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A domani!

Marco van Basten "Fragile": Marco, tua madre è matta - 16 ottobre 1985

 

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E poi è arrivato quel bruttissimo mercoledì sera. Io giocavo il play-off per un posto ai Mondiali del 1986 in Messico, a Bruxelles contro il Belgio. Abbiamo perso per 1-0. Kieft ha preso un rosso e io uno stupido giallo, facendomi così squalificare per il ritorno a Rotterdam della settimana dopo.

Quando sono rientrato a casa all’una e mezzo di notte da Bruxelles, sono stato accolto da mio padre che mi ha detto: «Tua madre ha avuto un ictus». Proprio nel suo stile. «Tua madre.» Non «la mamma». Ma, a parte questo, rimane il fatto che, dopo aver passeggiato con i cani durante l’intervallo della partita, si era accasciata sulla sua sedia. Mio padre aveva chiamato i soccorsi ed era stata portata in tutta fretta all’ospedale. Secondo mio padre non aveva più senso andarla a trovare a quell’ora della notte, ma il mattino dopo ci sono andato subito. Era abbastanza lucida e mi ha detto che doveva restare nove giorni. Mio fratello e mia sorella vivevano rispettivamente in Canada e in Italia, e non potevano arrivare in tempi brevissimi, non era ancora facile all’epoca andare su e giù per l’Europa.

Ma in quei nove giorni le cose hanno preso una piega drammaticamente storta, perché lei ha avuto anche un infarto cerebrale ed è caduta in coma. Quando si è ripresa aveva perso circa trent’anni della sua memoria, e anche la memoria a breve termine. Quasi non ti riconosceva più. Non sapeva più niente. Non è mai più tornata come prima.

Poco dopo l’infarto cerebrale di mia madre, che aveva provocato danni ormai irreparabili, abbiamo giocato contro l’FC Utrecht. Durante quella partita i tifosi della FC Utrecht cantavano: «Marco, Marco… Tua madre è matta».

Mi è sembrata una cosa indegna. Certo non sarà stata la parte più elegante dei tifosi dell’Utrecht, ma era veramente molto squallido. Trovo triste che non si riesca a capire che questo è un modo sbagliato di disturbare un giocatore. Dovrebbero esserci dei limiti. Anche a me è capitato abbastanza spesso di aver intimidito degli avversari o di aver detto cose negative per disorientare qualcuno, ma in questo caso si era andati veramente troppo oltre. In quel momento ho capito subito che dovevo mostrarmi superiore, stabilire una soglia.

È stata una lezione dura, ma che cosa ti insegna? A farti scivolare addosso le cose, e forse impari a isolarti da ciò che ti sta intorno, anche se si era toccato tristemente il fondo. Sono stato contento, anche se ho sofferto molto, che mia madre ne sia rimasta all’oscuro. Mio padre, invece, è venuto a saperlo, lui che è di Utrecht fin nel midollo, ex giocatore del DOS, una delle squadre da cui ebbe origine l’FC Utrecht. Dopo questo episodio non ha più messo piede al Galgenwaard.

All’epoca, peraltro, conoscevo già Liesbeth. Dopo la malattia di mia madre ho lasciato ben presto la casa paterna per andare a convivere con lei ad Amsterdam. Avevo 21 anni.

 

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