letture rossonere

 

A domani!

Marco van Basten "Fragile": la caviglia (2) - a spasso sul mare del Nord Febbraio 1993

 

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Chiusi nei nostri grossi K-way percorremmo gli ultimi duecento metri che ci separavano dalla spiaggia. Ted aveva parcheggiato più vicino che poteva. In giro non c’era un cane, era una gelida giornata di febbraio. Nell’istante in cui siamo scesi dalla macchina, il vento di ponente mi ha spinto indietro di un metro. Come Ted aveva previsto, c’era un chiosco con ancora le luci accese: lo Zeebries. Tempismo perfetto. Ted entrò per primo, dietro il bancone una donna stava riordinando le ultime cose, il locale era vuoto.

«Signori, cosa gradite?» Non mi aveva riconosciuto. Ted ordinò per entrambi, sapeva di farmi un piacere tenendomi al riparo dal vento, anche se ancora per poco. Dovevo uscire allo scoperto. O meglio, a caviglie scoperte.

Ted domandò se avremmo potuto cambiarci e lasciare lì le nostre cose per un po’. Nessun problema. Ci siamo sfilati le scarpe e i calzini, e abbiamo indossato un paio di pantaloni corti al posto di quelli lunghi. Abbiamo lasciato la nostra roba in un angolo, ci siamo chiusi nel K-way e, in silenzio, ho iniziato a seguire Ted, percorrendo la spiaggia a piedi nudi. Il vento mi ha di nuovo colto di sorpresa.

Aveva iniziato a parlarmene il giorno prima, nel suo studio di Rotterdam dove aveva esaminato la mia caviglia, come sempre con grande accuratezza. «Marco, questa caviglia deve stare a riposo» mi aveva detto. «L’hai troppo stressata, suda solamente a guardarla. Da quanto tempo è in questo stato?»

Gli raccontai che, dopo l’operazione a Sankt Moritz, il dolore era cambiato. Era più acuto, più penetrante. Lo sentivo a ogni passo, prima dell’intervento non era mai stato così. Prima mi dava problemi solo dopo gli allenamenti o le partite, quando si gonfiava, ma adesso era perennemente arrossata, grossa e sudata. La cicatrice dei ferri di Marti, lungo tutto l’interno della caviglia, era ancora ben visibile pur essendosi rimarginata.

Ted sospirò e rimase in silenzio, mentre percorreva il resto del mio corpo, muovendo le mani in quel modo ripetitivo ma ricettivo che avevo imparato a conoscere. Eppure percepivo che la sua mente era altrove, come se avvertisse qualcosa di più profondo. Dopo venti minuti, esclamò di colpo: «Domani mattina andiamo al mare quando c’è la marea. Dobbiamo fare una camminata in acqua, tu e io. È indispensabile».

Il fresco di quella sabbia così fine fu un sollievo per la mia caviglia. Abbiamo raggiunto la linea della marea e siamo entrati in acqua. Le onde ci bagnavano i piedi e i polpacci. Abbiamo iniziato a camminare verso nord, Ted a destra, più verso la risacca. A sinistra l’acqua, a destra la sabbia. Le onde si infrangevano contro i miei polpacci, sentivo la sabbia muoversi sotto i piedi con la corrente di ritorno. Continuavamo a camminare. Il vento era impetuoso e freddo, ma l’acqua del mare era gelida. Dopo il sussulto per le prime onde, i piedi si erano lentamente abituati al freddo. Sulla spiaggia il dolore si era già attenuato, visto che un po’ si sprofondava nella sabbia, ma dopo un quarto d’ora di passeggiata nel mare stava sparendo del tutto.

Il rumore insistente della risacca copriva tutto il resto, noi dal canto nostro non avevamo detto granché. Ci limitavamo a camminare, passo dopo passo. Se Ted riteneva che il camminare in acqua avrebbe giovato alla mia caviglia, io lo avrei seguito. Ted ci aveva visto lungo già molte volte. Non serviva che mi desse spiegazioni, mi fidavo di lui. Conosceva il mio fisico alla perfezione.

Più procedevamo in silenzio e più il dolore si placava. E più il dolore si placava, più io mi soffermavo a osservare i dintorni. Vedevo la schiuma sulla cresta delle onde prima che si infrangessero sulla spiaggia. Vedevo i gabbiani librarsi immobili sopra le onde.

Da quando avevo subito l’operazione a fine dicembre la caviglia e quel dolore sconosciuto avevano catalizzato tutta la mia attenzione. Quel dolore pungente, subdolo. Quanti tipi di dolore esistono?

A un tratto mi sentii toccare. «Torniamo indietro?»

Ho annuito. Anche le sue caviglie erano immerse nell’acqua, anche lui aveva le ginocchia bagnate. Dopo una ventina di minuti eravamo di nuovo al chiosco e siamo entrati all’interno. La barista ha alzato lo sguardo dal bancone. «Adesso, di certo, avrete voglia di qualcosa.»

Ted deve aver mormorato qualcosa, del tipo: «Prima ci asciughiamo un attimo». Dal nulla ha fatto apparire due asciugamani e me ne ha passato uno. «Ho voglia di una bella cioccolata calda. Tu?». «Buona idea.»

A quel punto mi ha chiesto di stendere la gamba sulla sedia, ed è andato a sedersi su quella accanto e ha osservato la mia caviglia, senza toccarla. Poi ha annuito, in segno di approvazione. «Domani lo rifacciamo.»

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