
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la caviglia (1) - Sankt Moritz 21 dicembre 1992
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Sono nervoso, il che è abbastanza strano dato lo splendore di questo luogo. Sono arrivato a bordo del jet privato di Berlusconi, qui mi trattano come un principe. I letti sono più grandi e più ampi che in Olanda, il cibo è squisito, la vista sulle cime dei monti svizzeri è mozzafiato. La Klinik Gut di Sankt Moritz è nota come una delle migliori in Europa, ma sono comunque in ansia. È la prima volta dopo quattro anni che la mia caviglia finisce di nuovo sotto i ferri.
Le cose non potrebbero andare meglio. Un paio di settimane prima la FIFA mi ha proclamato miglior calciatore del mondo. È stato surreale, ma neanche del tutto immeritato, secondo me. Ho compiuto 28 anni da due mesi e ho già vinto quattro titoli nazionali, tre coppe europee, due Coppe Intercontinentali e un Europeo con la Nazionale. E non ho nessuna intenzione di fermarmi.
Poi, però… ospedali e cliniche, per quanto siano efficienti, fanno sempre leva sulla fragilità del paziente. Certo, gli ultimi quattro anni erano stati ricchi di successi, ma a fine partita la mia caviglia continuava a gonfiarsi. Soprattutto quando le temperature scendevano, con i campi che diventavano più pesanti, per i due giorni successivi non c’era scampo dal dolore.
Ero stato io a insistere per questa operazione, nonostante il medico della società, il dottor Tavana, avesse provato a scoraggiarmi. Il club avrebbe preferito che rimandassi l’intervento alla fine della stagione, che portassi a termine quell’annata fantastica con Capello. Dal suo arrivo non avevamo ancora subito sconfitte. Ma io sono stato irremovibile. Non ne potevo più di quella caviglia dolorante. Visto che l’intervento precedente era andato a buon fine, era parso logico rivolgersi di nuovo al dottor Marti. Conosceva la mia caviglia come nessun altro. Oltre a lavorare presso l’AMC di Amsterdam, il policlinico universitario, Marti era titolare di una clinica a Sankt Moritz, a meno di tre ore d’auto da Milano.
L’idea era di «ripulire» nuovamente la caviglia e liberarla dai frammenti ossei. Sono quelli che ogni volta provocano l’infiammazione, mi aveva spiegato Marti tre settimane prima. I frammenti possono danneggiare la cartilagine se finiscono fra le ossa della caviglia, e io ormai avevo imparato che era meglio andarci cauti, con la cartilagine. Volendo avremmo potuto temporeggiare, ma la sosta invernale mi era sembrata un buon momento, e Tavana sarebbe stato presente in sala operatoria a rappresentare gli interessi sia miei che del club.
René Marti diffuse la notizia che sarei stato operato nella sua clinica di Sankt Moritz. In materia di caviglie è il più quotato al mondo, ma certamente gli avrebbe fatto comodo avermi fra la sua clientela. È così che funziona. Marti è un uomo vulcanico, con un passato da insegnante di sci, e va molto fiero dei suoi contatti con il fior fiore del mondo calcistico e della danza. Non a caso è stato chiamato in Olanda dall’AMC per mettere in piedi da zero il nuovo reparto.
È la mattina del 21 dicembre 1992 quando, sdraiato a letto attraverso gli ampi corridoi dell’ospedale, due suore mi conducono nella sala dell’anestesia. Marti viene a stringermi la mano, sprizza fiducia. Tavana resta più sulle sue, ma viene anche lui a darmi la mano, e mi augura buona fortuna.
Quando mi sveglio, non so niente delle discussioni animate che hanno avuto luogo intorno a me, non so che ne è stato della mia caviglia. Né posso sapere che quell’operazione influenzerà drasticamente la mia carriera, cambiando addirittura il corso della mia vita.
Ciò che invece ricordo bene è che due giorni dopo accadrà un fatto sorprendente. Ho l’onore di ricevere la visita di due personalità fra le più illustri d’Italia. Ovviamente in quel momento sono ancora incerto, tanto quanto loro, sull’esito dell’operazione.
In mattinata viene a farmi visita Berlusconi. L’imprenditore instancabile e sempre pieno di energia. Il motivatore. È lì ai piedi del letto, e mi infonde coraggio, proprio come quando dirige il Milan o il suo impero commerciale, con forza e convinzione. Berlusconi è «il principe», il leader di una nuova generazione di imprenditori di successo. Vederlo davanti al mio letto e avere il suo rispetto mi riempie di orgoglio.
Con mia grande sorpresa, quello stesso pomeriggio viene a trovarmi Gianni Agnelli. Anche lui, come Berlusconi, ha una casa di villeggiatura a Sankt Moritz. Ciò detto, non mi aspettavo di trovarmi lì il padrone della Fiat e presidente onorario della Juventus. Agnelli è in qualche modo il «re d’Italia», un vero aristocratico e intellettuale. Emana quiete e saggezza. È inusuale che mi abbia fatto visita, ma Agnelli ci tiene a dire: «Abbiamo commesso un grosso errore. Nel 1987 avremmo dovuto prendere te, posso dirtelo senza problemi». Esprime il concetto con grande calma, le sue parole sono piene di stima. Mi emoziono, Agnelli è un vero signore, e mi ha elogiato in quel modo.
Il giorno dopo sono sveglio da poco, e devo ancora riprendermi dall’anestesia, quando Marti mi annuncia che l’operazione è riuscita, che molti residui erano stati rimossi e che, per completare la pulizia, aveva dovuto segare un pezzo di osso. Aggiunge che per recuperare ci sarebbero volute probabilmente quattro settimane, ma che ha concordato con Tavana di parlare pubblicamente di sei settimane, così da avere un po’ di margine. A dir la verità non ci capivo un accidente.
Trascorro un bel Natale in Olanda assieme ai miei amici e alla mia famiglia. Mi toccano le stampelle, ma va bene così. Non vedo l’ora che arrivi gennaio, conclusa la riabilitazione; a febbraio, potrò tornare in campo e ricominciare a fare gol a San Siro.
Si rivelerà un’illusione.
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