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Marco van Basten "Fragile": la caviglia (4) - l’apparato di Ilizarov giugno/settembre 1994
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L’apparecchio era un fissatore con ventidue «fili» che mi attraversavano l’osso. In realtà pareva una specie di impalcatura sulla gamba dal ginocchio in giù. L’apparato di Ilizarov, ideato in Russia, mi fu applicato nel giugno 1994.
Dal dottor Marti ci eravamo definitivamente congedati nella tarda primavera del 1993: non si era attenuto ai nostri accordi nell’operazione del dicembre 1992, che non aveva avuto un buon esito. La caviglia continuava a essere gonfia e dolorante. Anche al Milan erano profondamente irritati per questa cosa.
La salvezza era ora nelle mani di un belga, il dottor Marc Martens. Nel giugno 1993, nel suo studio di Anversa, Martens mi aveva detto: «Marti ha sbagliato approccio, ti risolvo io la situazione. So come va pulita quella caviglia». Aveva anche avuto un dibattito aperto con Marti su un quotidiano. Martens era sicuro del fatto suo, almeno così sembrava. Ma neanche dopo il suo intervento la situazione era migliorata granché. Aspettavo ormai da un anno, sperando in qualche progresso, ma invano.
Nel frattempo continuavo a fare tentativi, anche con metodi alternativi come l’agopuntura. Sulla Biltstraat a Utrecht c’era uno studio specializzato dove ero stato alcune volte con Ted Troost. Gli aghi nella caviglia, le applicazioni con i carboncini l’avevano fatta un po’ sgonfiare, calmando il dolore. Il tizio cinese mi dava anche delle erbe, a casa le dovevo mettere nell’acqua calda e poi tenerci il piede in ammollo per mezz’ora. L’ho fatto alcune volte anche a Milanello. Giravo con una busta con dentro quella specie di minestrone, mentre gli altri si allenavano. Qualche beneficio c’era: la caviglia era meno gonfia, ma con il movimento continuava a fare male.
Ci fu, poi, un breve squarcio di speranza: nel maggio 1994 notammo un leggero miglioramento con le suolette, il dolore era diminuito. Per brevissimo tempo ipotizzammo addirittura una mia partecipazione ai Mondiali in America. Ma era un’assurdità, un miraggio.
Un anno dopo il primo intervento di Martens non s’intravedeva la minima prospettiva di miglioramento, finché un giorno, nel giugno 1994, lui mi disse: «Allora, ci resta una sola altra possibilità: l’apparato di Ilizarov. Viene applicato alle persone affette da acondroplasia, il nanismo. Per far allungare gli arti. Vengono infilati nelle ossa dei sottili perni tenuti insieme da una struttura esterna. Ogni giorno si gira una rotellina che allontana leggermente i perni e nel giro di un paio di mesi anche le ossa, gradualmente, si allungano».
Nel mio caso erano coinvolti tibia e malleolo. Tirando le ossa in direzione opposta, si sarebbe creato uno spazio dove avrebbe potuto generarsi del nuovo tessuto connettivo, in grado di fungere da cartilagine. Questo tessuto alla lunga avrebbe potuto sostituire la cartilagine danneggiata, perciò il dolore sarebbe diminuito e avrei potuto di nuovo muovermi meglio e fare sport. L’idea era questa. Prima dell’intervento, Martens disse chiaramente: «Peggio di così non può andare, non hai niente da perdere».
Il 14 giugno 1994 mi hanno applicato l’apparato alla gamba. Ventidue fili che mi attraversavano le ossa, nella tibia e nel malleolo. Dovevo pulirlo da solo tre volte al giorno con alcol e ovatta. I punti in cui i fili uscivano dalla gamba, attraverso la pelle, potevano fare infezione e andavano disinfettati. Un compito sgradevole. Erano ferite aperte, usciva pus in continuazione.
In quei tre mesi la gamba si è completamente infettata all’incirca tre volte. Nel giro di un paio d’ore mi saliva la febbre a 40 e dovevo precipitarmi ad Anversa, all’ospedale in cui lavorava Martens, per i farmaci e restare lì in osservazione. Con quell’affare intorno alla gamba non potevo guidare, perciò toccava a Ted e Liesbeth farmi da autisti.
Eppure tutte le mie speranze, dopo un anno e mezzo di tribolazioni, erano riposte in quel fissatore. Perciò volevo andare fino in fondo. Dopo sei settimane uno di quei fili si ruppe, provai un dolore terribile. Anche in quel caso dovetti correre ad Anversa per farlo risistemare nell’osso.
Lì per lì avevo detto a Martens che volevo smetterla. «Ormai sei a metà strada,» rispose lui «tieni duro. Ne vale la pena.»
E allora strinsi i denti, anche se dormivo malissimo, era quasi impossibile muoversi con un’impalcatura del genere intorno alla gamba. Dovevo azionare io stesso il meccanismo che allungava le ossa, due giri alla piccola manovella dell’apparecchio che tirava le ossa in direzione opposta.
Il periodo precedente all’applicazione dell’apparato di Ilizarov era già stato un incubo, ma i tre mesi con quell’affare nella gamba furono un vero inferno. Dolore costante, notti insonni, la pulizia e ciò nonostante le infezioni, il filo rotto e la febbre.
Quando finalmente Martens mi tolse il fissatore ad Anversa, ero convinto che il peggio fosse passato. Invece la situazione si era aggravata. Dopo aver rimosso l’apparecchio non potevo più poggiare il peso sulla caviglia. Non potevo più camminare. Non potevo più fare niente.
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