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Marco van Basten "Fragile": il Milan (2) - Barcellona si colora di rossonero 24 maggio 1989

 

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La folla si avvicinava sempre più al pullman nelle strade adiacenti a plaça de Catalunya. L’intera piazza era un mare di gente. L’autista cercava di farsi largo tra la massa di persone, ma a volte doveva aspettare che l’eccitazione passasse.

Ero seduto vicino al finestrino: dovunque mi girassi c’erano tifosi milanisti e bandiere rossonere, attraverso i vetri del pullman si sentivano i cori. Sapevamo che mezza Milano era partita per Barcellona, ma di trovarci di fronte a una folla così oceanica non se lo sarebbe aspettato nessuno. Il giorno prima, durante l’allenamento allo stadio, la situazione era sembrata abbastanza calma, solo gruppetti di tifosi milanisti qua e là. Ma una fiumana del genere era una cosa mai vista.

Sul pullman ogni tanto ci guardavamo tra di noi: come poteva andare male? Infatti c’era solo un rischio, di non arrivare in tempo al Camp Nou. Ma nessuno, tranne forse l’autista, era davvero preoccupato. Eravamo il Milan, a noi non poteva succedere niente.

Il giorno in cui ero arrivato al club rossonero, mi ero subito accorto che era un altro mondo, che tra Italia e Olanda il paragone fosse impossibile, anche dal punto di vista sportivo. All’Ajax il calcio era vissuto in modo più spontaneo. Era più un gioco. Ovviamente avevo potuto lavorare con Cruijff, un’esperienza unica, senza paragoni, ma per dedizione e serietà il calcio in Italia era più un mestiere, una professione vera e propria. Bastava già vedere quanto e con quale frequenza i giornali scrivessero di calcio, pur volendo era impossibile leggere tutto. Ci avevo rinunciato quasi subito, poco dopo il mio arrivo. Anche perché la stampa non si atteneva più di tanto alla verità. Avevo imparato velocemente le vie di fuga da Milanello, in modo da evitare i giornalisti. La stampa non faceva che distrarmi dal mio obiettivo: diventare un calciatore ancora migliore.

La nostra era una squadra di calciatori che amavano il pallone, con una dedizione incredibile, una cosa che condividevamo. Tutti volevano tirare fuori il meglio di sé. Giocatori come Baresi, Maldini, Tassotti e Costacurta, ma anche Donadoni, Evani e Massaro. E Carlo Ancelotti, che era arrivato dalla Roma. Erano tutti ragazzi che vivevano per il loro sport. Se mangiavano, era in funzione del calcio. Se riposavano, idem. Se parlavano, parlavano del loro sport. Ognuno era dedito alla causa e il mondo esterno era lontano, le influenze erano rare. E io mi sono calato in quella temperie culturale. Facevamo vita da professionisti al cento per cento e avevamo un unico obiettivo: vincere partite. Quello veniva prima di tutto. Credo che questo atteggiamento sia stato la forza del grande Milan.

Ero felicissimo di pensare soltanto al calcio, per me Milanello era il paradiso: cercare di migliorare sempre più, senza distrazioni e circondato da spiriti affini di quella caratura. Per me era la cosa più bella, specie quando dopo l’episodio della caviglia finalmente potei ricominciare con gli allenamenti e le partite.

In quella stagione avevo già segnato diciannove gol in Serie A e sette in Coppa dei Campioni, fino a quella sera a Barcellona.

Mentre dal finestrino osservavo la folla rossonera, mi resi conto che i tifosi del Milan avevano dovuto aspettare questa finale per vent’anni. Dal 1969, quando avevano sconfitto 4-1 l’Ajax di Cruijff e Piet Keizer, la situazione non era stata molto rosea. Per tutto quel tempo i tifosi si erano dovuti accontentare dei ricordi del glorioso Milan degli anni Cinquanta e Sessanta, con il grande Gianni Rivera.

Negli anni dell’Ajax di Cruijff, e poi del Bayern e del Liverpool, il calcio italiano era diventato sempre più marginale, anche perché le frontiere erano chiuse. Ma quando, con i miei genitori, andavo in vacanza sul lago di Garda, sentivo solo parlare di Milan, Inter e Juve. La Serie A in Olanda non era molto conosciuta, ma sul lago di Garda mi rendevo conto che il calcio era argomento quotidiano.

Da quando Maradona aveva fatto vincere lo Scudetto al Napoli, tutti gli occhi erano di nuovo puntati sull’Italia. E le frontiere erano state di nuovo aperte: dal 1987 i club italiani potevano acquistare calciatori dai campionati esteri e schierare due stranieri, dal 1988 tre. Silvio Berlusconi aveva anticipato i tempi: nel 1986 aveva comprato il Milan spinto da una gigantesca ambizione, che alimentava con acquisti mirati. Aveva ridato speranza ai tifosi dopo tutti quegli anni di vacche magre e voleva far diventare il Milan la squadra migliore non solo d’Italia, ma del mondo.

Su quel pullman mi resi conto che Berlusconi aveva comprato il Milan solo da tre anni, e che a un tifoso rossonero fino a poco tempo prima una cosa del genere sarebbe sembrata impossibile. Che quella sera, il 24 maggio 1989, saremmo potuti diventare la squadra migliore d’Europa. Quindi, per i tifosi, restarsene a casa a Milano era impensabile.

Era stato un anno clamoroso. Dopo gli Europei in Germania Ovest ero tornato a Milano con uno status completamente diverso. Avevo anche appena ricevuto il Pallone d’Oro, davanti a Ruud Gullit e Frank Rijkaard, che avevano vinto rispettivamente quello d’argento e quello di bronzo. Tutti gli occhi erano puntati su di me, ma la pressione che mettevo a me stesso era ancora maggiore. Il primo anno al Milan l’avevo comunque considerato un anno perso, quindi adesso ero convinto di dover dimostrare di cosa fossi capace.

La stagione 1988-89 doveva diventare la mia stagione. La bella notizia era che quell’estate Frank Rijkaard era arrivato al Milan.

Arrigo Sacchi, durante l’anno, mi aveva chiesto almeno cento volte cosa pensassi di lui. La stagione altalenante di Frank, e il fatto che avesse firmato due contratti contemporaneamente, faceva dubitare Sacchi, ma a un certo punto mi stufai. Ogni volta gli rispondevo che era stato un ottimo acquisto, ma quante volte avrei dovuto ripeterlo? Per fortuna la decisione era stata presa, al Milan avevamo bisogno di un centrocampista come lui. Secondo me Sacchi aveva un buon assetto difensivo, ma davanti era Gullit che correva per due. Pietro Paolo Virdis, avanzato accanto a Ruud, correva molto meno. Io ero molto contento dell’arrivo di Rijkaard, che avrebbe decisamente contribuito alla nostra fase di attacco, specie se affiancato ad Ancelotti.

Il pullman procedeva ancora a rilento, ma ormai eravamo arrivati nelle vicinanze dello stadio che, da quanto avevamo sentito, sarebbe stato completamente riempito dai tifosi milanisti. Questo dipendeva anche dalla squadra avversaria, la Steaua Bucarest: all’epoca c’era ancora la Cortina di ferro e solo a pochi era concesso di varcare la frontiera. Per questo i romeni avevano restituito alla UEFA quasi tutti i biglietti a loro assegnati, che successivamente erano stati distribuiti tra i tifosi del Milan. Nonostante la finale si giocasse a Barcellona, a mille chilometri da Milano, era scattato un vero e proprio esodo. I tifosi erano arrivati in macchina, in aereo, in treno e in pullman. Non ci si aspettava più di mille romeni, il resto sarebbero stati milanisti. Più di centomila spettatori nel più grande stadio d’Europa.

Cercavo di immaginarmi il clima che ci sarebbe stato. Un San Siro tutto esaurito era già impressionante, ma questa volta l’atmosfera sarebbe stata all’ennesima potenza. Al secondo turno con la Stella Rossa era quasi finita male, a San Siro si era conclusa 1-1.

A Belgrado, il 7 novembre, avevamo avuto la fortuna che la partita era stata sospesa per nebbia sull’1-0 per la Stella Rossa. La UEFA aveva deciso di far rigiocare l’incontro il giorno dopo, a partire dallo 0-0. Una vera fortuna. Ted Troost era stato imbarcato su un aereo dall’Olanda per rimettere Ruud subito in forma. Nei tempi regolamentari avevo segnato il gol del pareggio e, alla fine, vincemmo ai calci di rigore.

Dopo la partita contro il Werder Brema nei quarti di finale, che vincemmo grazie a un rigore da me trasformato, avremmo incontrato il grande Real Madrid, all’epoca allenato da Leo Beenhakker. In Spagna ci eravamo fermati sull’1-1, ma il ritorno a San Siro fu una serata storica, un vero e proprio show. Vincemmo 5-0, con gol di Frank, Ruud e mio, e di Ancelotti e Donadoni.

Era una sensazione pazzesca far parte di una squadra tanto forte, che poteva mettere alle strette gli avversari in quel modo, anche quando non avevamo la palla. Dopo due stagioni avevamo affinato sempre più questi automatismi. Certo, il sistema di Sacchi era solido, ma alla fine era decisiva la qualità dei giocatori. Il trionfo sul Real in un San Siro in visibilio ci aveva dunque portato a Barcellona, a questa finale.

Era stato un tragitto pazzesco, dall’Hotel Ritz al Camp Nou. Sul volto dei giocatori si leggeva la sorpresa. Non era normale, si era diffusa spontaneamente la sensazione di essere imbattibili, la consapevolezza che quella sera sarebbe dovuto succedere davvero qualcosa di clamoroso per non farci vincere. Quando mettemmo piede su quel campo, provammo di nuovo quella sensazione travolgente.

Tutto lo stadio si era colorato di rossonero, c’era un clima di esaltazione generale. Ancelotti disse: «Può succedere di tutto nella vita, ma qui non possiamo perdere».

Era chiaro che questa finale doveva dare lustro alla nostra stagione. L’eliminazione ai primi turni dalla Coppa Italia non pesava più di tanto, ma nella lotta per lo Scudetto avevamo ceduto il passo all’Inter, i nostri peggiori rivali.

Dal primo secondo conducemmo il gioco. La forza di quella squadra era che ci miglioravamo a vicenda. Donadoni fece una gran partita, Gullit giocò alla grande, così come Baresi, Rijkaard, Maldini e Tassotti. In effetti quel giorno eravamo tutti al meglio. Alla fine non fu nemmeno una vera partita, si era capito fin dall’inizio che avremmo dominato. L’1-0 di Ruud fu un tocco vincente dopo un pasticcio degli avversari in area, ma gli altri tre gol furono davvero belli. Quel tiro al volo di Ruud dai sedici metri. Pura classe.

Il secondo gol, il mio primo, fu quel colpo di testa. Anticipai il mio marcatore, e con uno stacco aereo insaccai il pallone nell’angolo sinistro, in diagonale. Paf! e dentro. Il suggerimento di Tassotti fu davvero invitante.

Nella ripresa segnai anche l’ultimo gol della partita, dopo un bel passaggio di Rijkaard. Sbucai alle spalle del mio uomo e col sinistro centrai il secondo palo: 4-0.

Alcuni hanno poi affermato che gli avversari si erano venduti la partita. I romeni non navigavano nell’oro e quel 4-0 in una partita del genere sembra davvero strano, ma era assolutamente una sciocchezza. In quel momento noi eravamo fortissimi, tutti affamati di vittoria. E poi con quei tifosi.

Ovviamente anche Berlusconi scese in campo, questa era la sua squadra. Era stata una sua idea e adesso eravamo i migliori d’Europa. Era una grande soddisfazione per lui, perché, oltre a essere presidente, era un vero tifoso milanista. Era orgogliosissimo quando lo abbiamo preso sulle spalle e in seguito avrebbe detto che quella era stata una delle più belle serate della sua vita. L’ho trovato toccante, significativo della sua passione e determinazione. Abbiamo festeggiato fino a notte fonda a Barcellona, che per una volta si era tinta di rossonero.

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