebbe guarita.
Johan fece un grosso respiro. Notai che voleva chiudere il discorso. «Sono settimane che modifichiamo gli allenamenti solo per te. Abbiamo fatto un programma personalizzato. Il fisioterapista si dedica a te praticamente full time. Abbiamo consultato un medico. Secondo lui puoi giocare. Non so quale sia la tua idea, ma così non ne usciamo. Ora io ti faccio una proposta e non ne parliamo più. Puoi saltare le partite di campionato, fino a quando lo riterrai necessario. Prenditi il tuo tempo e rimettiti in sesto. Ma devi darmi qualcosa in cambio, è bene che sia chiaro. Devi farci vincere la Coppa delle Coppe. E se non la vinci, io ti ammazzo.» Sorrise e aspettò che calasse il silenzio. «Siamo d’accordo?»
«Sì, va bene» risposi. Ci scambiammo un cenno di assenso. Poco dopo mi ritrovai da solo nello spogliatoio. Tutti gli altri avevano già fatto la doccia. Realizzai quanto fosse infantile e quasi irrazionale quel modo di interagire fra due persone. Una specie di livello elementare della discussione, che permette a due calciatori di intendersi e stringere un patto. Allo stesso tempo, mi resi conto che è quasi impossibile spiegare a chi non fa parte del mondo del calcio che, a volte, in questo gioco, funziona proprio così.
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