
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la caviglia (5) - di notte nella sala giochi Primavera 1995
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Devono essere quasi le quattro. Non credo di aver svegliato nessuno, questa volta. Quando torno verso il letto, in ginocchio, so esattamente cosa fare: con la gamba sinistra mi sollevo all’indietro, così atterro seduto sul letto e posso subito sdraiarmi supino.
Ormai è diventata una routine. È il modo meno doloroso, l’ho imparato bene negli ultimi mesi. Ora che dormo nella sala giochi, non disturbo più il resto della famiglia. Non devo più scendere le scale, una bella differenza, in termini di tempo e di dolore. Però disturbo me stesso, i miei pensieri mi infastidiscono sempre più.
Ora che sono di nuovo sdraiato, cerco di stare attento alla respirazione. Da quando mi hanno tolto l’apparato di Ilizarov, il dolore è una costante. Gli antidolorifici che mi ha dato il dottor Tavana sono quasi finiti, anche se non li prendo tanto spesso. Non amo quelle pasticche, voglio sentire come stanno le cose in realtà.
Mi appoggio le mani sulla pancia. Un «lettore dell’aura», Bert, mi ha detto che quando sono sdraiato supino devo cercare di focalizzare altrove la mia attenzione. Le mani sulla pancia, il respiro profondo e l’attenzione che dalla caviglia si sposta verso la pancia, lontano da quella «gamba rigida».
Ci provo per qualche minuto, ma la mia caviglia non si fa ignorare. Anche questo ormai l’ho imparato. Mi giro lentamente sul fianco sinistro e la tocco delicatamente, anche questo è un rituale fisso, a mo’ di controllo. Gonfia e sudaticcia, e dolorante al contatto, per quanto sia cauto. La solita solfa.
Da disteso almeno il dolore è sopportabile, è più che altro un fastidio, ma poggiare il peso sul piede destro è semplicemente impossibile. Non ci riesco più, dall’apparato di Ilizarov in poi.
Le ultime settimane sono sopravvenuti anche altri pensieri funesti. Battaglie notturne nella mia testa, anche se provo a calmarmi e a distrarmi. A dormire quasi non riesco, fisicamente non sono affatto stanco. Di giorno non faccio quasi niente, non so come scaricare le mie energie. Solo poche volte ci riesco, sulla cyclette.
In ogni caso non tengo più sveglia Liesbeth girandomi e rigirandomi nel letto. Un genitore che trascorre notti insonni è più che sufficiente con due bambine piccole. Non che io sia in grado di fare granché con Angela e Rebecca, quasi non riesco a muovere un passo, non sono di grande aiuto. A volte mi sento una palla al piede di Liesbeth. Quasi non esco più di casa. Costa talmente tanta energia, camminare sempre con quelle stampelle, e in più mi vergogno, non voglio essere visto così. Per cui passo tutta la giornata davanti alla televisione. Liesbeth gestisce bene la situazione, ma anche per lei è pesantissimo. Sembra non esserci la minima prospettiva.
Prima devo cercare di calmare il cervello, questo vortice di pensieri si presenta sempre di notte. Adesso che mi sono di nuovo infilato a letto, dopo la spedizione in bagno, so bene cosa sta per succedere. A volte penso che sia una punizione, che sono costretto a scontare la mia ansia di farmi valere, la mia superbia, il mio ego. Per anni ho voluto solo migliorare, giocare a un livello più alto e guadagnare di più. In quella spropositata pulsione verso l’alto, cercando di diventare più importante, avevo inesorabilmente sbattuto la testa. E ora mi sono arenato. Bert cerca di aiutarmi a capire meglio la situazione. Dice che devo diventare più flessibile, meno rigido di mio padre. Che devo fare appello al mio lato femminile. Cambiare mentalità. E così poi, grazie agli ormoni giusti, la caviglia potrà liberarsi dallo stress. Aiutandomi con esercizi di respirazione, per esempio. E anche mettere le cose per iscritto potrebbe aiutare, così mi ha suggerito.
Ma quando sono qui disteso da solo, di notte, tutto questo non mi è di grande aiuto. Mi domando cosa stia realmente succedendo. Non riesco a poggiare il peso sulla gamba destra e i muscoli sono anche diventati sottilissimi, dopo tre mesi di Ilizarov e otto con le stampelle. Ho compensato sempre con la sinistra. Nelle ultime settimane ho di nuovo male al ginocchio sinistro, per questo motivo. Un problema ne causa un altro, ma voglio capire. Capire mi aiuta. Non mi piace perdere il controllo, allora mi metto a riflettere, cerco ogni volta di focalizzare il punto. E quando sono steso a rimuginare, comincio a sudare su tutto il corpo e di dormire proprio non se ne parla. Vedo la nuvola di pensieri funesti avvicinarsi, non appena mi distendo. Mi assalgono, mi prendono per la gola. Sono pensieri che non servono a nulla. A volte penso di avere un cancro alle ossa, per via delle centinaia di lastre alla caviglia. Chi mi dice che non sia così? Oppure penso che i perni nella gamba abbiano fatto un tale danno che non riuscirò più a camminare normalmente. Che sono menomato. Allora comincio a sudare e sto lì fermo nel letto. Una sensazione di impotenza, non intravedo il minimo spiraglio di speranza.
Ho 30 anni e non riesco più a camminare. Sono padre di due bambine, ma non posso nemmeno giocare con loro. Ero uno sportivo acclamato, ma non riesco neppure a fare una passeggiata nel quartiere. Ho dato fiducia a due medici, ma le cose sono solo peggiorate. Che razza di futuro è questo? Quali possibilità mi rimangono?
Mi sforzo comunque di calmare i pensieri. Mi giro sul fianco destro e fisso il tavolo con i giochi. Monopoli, il gioco dell’oca, Risiko. Provo a pensare a quando giocavo con i figli dei vicini di casa, cerco di evocare delle immagini. Immagini piacevoli. Bert aveva anche detto: «Se hai pensieri negativi, prova a bilanciarli con qualcosa di positivo».
In genere i giochi mi hanno sempre messo di buon umore, ma se ripenso al ping-pong da Henri, nel garage, ai salti e alle schiacciate, mi sembra tutto così lontano. Non riesco nemmeno a camminare. Anche le cose che normalmente mi mettono allegria adesso non mi aiutano.
Altro fatto stancante: osservo i miei pensieri. Secondo Bert nella mia mente ho ingigantito a dismisura il problema di quella caviglia, devo cercare di ridimensionarlo. Ma non è così. Non è vero e basta, perché da due anni e mezzo non ho avuto il minimo giovamento, la situazione è solo peggiorata.
Ted mi ha trascinato dappertutto. Al mare, da un agopuntore, dal lettore dell’aura, questo Bert. Ultimamente Liesbeth è andata addirittura per me con un amico dalla guaritrice Jomanda. «Chissà, magari aiuta, non si sa mai.» Le intenzioni sono buone, anche quelle di Ted, ma non servono praticamente a niente. Niente è servito.
Un paio di mesi fa Ted voleva addirittura portarmi in India, da un certo naturopata in un’ashram. Ma mi sono rifiutato, mi pareva troppo.
Forse perché vedevo le cose da un’altra prospettiva, ma l’approccio di Bert mi era sembrato interessante. Era una questione di mentalità, di guardare all’infortunio da un’altra prospettiva, di flessibilità e rigidità. Rigidità che si rifletteva nella gamba.
Magari sarà una grossa sciocchezza, ma voglio tornarci un’altra volta. Sembrava un tipo sveglio, sensibile. E poi male non può fare. Aveva anche suggerito quell’esercizio di respirazione. La prossima volta vorrà parlare della mia infanzia. Farò anche questa. È tutto incredibilmente vago, ma del resto neanche i medici tradizionali mi hanno portato il minimo miglioramento. Quindi chi sono io per rifiutarlo a priori? Magari mi dà un piccolo giovamento, anche se per stanotte è stato davvero minimo.
D’un tratto ripenso a una telefonata di Tavana, la scorsa settimana mi pare, cui aveva risposto Liesbeth. Le aveva domandato con grande cautela se c’era stato qualche progresso. Liesbeth aveva risposto per me. No. Niente, nada.
Da quando ho ricevuto quella telefonata penso ogni tanto al mio contratto con il Milan. Ancora mi pagano, ma sono due stagioni che non gioco, da quando ho rinnovato il contratto per tre anni. È tutto molto nobile da parte della società, ma dalla settimana scorsa penso sempre più spesso che non voglio approfittare un’altra stagione della generosità di Berlusconi, visto che la ripresa è tanto lontana. Alla finale di Champions League contro l’Ajax, il mese scorso, ho fatto una breve apparizione. È stato doloroso, anche se non l’ho dato a vedere.
In questo vortice di pensieri affiora qualcosa di nuovo, qualcosa di ancora non tangibile. Uno sprazzo. Ma in un certo senso so già cos’è. I contorni sono vaghi, ma assume sempre più concretezza. Ancora non ho il coraggio di pensarlo ad alta voce. È una cosa grossa, dolorosissima. Ma c’è anche una parte di leggerezza. Basta. Ci rinuncio. Mollo. Domani telefono a Berlusconi e glielo dico. Non ci sono speranze. Non torno più. Fine.
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