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A domani!

Marco van Basten "Fragile": Klaus Fischer - anni settanta

 

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Se sono stato un calciatore abbastanza completo, è perché in gioventù ho praticato un po’ tutti gli sport. Ogni disciplina ti dà qualcosa. A Herderplein c’era uno di quei muretti a cui si appoggiano le bici, che noi usavamo come rete per le nostre infinite partite di calcio-tennis. Col calcio-tennis impari a colpire bene di testa, a mirare quando schiacci la palla.

In estate ho anche giocato a baseball con la UVV, l’Unione calcistica Utrecht, mentre con il mio amico Henri ero diventato un fissato di ping-pong. A volte saltavamo la scuola e passavamo l’intero pomeriggio nel suo garage. Segnavamo il punteggio sulle pareti, e il giorno dopo, prima di ricominciare, controllavo ogni volta che Henri non avesse aggiunto qualche punto di nascosto. Faceva di tutto per vincere, proprio come me, sebbene io fossi più offensivo, e lui più difensivo.

Giocavamo soprattutto d’inverno. Dopo le partitelle capitava puntualmente che uscissimo a festeggiare la vittoria in strada, in mezzo alla neve. I nostri corpi fradici traspiravano sudore. Qualche volta i vicini devono averci presi per pazzi, a vederci sbraitare a torso nudo come due dementi, al freddo e al gelo. Ogni venerdì sera andavo a giocare a ping-pong in un club del quartiere di Oog in Al. Non avevo abbastanza soldi per diventare socio, in compenso, però, potevo fare una partita gratis su dei veri tavoli da competizione.

A 13 anni mi ero già fatto notare sia con la UVV che con la selezione di Utrecht, e mi proposero un provino per il Distretto West-1. Era il sogno di tutti. La selezione di distretto poteva essere il primo passo verso qualcosa di più grande. Il provino per il «West-1» era previsto il lunedì, ma il venerdì andai lo stesso a giocare a ping-pong. Proprio quella sera stavo provando a spostare un tavolo, ma mi sfuggì di mano. Volevo evitare di far danni, visto che mi facevano giocare gratis, per cui d’istinto lo fermai al volo con un piede. Quell’affare pesava una tonnellata e mi finì dritto sull’alluce, il dito mi si gonfiò e diventò tutto blu. Più passava il tempo e più peggiorava.

Dovetti rinunciare al provino. Fu orribile, una vera tragedia. Avevo perso un’occasione per farmi notare. Era la prima volta che saltavo una partita a causa di un infortunio. Una sensazione che iniziai a odiare già allora.

Ogni tanto andavo a giocare a hockey con un amico. Qualche volta al chiuso, sul ghiaccio, ma più spesso sui pattini a rotelle in uno spiazzo. Il bello dell’hockey è che impari un sacco di trucchetti. Per esempio, quando sei in ritardo rispetto al tuo avversario, con la tua mazza puoi dare un colpetto alla sua e spostarla di lato o in alto un attimo prima che lui esegua il tiro. Niente di più facile. Se lui cicca il disco, tu vai e glielo rubi.

Ho riciclato lo stesso trucco nel calcio. Nel caso di un passaggio filtrante al limite dell’area, capita che il difensore sia in leggero vantaggio. L’attaccante prova ad allungarsi, ma se il difensore è già sulla palla non può farci più niente. Ma io a quel punto gli tocco la gamba con un piede, poco prima che la poggi a terra. Di solito il difensore manca il pallone, oppure cade. Spesso finisco per cadere anch’io, e protesto di essere stato falciato. Vale la pena provare, ogni azione è un caso a sé. Mi è successo più di una volta di conquistare la palla quando ero a tutti gli effetti in ritardo. E se l’arbitro non era in traiettoria, cosa molto frequente con i lanci in profondità, e non riusciva a seguire bene l’azione, capitava che concedesse una punizione in mio favore, se non un rigore.

Nella calda estate del 1975 andavamo in piscina tutti i giorni. Incontravamo dei ragazzi che con quei trampolini facevano davvero di tutto. Molleggiandoti a lungo potevi arrivare piuttosto in alto, ma se al momento giusto si aggiungeva un’altra persona, andavi ancora più su. La chiamavamo la «doppia molla». Ogni volta ci esercitavamo con nuovi tuffi, provando ad andare sempre più in alto.

Mi piaceva, e mi feci prendere da tutta quella storia dei trampolini. Poi, per altri tre mesi, mi diedi ai tuffi acrobatici. Gli allenamenti non si facevano soltanto in piscina, ma anche in palestra. Salti in avanti, all’indietro, controsalti, quanti ne volevi. Era un modo per abituarsi a stare in aria, l’unico per imparare davvero a saltare, a tuffarsi e a cadere. Molto di più che col calcio, che è tutto tackle e scivolate.

Il sabato guardavamo sempre «Sportschau» e la Bundesliga. A un certo punto Klaus Fischer era diventato il nome più importante del campionato tedesco. Il suo pezzo forte era una cosa che non avevamo mai visto prima. I tedeschi la chiamavano Fallrückzieher, la rovesciata. Uno dei gol segnati in quel modo, contro la Svizzera, fu addirittura scelto dall’emittente ARD come gol tedesco del secolo.

Era qualcosa di spettacolare. Segnava restando sospeso a mezz’aria e calciando la palla all’indietro. Incredibile. Volevamo riuscirci anche noi, per cui iniziammo a esercitarci con la Fallrückzieher.

Durante le estati successive a quella prodezza di Klaus Fischer, nel 1976, nel 1977 e nel 1978, iniziammo a frequentare sempre più spesso i Maarsseveense Plassen. Io ci andavo con Ricky Testa la Muta e Edwin Godee, due miei compagni delle giovanili. Attorno ai laghetti c’erano molti prati, ma anche piccole spiagge dove il fondale si abbassava gradualmente. E in quelle acque poco profonde passammo interi pomeriggi ad allenarci sul tiro «alla Fischer». Lanciavi la palla in aria, ti buttavi all’indietro e provavi a colpirla. Era più comodo cadere lì e finire in acqua, che sull’erba di un prato. Ci provammo e riprovammo, per settimane intere. Estati intere.

 

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