
A domani!
Marco van Basten "Fragile": allo specchio (2) - 13 maggio 1987
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È il 13 maggio 1987, il giorno della finale. Abbiamo il pomeriggio libero. Sono nella mia camera d’albergo, da qualche parte nel caos del centro di Atene, ma non riesco a dormire. Cammino su e giù per la stanza. A 22 anni sono già capitano di una finalista di Coppa delle Coppe, da me ci si aspetta grandi cose. Dopo sei anni, questa sarà una delle mie ultime partite con l’Ajax.
A un certo punto, come dal nulla, mi rendo conto che presto avrò sette settimane libere. Poi mi aspetta il Milan. Il trasferimento, assieme a Liesbeth. Una nuova vita, in un nuovo paese, con una nuova squadra.
Ma ora sono in preda all’agitazione, la sento in tutto il corpo, molto più forte della normale tensione da big match di campionato. Questa è la mia prima finale, stasera posso scrivere la storia.
L’avversario non è dei più conosciuti, il che non mi tranquillizza. Lokomotive Lipsia, una squadra della Germania dell’Est. Lavoratori instancabili. Solidi. Difensivi. Imprevedibili contropiedisti.
A marzo abbiamo vinto nettamente sul Malmö, dopo la sconfitta di misura in Svezia. Io ho sbagliato un rigore, ma poi ho segnato il gol del liberatorio 3-1 nella gara di ritorno. Una serata fantastica al De Meer. Allo scadere ho trovato il catino col ghiaccio già pronto per metterci la caviglia, il campo era in condizioni pietose.
La partita in trasferta contro il Real Saragozza sembrò più una prova di nuoto sincronizzato, per via di un diluvio che aveva allagato il campo durante il riscaldamento. Non c’era modo di giocare normalmente a calcio. All’inizio gli spagnoli sono stati più astuti a sfruttare la situazione e hanno segnato l’1-0. Ma in qualche modo siamo riusciti a prendere in mano la partita, continuando a rilanciare il pallone, per poi avanzare. Un po’ alla volta abbiamo ribaltato il risultato. Alla fine abbiamo vinto 3-2.
La partita di ritorno ad Amsterdam, in un Olympisch Stadion gremito, è finita invece con un’impeccabile vittoria per 3-0. Una prestazione bella e convincente. Johan poteva dirsi soddisfatto, era stata una dimostrazione di calcio offensivo, il suo calcio.
Lancio uno sguardo fuori dalla finestra, sul traffico di Atene. In Grecia sembra che il frastuono arrivi da ogni parte. Riprovo a stendermi sul letto. Fra due ore dovremo spostarci in direzione stadio.
Negli ultimi due anni, ma soprattutto nel corso di questa stagione, Johan ha gradualmente trasformato questo gruppo in una squadra di successo. Ciascuno sa cosa fare per mettere l’altro nella migliore condizione. «Aiutatevi a vicenda e migliorerete insieme» così diceva Johan. «Imparate a conoscervi nei vostri punti di forza e di debolezza. Non fatene un dramma, e usateli a vostro favore. Ci aiuterà a vincere.» E infatti siamo andati sempre meglio, fino ad arrivare in finale. Io ho preso parte a tutto questo, sono stato determinante come capitano, motivatore e realizzatore. Nonostante la caviglia. Io e Johan non abbiamo mai riaperto la questione, e nel frattempo è giunta l’ora. Quattordici anni da quell’ultima finale europea giocata dall’Ajax, quando lo stesso Johan era sceso in campo.
Tutto molto bello, ma in mano non abbiamo ancora niente. Se andiamo a sbattere contro il muro dei tedeschi dell’Est, festa finita. Stasera ci mancano alcuni giocatori importanti, non ho una buona sensazione. Blind e Spelbos sono infortunati, John Bosman è squalificato per l’espulsione rimediata contro il Saragozza. In mezzo alla difesa ci sarà Frank Verlaat. Inaspettatamente, avrebbero giocato anche dei giovani come Robbie Witschge e Aron Winter. Per fortuna abbiamo Frank Rijkaard e Jan Wouters. C’è da chiedersi inoltre se i meccanismi di Johan saranno abbastanza rodati da permetterci di fare il nostro gioco anche con i nuovi inserimenti. Sarà comunque un peso ulteriore sulle mie spalle.
Il mio corpo è in fibrillazione, sento come un impulso primordiale che lo attraversa. Mi avvicino allo specchio accanto alla porta e mi guardo. Al termine della partita di stasera non voglio trovarmi a dire ai giornalisti: «Siamo arrivati fino in fondo, abbiamo fatto una buona partita. Peccato». No way. È vero, sono ancora giovane, ma non so cosa mi riserverà il futuro. Magari questa è la mia ultima chance.
Mi guardo in faccia e me lo dico, quasi ad alta voce. Questa è la mia prima finale e devo vincerla. Se non vinco la prima, è un casino. Se dovesse ricapitarmi, sarebbe come partire in svantaggio. Questa va vinta, in ogni caso. Resto a guardarmi finché ogni fibra del mio corpo non ha assorbito il concetto. Ripeto fra me e me: dimentica la caviglia. Stasera o mai più, Van Basten, no fucking bullshit. Eyes on the prize. Chiudiamo l’affare e vinciamo. È così, non ci sono alternative.
Un dialogo allo specchio, un ultimo messaggio a me stesso. Vincere. Punto. Non ci sono scuse.
La sera segno l’unico gol della partita. Mi tuffo come una fionda, in anticipo sul difensore, e raggiungo il pallone sul primo palo. Il cross di Sonny Silooy è diretto troppo sottoporta, perciò devo allungarmi al massimo. Colpisco il pallone di testa e lo schiaccio nell’angolino basso. Un’esplosione. 1-0. Non ci saranno altri gol. Quando ricevo la coppa sono in estasi, è come una scarica elettrica. Ho vinto la mia prima finale. Gioisco come un bambino. Johan sfoggia il suo sorriso contagioso. È giusto così.
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