
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la Nazionale (3) - calciare un rigore
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Sono pronto a calciare il rigore. Il portiere danese Peter Schmeichel attende sulla linea di porta. Ho dosato bene la rincorsa. Questo è il mio ultimo tiro dopo centoventi minuti di una partita sfiancante, visto che siamo andati in svantaggio due volte, qui a Göteborg. Ma se vinciamo andiamo in finale, mancano solo i calci di rigore. Cinque contro cinque. Conosco il rituale, ascolto il mio respiro, il mio battito cardiaco. Mi isolo dal frastuono dello stadio, come faccio sempre. Aspetto il fischio dell’arbitro, ma ho ancora un mucchio di pensieri per la testa. Devo dare il buon esempio, dopo il primo rigore realizzato da Koeman adesso è il mio turno. Nel frattempo hanno segnato anche i danesi, nonostante Van Breukelen abbia quasi bloccato il tiro di Henrik Larsen. Ci è mancato poco.
I rigori sono un’attività a sé stante, una specialità tipica del calcio. Al Milan li tiro sempre io già da un paio d’anni. Solo dopo averne segnati ventuno ho interrotto la serie, sbagliandone uno contro il Parma. Ormai arrivo preparato.
Un rigore è come un duello, uomo contro uomo. Di fatto hai due opzioni, o scegli un angolo già prima di tirare, o aspetti che sia il portiere a muoversi. Ho provato entrambi i metodi, ma più rigori calciavo, più mi sentivo rodato e più mi ostinavo ad aspettare.
Chi aspetta ha sempre più probabilità di segnare, purché sia abbastanza svelto da prendere in controtempo il portiere. Ma è anche il metodo più rischioso, perché, a prescindere da quanto tu sia preparato, ci sono sempre portieri che restano in piedi. E allora che fai? Tecnicamente non puoi saperlo prima. Anche i portieri tendono a variare. Alcuni si tuffano subito, altri restano in piedi più a lungo. Se scegli di «aspettare», un portiere può sempre coglierti alla sprovvista, è questo il problema. A quel punto devi dar forza al pallone praticamente da fermo, spedendolo nell’angolo giusto, e non è per nulla facile.
Negli ultimi tempi al Milan li tiro sempre così. È una tecnica difficile, ma se è eseguita bene di solito funziona. Faccio un piccolo balzo, un saltello, così mi do lo slancio e ho più tempo a disposizione prima di calciare. Poi carico il tiro sollevando indietro la gamba, ed è proprio in quel momento che di solito vedo il portiere muoversi a destra o a sinistra. Allora posso ancora decidere dove tirare.
Lascio al mio istinto quale metodo scegliere. Dipende dalla partita, da come ho giocato, dal tipo di avversario che ho di fronte, dall’atmosfera, dal gioco. Il rigore è sempre un momento delicato. Come calciatore hai tutto da perdere, visto che se segni avrai fatto soltanto il tuo dovere. Il trucco sta nel saper mettere da parte lo stress, affidarsi alla propria routine collaudata, fare ciò che sai fare. Per dare il meglio basta tenersi pronti e «lasciare che accada». Di più non puoi fare, e spesso è anche meglio non farlo.
Ora che sono di fronte a Schmeichel entra in gioco la stanchezza dei centoventi minuti che sento nelle gambe. Quella reattività che ti permette di temporeggiare, osservare fino all’ultimo e rubare il tempo al portiere è offuscata dalla stanchezza.
Questo Europeo è stato un’esperienza strana, perché in fondo abbiamo giocato meglio che nell’88. Con la Germania abbiamo ottenuto una vittoria schiacciante. Nell’intervallo eravamo già sul 2-0, e alla fine li abbiamo messi al tappeto e abbiamo vinto 3-1. La squadra è indubbiamente forte.
Eppure non sto facendo la differenza, come nell’88. Anzi, non ho ancora segnato in tutta la competizione, se non un gol, impeccabile, contro la CSI (ex Unione Sovietica), che mi hanno annullato.
La squadra però gioca bene, qualcosa è cambiato da quando Rinus Michels è venuto a farci visita a Milano. Mi ero speso affinché Rijkaard e Michels riallacciassero i rapporti.
Dopo i Mondiali del 1990 Rijkaard aveva lasciato la Nazionale, ma io sapevo troppo bene quanto avremmo avuto bisogno di lui per fare la differenza. Fortunatamente, dopo la conversazione con Michels, a cui ero stato presente anch’io, Rijkaard aveva deciso di tornare. La notizia mi servì ad allontanare i brutti ricordi di Italia 90. Bisognava guardare avanti.
Mentre prendo la ricorsa, a tu per tu con Schmeichel, ho già deciso cosa fare. Tutte le analisi sono valide quando si parla di rigori, ma alla fine non c’è un metodo sicuro al cento per cento. Non me la sento di aspettare, quindi opto per un approccio pragmatico. Prima di prendere la ricorsa ho già deciso di mirare forte all’angolino alla mia destra. Non cambio idea. Il tiro non è niente di che, Schmeichel si distende nell’angolo giusto e arriva sul pallone. Ecco fatto, complimenti a me.
Non resta che aspettare. Confido in Van Breukelen, per due volte riesce a sfiorare il pallone, ma alla fine segnano tutti, sia i danesi che gli olandesi. Il mio errore è decisivo, siamo fuori. Niente finale.
Eppure è diverso rispetto ai Mondiali del ’90, questa volta abbiamo giocato bene, quantomeno nei gironi. Forse addirittura meglio che nel 1988. E, anche se mi rode per quel rigore sbagliato, in fin dei conti so che fa parte del gioco. Non mi vergogno come nel ’90.
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