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Marco van Basten "Fragile": il Milan (5) - La rottura con Sacchi 1990-1991
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Alla fine chiudemmo la questione nella sala massaggi di Milanello. Mi stavano massaggiando quando Arrigo Sacchi entrò perché voleva parlarmi. O meglio: perché voleva dirmi qualcosa. Devo ammettere che ai tempi di quell’incidente, nella primavera del 1991, io avevo raggiunto il limite da un po’. Dopo tre stagioni qualcosa iniziava a incrinarsi, una situazione che non era certo piovuta dal cielo all’improvviso, che era peggiorata a ritmo lento ma costante.
Sacchi è una persona garbata, perbene. La sua era una presenza particolare nel mondo del calcio. Se ne stava in mezzo al campo con quelle sue gambe sottili e un paio di Ray-Ban scuri sul naso, nonostante, si può dire, non sapesse neanche stoppare un pallone. Quando Berlusconi volle portarlo dal Parma al Milan, Sacchi stava ancora muovendo i primi passi nel calcio che conta, doveva ancora dimostrare il proprio valore. Il passaggio risale all’estate del 1987, dopo che il Parma aveva battuto il Milan in una partita di Coppa Italia sotto gli occhi di Berlusconi, con uno stile di gioco molto poco italiano.
Al Milan aveva limato il suo sistema tattico e la cosa aveva funzionato. Ciascuno sapeva cosa fare in ogni singola situazione e, a partire dalla stagione 1988-89, la seconda di Sacchi al Milan, i suoi schemi erano riconoscibili anche durante le partite. Ce li sognavamo la notte. Ci parlava di quel sistema in ogni momento, deve avermelo spiegato così tante volte che a un certo punto ho pensato: dai, guarda che l’ho capito. E se non l’avessi ancora capito, vuol dire che non lo capirò mai. C’è da dire che all’inizio non ci intendevamo molto bene, il mio italiano era ancora scarso, e anche il suo inglese lasciava a desiderare.
Devo essere sincero: io ero abituato ai metodi di Cruijff. Non c’è nessuno al suo livello. Ma il fatto che fra me e Sacchi non ci fosse molto feeling non aveva a che fare soltanto con una diversa concezione del calcio.
Di sicuro c’entrava la tattica. Il modulo che mi aveva portato ad alti livelli all’Ajax era stato il 4-3-3, con tre attaccanti, un esterno destro e un esterno sinistro che rifornivano con i loro cross la punta centrale. Sacchi giocava con il 4-4-2, schierando solo due attaccanti e un solidissimo blocco arretrato. Sosteneva fosse un sistema rivoluzionario, offensivo, cui diede persino un nome: «zona-pressing».
Quando arrivò al Milan, rivoluzionandone il gioco rispetto alle abitudini italiane, Sacchi era ancora un allenatore semisconosciuto e dovette giustificare il «nuovo sistema». Rilasciava molte interviste ed entrò in ottimi rapporti con vari giornalisti. Tutto ciò gli ha permesso di rivendersi la «zona» come qualcosa di innovativo, di anti-italiano.
Già durante la prima stagione, che avevo trascorso in buona parte da infortunato, mi ero accorto che quel modulo non era per niente offensivo. La linea dei quattro difensori era solidissima, impeccabile. Tassotti, Costacurta alternato a Filippo Galli, Baresi e Maldini. È quasi impossibile immaginare una difesa migliore nella storia recente del calcio europeo. In ogni angolo del mondo la gente ricorda ancora a memoria i nomi di questi giocatori. Erano nati per vincere, ma nonostante il loro enorme talento si limitavano a difendere. Davanti alla difesa, schierati in linea, c’erano altri quattro uomini. Carlo Ancelotti era uno dei due centrocampisti centrali. Un grandissimo giocatore, non c’è che dire, noto però per la fragilità delle sue ginocchia, più che per l’ampiezza del suo raggio d’azione. Indubbiamente era fortissimo in fase di impostazione.
Nella stagione successiva, quando gli fu affiancato Rijkaard, gli equilibri iniziarono a cambiare, dato che anche Frank era cresciuto nell’Ajax ed era abituato alle incursioni in area. Sia Donadoni che Evani erano dei buoni centrocampisti, ma per quel primo anno non ho visto nient’altro, se non due file da quattro di infallibili difensori. Neanche un topolino sarebbe riuscito a passarci. E infine, fra i pali avevamo Giovanni Galli, che riuscì a mantenere a lungo la porta inviolata nel corso della stagione. Davanti a tutti c’erano i due attaccanti, di solito Virdis e Gullit.
In una sfida contro la Roma ero rimasto in panchina. Gullit correva senza tregua, sgobbava come un cavallo. Si faceva davvero in quattro per la squadra, quell’uomo aveva un’energia sovrumana. Virdis, invece, furbo come una volpe, non si sprecava nel pressing, se ne stava in mezzo all’area in attesa che gli arrivasse un buon pallone.
Quel pomeriggio il Milan vinse 2-0. Tutti i giornali lodarono questo nuovo sistema di gioco per nulla italiano e così rivoluzionario, la spettacolare «zona-pressing». La faccenda mi infastidiva, perché non lo era affatto, rivoluzionario, né era offensivo. Era difensivo, era la difesa che ci faceva vincere le partite.
Ma lasciamo perdere, conosco bene questo sport: chi vince ha sempre ragione. Mi ero accorto che per i miei compagni italiani non era così comune contestare l’autorità. Per quanto fossero esperti, nessuno si metteva a discutere con Sacchi, non a viso aperto.
Ma alla fine di una delle prime partite di quella prima stagione, ho deciso lo stesso di dire la mia, come ero abituato a fare in Olanda. Avevamo perso 2-0 in casa, contro la Fiorentina. Secondo me avevamo attaccato troppo poco, io e Ruud avevamo ricevuto pochi palloni dai centrocampisti. La stampa montò un caso enorme, era inconsueto che un giocatore mettesse in discussione pubblicamente il progetto tattico dell’allenatore.
Ma io alle discussioni ci ero abituato, gli olandesi sono comunque meno ossequiosi degli italiani. Poi ho capito che certe polemiche è meglio farle in privato, e quasi mai attraverso i media. Non che avessi cambiato idea, ma per il resto della stagione ho provato a concentrarmi soprattutto su me stesso, sul dolore alla caviglia, sull’operazione e sulla riabilitazione.
Alla fine, quando il Milan trionfò contro il Napoli, grazie a un Gullit scatenato che aveva messo in ombra Maradona, e si aggiudicò lo Scudetto del 1988, Sacchi fu ovviamente osannato per la sua rivoluzionaria «zona-pressing». Così vanno le cose. Allo stesso tempo avevo capito che nell’attacco del Milan sarei stato giudicato unicamente per i miei gol. Il resto non contava niente, perciò era importante che i centrocampisti mi servissero come si deve. Per segnare, un attaccante ha bisogno di palloni giocabili e del sostegno del centrocampo. E nei vari colloqui e nelle varie discussioni con Sacchi di questo non si parlava quasi mai. La cosa mi avviliva.
Dopo gli Europei dell’88 gli italiani iniziarono a guardarmi con occhi diversi. Ero contento dell’arrivo di Frank, speravo che avrebbe dato una spinta offensiva al gioco del Milan, e che con il suo contributo anch’io avrei potuto fare lo stesso col resto della squadra. Quando il ritmo era blando o non mi arrivavano palloni giocabili, me la prendevo con Frank e provavo a smuovere un po’ la situazione. Col tempo ha ammesso che quel metodo era l’unico che funzionava. Ma durante gli allenamenti Sacchi insisteva sempre sulla disposizione in campo o sul pressing in fase di non possesso, e si dava relativamente poca attenzione ai movimenti palla al piede.
A prescindere da questo, fra me e Sacchi mancò qualcosa a livello personale. Può succedere. Lui mi definiva lunatico, ricollegava il mio comportamento alle fasi lunari. Pensava fossi sfuggente, non capiva dove andassi a parare.
Per me, invece, Sacchi non era abbastanza diretto. Era sempre troppo morbido con le star della squadra. Per esempio, quando in allenamento andavo troppo piano, lui urlava a qualcuno dei più giovani: «Ehi, su, diamoci una mossa!». Ma in realtà ce l’aveva con me. Io preferisco il confronto diretto, sono per la schiettezza. Il mio rapporto con Mauro Tassotti è, a questo proposito, un buon esempio. Il primo anno mi sono trovato ad affrontarlo in allenamento, era un duello sul filo del rasoio. A un certo momento mi sono così irritato che gli ho mollato un pestone, che lui ha subito ricambiato. Il clima era arroventato, dopo un po’ ci siamo trovati faccia a faccia con i pugni serrati, pronti a colpire. Sacchi ci ha spediti entrambi negli spogliatoi a sbollire la rabbia. Dopo un po’ che eravamo lì seduti, su quelle panche di legno, ci siamo guardati in faccia e siamo scoppiati a ridere all’istante. Ci rendemmo conto di quanto fosse stata comica la situazione, eravamo due teste calde, due esaltati, e potevamo dircelo a vicenda.
Una cosa simile mi era già successa altre volte. In certi casi ho bisogno dello scontro prima di entrare davvero in contatto con qualcuno, prima di sentirlo davvero. Solo allora fra me e quella persona può nascere e crescere qualcosa. In quel momento con Mauro si creò un legame che col tempo si è solo rafforzato. Siamo rimasti buoni amici e ci vediamo regolarmente.
Con Sacchi non ho mai avuto un rapporto del genere, un confronto così schietto. Da lui potevi aspettarti garbo, gentilezza, ma soprattutto l’ennesimo sermone sugli schemi di gioco. Mai una volta che giocassimo una partitella in libertà, senza discutere di soluzioni tattiche, senza interruzioni. A volte avrei voluto semplicemente fare la mia partitella, a un calciatore serve anche questo.
Sacchi era completamente votato al suo gioco e al suo sistema, diventava maniacale. Stava a pensarci ogni giorno della settimana, nessuno escluso, anche di notte. Quando dormivamo in hotel prima di una partita, capitava che chi aveva la stanza vicina a quella di Sacchi venisse svegliato dalle sue urla: «Fuorigioco, fuorigioco» e altre frasi del genere. Succedeva ogni volta.
In entrambe le stagioni 1988-89 e 1989-90 arrivammo sul tetto d’Europa e vincemmo la Coppa Intercontinentale. Si può dire che in quegli anni eravamo a tutti gli effetti la squadra più forte del mondo.
Quando le cose iniziarono a peggiorare in seguito ai Mondiali del ’90, arrivarono anche le prime pressioni. Nel 1990-91 il Milan fece una brutta stagione, sembrava che la chimica fra allenatore e squadra fosse come svanita. E io non mi facevo problemi a dire la mia. Avevo ancora fame di vittorie, e dovevo liberarmi di tutto ciò che ostacolava il percorso verso la meta, perfino dell’allenatore, se necessario. Sono fatto così.
Nella primavera del 1991, quando Sacchi si è presentato con l’ennesima spiegazione non richiesta sullo schema tattico e sul ruolo che mi avrebbe assegnato, la bomba era pronta a esplodere. Ero completamente stufo. Il massaggiatore è stato l’unico testimone di quel confronto.
Ho interrotto il ragionamento di Sacchi, e senza farmi troppi scrupoli gli ho detto: «Mister, voglio che sia chiara una cosa. Tu continui a dire che siamo vincenti proprio perché abbiamo lavorato con te, io invece vorrei metterla diversamente. Non abbiamo vinto tutti quei premi perché ci sei stato tu, ma nonostante ci fossi tu».
Calò un silenzio di tomba. Sacchi mi guardò come se gli avessi conficcato un coltello nel cuore. Era scioccato. Uscì dalla stanza senza dire una parola. Col senno di poi avrei potuto comportarmi diversamente, esprimermi in un altro modo. Non si meritava quella pugnalata.
A quel punto Sacchi è andato da Berlusconi per comunicargli che non c’erano più le condizioni per lavorare con me e che avrebbe dovuto fare una scelta fra me e lui. Berlusconi scelse me. Io volevo rimanere a Milano, mi trovavo bene lì, e potevo giocare con i migliori al mondo. Insieme potevamo vincere ancora a lungo.
Fu così che Berlusconi ci portò Fabio Capello. Un allenatore inesperto, a dire il vero, ma pur sempre un ex calciatore, che in quel periodo faceva il commentatore sportivo per una delle reti di sua proprietà. Si rivelò un altro colpo di genio.
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