
A domani!
Marco van Basten "Fragile": di solito non sono così - 1985
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Eravamo alle Canarie, e vedevamo il sole per la prima volta da quando era iniziata la sosta invernale. Con John c’era anche la sua ragazza Daniëlle, mentre io avevo invitato Liesbeth. Mi era venuto naturale, anche se ci conoscevamo soltanto da tre mesi.
E invece indovina chi incontriamo sulla spiaggia? Aad de Mos, assieme a Søren Lerby. Da non credere, vero? Sei mesi dopo che era stato mandato via dall’Ajax. Abbastanza imbarazzante, in effetti, anche perché all’epoca Søren aveva una storia con Willeke Alberti, la madre di Daniëlle. Ma per fortuna non c’è stato alcun momento di tensione.
Non c’era il solleone come l’estate precedente, né io avevo bisogno di riposarmi dopo un intero campionato, ma ugualmente, di tanto in tanto, mi prendevo un momento per me. Liesbeth non ci vedeva nulla di male, non faceva la complicata, e se volevo stare da solo andava a fare due passi con Daniëlle.
Avevo conosciuto Liesbeth un giorno di ottobre. Era una domenica, la serata libera dei calciatori, e io e Van ’t Schip eravamo usciti a fare un giro. C’è da dire che io non sono un gran bevitore, tranne che nelle vacanze estive. In ogni caso non bevo birra, al massimo qualche drink più dolce: Cuba Libre, Gin Tonic, Pisang Ambon, cose così. Drink da donne, insomma, eheh. In genere non mi ubriacavo mai, ma quella serata aveva preso una piega un po’ diversa.
Mi ricordo che iniziammo al Le Berry, per poi spostarci al Bastille, e verso le due finimmo al Surprise Bar. All’epoca si usciva spesso nella zona di Leidseplein. Eravamo un po’ su di giri. A inizio serata al Le Berry era ancora tutto tranquillo, con noi c’era anche Daniëlle, lei e John avevano iniziato a vedersi da poco, e una serie di altri amici. E poi c’era Liesbeth, assieme a un’amica. Aveva uno stile vagamente alternativo, con salopette e anfibi. Sembrava una tosta. John le si avvicinò per primo, quel ragazzo aveva sempre più fegato di me. Ma visto che lui stava con Daniëlle, era logico che iniziassi a parlarci io. Fra di noi ci fu subito feeling, anche se non ho la più pallida idea di che cosa ci fossimo detti.
Al Surprise Bar ordinammo degli shottini, li chiamavano «cervelletti» o qualcosa di simile. Non li prendevo quasi mai, ma per una qualche ragione mi ero convinto di doverli bere anch’io. Erano shottini con dentro due o tre tipi diversi di rum, e facemmo vari giri. A un certo punto ero bello che andato. Ricordo di aver detto a Liesbeth: «Guarda che di solito non sono così, eh. In realtà non so bene che mi succede». Dopodiché, saranno state fra le due e le quattro, mi si è spenta la luce.
Uno dei miei amici, Frank Kroon, mi portò a casa sua. Viveva ad Amstelveen con sua madre. Avevo vomitato una prima volta nel canale, e poi di nuovo da lui, ma l’ho scoperto soltanto il mattino dopo. Ero molto imbarazzato. Non ricordavo neppure per quanto tempo avessi parlato con Liesbeth, né com’era andata a finire.
Il giorno dopo ero a pezzi. Avevo l’allenamento, e temevo che Johan, che nel frattempo era subentrato come allenatore dell’Ajax, avrebbe intuito tutto. La fortuna ha voluto che quel lunedì lui fosse a New York, per supportare la candidatura di Amsterdam ai Giochi Olimpici del 1992. Il giorno prima c’era stata la partita, per cui facemmo una sorta di allenamento defaticante in palestra, con Cor van der Hart. Non so come ma riuscii a cavarmela.
John mi ha visto arrivare, lui e Daniëlle erano rientrati per tempo, e aveva capito subito cos’era successo. Sono andato dritto a sedermi nel bar della club house per bere un sorso di latte, dopodiché sono corso in bagno. John ha dato un’occhiata intorno: «Oggi Bassie non ce la può fare». Continuava a guardarmi e poi scoppiava a ridere. Stavo malissimo.
Dovevo solo sopravvivere a quella giornata. Dopo la sessione sono andato dritto a casa e ho detto a mio padre: «Vado a mettermi a letto, hanno fatto l’antinfluenzale a tutta la squadra e non mi sento tanto bene». Credo si sia trattato di una vera e propria intossicazione da alcol. Ho dormito dalle cinque e mezzo del pomeriggio alle otto e mezzo del mattino, per tre giorni. Andavo solo ad allenarmi, poi tornavo a letto. Ero un rottame.
Non riuscivo a togliermi Liesbeth dalla testa. Non era ancora successo niente, ma la cosa era nell’aria. Quella settimana mi sono chiesto spesso se avrebbe voluto rivedermi. All’epoca ancora non c’erano i cellulari, e io di lei non sapevo niente, soltanto il suo nome, per cui quel sabato abbiamo deciso di tornare al Le Berry. Fortuna ha voluto che ci fosse anche lei. Le sono andato incontro e le ho detto: «Non mi era mai successa una cosa simile».
Mi è toccato giustificarmi per tutta la sera, ma per il resto sono stato impeccabile. Lei si è divertita molto ad ascoltarmi, avevamo ritrovato la sintonia. A quanto pare, la prima sera, dovevo aver insistito con quella frase: «Di solito non sono così. In realtà non so bene che mi succede». Fra di noi in quel momento è scattato qualcosa. Erano i primi di ottobre. Lo ricordo perfettamente, perché in quel periodo segnavo tantissimo, una quantità di gol davvero senza senso. Mi appuntavo tutto sul mio taccuino. Non mi fermavo più. Venti gol in tre mesi o giù di lì. Cinque all’Heracles di Almelo, sei allo Sparta Rotterdam. Era come se fluttuassi sul campo, mi riusciva qualsiasi cosa. Sei gol in una sola partita di Eredivisie non mi era ancora capitato. Amore allo stato puro.
Liesbeth era l’unica a non esserne impressionata. Non aveva minimamente capito che stessi segnando così tanto, il calcio non lo seguiva granché. «Cinque gol? Che c’è di speciale?» Solo dopo molto tempo ha ammesso di aver iniziato a seguire «Langs de Lijn», la trasmissione della domenica pomeriggio, e che, di tanto in tanto, sentiva citare il mio nome.
Un paio di settimane dopo il nostro primo incontro la faccenda era già seria, e avrei dovuto conoscere i suoi genitori. Quella sera, quando ho suonato alla sua porta a Badhoevedorp, venne ad aprirmi suo padre. «Entra pure» mi disse. «Lei è di sopra.»
Arrivando a piedi avevo notato la luce accesa nella sua camera, per cui risposi: «Sì, grazie, ho visto che Esther è in casa». «Chi?» «Ehm, no, intendevo Liesbeth.»
Assurdo. Chissà a cosa stavo pensando. Non conoscevo nessuna Esther. Mi sono vergognato a morte. Per la serie: come fare subito una buona impressione. Non il modo migliore.
Nemmeno l’incontro fra Liesbeth e i miei genitori è stato chissà che. Quello stesso mese le condizioni di mia madre sono precipitate. Liesbeth è riuscita a vederla soltanto in un letto d’ospedale, quando non era già più quella di un tempo. E mio padre era talmente oberato da tutto ciò che la riguardava, che di Liesbeth non si è praticamente accorto.
Su quella spiaggia alle Canarie ho pensato molto a mia madre, alle cose che mi diceva quando ancora stava bene. Ora suonavano così diverse. Ero felice che Liesbeth fosse lì, la storia di mia madre ci aveva avvicinati. Ed ecco perché, può sembrare strano, non pensavamo di bruciare le tappe facendo una vacanza insieme.
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