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A domani!

Marco van Basten "Fragile": la caviglia (3) - la mia ultima partita 26 maggio 1993

 

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Una serata da dimenticare. La finale di Champions League fra il Milan e l’Olympique Marsiglia non aveva seguito il solito copione, il semplice fatto di non aver vinto una finale europea era qualcosa di totalmente nuovo per noi.

Dopo l’operazione di fine dicembre ero sceso in campo soltanto due volte. Ci tenevano tutti moltissimo: Berlusconi, Capello, Tavana, e ovviamente io più di loro, ma come previsto dal medico del club la riabilitazione stava durando più del dovuto. Era estenuante, la caviglia era diventata ipersensibile, a ogni minimo urto iniziava a gonfiarsi. E da dicembre in poi il dolore era costante.

Molto spesso non mi allenavo col gruppo, ma ero relegato in un altro campetto, o nella sala pesi. Avevo di nuovo la sensazione di essere un outsider, la stessa che avevo provato durante il mio primo anno al Milan. Per me era terribile non potermi allenare con gli altri, non poter giocare. Al secondo anno sulla panchina del Milan Capello aveva raggiunto la finale di Champions League, e naturalmente voleva che io ci fossi.

Io non desideravo altro, ma nelle due partite precedenti il dolore si era fatto sentire in maniera sempre più acuta, mi limitava nei movimenti e nella velocità di azione. A marzo, contro la Roma, non avevo fatto granché, né era andata meglio ad aprile, contro l’Ancona. Avevo pure segnato di testa su calcio d’angolo, e quel gol mi aveva rincuorato dopo i tanti problemi, ma al netto dei brutti presentimenti non avrei potuto certo sapere che quella sarebbe stata l’ultimissima mia apparizione.

Nel frattempo ero anche tornato dal dottor Marti, assieme a Ted. Lo tempestammo di domande, ma neanche lui riusciva a spiegare come mai la caviglia ci mettesse tanto a guarire. Dopo un paio di mesi il Milan era decisamente contrariato per quella riabilitazione così lenta, e anch’io, che avevo affrontato quel lungo periodo senza percepire alcun miglioramento, cominciavo ad averne abbastanza del dottor Marti. Ma lui continuava a dire che ci sarebbe voluto più tempo, e che avrei fatto meglio a stare a riposo.

Non sembrava ci fossero miglioramenti in vista quando saltò fuori l’idea di contattare il belga Marc Martens. Ero stato suo paziente in occasione dell’operazione riuscita al menisco, nel 1989; inoltre Martens era ben noto al Milan, avendo già avuto in cura Ruud Gullit per i suoi problemi al ginocchio. Anche Ted lo sponsorizzava. Durante il nostro incontro ad Anversa, ancor prima della finale di Coppa dei Campioni, Martens fu in grado di dirci con precisione dove Marti aveva sbagliato. Ci disse che avrebbe provveduto lui a mettere a posto la mia caviglia, e che dopo la finale mi avrebbe operato.

Più si avvicinava il giorno della partita e più mi convincevo del fatto che non avrei potuto giocare senza antidolorifici. Di comune accordo con i medici del Milan e con Capello presi una decisione radicale. Per la prima volta nella mia vita feci un’iniezione prima di giocare. Per tutta la partita la caviglia aveva perso completamente sensibilità. Non toccai molti palloni, solo un paio di cross e un tiro in porta. Feci alcune azioni discrete, ma per il resto non avevo né eleganza né potenza. Fu strano giocare con la caviglia narcotizzata. All’ottantacinquesimo Capello mi richiamò in panchina, in altre occasioni non lo avrebbe mai fatto. In quel momento non ho capito il motivo, non mi aveva mai sostituito fino ad allora, con lui non avevo mai perso una partita. E invece quella sera accadde. Ero completamente demoralizzato, per quel risultato, perché in campo non ero riuscito a fare quasi nulla, perché mi aspettava un’altra operazione. In quel momento non potevo saperlo, ma sarebbe stata l’ultima volta che avrei camminato su un campo da calcio in una partita ufficiale.

Il caso volle che quella finale si sia giocata nello stesso stadio in cui avevo vissuto uno dei momenti più belli della mia carriera. L’Olympiastadion di Monaco. Il destino tira brutti scherzi. La mia luce nel mondo del calcio ha iniziato a brillare qui, e qui si è spenta. Strana la vita. Tutto questo, in meno di cinque anni.

Dopo la serata di Monaco, l’unica cosa a cui appigliarmi era il mio imminente matrimonio. Io e Liesbeth ci saremmo sposati il 21 giugno, due settimane dopo l’operazione con Martens.

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