
A domani!
Marco van Basten "Fragile": l’allenatore (2) - come sono diventato allenatore della Nazionale 2004
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Il modo in cui sono diventato allenatore della Nazionale è alquanto strano. Un errore arbitrale mi ha portato alla ribalta agli occhi dei pezzi grossi di Zeist. Giocavamo, con la primavera dell’Ajax, gli ottavi di finale di Coppa d’Olanda in casa del Twente. L’incontro è stato sospeso a causa di disordini tra i tifosi nel settore P prima di una rimessa laterale per il Twente. Ma alla ripresa del gioco, venti minuti dopo, al Twente è stato assegnato un calcio d’angolo invece della rimessa laterale, e da lì è scaturito il gol decisivo di N’Kufo, per l’1-0, che è stato anche il risultato finale.
Poiché giocavamo la fase a eliminazione diretta, eravamo fuori. Ero furioso, il gol era irregolare e cozzava con il mio senso della giustizia. Quel gol non doveva essere convalidato, come hanno mostrato persino le immagini televisive della NOS, quindi abbiamo fatto ricorso in appello a Zeist. Sembravamo non avere alcuna possibilità, ma la mia richiesta è stata infuocata. Della commissione faceva parte anche Henk Kesler, direttore della Federazione olandese e giurista.
Alla fine abbiamo perso la causa, anche se tutti sapevano che quel gol non era regolare, ma avere ragione e ottenere ragione sono due cose diverse. Ciò nonostante credo che Kesler abbia pensato: però! Quel Van Basten, devi tenerne conto, si fa rispettare. Interessante. In seguito ho avuto la sensazione che quell’episodio abbia svolto un ruolo cruciale quando, poco dopo gli Europei in Portogallo, Advocaat è stato scaricato in malo modo e Kesler è stato costretto a cercare un nuovo commissario tecnico.
Il 15 luglio 2004 John e io eravamo di nuovo sul campo di allenamento con la primavera dell’Ajax, per l’inizio della preparazione in vista della nuova stagione. Di recente ho rivisto quelle fotografie. La Nazionale olandese aveva disputato un pessimo Europeo, ma noi stavamo per cominciare tranquillamente il nostro nuovo anno con la primavera dell’Ajax. All’improvviso è successo di tutto.
Kesler, quella settimana, è volato a Barcellona, da Johan. Lì è stato fatto per la prima volta il mio nome, da quanto ho appreso in seguito. Non so esattamente come, ma si sono entusiasmati entrambi subito. Poco dopo, attraverso Jaap de Groot, il «De Telegraaf» mi ha menzionato come un serio candidato, infine c’è stata un’accelerazione. Kesler ci ha chiamato per fissare un incontro.
A John è sembrato subito bellissimo, un’idea magnifica e anche una grande opportunità. Io, sulle prime, mi sono spaventato, da un lato la proposta mi piaceva e mi attirava, lusingava il mio ego, dall’altro quando si è arrivati al dunque ho pensato: cazzo, non farete mica sul serio?! Non è ancora il momento. La mia riserva aveva a che fare unicamente con la sensazione che avrei dovuto ancora fare esperienza, che non fossi completamente pronto. Mi dovevo ancora un po’ ambientare nella seconda squadra dell’Ajax, abituare al ruolo, non mi ero del tutto formato come allenatore, un mestiere che devi imparare con la pratica, in cui devi fare molta esperienza e quindi cercare di capire se stai progredendo e se fa per te. Se puoi essere un valore aggiunto. Quindi io vedevo soprattutto difficoltà, ostacoli da superare, complicazioni. L’ho anche detto a John, che però continuava a essere entusiasta e ottimista, così come Johan, e il «De Telegraaf». In prima istanza, devo dire, mi ci hanno trascinato.
Ma gli ho detto chiaramente, quando ne abbiamo parlato per la prima volta davvero a casa sua: «John, fai per un attimo la persona seria! Non posso mica, così dal niente, diventare allenatore della Nazionale! Intendo dire, di cosa stiamo parlando?». Ma John allora mi ha risposto: «Ehi, certo. Si può… Ti aiuto io, no?». Il suo punto di vista era chiaro. «Ce la faremo» ha detto, mentre io continuavo a dubitare: «È troppo presto».
Poiché continuavo a titubare, John se ne è spuntato fuori con tale Erik Reep, che lavorava tra l’altro con la cantante Willeke Alberti, la quale si era trovata bene con lui. Un pomeriggio sono passato con Liesbeth dai Van ’t Schip. La casa era piena, c’erano Daniëlle, Willeke e Joop Oonk, e quell’Erik Reep.
Ero sorpreso da tutta quella situazione e ho espresso di nuovo i miei dubbi. A Reep avevano detto: «Puoi parlarci tu con Marco?». Quindi, sono andato con lui in un’altra cameretta. «Ti piacerebbe?» mi ha chiesto.
«Sì, mi piacerebbe. Ma penso, no, sento di non essere del tutto pronto.»
«Oh, no? Ma non ne sai abbastanza di calcio?»
«Sì, penso di sì, ma non è poi così semplice. E la cosa mi rende nervoso. E non so se sono in grado di gestirla.»
«Sai, se si presentano dei problemi, li risolvo io per te. In linea di principio mi occupo di eliminare eventuali tensioni nelle persone. Le puoi condividere con me. E poi le risolviamo.»
Ted Troost, al termine della mia carriera di calciatore, a poco a poco era sparito dalla scena, e poi è arrivato questo signore, un mental coach. «Ascolta. Non ti agitare» mi ha detto. «Farò in modo che tu ti senta bene.»
Al che ho pensato, Gesù Cristo! Adesso diventa sempre più difficile dire di no. Johan dice che devo farlo, lo dice il «De Telegraaf», lo dice John, ed Erik Reep dice inoltre che si sistemerà ogni cosa.
Quando Liesbeth e io siamo tornati insieme in macchina a Badhoevedorp, lei col suo sguardo mi diceva: ne sei proprio sicuro? Tuttavia quel genere di decisioni di solito le lasciava prendere a me.
Perry, che all’epoca aveva appena iniziato a essere coinvolto nei miei affari, non aveva la benché minima idea di quel che mi frullasse per la testa. Quelle emozioni, i dubbi fino a quel momento erano sentimenti che avevo tenuto ben nascosti. Era la prima volta che «lui» dava una sbirciatina. E poiché non ne parlavo con nessuno, ero l’unico al corrente di quella paura, quindi sì, mi sono lasciato trascinare.
Nel mio intimo risuonava anche l’eco delle batoste finanziarie subite di recente, dalle conseguenze in parte ancora incerte. Se quelle vicende fossero finite tutte male, avrei avuto in ogni caso, come allenatore della Nazionale, una fonte di reddito. Non era certo quello il motivo principale, in quanto avevo iniziato con John a lavorare all’Ajax perché il calcio mi attirava di nuovo, e perché mi trovavo bene lì con lui, ricominciava a piacermi, ma c’era anche il fatto che non avrei potuto comportarmi come Johan a suo tempo.
Comunque, l’invito della Federazione calcistica olandese solleticava il mio ego, e anche un po’ il mio portafoglio. Ci sarebbe stata una nuova entrata, e non era male, in considerazione del disastro azionario e della cartella esattoriale che ancora incombeva.
Delle persone che una volta erano i miei punti di riferimento, Johan Cruijff, Cor Coster, Silvio Berlusconi e Ted Troost, tre erano sparite dalla scena. L’unica ancora rimasta, Cruijff, era un grande sostenitore di questo progetto. Johan aveva detto a Kesler, a Barcellona, che avrebbe dovuto ingaggiarmi. E a Kesler, naturalmente, sembrava un’idea grandiosa: Van Basten commissario tecnico, Cruijff punto di riferimento.
Il punto non era che non avevo più il coraggio di dire «no», ma che mi facevano pressione. E, a essere sincero, in fondo lo volevo anch’io. Sarebbe stata un’avventura avvincente, ma anche e soprattutto un’arma a doppio taglio. Avevo così poca esperienza che non sapevo bene quali fossero le mie lacune.
L’aspetto nuovo e avventuroso mi attirava, solo che avevo paura di essere totalmente impreparato. C’è poi da aggiungere che le persone del mio ambiente non avevano un’immagine giusta di me come allenatore, penso che al riguardo non mi conoscessero abbastanza bene. Nuovi giocatori, nuovi allenatori, nuove tattiche, nuove tendenze, mi era sfuggito tutto.
Quello è stato un periodo particolare, in Portogallo c’erano stati momenti in cui si era perso il controllo: Van Hanegem ha detto che avrebbe dato uno schiaffo a Advocaat, il livello delle pubbliche relazioni era drammatico. E un’epoca stava finendo: quella di Stam, Kluivert, Reiziger, Overmars, Frank e Ronald de Boer. Giocatori importanti. Il Mondiale del 1998 e l’Europeo del 2000 erano stati buoni, ma nel 2002 l’Olanda non si era nemmeno qualificata al Mondiale e nel 2004 c’era parecchio malumore. L’atmosfera nella Nazionale olandese era ai minimi storici, così la Federazione calcistica cercava qualcosa di nuovo ed è spuntato all’improvviso il mio nome.
John e io in quel periodo siamo stati da Johan a Barcellona. Anche lì, allora, ho espresso i miei dubbi, ma Johan ha reagito da Johan: «Per che cosa ti agiti, eh? Che motivo hai? Quelli che fanno critiche non ci capiscono niente. Ti aiuto io».
John mi avrebbe aiutato, e anche Erik Reep e Johan, così ho pensato: devo farlo. Naturalmente per me essere l’allenatore della Nazionale era al contempo un onore e una sfida enorme, e subentravano soprattutto il mio amor proprio e l’orgoglio. Ma, nello stesso tempo, mi assalivano il dubbio e la paura di non essere ancora del tutto pronto.
Un giorno sono andato in macchina da Kees Jansma, che abitava allora a Maarssen, per chiedergli di diventare l’addetto stampa. Gli ho detto: «Sì, dovrai lavorare con questo novellino». Al che Kees ha risposto: «Avrò la possibilità di lavorare con te, intendi dire». La presenza di Kees ma anche della vecchia volpe Hans Jorritsma, a essere sincero, in quel momento mi tranquillizzava.
Quindi mi sono messo al lavoro e c’erano aspetti anche molto piacevoli. Il 3 agosto siamo stati presentati, a Zeist, come nuovi allenatori della Nazionale. Il discorsetto di presentazione sulle mie idee è stato discreto. No big deal. Per la Federazione calcistica una persona con l’aria tranquilla dietro il tavolo era un gran sollievo e anche la stampa mi trovava gradevole. Il mio modo di comunicare era buono, non dicevo cose strane e non mi emozionavo. Quanto possono essere importanti, eh, le apparenze!
E mettere la firma non ti procura alcuno stress, perché è ancora tutto molto lontano. Soltanto uno o due giorni prima dell’inizio vero e proprio si presenta quella sensazione di stress, quell’esigenza interiore sempre presente di vincere. Martedì 17 agosto, a Stoccolma, un giorno prima della partita contro la Svezia.
Johan, a Barcellona, ci aveva detto come dovevamo giocare. «Restate sul semplice. Un normale 4-3-3 col centrocampista davanti alla difesa.» Aveva aggiunto un altro paio di suggerimenti tattici che io avevo annotato. Ho cercato di prepararmi al meglio grazie a lui e alle sue indicazioni, era Johan il mio esempio, il punto di riferimento, così era stato presentato ufficialmente dalla Federazione olandese, la quale quindi faceva del suo meglio per supportarmi e sostenermi.
Tuttavia, siamo partiti per Stoccolma abbastanza impreparati. Non avevamo nemmeno un’analisi del sistema di gioco dell’avversario. I giocatori sì, li conoscevamo, ma non avevamo una relazione dettagliata. Nell’avvicinamento alla partita ci siamo occupati soprattutto dei nostri giocatori, e solo all’ultimissimo momento abbiamo lavorato sulla presentazione della Svezia ai nostri giocatori. Il lunedì sera, due giorni prima della partita, siamo rimasti fino alle due di notte alle prese con una lavagna luminosa e una stampante per preparare ogni cosa.
La notte successiva, alla vigilia della gara contro la Svezia, non sono riuscito a dormire. Si avvicinava il momento in cui avrei dovuto svolgere la funzione di commissario tecnico, facendo il mio debutto in quel ruolo. La tensione mi impediva di prendere sonno, era come se dovessi giocare io stesso una finale.
Me ne stavo lì disteso a fissare il soffitto, con il corpo pervaso dalla tensione. Sentivo che dormire sarebbe stata un’impresa. Mi sono alzato, ho bevuto qualcosa, ho guardato un po’ di tv e sono tornato a stendermi con la luce spenta, ma il mio stato non faceva che peggiorare. Con gli occhi sbarrati fissavo il buio. Ho guardato il mio telefono, erano già quasi le quattro.
Quella notte ho chiamato per la prima volta Erik Reep. Anche se, da un punto di vista formale, lo avevamo aggiunto come mental coach alla Nazionale olandese, la sua presenza alla fine aveva a che fare soprattutto con me. Reep alle quattro e mezzo di mattina è venuto nella mia stanza e abbiamo parlato un po’, ha cercato di farmi rilassare e riaddormentare. Alla fine ho dormito un paio d’ore, ma è stata comunque una brutta notte.
Dopo sono stato in grado di agire in maniera abbastanza normale e di fare quello che dovevo, ma era un segnale significativo: non è una buona cosa, così non va bene. Allora ho pensato: ok, è la prima volta, e di fronte a un lavoro è logico che all’inizio si senta un po’ di tensione, è tutto ancora nuovo, a un certo punto si allenterà.
Tuttavia le notti insonni prima di una partita sono continuate. Si possono sopportare, considerato che ci si raduna quattro o cinque volte ogni sei mesi, e una volta al mese prima della pausa invernale, quando capita di avere tre giorni intensi o una settimana piena con due gare internazionali ravvicinate. Tra un incontro e l’altro posso rimettermi in sesto abbastanza bene, dieci giorni concentrati e, quindi, tre settimane tranquille, successivamente avrei recuperato sempre mentalmente e avrei avuto anche il tempo di valutare con calma la situazione.
Ma ogni volta che si avvicinava di nuovo una partita, la tensione tornava a salire. Fino al calcio d’inizio, diciamo. Mi era stato d’aiuto Erik Reep, di sicuro nei primi mesi, che era stato formalmente ingaggiato per la squadra, quindi presente anche lui al primo grande colloquio con i giocatori a settembre, a Huis ter Duin. Gli avevamo detto: «Resta un po’ in disparte. Osserva soprattutto, dopo forse potrai dire qualcosa individualmente a ogni giocatore». Tuttavia, quando quel giorno siamo arrivati a Noordwijk, se ne stava lì vestito all’indiana vicino all’ingresso della sala in cui dovevano entrare tutti i giocatori, con tanto di gonnellino, un enorme copricapo di piume e un’ascia in mano. Una scena bizzarra. Siamo sbiancati, perché non era certo quello che si definisce «restare in disparte». Ha dato personalmente il benvenuto a tutti con quell’abbigliamento. Più tardi, quel pomeriggio ha peraltro fatto, vestito normalmente, una presentazione buona e utile. Tuttavia, non molto tempo dopo abbiamo posto fine alla collaborazione con Erik, poiché non aveva apportato il contributo che ci saremmo aspettati. No hard feelings.
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