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Marco van Basten "Fragile": la Nazionale (2) - lo scandalo e la vergogna I Mondiali di Italia 90
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Erano giorni che continuavo a fissare quell’enorme giardino, con lo sguardo perso nel nulla. Ero particolarmente scostante, sapevano tutti che era meglio non disturbarmi. Non volevo saperne più niente di quei Mondiali, ma soprattutto rifuggivo ogni confronto con gli altri. Eravamo nei pressi di Cannes, nel Sud della Francia, in una villa a pochi passi dal mare. Ovviamente c’erano anche Liesbeth e nostra figlia Rebecca. Per il resto nessuno sapeva dove fossi, ed era giusto così.
Mi vergognavo, in Italia ci eravamo coperti di ridicolo. Era stata la prima grande sconfitta della mia carriera. Negli anni precedenti sembrava che qualsiasi cosa toccassi diventasse oro, ogni anno un trofeo importante, avevo vinto due Coppe dei Campioni e un campionato europeo. Nel 1987, nel 1988, nel 1989 e nel 1990 avevo sempre vinto qualcosa. E adesso, era arrivata l’umiliazione ai Mondiali. Io per primo avevo giocato malissimo.
A maggio di quell’anno, con il Milan avevamo conquistato la seconda Coppa dei Campioni di fila. Alla fine del 1989 io, Franco Baresi e Frank eravamo stati scelti come migliori giocatori d’Europa, e l’Olanda, dopo aver vinto gli Europei del 1988, era tra le favorite per la Coppa del Mondo. Naturalmente non è che avessimo già il titolo in tasca, ma era chiaro che con questa squadra potevamo puntare alla vittoria. E, invece, fu un fallimento totale.
Tutto era iniziato nelle fasi preliminari, con Thijs Libregts sulla panchina della Nazionale. Già da anni il rapporto fra lui e Gullit non era dei migliori, in particolare dal 1984, quando Libregts allenava il Feyenoord e si era espresso in maniera inelegante sul suo conto. Non c’era da sorprendersi che Ruud non fosse contento di averlo come selezionatore. Tra l’altro, all’interno del gruppo della Nazionale eravamo quasi tutti convinti che Libregts non fosse l’uomo giusto per i Mondiali. Concluse le qualificazioni, nel febbraio 1990 si arrivò alla rottura. Dopo un’amichevole disputata contro l’Italia, Ruud si era presentato alla Federazione in qualità di capitano, con un messaggio molto chiaro a nome di tutta la squadra: «Il gruppo è stanco di Libregts».
In risposta la Federazione decise di radunare tutti i giocatori, il 25 marzo 1990, presso l’Hotel Hilton di Schiphol. Eravamo a ridosso della partenza per Kiev, dove avremmo giocato un match di preparazione contro l’Unione Sovietica. Fra i presenti, quella sera, c’era una figura di peso, Rinus Michels, il commissario tecnico dell’88, che però rivestiva tutt’altro ruolo all’interno della Federazione.
Dopo gli Europei dell’88 Michels era passato sulla panchina del Bayer Leverkusen, senza tuttavia riuscire a concludere la stagione. Nell’autunno dell’89 era tornato in Olanda come consulente tecnico. Il presidente della sezione calcio professionistico, Martin van Rooijen, si era insediato da pochi mesi, il 1° novembre, per ricoprire un ruolo che si sarebbe rivelato tutt’altro che semplice, soprattutto per via della sua impreparazione nel settore.
Lì a Schiphol, a poco più di due mesi dall’inizio dei Mondiali, Michels e Van Rooijen dovevano capire se il gruppo era davvero intenzionato a chiudere con Libregts. Il verdetto, in realtà, era chiaro già da un mese, e Michels doveva averlo messo in conto, poiché ci ha subito proposto i nomi di tre possibili sostituti. Aad de Mos, che aveva fatto bene con il Malines e adesso allenava l’Anderlecht; Leo Beenhakker, che guidava l’Ajax e che già in passato era stato commissario tecnico per un breve periodo e, infine, Johan Cruijff, l’allenatore del Barcellona. «Se riuscissimo a convincere uno di questi tre candidati, a voi andrebbe bene?» domandò Michels.
Dopo essermi consultato con i miei compagni risposi: «Johan Cruijff è il migliore dei tre, per cui non mi interessa avere uno qualsiasi dei candidati, io voglio lui. Credo sia meglio esprimere già da subito una nostra preferenza. Direi che possiamo metterla ai voti». A quel punto Michels e Van Rooijen sono usciti dalla stanza.
Il responso non poteva essere più netto. Otto voti per Johan, tre per Beenhakker e due per De Mos. C’era poco da discutere, il messaggio alla Federazione era chiaro. Dal momento che io, Frank e Ruud non saremmo partiti per Kiev per via di altri impegni con il Milan, Ronald Koeman ricevette a nome del gruppo l’incarico di riferire a Michels l’esito delle votazioni in occasione della partita con l’Unione Sovietica; e così fece, due giorni più tardi.
Per me andare ai Mondiali con Johan in panchina sarebbe stato un sogno. A Barcellona le cose gli andavano bene. Molti di noi avevano vinto diverse competizioni, nazionali e internazionali, ciò che ci serviva era un uomo che avesse il rispetto dell’intero gruppo, a cui tutti avrebbero dato ascolto, una personalità forte. Qualcuno a cui si riconosce l’autorità di forgiare una squadra. Inoltre era migliore degli altri candidati da un punto di vista sia tecnico che tattico. Ci serviva uno come lui, lo sapevamo tutti.
A quel punto Libregts è stato sollevato dall’incarico e Michels si è messo all’opera. Sarebbe andato a contrattare con Johan, così pensavamo. Il gruppo era stato chiaro, per cui gli abbiamo dato piena fiducia e per un po’ non ce ne siamo occupati, visto che ognuno aveva già abbastanza grane per conto suo. In quel momento il Milan lottava su tre fronti, eravamo in piena corsa per vincere la Coppa dei Campioni, ancora una volta.
La bomba esplose a fine aprile. Eravamo convinti che Michels si sarebbe consultato con noi dopo aver fatto il suo dovere e aver sondato i diversi candidati. E, invece, ci prese completamente alla sprovvista.
Michels convocò una riunione all’Hotel Van der Valk di Sassenheim. Oltre a lui, erano presenti Martin van Rooijen e cinque giocatori: Ronald Koeman, Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Hans van Breukelen e io. Eravamo già dentro l’hotel all’arrivo della delegazione: Michels, Van Rooijen e, totalmente a sorpresa, Leo Beenhakker.
Pensavamo di essere lì per confrontarci sul nome del nuovo allenatore, convinti che si trattasse di Cruijff, la nostra prima scelta, e, invece, Michels ci metteva davanti al fatto compiuto. Era venuto a parlarci assieme a Beenhakker, negandoci ogni possibilità di controbattere. D’altronde, Beenhakker era lì seduto di fianco a lui, e nel giro di qualche giorno sarebbe stato presentato alla stampa, come subito ci fu comunicato.
Eravamo stupefatti e profondamente indignati. Cosa c’entrava Beenhakker, così, di punto in bianco? Tutto ciò era vergognoso, Michels ci aveva messo con le spalle al muro e sembrava interessato esclusivamente al proprio tornaconto.
È per questo che, in seguito, ho dichiarato ai media che Michels ci aveva usati per sbarazzarsi di Libregts, e che aveva dettato la sua linea ignorando le nostre richieste.
Quella scelta inaspettata da parte sua ha avuto soltanto effetti negativi su tutto l’ambiente, fino all’ultimo minuto dell’ultima partita. La nostra disfatta ai Mondiali è iniziata in quel momento.
Il giorno della presentazione di Beenhakker, il 26 aprile, Michels colse l’occasione per screditare lungamente i «tre milanesi» davanti a tutta la stampa sportiva olandese. «Il gioco d’attacco del Milan è troppo legato a schemi fissi» dichiarò. Inoltre pretendeva delle scuse da parte mia.
Non riuscivo a capire il ruolo di Michels in quella vicenda, ma immaginavo che anche Johan avesse fatto storie. Magari un contatto fra Michels e Cruijff c’era stato davvero? Anche per questo, e tenendo presente che la nomina di Beenhakker era ormai assodata, decisi di scusarmi. Effettivamente non sapevo come fosse andata fra Michels e Cruijff, e non volevo nemmeno alimentare un conflitto che avrebbe potuto rovinarci i Mondiali. Inoltre, proprio quella settimana il Napoli ci aveva superati in testa alla classifica in maniera quantomeno dubbia, quindi non ero dell’umore migliore.
Ma, neanche dopo le mie scuse, Michels sembrò ammorbidirsi. Continuava a gettare benzina sul fuoco. Teneva una rubrica sull’«Algemeen Dagblad», per cui disponeva di diversi canali per seminare zizzania nel gruppo. Poiché avevamo giocato la finale di Coppa dei Campioni, arrivammo al ritiro della Nazionale con una settimana di ritardo rispetto agli altri. La stampa ci accusò subito di «divismo», scrissero che ci sentivamo «superiori», e che tutto doveva girare intorno a noi. Noi però avevamo «banalmente» vinto una finale di Coppa dei Campioni, il motivo era quello e nulla più.
Mentre succedevano queste cose, la stagione del Milan proseguiva. Il 23 maggio avevamo battuto 1-0 il Benfica nella finale di Coppa dei Campioni al Prater Stadion di Vienna, ottenendo la seconda vittoria di fila nella competizione. Fu una gioia indescrivibile, ma quella settimana sarebbe stata intensa e speciale a prescindere, dato che, due giorni dopo, ad Amsterdam sarebbe nata la mia prima figlia Rebecca. Che dire, tutto stupendo.
Il lunedì successivo ci siamo presentati al ritiro dell’Olanda. Gli umori erano contrastanti dopo tutto ciò che era accaduto attorno alla Nazionale nelle settimane e nei mesi precedenti. Si partiva con il piede sbagliato, la situazione non era facile neppure per Beenhakker. I giornalisti sportivi di «De Telegraaf» e «Algemeen Dagblad» continuavano a seminare zizzania nel gruppo dividendolo fra chi faceva la «star» e chi invece «sgobbava».
Non fu tutta colpa di Beenhakker, neanche lui poteva salvare la baracca. Tra l’altro non ci eravamo mai allenati così male, mai stati così mosci. Durante la preparazione del 1988 la squadra delle riserve riusciva a battere i titolari abbastanza spesso, ora invece la Nazionale A era di gran lunga più forte. Non proprio il massimo come allenamento. Su nostra richiesta le squadre erano state adeguate, ma il clima era già irrespirabile, e la situazione rischiò di sfuggire di mano dopo un contrasto fra me e Rijkaard. Lui mi diede un calcio, io gli tirai una gomitata. Rispondemmo colpo su colpo, finché non scoppiò una rissa. Emotivamente eravamo al limite. A quel punto è intervenuto Beenhakker, che ha fermato la partita. In quel momento ho pensato, peccato, giusto ora che succede qualcosa, che forse si inizia a fare sul serio.
Per tutto il resto io, Frank e Ruud andavamo d’accordo. Ruud aveva avuto alcuni problemi dopo l’infortunio al ginocchio nelle fasi preliminari, mentre io e Frank eravamo in perfetta forma. Nulla in contrario che Ruud fosse il capitano e il punto di riferimento, per noi non era così importante stare al centro dell’attenzione. Ma era chiaro a tutti che la squadra stesse passando un brutto periodo. Ormai c’erano troppi gruppetti, non eravamo più uniti.
Anche la preparazione non era stata delle migliori. In vista dei Mondiali ci avevano mandato in Iugoslavia, in un vecchio castello con tanto di ponte levatoio, nel bel mezzo del nulla. Inoltre c’era polvere dappertutto, tanto che non riuscivo neanche a dormire, e faceva un gran freddo, mentre a breve avremmo dovuto giocare nel caldo torrido della Sicilia e della Sardegna. Ogni mattina ci alzavamo alle sei, il che non contribuiva a migliorare l’atmosfera. L’umore era ai minimi storici, e non avevamo ancora messo piede in campo.
A Palermo strappammo a malapena un pareggio contro l’Egitto. La partita finì 1-1, ma giocavamo veramente male, senza capo né coda. Disputammo la seconda partita quattro giorni dopo, a Cagliari, contro l’Inghilterra, fermandoci sullo 0-0. Gli inglesi ci hanno graziati sbagliando due gol. La terza sfida si tenne il 21 giugno a Palermo, contro l’Irlanda. Un’altra brutta partita. Ci abbiamo messo una pietra sopra a un quarto d’ora dalla fine, quando eravamo sull’1-1, dato che ci bastava arrivare terzi nel girone con tre pareggi per passare agli ottavi. Ma eravamo davvero inguardabili, me compreso. Stavo giocando malissimo.
Poi arrivarono gli ottavi di finale, a San Siro, contro quella che, ancora per poco, sarebbe stata la Germania Ovest. Faceva un caldo tremendo, oltre i 35 gradi. Nel secondo tempo iniziarono i crampi, anche per via della tensione, ma a quel punto i cambi erano già finiti. Frank Rijkaard e Rudi Völler erano già fuori dopo essere stati entrambi espulsi. Perdevamo 2-0. Non c’era niente da fare. Solo allo scadere Koeman segnò il 2-1 su rigore, ma ormai era tardi. Potevamo tornarcene a casa. Per me, in realtà, fu un vero sollievo, e credo di parlare a nome di tutti, il calvario era finito. In quel momento volevo soltanto scomparire, la delusione era stata enorme. Mi sentivo responsabile di quella sconfitta, ero pur sempre uno dei pilastri della squadra. Ne ho risentito per molto tempo.
Leo Beenhakker continua a tirare in ballo la storia di uno scatolone, in cui sarebbero custoditi i veri motivi del fallimento del 1990. Ma, secondo me, quella scatola è bella che vuota. Michels che ignora la nostra richiesta di portare Cruijff ai Mondiali: è questa la storia che spiega tutto, il resto sono minuzie.
Dopo la nomina di Beenhakker ci eravamo detti: «Ragazzi, niente rotture, mettiamoci sotto e andiamo a fare un grande Mondiale». Abbiamo provato in ogni modo a ribaltare la situazione, a portare a casa un bel risultato. Eravamo davvero un’ottima squadra, fra le migliori d’Europa, con quattro, cinque, forse sei giocatori di primissimo livello. Ma era come se nel gruppo si fosse insinuato qualcosa. Sentivamo, noi milanisti, che l’approccio nei nostri confronti era cambiato, che gli altri ci guardavano in modo diverso. Non potevo metterci la mano sul fuoco, ma lo avvertivo. Sono il primo a dire che avevamo giocato un Mondiale davvero pietoso, ed è per questo che poi mi sono così tanto vergognato, e per due settimane ho voluto letteralmente nascondermi in quella villa nel Sud della Francia. Era stato il mio primo grande insuccesso, e per giunta nel luogo per me più importante, di fronte al pubblico del «mio» San Siro.
Negli anni è emerso che Michels non aveva mai incontrato Johan per discutere dell’incarico. Non ci aveva neanche provato. Né Van Rooijen sapeva con chi Michels avesse parlato e con chi no. Il comitato aveva delegato totalmente a lui la scelta del nuovo commissario tecnico. Venne fuori che si era confrontato con un unico candidato: Leo Beenhakker.
Probabilmente non scopriremo mai quali siano state le reali intenzioni di Michels ma, secondo me, aveva paura che Cruijff avrebbe potuto offuscarlo, se avesse vinto i Mondiali con l’Olanda. Che la vittoria degli Europei avrebbe potuto essere cancellata da un risultato ancora più importante, e che Cruijff avrebbe potuto rivelarsi migliore di lui, anche come allenatore. Credo volesse impedire tutto questo. Un’umana passione: l’invidia.
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