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Marco van Basten "Fragile": il Milan (7) - «in scioltezza» 1992

 

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Dietro un gol c’è sempre una storia. Ce n’è una anche per il mio contro la Sampdoria, a San Siro, il 5 aprile 1992. La Sampdoria era campione uscente, mentre noi eravamo lì lì per vincere il titolo di quell’anno. La partita finì 5-1 per noi. Quando segnai il 3-0 tutto San Siro si alzò in piedi esultante. Anch’io ero al settimo cielo, nonostante quel gol non fosse nulla di speciale, un rimpallo ben sfruttato dopo che un tiro aveva colpito la traversa.

Ma Pietro Vierchowod restava uno dei difensori più forti della Serie A, sicuramente il miglior marcatore della Sampdoria. Non andavamo per il sottile quando ci affrontavamo, erano scontri molto duri, ma leali. Ci era già successo di battere la Sampdoria, ma io non avevo mai segnato contro di lui. I giornali lo ribadivano puntualmente e anche il pubblico lo teneva a mente. Quando arrivò quel gol tutto lo stadio è esploso di gioia, e io con lui. È un classico, tanto rumore per un gol in realtà normalissimo.

Vierchowod era davvero un ottimo difensore. Oltre a lui c’era Jürgen Kohler, e poi Bergomi e Ferri dell’Inter: erano loro i più rognosi. Segnare contro di loro mi dava ancora più soddisfazione, ma per il resto tendevo a ignorarli, non diventava una sfida personale. Per me contava soltanto la vittoria.

Non sono stati molti i difensori che sono riusciti a non farmi giocare, tanto da avermi fatto perdere le staffe. Tranne una volta, con Pasquale Bruno del Torino. Era talmente ossessionato dall’idea di non farmi segnare, che ormai aveva completamente smesso di prestare attenzione alla palla o alle fasi di gioco. Badava solo a me e a come rendermi la vita difficile. Un atteggiamento un po’ strano e anche parecchio irritante. Dopo un po’ mi è arrivato un cross teso, ma lui si è tuffato in anticipo sul pallone e lo ha scagliato nella sua porta. Io allora mi sono avvicinato e ho inscenato un balletto idiota, per dimostrargli quanto fosse stato ridicolo a marcarmi in quel modo. A quanto pare preferiva tirare nella propria porta pur di non farmi segnare.

I giocatori del Torino non la presero bene, tantomeno i tifosi. L’intero stadio delle Alpi iniziò a darmi contro. Nei minuti successivi avevano anche provato a colpirmi, a quel punto è intervenuto Capello e mi ha sostituito. Mi dispiace sia andata così.

Il 13 settembre 1992 giocammo in trasferta a Pescara. A venti minuti dalla fine del primo tempo eravamo sotto 4-2, io segnai una tripletta e la partita finì 5-4. Nell’azione del primo gol ricevo un pallone da sinistra, al limite dell’area, e lo colpisco con un destro secco, superando il portiere nell’angolo lontano. È un gol tecnicamente pregevole. In questi casi, l’attaccante deve saper spiazzare il portiere, appoggiando in rete con un destro controllato. Fatto, 3-4.

Il secondo gol, un paio di minuti più tardi, è ancora migliore. Ricorda quello di Cruijff contro l’Inter nella finale di Coppa dei Campioni. Parte un cross dalla fascia destra, la palla è lenta, ma tocca terra proprio in corrispondenza del dischetto. Io la stoppo di destro con un controllo perfetto. A quel punto è un gioco da ragazzi metterla in rete, ho tutto il tempo di piazzarla nell’angolo. 4-4.

Ma il più importante è l’ultimo, a pochi minuti dalla fine. Sono solo, palla al piede, e sto correndo incontro al portiere. È una scena che ho già vissuto centinaia di volte. Il mio corpo deve aver come memorizzato ciò che è avvenuto in tutte le precedenti occasioni. Alcune le avevo sprecate, altre le avevo sfruttate, e ora tutto confluiva in quei pochi metri che mi separavano dal portiere. Mi sentivo così sicuro di me che, in quel momento, non ci ho più pensato e ho agito. Ha deciso tutto il mio corpo, avevo messo il pilota automatico. Ho aspettato fino all’ultimo, e quando il portiere si è buttato gli ho fatto un pallonetto. Il pallone descrive una curva e va a posarsi nella porta del Pescara. Provai un senso di beatitudine. Levitavo.

Quando un attaccante corre da solo verso la porta ha grossomodo tre opzioni. La prima è saltare il portiere, sfruttando la velocità. Se il portiere ti esce incontro, puoi superarlo al doppio della velocità, sempre che non stiano accorrendo i difensori. Questo potrebbe complicare le cose.

La seconda opzione è «prenderlo in controtempo». Il portiere è in allerta, per cui bisogna tirare quando ancora non se lo aspetta, meglio ancora se vicino alla gamba d’appoggio, dove è più facile segnare, quasi sempre sul primo palo. Bisogna sorprenderlo tirando in anticipo.

La terza opzione è continuare ad aspettare. Ti tieni aperte le altre possibilità ancora per un po’ e, visto che hai pazientato fino all’ultimo, aspetti che il portiere si butti, dopodiché lo superi con un pallonetto e lo lasci lì a smanacciare in aria.

Ai tempi dell’Ajax mi era successa la stessa cosa con Joop Hiele, in quell’8-2 del 1983, contro il Feyenoord di Johan. Quando ti alleni regolarmente, fra esercizi senza palla, tiri e partitelle, azioni del genere sono all’ordine del giorno. Se provi certe cose in allenamento, le metti in pratica sul campo – le osservi, le senti, le vivi –, in qualche modo è come se ingrandissi il tuo database. È per questo che molti calciatori sono più scaltri dopo i trent’anni. È più facile che facciano le scelte giuste, sanno come affrontare una partita, come stare in campo. Dal punto di vista fisico sono più bravi a gestire la stanchezza, e a prevenirla. Sanno anche riconoscere quando è indispensabile non perdere palla. È questo che rende i giocatori più vecchi così importanti rispetto ai più giovani, che spesso abbondano in energia e reattività, ma a cui mancano la visione e l’astuzia.

Nello specifico, gli attaccanti sono a loro volta un mondo a parte. Gli attaccanti sanno come fare i gol, li fiutano. Anche un buon esterno ne è capace, se ha la mentalità giusta. Per esempio, è evidente che Arjen Robben si è allenato in questo senso, per imparare a segnare. E i risultati si sono visti. Anche un centrocampista offensivo è tenuto a fare un certo numero di gol a stagione: Donny van de Beek è un ottimo esempio. Ovviamente la storia cambia se sei un numero «6» anziché un «10», ma alcune volte devi comunque provare a entrare in area e a segnare.

La calma mentale con cui si affronta un’occasione da gol può essere altrettanto decisiva. Va allenata anche quella. In questo Jari Litmanen è stato fenomenale per essere un centrocampista, sapeva esattamente come fregare il portiere. E il modo in cui Van de Beek ha mantenuto la calma contro gli Spurs, quando Ziyech lo ha servito con il suo splendido filtrante, la decisione di aspettare, quella è classe pura. È la calma che hai in testa.

Che difensori e centrocampisti facciano più fatica a segnare non è una novità. E, allo stesso tempo, gli attaccanti si trovano a fare quasi sempre scelte sbagliate quando provano a difendere. Anche difendere è un mestiere a sé, una specialità, idem stare in porta.

La cosa buffa è che uno come Zlatan Ibrahimović non era un vero e proprio attaccante quando è arrivato all’Ajax. Quando è passato alla Juventus, Fabio Capello gli ha mostrato un video dei miei gol e gli ha fatto capire che doveva sfruttare le sue qualità per segnare di più, perché è quello che fa la differenza.

Da quel momento Zlatan si è evoluto in un centravanti concreto, in grado di trascinare la squadra e di esserne il leader grazie alla sua mentalità. Da allora ha iniziato a vincere con qualsiasi club con cui abbia giocato, come professionista è migliorato ogni anno di più e ormai è consapevole di quanto siano indispensabili i suoi gol. Credo che Zlatan sia un ottimo esempio di calciatore che ha compreso l’essenza di questo sport.

Cristiano Ronaldo ha avuto la stessa evoluzione. Con gli anni sta diventando sempre più consapevole del fatto che le partite, i trofei, si vincono principalmente con i gol.

Messi è l’eccezione che conferma la regola. Certo, ha un che di divino, da piccolo dev’essere caduto nel paiolo magico. Col pallone riesce a fare qualsiasi cosa, di giocatori così ne nasce uno ogni cinquant’anni.

A volte capitava anche a me di sentirmi infallibile. Ricordo una partita che giocammo col Milan, a Lecce, il 25 marzo 1990. Finì 2-1 per noi, e io segnai il gol della vittoria. In questo caso non è stata importante la vittoria, quanto il modo in cui segnai.

Mi arrivò una palla al limite dell’area, e andai subito incontro all’ala destra. Gli passai il pallone di prima intenzione, con l’esterno sinistro del piede, mentre lui stava entrando in area. Poi mi voltai e scattai verso la porta. Poco dopo mi arrivò il passaggio di ritorno, in una sorta di uno-due, e toccai la palla in rete: 2-1. Normalmente avrei giocato la palla di interno destro, ma quell’esterno sinistro mi era venuto naturale, quasi senza pensarci. Avevo giocato «in scioltezza».

L’importante è lasciare che le cose accadano, mollare i comandi. Se sei un attaccante cerchi di restare concentrato, ma a volte, a un certo punto della carriera, le cose succedono e basta, e sono le più belle.

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