letture rossonere

 

A domani!

Marco van Basten "Fragile": la Nazionale (1) - «L’ottavo giorno Dio creò Marco» Europei 1988

 

Capitoli precedenti: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19

 

mvb

A duello con Johan

Ci andava giù pesante, stava diventando quasi un corpo a corpo. Mi appoggiavo a lui con la spalla sinistra, mentre tenevo la palla al sicuro sotto il destro. Prima ha finto di attaccarmi da sinistra, ma quando ho provato a difendermi non ho trovato l’appoggio del suo corpo. Nel frattempo si era spostato a destra, e si allungava per toccare il pallone, che invece mi restava incollato al piede. Nonostante la sua astuzia non riusciva a rubarmelo. Allora è scoppiato a ridere, e ha detto: «Stai tornando in forma».

Eravamo a Olympiaplein, in un grigio pomeriggio di metà febbraio 1988. Stavo recuperando dopo il pesante intervento di novembre alla caviglia, eseguito dal dottor Marti. Passati tre mesi, il fisioterapista Reinier van Dantzig mi aveva finalmente dato il via libera per toccare di nuovo il pallone. Ero appena arrivato da Milano, mi aveva dato la buona notizia subito dopo il controllo. Sia io che il Milan eravamo stanchi di aspettare, ma il monito dell’anno prima suonava forte e chiaro: mai scherzare col dolore. Recuperare era la priorità.

Ora però, secondo Reinier, potevo provare qualche uno contro uno. Non mi sono fatto pregare, e dal suo studio ho subito composto il numero di casa di Cruijff, a Vinkeveen. Johan si era dimesso dall’Ajax un mese prima. È salito in macchina all’istante, d’altronde adesso aveva un bel po’ di tempo libero. Nemmeno un’ora dopo eravamo sul campo bagnato dell’AVV Swift col pallone fra i piedi. Piovigginava, ma è stato un vero spasso. Abbiamo cominciato con dei tocchetti, ma il ritmo diventava a mano a mano più intenso. Proprio un duello esaltante. Era bellissimo, tornare a calciare un pallone in quel modo, senza troppi pensieri. Il bello di Johan era anche questo, che non si tirava mai indietro. Non aveva rinunciato al ragazzo che era in lui. Gli leggevi in faccia che si stava divertendo.

Reinier era rimasto lì a guardare. La caviglia aveva retto bene, anche se avremmo dovuto aspettare il giorno dopo per esserne certi. In ogni caso, aveva riacceso le speranze di poter rientrare al Milan. Magari quest’anno avrei fatto qualche comparsata, ma ero già concentrato sulla prossima stagione. Questa ormai era perduta.

La caviglia aveva sopportato il primo test, era già un traguardo. Il dottor Marti aveva insistito: «Non devi forzare!», ma quel martedì pomeriggio trascorso ad Amsterdam a giocare con Johan era bastato a farmi felice. Stavo tornando. Quel giorno non ho mai pensato agli Europei, neanche per un istante.

Risveglio su un pianeta sconosciuto

Strano ma vero, nella notte fra il 19 e il 20 maggio 1988 mi sono ritrovato disteso su un materasso appoggiato sopra una scrivania, nei locali di un ospedale di Milano. Ero reduce da una serata assurda: avevo perso momentaneamente la memoria a breve termine, dopo che il portiere del Real Madrid mi aveva colpito in pieno uno zigomo durante un contrasto. Si trattava di una partita amichevole. Dopo aver vinto lo Scudetto, il Milan voleva misurarsi con i campioni di Spagna per capire a che punto fosse a livello europeo. Nelle settimane precedenti avevo finalmente accumulato un po’ di minuti. Ero tornato in campo per la prima volta il 10 aprile, durante la partita contro l’Empoli.

Nelle ultime due giornate di campionato avevo fatto la riserva. La formazione era ben rodata, per cui non c’era motivo di fare sostituzioni, ma ero comunque riuscito a entrare in alcune occasioni, compresa la trasferta decisiva contro il Napoli di Maradona, quando avevo segnato su assist di Ruud. Ma sentivo che non era il mio campionato. Il mio scopo adesso era un altro. Ogni scampolo di partita era importante, dovevo riprendere il ritmo se volevo farmi trovare pronto dopo l’estate. Avevano visto ancora troppo poco, lì al Milan, ma per fortuna Ruud catalizzava l’attenzione su di sé. D’altronde quello Scudetto era davvero merito suo.

L’operazione allo zigomo fratturato la feci ad Amsterdam, cinque giorni prima dell’inizio della preparazione per gli Europei. Mi presentai al ritiro della Nazionale olandese a Noordwijk con la faccia parecchio malconcia. Un bell’ematoma all’altezza dell’occhio sinistro, ogni giorno di un colore diverso dell’arcobaleno: ecco il mio biglietto da visita.

Il 1° giugno, undici giorni prima degli Europei, giocammo un’amichevole di preparazione all’Olympisch Stadion, contro la Romania. Entrai dopo sessanta minuti, al posto di Van ’t Schip. Giocavo ala sinistra. Vincemmo 2-0, ma non fui di grande sostegno alla squadra. Michels perseverava con John Bosman prima punta e Gullit alle sue spalle. D’altronde quei giocatori gli avevano garantito la vittoria nella corsa agli Europei, dunque perché cambiarli?

Al termine della partita, appena uscito dallo stadio incontrai Johan. Mi prese da parte e mi parlò piuttosto chiaramente. «Non devi farti sfruttare da Michels, tu non sei un’ala sinistra. Devi stare davanti, altrimenti è meglio che rimani a casa.» Provava a farmi ragionare: «Perché ti ha messo a sinistra? E tu, perché gli dai retta? Lo sai che sei un attaccante, no? Sei l’attaccante più forte di tutti. Che intenzioni ha quel Michels? Se fossi in te, non correrei il rischio. Se inizi a giocare ala e le cose vanno male, ti beccherai un mucchio di critiche».

Non diceva fesserie, il suo discorso mi dava da pensare. Ma avevo appena passato sei mesi senza poter fare nulla. Con tutti gli sforzi che avevo fatto per rimettermi in forma, la nuova stagione sarebbe stata certamente migliore. Questo era il mio obiettivo principale, a prescindere dal resto.

Gli risposi: «Il tuo discorso è giusto, capisco cosa vuoi dire. Ma sono troppo felice di essere tornato a giocare, e ogni occasione che ho di allenarmi o di scendere in campo può solo tornarmi utile per la prossima stagione. Al Milan dovrò dare il meglio perché gli sono debitore, dopo un’annata così».

In quei giorni, prima del torneo, il pensiero di giocare o meno agli Europei non mi tangeva più di tanto. Volevo solo rimettermi in sesto. Con quello spirito salii sul pullman diretto in Germania Ovest.

In ritiro

La settimana prima degli Europei mi ero allenato in tutta tranquillità. Nessun problema. Facevamo varie partitelle fra titolari e riserve, dieci contro dieci, o undici contro undici. La cosa curiosa era che la squadra delle riserve, in cui giocavamo io e Kieft, vinceva quasi sempre. Era un po’ strano, e anche Michels iniziava a farci caso.

Parallelamente facevo degli allenamenti extra, con Bert van Lingen e Monne de Wit, il fisioterapista. Volevo macinare più chilometri possibile, perché sentivo di dover ancora recuperare la condizione. Perciò, quasi ogni pomeriggio, dopo la sessione di gruppo del mattino, continuavo ad allenarmi per conto mio. Ovviamente davo nell’occhio, se n’erano accorti tutti, sia gli altri giocatori che il commissario tecnico. Li sentivo dire: «Certo che ne ha di voglia».

Ed era vero. Avevo la mente sgombra e zero aspettative, non ero tanto preso dagli Europei. D’altra parte, in attacco giocava Bosman, non io. Volevo esclusivamente tornare in forma, ero in ritiro ma per modo di dire.

Poi, però, c’è stata la sfida con l’Unione Sovietica. Ero in panchina, la squadra stava andando bene ma ci mancava un pizzico di fortuna. Sono entrato a mezz’ora dalla fine, giocando discretamente, ma senza riuscire a fare gol. A differenza dei russi. Una falsa partenza.

Allora Michels decise di stravolgere la formazione. Ha abbandonato il 4-3-3, a favore di un classico 4-4-2, tenendo Schip e Bosman in panchina, e inserendo Erwin Koeman. Durante le qualificazioni Michels aveva sempre giocato con Bosman e Gullit, ma quella batosta aveva cambiato tutto. Dovevo averlo convinto, forse anche in quell’ultima mezz’ora contro l’Unione Sovietica, ma più che altro in allenamento, perché mi aveva messo titolare. In attacco.

Titolare

Michels aveva inserito il mio nome nell’undici che avrebbe affrontato l’Inghilterra. In quel momento ho capito che si iniziava a fare sul serio. Non era più una specie di ritiro, stava iniziando il mio Europeo. Il mio nome su quel foglio era stato una specie di miccia, aveva creato nuove scintille. Avevamo perso la prima partita e la tensione era al massimo. Era il momento di agire.

Poter giocare la fase finale di un torneo giustifica tutti gli sforzi di una stagione. Giustifica gli allenamenti più duri, le tante partite disputate. È qualcosa di imprevedibile, e per questo crea sempre un po’ d’ansia. Ma è un’ansia necessaria, produttiva, che ti rende eager, avido di vittorie. Un professionista deve darsi la carica prima di ogni partita, e col tempo capisce come affrontare al meglio questo processo. Ognuno ha il suo modo, non ci sono manuali.

Spesso mi capitava di agitarmi prima di una partita importante. Era come se la stessi già vivendo nella mia testa, come se la visualizzassi in anticipo. Il trucco era «starci lontano» e prenderne le distanze quanto più possibile. Nonostante le partite vadano pur sempre preparate. Un bel dilemma, come fa uno a rilassarsi, a trovare un po’ di pace?

Un mazzo di carte e qualche battuta con Schip erano sempre di grande aiuto. Poi un pisolino il pomeriggio. Basta distrarsi, ognuno a modo suo.

C’è chi legge un libro, chi invece vuole fare casino. In quelle situazioni io tendevo ad appartarmi, a stare per conto mio, perché volevo prepararmi a puntino e non lasciare nulla al caso.

Quando la tensione non è al massimo può non essere un buon segno, vuol dire che manca ancora qualcosa. Ma a volte, al contrario, ero fin troppo teso e mi prendevano i crampi. Restava poco da fare, diventavo inservibile. C’è chi riesce e continua a giocare, ma io no. Chiedevo il cambio e fine della storia.

Ora mi aspettava l’Inghilterra. Era tanto che non facevo una partita da titolare. Quel pomeriggio non sono riuscito a dormire. E sapevo che gli occhi erano tutti puntati su di me.

Uno che sapeva come affrontare questo genere di situazioni era Ted Troost, l’aptonomo. Era capace di sciogliere ogni tensione, massaggiandoti risolveva ogni affaticamento. Tornavi fresco come una rosa. Non dovevi dirgli nulla, lui intuiva qual era il problema e come agire, dopodiché potevi dormire sonni tranquilli.

Ero entrato in contatto con lui quando ero al Milan, tramite Ruud. Lavorava anche con altri giocatori dell’Olanda, ma durante gli Europei gli era stato proibito di venire al nostro hotel. Era stato Frits Kessel, il medico della Federazione, a opporsi. Probabilmente pensavano che Ted fosse una figura un po’ ambigua, una sorta di stregone, estraneo al circuito ufficiale. Non volevano che la stampa fiutasse la cosa, il rischio era che i giornali e le tv iniziassero a bombardare Kessel di domande. Com’è la faccenda? Qual è esattamente il ruolo di Ted Troost? Fa parte dello staff medico? Non proprio ciò che la Federazione voleva sentirsi dire in quel momento.

Ted dormiva in un albergo vicino al nostro. Con un gruppo di altri calciatori siamo andati a trovarlo e lui ci ha sottoposti, a uno a uno, al suo trattamento. Gullit, Van Breukelen e io. Due anni più tardi, durante i Mondiali del 1990, Rinus Michels era membro del consiglio tecnico della Federazione. Quando si accorse che Troost stava entrando nell’hotel della Nazionale, chiuse gli occhi, quasi platealmente, come a dire: «Io non ti ho visto. Ma a quanto pare hai un qualche talento che è d’aiuto ai nostri giocatori, quindi non farò storie. Hai la mia benedizione».

Ted è uno fuori dal comune, una persona molto particolare, che in quel momento ha fatto ciò che mi serviva a gestire al meglio la tensione, a rilassare il fisico. Per me l’importante era quello, che funzionasse. Tutto il resto, tutto quel polverone, non era affar mio. Una volta ho detto, a mo’ di provocazione: «E allora? Se volesse sedersi sopra di me non avrei nulla in contrario. Basta che mi senta meglio».

Essere abbastanza riposato, a ridosso della partita con l’Inghilterra, è stato senz’altro d’aiuto. Ruud era chiaramente stanco, con una lunga stagione alle spalle. Io invece no, ero fresco, come nuovo. Avevo dovuto aspettare otto mesi per poter tornare a giocare a calcio. Perciò sì, avevo una certa voglia.

Questione di millimetri e «gioia oceanica»

Con il primo gol contro l’Inghilterra scaricai una tensione gigantesca. Si vede dal modo in cui esulto, fu una liberazione. Dopo la prima sconfitta, eravamo molto nervosi, e gli inglesi avevano appena avuto due occasioni da gol. Era il momento giusto.

Posso pure aver dimenticato la sensazione fisica di quel gol, ma è come se continuasse a replicarsi sotto i miei occhi. Credo sia rimasto impresso nella retina di molte persone. Gullit che fugge sulla sinistra e scarica al centro con l’esterno destro, al che io ricevo di sinistro, spalle alla porta. La palla resta lì. Il difensore, Tony Adams, è proprio dietro di me. Ma ecco che, con uno scatto, mi giro sul posto. Ora sono di fronte alla porta, e con un tocco sotto mi sposto il pallone sul sinistro, fuori dalla portata di Adams. L’intervento di un secondo difensore sporca leggermente il mio tiro, spiazzando il portiere e indirizzando il pallone nell’angolo lontano.

È semplice intuito, in certi casi non conta nient’altro. Che sia Tony Adams o qualsiasi altro giocatore a pressarmi alle spalle, finisco inconsciamente per memorizzarne la postura e i movimenti. Poi è automatico, mi viene da dribblarlo. Basta un niente perché il mio fiuto abbia la meglio.

Ad altissimi livelli la differenza fra attaccante e difensore è minuscola, impercettibile ma determinante. Uno dei due sarà di un nanosecondo più veloce dell’altro, nonostante provino a esserlo entrambi. Leggermente più veloce, o leggermente più tecnico, la scena è sempre questa. A volte uno dei due è messo meglio dal punto di vista fisico o motorio. Magari il divario è minimo, quel tanto che basta a fare la differenza: segnare o fallire. Sono i dettagli che contano. La qualità della tecnica o della visione di gioco, la velocità di reazione. Quando il primo colpisce la palla, sposta il piede in avanti di mezzo millimetro. Il secondo la tocca tre millimetri più in là, tre millimetri fatali. Il primo scatta un quarto di millisecondo in anticipo e riesce a intervenire per tempo, l’altro è in ritardo di quella frazione di secondo che lo porta a fallire. A certi livelli, come agli Europei, sono questi i particolari decisivi.

Quella sera ho segnato tre gol all’Inghilterra. Il massimo della felicità. In quel momento hai fatto quello che vogliono tutte quelle magliette arancioni. Sentire il boato dello stadio e la gente che dà di matto, un paese intero fuori di testa. Mi è capitato di definirla «una gioia oceanica». Ogni gol è sempre un’esplosione di gioia, ma in uno stadio così pieno è come decuplicata. Se pensi che la partita è vista anche in tv, allora è centuplicata, e ti annulla.

Dei miei tre gol contro l’Inghilterra, il primo è stato il più liberatorio. Il secondo una sorta di conferma. Il terzo rasentava l’impossibile.

Veleno sui tedeschi

Prima della semifinale di Amburgo contro la Germania Ovest ci eravamo spostati in un altro hotel. Cambiare contesto fa sempre bene.

C’era molta tensione per la partita contro i tedeschi. Per alcuni non era una semplice partita. Qualcuno aveva rievocato addirittura la Seconda guerra mondiale, oltre che il 1974, naturalmente. A me non importava nulla di quel sentimento antitedesco, non mi sembrava c’entrasse niente con la mia generazione, con il modo in cui eravamo cresciuti. Sapevamo tutti cosa fosse successo: noi, però, giocavamo a calcio, nulla di più.

E quando giochi contro il paese ospitante, che è allo stesso tempo il favorito per la vittoria finale, sei ancora più motivato. Van Breukelen era completamente senza freni, provava a coinvolgere chiunque, come quando urlò chissà cosa all’orecchio di Frank Mill. Ma anche quelle esagerazioni facevano parte del gioco.

Fino all’intervallo avevamo avuto un po’ troppo rispetto per la Germania Ovest. Avevamo lasciato loro gestire la partita, e così avevano avuto un paio di buone occasioni. Nel secondo tempo ci siamo trovati a inseguire, dopo quel rigore ingiusto, poi però abbiamo assunto l’iniziativa e ci siamo ripresi. Io, Koeman, Rijkaard e Van Breukelen abbiamo dato una bella scossa alla squadra. Avevamo il dente avvelenato, e attaccavamo a più non posso. Il rigore a nostro favore era dubbio quanto quello dei tedeschi, in seguito lo avrebbe ammesso anche l’arbitro, ma Koeman ormai aveva segnato. Eravamo sull’1-1.

Abbiamo iniziato a dominare. Si percepiva che sul campo eravamo più forti, che in quel momento stavamo surclassando i tedeschi, ma il risultato era ancora in parità. Poi è scoccato l’ottantanovesimo minuto. Da diversi compagni potevo aspettarmi un bel lancio: Mühren, Rijkaard e Van ’t Schip, e perché no, anche Jan Wouters, che capiva sempre come servirti bene la palla. Non a caso il passaggio fu ottimo. Per intercettarlo mi sono lanciato in scivolata, con il tempo giusto. Sono riuscito a colpire di punta, con tutta la forza che avevo, e come per miracolo il pallone si è insaccato in diagonale nell’angolo lontano.

Un gesto davvero degno di nota è stato quello di Franz Beckenbauer, il commissario tecnico della Germania Ovest, che alla fine della partita è venuto nel nostro spogliatoio a congratularsi. «Bella partita, complimenti.» Mi ha davvero stupito. Certo, avevamo giocato bene, ma non è da tutti.

Quella sera, ad Amburgo, siamo andati a far festa, anche se dovevamo tenerci a freno. C’erano anche le nostre ragazze e abbiamo ballato insieme. In quel momento sono arrivate le prime immagini dall’Olanda. Il paese era andato fuori di testa, avevamo sprigionato qualcosa di incredibile. Molta gente aveva vissuto la partita contro la Germania Ovest come una vera e propria finale, anche Michels lo ha ripetuto più volte negli anni. Ma per me la finale è stata quella soltanto.

Un regalo di Dio

Con la Germania Ovest era andata bene, ma io volevo il titolo. Avevamo ancora un conto in sospeso con l’Unione Sovietica dopo quella sconfitta in apertura del torneo. Nei giorni che hanno preceduto la finale continuavo a ripetere: «L’Olanda è arrivata seconda troppe volte, ora è il momento di vincere». Sentivamo di avere un’enorme occasione per fare la storia.

Il 25 giugno 1988, due ore prima della finale, stavamo passeggiando sul campo dell’Olympiastadion di Monaco. Lo stesso in cui l’Olanda aveva perso nel 1974 una finale dei Mondiali che avrebbe meritato di vincere. Anche allora era Michels ad allenare la Nazionale. C’era uno striscione sugli spalti che diceva: L’OTTAVO GIORNO DIO CREÒ MARCO.

Alle tre e mezzo l’arbitrò fischiò il calcio d’inizio. Fu una partita altalenante fino alla mezz’ora, quando vidi quel pallone spiovere dall’alto. Avrei potuto colpire direttamente a rete, ma passarla di testa a Ruud mi sembrò l’opzione migliore. Lui la scaraventò in porta con potenza, 1-0.

Il secondo tempo era iniziato da meno di dieci minuti quando Arnold Mühren fece partire il cross. Arnold era un mancino di indubbio talento, elegante e raffinato, ma quel lancio non fu un granché. Anzi, sembrava una palla persa. Tuttavia, doveva essere proprio la mia giornata di grazia.

Mentre il cross attraversava l’area pensai: ok, basta, ora tiro una bomba, sono troppo stanco per fare qualsiasi altra cosa. Vediamo come va a finire. Il pallone è volato in rete da un’angolazione impossibile, superando Rinat Dasaev, che in quel momento era il portiere più forte del mondo: 2-0.

A volte capita di fare certi gol. Ti prepari a calciare, provi a mirare verso la porta, ma poi, che tutto riesca alla perfezione…

Dopo che il pallone si è insaccato in rete resto totalmente incredulo. Cristo santo, cos’ho fatto? Me lo si legge in faccia mentre rientro nella mia metà campo. Non riesco a crederci. I miei compagni continuavano a chiedermi: «Ma era impossibile, come hai fatto?». Non ne avevo idea.

Da un punto di vista tecnico, la cosa strana di quel gol la fa il mio piede destro, che già da tempo non era più in condizioni ottimali. A partire dal novembre dell’87, da quando ero stato operato, le bende strette alla caviglia mi limitavano nei movimenti. Non avrei più potuto colpire una palla del genere con tutta la forza, non mi muovevo liberamente. È probabile che, con una caviglia sana, non avrei mai segnato in quel modo.

Alla fine dei conti quella è stata una specie di «compensazione divina» per tutto ciò che mi era capitato alla caviglia. Voglio credere che sia così, un modo per bilanciare sofferenza e gioia. Con quel gol Dio si era come sdebitato.

La tensione tornò a salire quando ci fischiarono un rigore contro, ma Van Breukelen parò il tentativo di Igor Belanov. Mezz’ora dopo il signor Michel Vautrot fischiò la fine. Ce l’avevamo fatta. Campioni d’Europa.

Un eroe in calzini

Al termine della partita portammo Michels in trionfo. Io ero un po’ su di giri, così gli tolsi una scarpa mentre se ne stava lì su. Ero curioso di vedere come avrebbe reagito, che effetto gli avrebbe fatto. Il grande Rinus Michels. Quando lo mettemmo giù, si ritrovò con una scarpa e un calzino. Proprio uno scherzo idiota, eheh, in effetti avrei dovuto sfilargli anche quello.

Michels aveva molte qualità. Aveva organizzato quel ritiro alla perfezione, e sapeva tenere alto l’umore del gruppo. Riusciva a metterci al nostro posto, quando serviva, anche perché era un ottimo oratore. Lo consideravamo una personalità, mettiamola così, e inoltre era un uomo di una certa età, il che incute rispetto. Come allenatore aveva raggiunto diversi traguardi, sia con l’Ajax che con il Barcellona, perciò era un uomo navigato, e si vedeva.

Ma se si parla di tattica, be’, nemmeno l’ombra. Da lui non ne ho mai sentito parlare, neppure in seguito. Ci faceva fare quelle partitelle, undici contro undici, oppure dieci contro dieci. E non diceva granché. Se ne stava lì, e guardava.

Michels puntava alla vittoria. Non pensava troppo al bel gioco, ma a battere l’avversario. Nelle ultime due competizioni internazionali avevamo mancato la qualificazione, perciò lui puntava su un calcio concreto, senza troppi fronzoli. La squadra stava diventando sempre più forte, e il gruppo aveva preso fiducia. Avevamo giocatori di alto livello nei ruoli strategici, per esempio Koeman, Rijkaard, Wouters, Gullit e io. Un buon giocatore messo nella giusta posizione non può non giocare bene, e Michels è riuscito a fare questo.

All’esordio contro i sovietici era partito con il 4-3-3, ma subito lo aveva accantonato. Eravamo passati al buon vecchio 4-4-2, con Ruud che fungeva da fantasista, e io in attacco.

Ci è andata di lusso, va detto. Intanto contro l’Inghilterra, dopo quella deviazione involontaria di Koeman. Oppure quando Glen Hoddle ha preso il palo su punizione, e il pallone ha attraversato tutta la porta passando alle spalle di Van Breukelen. Nel match d’esordio avevamo avuto sfiga, mentre contro l’Irlanda ci è andata bene. Quando Kieft ha segnato ero in fuorigioco, per dire. Eravamo partiti bene, poi gli irlandesi ci hanno messo in difficoltà. Siamo stati fortunati.

Anni dopo Michels ha scritto un libro sul calcio e sulla sua vittoria dell’88. Da un punto di vista tattico non era un granché, ai miei occhi Cruijff era l’unico competente in materia, non aveva rivali. Michels aveva più l’aria del direttore, era un bravo selezionatore.

Successo internazionale

Fa specie che nel pieno dell’euforia per la vittoria degli Europei io già sentissi il bisogno di ridimensionarla. Dopo neanche un’ora dal fischio finale ho esclamato: «Non esageriamo, fra una settimana ci rivediamo tutti in fila al supermercato». Era un modo per smorzare i toni entusiastici, anche se il meglio doveva ancora venire, con il giro d’onore nei canali di Amsterdam e la visita alla regina.

Lo stesso valeva per il gol della finale. Volendo avrei potuto sbizzarrirmi coi racconti. Per puro caso, cinque mesi più tardi abbiamo giocato un’amichevole proprio contro la Germania, e a mo’ di battuta mi sono detto: «Fagliene un altro». Il pallone dev’essere uscito di non so quanti metri.

Provare a spiegare i successi di quell’annata non è così facile, forse perché, in fondo, non sono spiegabili. Certe cose succedono e basta. Ti ammazzi di lavoro, ma a volte non è sufficiente, se sei un calciatore professionista e, di colpo, ti capita una chance di quelle dimensioni. Ti viene l’ansia, ma devi farci i conti.

Per la prima volta ero sul gradino più alto, tutto il mondo mi guardava e io l’ho lasciato fare. Avevo fatto la differenza in più di un’occasione, non ci credevo neanch’io, improvvisamente erano tutti curiosi: ma come fai, dov’è il trucco?

Era qualcosa di inspiegabile. Nell’88 tutto si era incastrato alla perfezione, in maniera casuale. Per esempio, nel Mondiale del ’90 nulla si era incastrato, quando teoricamente ero più in forma che nell’88. Non funziona in maniera automatica, della serie «se mi impegno andrà sicuramente bene», certe cose sono imprevedibili, imponderabili.

Può darsi che ci sia un qualche aspetto positivo nel mio carattere, che fa sì che le cose vadano per il verso giusto. Quando mi concentro su un obiettivo con tutto me stesso, riesco quasi sempre a metterlo a fuoco: è la capacità di isolarmi da ciò che ho intorno, nonostante sia in ansia esattamente quanto gli altri.

Funziona allo stesso modo nel golf. Se devo mandare la palla in buca, mi agito come chiunque altro, me ne sto lì tremante in attesa del colpo decisivo. Ma è proprio in quei casi che riesco a isolarmi, a non andare nel panico. Tecnicamente, quel punto potrebbe farlo chiunque, ma mentalmente è un’altra storia. Mi isolo e penso: questo è l’unico punto importante. Dopodiché mando la palla in buca, a prescindere da qualsiasi cosa stia accadendo intorno a me. Poi torno a guardare avanti. Bisogna, se così si può dire, resistere ad ansie e incertezze, e fare ciò che va fatto. Certo, è una battaglia continua, ma è anche una questione di mentalità. Eyes on the prize.

Secondo me è sempre chi è più preparato mentalmente a emergere, a vincere più degli altri. Gente come Roger Federer, campioni come lui. Federer che può anche commuoversi dopo una finale del Grande Slam, e lo capisco, perché sa cosa si prova quando sfuma una grande occasione. Un insuccesso non è mai facile da superare sul piano mentale. È una battaglia, che però ti forgia nell’affrontare le tue incertezze. Federer riesce ogni volta a rialzarsi, e spesso anche a vincere, e, dopo una finale di cinque ore, a volte un pianto liberatorio è importante per scaricare tutta la tensione mentale.

Quella volta che Federer scoppiò in lacrime dopo la sconfitta nella finale degli Australian Open del 2009, ne parlarono tutti. Ma io sapevo benissimo cosa stesse provando, all’epoca gli ho anche scritto una breve mail per tirarlo su di morale, per dirgli che lo capivo. Pensavo potesse fargli piacere.

Il mio Europeo era stato una specie di vittoria di un Grande Slam dopo cinque set e cinque ore di partita. Una vera liberazione. Tra l’altro, era successo tutto in maniera inaspettata, alla fine avevo giocato quel torneo come mai mi sarei sognato. Avevo segnato cinque gol, di cui tre decisivi.

Parlando francamente, la sorte mi era stata avversa per almeno un anno e mezzo, e adesso, invece, il vento soffiava a mio favore. Con quel torneo ho fatto il grande salto a livello internazionale, nonostante Johan mi avesse sconsigliato di partecipare. In effetti non è più ritornato sull’argomento, anche se alla fine degli Europei mi ha contattato per propormi al Barcellona, di cui era diventato allenatore. Ho considerato la sua proposta, ma alla fine ho declinato: al Milan non avevano ancora visto niente di ciò di cui ero capace.

==================

Precedentemente in "Letture RossoNere"

Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17

banner orizz pubb mdtube
 
 
 
 
 

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.