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Marco van Basten "Fragile": il Milan (6) - «San Siro è mio» 1991-1992

 

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Con la nuova stagione si aprì un periodo fantastico. Capello fu una rivelazione, con lui si tornava a discutere di calcio, di possesso palla, di costruzione del gioco, di occasioni da creare. Un uomo che parlava chiaro. Per me fu un vero sollievo. Dopo un avvio di stagione piuttosto incerto e alcuni pareggi, iniziò una serie inarrestabile di vittorie.

Nell’approccio Capello era più duro, più rigido rispetto a Sacchi. Era più severo, sia con i media che con i suoi giocatori. Qualcuno ci mise un po’ ad abituarsi, persino gente come Baresi, Maldini e Tassotti. Ma a guardare il gioco che esprimevamo e i risultati ottenuti, la differenza era lampante. Il Milan di Capello vinse lo Scudetto per tre volte di fila.

Fece alcune scelte forti, osava molto più di Sacchi. Le gerarchie nel frattempo erano cambiate rispetto al 1987. Ancelotti era un grande giocatore, ma la situazione delle sue ginocchia era peggiorata. Capello scelse di rimpiazzarlo con il giovane Albertini, che aveva un passo diverso e un’ottima visione di gioco. Non fu una cattiva idea, Capello ci aveva visto lungo. Ancelotti non la prese bene, ma alla fine capì.

Inoltre, si scontrava regolarmente con Gullit, mentre Sacchi non aveva quasi mai smesso di lusingarlo. I problemi al ginocchio si presentavano sempre più spesso, si capiva che per lui era diventato difficile mantenersi ai livelli dei primi anni, per questo da Capello veniva impiegato sempre meno.

Prima o poi la cosa sarebbe venuta a galla. Era un sabato pomeriggio e ci stavamo allenando in vista della trasferta contro la Juve. Bastava seguire la partitella per capire che Ruud non sarebbe stato inserito fra i sedici convocati. Alla fine dell’allenamento c’era il pranzo, poi un po’ di riposo. Il pullman per Torino ci aspettava alle quattro e mezzo. La cosa era chiara a tutti, non fosse che Capello si era dimenticato di comunicare personalmente a Ruud che non era fra i convocati. Alle quattro e mezzo Ruud era lì pronto a salire sul pullman, allora Capello gli ha detto: «Scusa, Ruud, forse non sono stato chiaro, ma tu oggi sei fuori. Non sei neanche in panchina». A quel punto Ruud ha perso le staffe: «Bella storia, non mi hai detto nulla». E allora Capello ha ripetuto: «Mi spiace, forse non ero stato chiaro». Dal mio punto di vista Ruud fece tutto di proposito, cercava il confronto con Capello. Voleva togliersi un sassolino dalla scarpa.

Vincemmo 1-0, senza Ruud, con grande fatica ovviamente, ma alla discussione del lunedì c’eravamo di nuovo tutti, anche lui. Capello volle tornare sull’argomento. In sostanza disse che, anche se non ne avevano parlato, il fatto era evidente. Questo piccolo incidente scatenò una vera e propria zuffa negli spogliatoi. In seguito ci avrebbero messo una pietra sopra, ma chiaramente qualcosa stava cambiando. Alla fine Ruud si trasferì alla Sampdoria.

In Italia tutta la grande stima e il rispetto per il Milan di Capello sono arrivati solo negli anni a seguire, dopo i tre Scudetti di fila, il primo dei quali addirittura senza sconfitte. Ma anche per lo stile di gioco, che in Italia sorprendeva tutti. Con Sacchi avevamo vinto uno Scudetto e due Coppe dei Campioni, e Capello prese le mosse dal suo predecessore. In cinque anni conquistammo quattro volte lo Scudetto e un’altra Coppa dei Campioni. Ci sentivamo rispettati in tutta Italia grazie al lavoro di Sacchi e Capello. Ci chiamavano «Gli Invincibili».

A dirla tutta quello è stato il mio periodo migliore al Milan. Ho vinto la classifica marcatori con 25 gol, erano ventisei anni che nessuno raggiungeva quella cifra. Se non sbaglio, ho fatto una sessantina di presenze con Capello, praticamente senza mai perdere. Tranne quell’ultima partita, quando già non giocavo da mesi per via della caviglia, la cinquantaseiesima, la finale di Champions League del maggio 1993.

È sempre in quel periodo che ho iniziato a considerare San Siro come se fosse davvero casa mia. Era una sensazione fortissima, mi sentivo nel mio territorio di caccia. «Qui sono io che comando. San Siro è mio.» I pomeriggi avevano sempre un sapore un po’ speciale quando facevo gol lì. L’ansia spariva, e sul campo mi sentivo totalmente libero. Allora giocare a San Siro era un po’ come danzare.

La cosa strana è che la sensazione che San Siro fosse mio ce l’ho avuta addosso per anni, anche quando quel periodo era finito. Anche dopo il ritiro, quando mi capitava di tornare a Milano. È sfumata molto lentamente, con il passare degli anni.

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