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Marco van Basten "Fragile": FC Vinkeveen - 1984/1985 - 1983/1984
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Dopo aver smesso di giocare, Johan ha vissuto un anno molto particolare. È diventato campione d’Olanda nel maggio 1984, una vera beffa per il presidente dell’Ajax Ton Harmsen. Johan, in quel periodo, non stava così spesso ad Amsterdam. Per la prima volta dopo anni poteva starsene un po’ a casa, e si divideva tra Barcellona e Vinkeveen.
Avevo contatti regolari con lui, così come John van ’t Schip. A settembre John ha cominciato a soffrire di alcuni disturbi che si erano manifestati già in vacanza. La causa era un’ernia che lo ha costretto ad andare sotto i ferri a Groningen. Johan, che all’epoca lo supportava dandogli molti consigli, è andato in macchina fino a Groningen con la madre di John così che lei potesse vederlo, portando con sé un videoregistratore e delle cassette VHS per John. Johan ha avuto anche una conversazione con il medico al quale ha chiesto persino di poter assistere all’operazione, per vedere se tutto procedesse bene. John, quando è venuto a saperlo, ha detto scherzosamente: «Non mi sarei sorpreso se Johan stesso avesse eseguito l’operazione».
Tale era la sua disponibilità all’epoca. E sono proprio il genere di attenzioni che un giocatore giovane tanto apprezza. Ecco quello che faceva Johan. Io e John, ristabilito, siamo andati a trovare regolarmente Johan a Vinkeveen. Spesso Danny apriva la porta dicendo ad alta voce: «Johan, ci sono i ragazzi!».
Poi ci offrivano il caffè e Johan iniziava a parlare delle sue esperienze, in Spagna, in America, sempre di calcio. Pendevamo dalle sue labbra. Dopo un’oretta, per cortesia, dicevamo: «Be’, allora andiamo adesso», ma Johan riprendeva tranquillamente a chiacchierare ancora per mezz’ora nei pressi del cancello. Gli piaceva tantissimo trasmettere la propria visione, le proprie conclusioni, te ne accorgevi da ogni dettaglio. Era così ossessionato dal gioco. Tornava sempre su movimenti e su azioni vissuti personalmente e che vedeva nelle nostre partite, perché lui seguiva tutto. Johan, in realtà, era una sorta di fonte inesauribile di amore puro per il calcio, e per noi tutto questo era uno spettacolo. Eravamo seduti in prima fila.
Siamo stati anche i primi due calciatori sponsorizzati dalla Cruyff Sports, la sua marca di abbigliamento sportivo. Era Jack van Gelder a gestire quel genere di cose allora. Due volte all’anno John e io andavamo nel negozio all’ingrosso di McGregor a Waalwijk per fare acquisti gratis, una cosa splendida, ci riempivamo un carrello. Mi ricordo che Jack ci chiamò alla fine dell’anno: «Ragazzi, avete superato due volte il budget». Ma poi non è successo niente, e Johan non ne parlava, per lui esisteva solo l’argomento calcio.
Quando ci trovavamo davanti alla porta di casa sua ci capitava di essere un po’ nervosi. Una volta siamo andati a trovarlo ed eravamo vicini al suo compleanno. Non avevamo la più pallida idea di che cosa portare, ma non volevamo nemmeno presentarci a mani vuote, allora abbiamo comprato un profumo di Azzaro, lo ricordo con precisione. Gli è piaciuto molto, sapete, ma nemmeno due minuti dopo l’ha appoggiato da qualche parte e ha ripreso a parlare di calcio.
Mi ricordo anche bene del compleanno di una delle sue figlie. A un certo punto ci siamo messi a giocare tutti insieme nel suo giardino. Avevano un giardino di tutto rispetto, con un prato accanto. Abbiamo fatto una partitella con due di quelle piccole porte di acciaio, giocavano tutti, Jordi con i suoi amichetti, e anche Johan e io. A un certo punto abbiamo cominciato a passarci la palla di testa avanzando verso l’altra porta, impedendo agli altri di intervenire. Superavamo tutti con i nostri colpi di testa, almeno tredici, quattordici passaggi. Poi uno di noi ha segnato, è stato un bel momento, magico. In quelle occasioni scorgevi in lui quel sentimento fanciullesco, quell’amore per la palla e per il gioco. Lo condividevamo. Una cosa del genere non la dimentichi mai più.
Era disoccupato, ma il calcio lo seguiva e di tanto in tanto veniva a guardarci. E allora tra di noi se ne parlava, perché, comunque la rigirassi, era interessante pensare che un giorno Johan avrebbe potuto diventare allenatore dell’Ajax.
Aad de Mos sedeva sulla panchina dei Lancieri già da un paio d’anni. Un’ottima persona, anche Johan lo conosceva. Con lui avevamo battuto Cruijff e il Feyenoord all’Olympisch Stadion per 8-2. Non si può certo dire, quindi, che De Mos fosse un incapace, ma Johan era Johan. Ci pareva comunque più stimolante e innovativo. Da parte nostra non vi era alcun piano prestabilito, ma le cose si misero in movimento, alla maniera tipica di Johan. Aveva molto potere, era molto vicino al giornale «De Telegraaf» e poteva contare in ogni caso sull’appoggio di molte persone nei media. Me ne sono reso conto anch’io quando, in seguito, sono diventato commissario tecnico. Se punta a un obiettivo, succedono un sacco di cose.
Quella stagione, 1984-85, quanto a risultati non stava andando affatto male. Ad aprile avevamo persino un vantaggio di cinque punti e il campionato sembrava a portata di mano, ma già da un paio di mesi c’era un certo fermento nel gruppo. Dopo l’eliminazione in Coppa Uefa a novembre, a opera del Bohemians Praga, De Mos dichiarò alla stampa: «Con Vanenburg e Rijkaard non puoi vincere la guerra», un’affermazione presa molto male dai giocatori più giovani. De Mos è sempre stato più vicino ai calciatori più anziani che a noi. Forse cominciava anche a credere un po’ troppo in se stesso, perché due mesi dopo, in un’altra occasione, disse: «L’Ajax adesso naviga con la mia bussola», un’altra dichiarazione poco gradita a diverse persone nel club.
Il termine «FC Vinkeveen» salta fuori per la prima volta quella primavera sui giornali. Si riferiva a John e a me, al fatto che ogni settimana eravamo a casa di Johan, noi che, in realtà, quella primavera c’eravamo stati sì e no un paio di volte. In quel periodo ha cominciato a circolare il nome di Johan collegato all’Ajax. De Mos affermò che John e io, durante l’allenamento, avessimo mandato deliberatamente tutto a puttane per creare conflitti, che avessimo messo apposta i bastoni fra le ruote e arrivassimo in ritardo. Ma non era assolutamente vero, qualcosa chiaramente lo infastidiva, evidentemente lo irritavamo.
Il 23 aprile abbiamo giocato fuori casa contro l’Utrecht e De Mos ha spedito me e Schip in panchina. Di punto in bianco, con un effetto da dichiarazione di guerra. Io ero un titolare fisso, questo era chiaro, John no, ma era comunque un elemento importante all’interno del gruppo. De Mos alla stampa dichiarò: «Van Basten non è in forma». Io sul mio taccuino, a proposito della partita contro l’Utrecht, ho scritto: «Aad de Mos non è mai stato in forma». Quel giorno abbiamo vinto per 1-0 con una rete di Rijkaard, che ha consentito all’allenatore di cavarsela momentaneamente, ma il fuoco covava sotto la cenere e «De Telegraaf» continuava avidamente ad attizzarlo.
La partita successiva era in programma domenica 5 maggio, Haarlem-Ajax. De Mos quella settimana era a letto malato. «Spitz» Kohn, incaricato di sostituirlo, era intenzionato a schierarci di nuovo tra i titolari. Lo si era già capito dall’allenamento del sabato, la vigilia della partita. Ci stavamo allenando bene, quindi era una scelta logica. «Devono giocare i migliori, punto» ha detto Kohn.
Il sabato era palese a tutti che John e io avremmo giocato contro l’Haarlem. Ma quando De Mos è venuto a saperlo, la domenica nonostante 40 gradi di febbre si è precipitato in macchina ad Amsterdam e ha cancellato i nostri nomi sulla lavagna, tenendo quindi John e me fuori dall’undici titolare. Una presa di posizione forte. Durante la partita si è andato pure a sedere in panchina.
Quel pomeriggio abbiamo perso a Haarlem per 1-0. La tensione sull’autobus per Amsterdam si tagliava con il coltello. Erano tutti di umore nero. Noi perché non avevamo giocato, gli altri per la sconfitta e perché il «giochetto» di De Mos era andato a scapito del risultato. E anche De Mos stesso, che aveva puntato forte e aveva perso, ed era il principale responsabile.
Il mattino successivo, lunedì 6 maggio, si respirava un’aria molto strana. Come sempre era in programma la riunione postpartita al De Meer. De Mos prese la parola dicendo: «Abbiamo un problema, naturalmente. Forse vi sentite più liberi di dirvi la verità senza l’allenatore presente. Discutete prima tra di voi su tutto quello che è andato storto, poi ci aggiungeremo anche noi», dopodiché, insieme a Spitz Kohn, ha lasciato la stanza ed è andato a sedersi nella saletta del bar attiguo da zia Sien.
È seguita una discussione all’interno della squadra che ha portato alla seguente conclusione: «De Mos va cacciato, così non si può più andare avanti».
Alla fine abbiamo votato e la stragrande maggioranza si è espressa così: «Basta con De Mos». Il tutto si è svolto molto rapidamente, forse nel giro di dieci minuti. Dick Schoenaker, che allora era il capitano, ha ricevuto l’incarico di chiamare immediatamente il presidente.
Era una situazione strana, con De Mos e Spitz Kohn seduti a bere caffè nella saletta, qualche metro più in là, in attesa che noi ci confrontassimo. La cosa bizzarra è che c’era solamente un telefono, appeso al muro in cucina vicino a zia Sien, dietro il piccolo bar dove erano seduti De Mos e Kohn, il che rendeva imbarazzante il compito di Schoenaker.
Il presidente Ton Harmsen aveva un’azienda di riscaldamento a Diemen, non molto lontano da lì. Schoenaker disse più o meno così: «Deve venire qui, perché abbiamo un problema». Dieci minuti dopo è entrato Harmsen, un uomo piuttosto burbero, che è passato accanto a De Mos e ci ha raggiunto nella stanza: «Che diavolo sta succedendo, ragazzi?». Schoenaker gli ha spiegato la situazione, supportato da Rijkaard, da me e dalla maggioranza del gruppo dei giocatori.
Harmsen si è limitato a dire: «Be’, allora va cacciato, eh?». Subito dopo ha lasciato la stanza per andare da De Mos e gli ha chiesto di seguirlo nel suo ufficio. Lo ha esonerato seduta stante. De Mos se ne è andato via immediatamente. Non gli ho più parlato. Il giorno dopo avevamo un’altra partita, quindi c’era poco tempo per soffermarci sull’episodio.
Per De Mos è stata una sorpresa totale. Va notato che noi eravamo primi in classifica, ma lui lo sapeva: se Cruijff si muove, mette in moto di tutto, anche se Harmsen due anni prima aveva dichiarato: «Cruijff non tornerà mai più da noi». Questo era successo dopo un’enorme lite con Johan che aveva portato al suo trasferimento al Feyenoord.
Tre settimane dopo, nella trasferta col Roda, ci siamo laureati campioni. È stata una grande festa, senza De Mos ma con Spitz Kohn in panchina.
Sei settimane dopo Johan è stato presentato come nuovo allenatore dell’Ajax. Non avendo ancora il patentino è stato assunto come consulente tecnico. Vista così, sembrava ci fosse un piano prestabilito. Era ovvio che John e io lo volessimo come allenatore, non era un segreto, ma non abbiamo mai fatto nulla per mandare via De Mos.
Con Aad de Mos abbiamo avuto un anno turbolento, diciamo pure una stagione pesante. Non è stato facile, il nostro è stato un percorso molto accidentato, e a poco a poco si è fatta strada in molti ragazzi l’idea che fosse necessario un cambiamento.
Era nell’ordine delle cose che Johan sarebbe diventato allenatore, e in fin dei conti l’ombra di Johan era troppo ingombrante per De Mos. Con ciò non voglio declinare le mie responsabilità, abbiamo avuto la nostra parte nella vicenda.
De Mos, all’epoca, era tra l’altro all’inizio della sua carriera di allenatore e forse voleva imporsi con troppa enfasi. Negli ultimi anni mi è sembrato più equilibrato, con opinioni sensate sul calcio.
Nel 1988, a Strasburgo, alla fine si è preso la sua rivincita battendo l’Ajax nella finale della Coppa delle Coppe, come allenatore del Malines. Ma allora ero già da un bel pezzo a Milano.
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