
A domani!
Marco van Basten "Fragile": buste di plastica e calzini da tennis - 1987
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In Italia io e Ruud abbiamo dovuto fare l’abitudine a parecchie cose. Dovunque andassimo con il Milan, c’era sempre una folla di tifosi. Creavano una bella atmosfera con i loro cori e i battimani, ma in particolare c’era una strofa che sentivamo su tutti i campi, un coro che Ruud e io riconoscevamo all’istante ma non riuscivamo a capire bene. «Ma che cosa cantano questi qui, ogni volta?»
«Non ne ho idea, sembra “Hugo Lasagna” o qualcosa del genere.»
«Dev’essere proprio uno famoso, lo ripetono a ogni partita.»
Chiedendo ad altri giocatori del Milan abbiamo scoperto che i tifosi di tutta Italia, prima di attaccare con i cori, scandiscono «Tutto lo stadio», che sarebbe una specie di incoraggiamento a cantare tutti insieme. Ah, ecco.
Regolarmente si avvicinava qualcuno che voleva un autografo o una foto, anche quando sedevo infortunato in tribuna. Mi suggerivano sempre cosa dovessi scrivere come dedica sotto l’autografo: «Per Claudio, con simpatia». O: «Per Pietro, con affetto». Esistevano un paio di queste varianti.
Una volta una sfilza di tifosi era venuta da me con richieste del genere e l’ultimo mi aveva pregato di mettere l’autografo «per esteso». Io credevo che fosse il nome di un suo amico, per cui firmo e sotto scrivo: «Per Esteso, con simpatia». A posto così, no? Ma quelli scoppiano a ridere. Chiedo come mai e scopro che «per esteso» significa nome e cognome. I miei compagni di squadra una volta mi hanno preso in giro perché pensavo che Emporio Armani fosse un fratello di Giorgio. Ma che ne sapevo io.
Gli italiani tengono molto più di noi all’aspetto esteriore, e nei primi tempi le differenze si notavano ancora di più. Ricordo benissimo che Ruud e io arrivavamo a Milanello con le nostre cose da bagno in una busta di plastica e che indossavamo calzini da tennis e scarpe da ginnastica. Mentre gli italiani andavano in giro in tutt’altra maniera, avevano le scarpe di cuoio ben lustrate, coordinate al colore della cinta, e i calzini intonati al vestito. Portavano l’occorrente per la doccia in un elegante borsello di pelle. Per noi era una cosa strana. E loro avranno pensato che noi eravamo due contadinotti olandesi, dei barboni con quei calzini bianchi e le buste di plastica con dentro un tubetto di dentifricio. Un’altra cosa per noi insolita era che dopo la doccia si asciugavano i capelli col fon. Ruud e io, in Olanda, non avevamo mai visto uomini asciugarsi i capelli.
A Milanello, a pranzo ci servivano un pasto caldo. Noi, da olandesi, eravamo abituati a mangiare un panino veloce, gli italiani, invece, si prendevano tutto il tempo necessario. Anzi, facevano lunghe conversazioni sul cibo. Ricordo che Ancelotti aveva parlato di uno speciale prosciutto di Parma che andava tagliato in una maniera particolare. Si discuteva sul condimento della pasta, su quale fosse il sugo più indicato e di come preparare la carne. Ognuno diceva la sua e si aprivano lunghe disquisizioni. «Ma dove siamo finiti?» pensavamo noi. Ma che razza di discorsi sono?
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