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A domani!

Marco van Basten "Fragile": c’era una volta un bomber…

 

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Se sei una punta, devi sopportare molte cose. Una volta dissi a mio padre che non volevo più fare l’attaccante, ma il centrocampista. Devo aver avuto 12 anni. Giocavo sempre contro ragazzi più grandi, più grossi di me, e prendevo un sacco di pestoni. Ne avevo abbastanza, ma mio padre replicò: «Di centrocampisti ce ne sono tanti, ma una buona punta è merce rara». Mi negò il suo consenso, dovetti farmi coraggio e continuare a giocare in attacco.

Fu lo stesso Cruijff a provarmi come trequartista, durante la sua prima stagione da allenatore dell’Ajax. Io sulla trequarti e Bosman prima punta. Mi vedeva meglio nel ruolo che era stato il suo: mezzapunta offensiva, al centro dell’attacco. Voleva che avessi campo libero e dipendessi meno dal resto della squadra. Che fossi decisivo, alla Platini. Io potevo anche riuscirci, ma avrei dovuto cambiare posizione, e questo richiede un altro tipo di condizione, un modo di giocare diverso. E poi mi sentivo più a mio agio come realizzatore.

A quel punto Bosman iniziò a segnare tanto. Di colpo mi aveva superato nella classifica marcatori. E allora pensai: aspetta un attimo. Che storia è questa? Non la stavo prendendo bene, ero troppo orgoglioso dei miei gol. Volevo essere io a decidere le partite.

Ma Johan è cresciuto con giocatori come Alfredo Di Stéfano, il regista argentino del Real Madrid a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Un giocatore che copriva tutto il campo, ecco il suo ideale. Uno che aveva vinto cinque Coppe dei Campioni, segnando in tutte le finali. Accendeva la sua immaginazione. Un giocatore totale, nel cuore del centrocampo.

Nell’Ajax di Johan c’era tutto lo spazio per arretrare a centrocampo ed esprimere un bel calcio. Alla fine, essere il numero 10, il regista, era più bello, più elegante. Ma dopo un po’ lasciai perdere. La mia carriera è stata troppo corta e non ho mai rigiocato in quel ruolo.

In Italia iniziai ad applicarmi sempre di più come bomber. Mi focalizzai sui gol, la pura e semplice finalizzazione. Segnare, essere decisivi è una cosa sacra, in Italia. Io lo avevo capito, e facevo bene il mio mestiere.

Come bomber sono stato più forte di Johan Cruijff. Johan invece era un giocatore a tutto tondo, molto più di me. Negli anni mi sono molto allenato come realizzatore, e se ti trovi così tante volte davanti alla porta, alla fine, diventi veramente abile.

In Italia chi segna più gol nella Serie A è chiamato «capocannoniere». Trovo sia un bel nome. E io mi sento un po’ così.

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