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Marco van Basten "Fragile": il Milan (9) - Il migliore del mondo Autunno 1992
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Il 7 dicembre 1992 sono stato eletto miglior giocatore al mondo dalla FIFA. La giuria era composta da 71 commissari tecnici. Il premio era alla sua seconda edizione, e mi fu consegnato a Estoril, in Portogallo, direttamente da Sepp Blatter. Qualcuno potrebbe pensare che avevo raggiunto il mio obiettivo, ora che ero ufficialmente il migliore, e invece non mi bastava, io non mi accontento mai. Allo stesso tempo, quel premio mi aveva dato da pensare. Come avevo fatto ad arrivare fin lì? Essere il miglior calciatore al mondo fa uno strano effetto.
Era stato un lungo cammino, sempre con la speranza di poter arrivare più in alto. UVV, Elinkwijk, Ajax, Nazionale olandese, Milan. Un passo alla volta, senza mai sapere dove sarei arrivato.
L’Europeo dell’88 era stato il mio grande salto sulla scena internazionale, quell’estate tutto era andato alla perfezione. Avevo il vento in poppa, dopo un periodo sfortunato a causa della caviglia. Concluso l’Europeo, quando ero tornato al Milan mi sentivo diverso. Avevo lasciato il segno in una grande competizione, le aspettative erano ancora più alte, la caviglia era tornata in funzione. Dovevo alzare l’asticella anch’io.
Il Pallone d’Oro del 1988 era influenzato dall’Europeo, non tanto dal campionato o dalla Coppa dei Campioni, visto che il mio contributo allo Scudetto era stato minimo, e in Europa non avevamo ancora vinto niente. Ero molto duro con me stesso, volevo vincere ancora di più. Cosa avevo fatto al Milan fino ad allora? Non è un caso se quella sera ringraziai mio padre, Johan Cruijff e Ted Troost.
Il mio momento doveva ancora venire. Quell’anno a Barcellona conquistammo la Coppa dei Campioni, il trofeo più importante d’Europa. In Italia, la Supercoppa. E io sono stato il miglior marcatore del Milan in quella stagione. Dopo il fallimento dei Mondiali del ’90, con il Milan di Capello tornammo ad altissimi livelli. In quegli anni al Milan giocavamo un ottimo calcio, abbiamo vinto Scudetti e coppe. Certi risultati non sono da tutti.
Molti calciatori magari non se ne rendono conto, ma quando ti trasferisci all’estero all’inizio vieni guardato un po’ come un intruso. La tua presenza potrebbe costare il posto a qualcuno, perciò devi conquistartelo. Riuscirci è già un passo avanti, ma per fare la differenza devi aiutare il tuo club a vincere qualcosa. Si vince tutti insieme, ma quando diventi un pilastro della squadra i tuoi compagni sanno esserti riconoscenti, ed è ciò che è accaduto al Milan in quegli anni: insieme eravamo fortissimi, e giocavamo da Dio, ciascuno nel suo ruolo.
Ormai ero praticamente diventato italiano. Se non mi fossi infortunato, sono abbastanza certo che avrei giocato al Milan fino agli anni Duemila. Non avevo motivo di andar via, nessuno al mondo. Ero felice lì, nonostante il richiamo del Barcellona di Cruijff, potevo giocare a calcio come piaceva a me. Stavo macinando oro, lì a Milano. Meglio di così non poteva andare.
Nella mia scalata verso la vetta ho sempre avuto chiaro un obiettivo: ho fatto tutto il possibile per migliorare le mie prestazioni. Può sembrare una banalità, ma non lo è, perché una prestazione può essere influenzata da qualsiasi dettaglio, da ogni minima decisione. Che cosa mangi? Chi frequenti? A quali feste vai? A che ora vai a letto? Tutto, ma davvero tutto può influire sul tuo rendimento.
L’esperienza mi ha insegnato che la difficoltà non sta tanto nel decidere di fare una cosa, quanto nel decidere di non farla. Imporsi delle rinunce è un fattore cruciale, forse il più importante. Uscire, partecipare a una festa, andare a trovare un amico. Un drink alcolico. La lista è infinita. Ed è lì che si fa la differenza. Bisogna imparare a conviverci, non al novantanove ma al cento per cento, parliamo di decine di decisioni quotidiane, per anni. La disciplina è ciò che fa la differenza. Basti pensare a Cristiano Ronaldo. Quando rientra a casa monta subito sulla cyclette per rilassare i muscoli.
Un’abitudine, uno stile di vita del genere nascono dalla voglia di essere il migliore in assoluto. Ma invece quella fame, quella passione agonistica da dove vengono? È una domanda interessante. Anche qui, dipende da persona a persona, a volte non si sa nemmeno. Nel caso di Maradona, si intuisce che le sue origini siano state uno stimolo importante; la sua famiglia era di un quartiere molto povero di Buenos Aires, e lui desiderava assicurarle un futuro. E nel mio caso, invece, cos’è che mi ha spinto?
Non suonerà strano se dico che quando ero molto giovane volevo mostrare a mio padre di cosa fossi capace col pallone fra i piedi. Ha sempre apprezzato il modo in cui seguivo il mio percorso, e questo mi ha dato grande motivazione. Mi è capitato di raccontare che da piccolo provavo a fuggire dal clima teso che respiravo in famiglia per ritrovare la gioia sul campo da calcio.
Un altro fattore importante, a essere sincero, è stato il desiderio di indipendenza economica dalla mia famiglia. Non che fossimo così poveri, ma i soldi hanno sempre avuto un certo peso. I soldi ti rendono indipendente, e il mio desiderio di libertà diventò uno stimolo decisivo.
Solo più tardi, quando ormai ero davvero indipendente sul piano economico, ho desiderato diventarlo su quello spirituale. Raggiungere una certa libertà di pensiero, una libertà interiore, ha forse un valore ancora più grande.
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