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Marco van Basten "Fragile": la caviglia (7) - la liberazione Febbraio 1996

 

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Dopo l’estate del 1995 e il mio addio a San Siro, avevo toccato il fondo. Con la famiglia ci trasferimmo da Milano a Montecarlo trascorrendo anche regolarmente qualche periodo in Olanda. Ancora non potevo fare quasi niente e avevo male ogni giorno. Dei medici non avevo più alcuna fiducia, eppure in quell’autunno andai a consultare Niek van Dijk, lo specialista della caviglia dell’AMC, il policlinico universitario di Amsterdam.

Gli raccontai tutta la storia, era il novembre 1995. Erano tre anni che provavo dolore a quella caviglia e, dopo l’apparato di Ilizarov, la situazione era peggiorata al punto che quasi non riuscivo più a fare niente. Camminare era doloroso, non potevo giocare a golf, nemmeno a tennis, ovviamente il calcio era escluso.

Van Dijk fa parte di una nuova generazione di medici che adotta anche tecniche nuove. È il pioniere dell’artroscopia alla caviglia. Con una minima incisione, si può intervenire all’interno per fare delle «riparazioni». Nonostante avesse imparato il mestiere da Marti, il suo approccio era completamente diverso.

Con la tecnica dell’artroscopia Van Dijk avrebbe poi aiutato molti giocatori, tra cui Messi, Ronaldo e Zlatan, ma per me tutto questo era arrivato con dieci anni di ritardo. All’epoca tutto questo semplicemente non esisteva. Secondo lui sono l’unico calciatore professionista che abbia mai avuto in cura che ha smesso di giocare in seguito alla rottura dei legamenti della caviglia.

«In realtà ci resta un’unica soluzione» disse. «Provo a fare un’ultima pulizia. C’è solo l’1 per cento di probabilità che faccia qualche differenza, ma non si sa mai. In ogni caso male non può fare. E se non si ottengono risultati, lo sapremo nel giro di un paio di settimane, ti consiglio di tenere la caviglia bloccata.»

Quando Van Dijk ha infilato la telecamera microscopica nella caviglia, è stato subito molto sincero: «La situazione è gravemente compromessa, così non puoi andare avanti, penso che dovremo bloccarla. Riflettici su».

Nel frattempo l’osso era talmente malandato che ormai cominciava a diventare poroso, come un wafer. Se l’avessi forzata avrei rischiato che si frantumasse. «Dobbiamo fare attenzione,» mi disse «perché l’articolazione è in pessime condizioni. Caviglie del genere di solito le hanno gli ottantenni, e possono presentare questi disturbi.»

Insomma, io avevo una caviglia in quelle condizioni. Il risultato dell’opera di quei medici eccellenti. Avevo 31 anni.

Il vantaggio di bloccare la caviglia è che non si sarebbe più infiammata. L’articolazione non viene più sollecitata eccessivamente, non c’è attrito. La caviglia non si gonfia più, sei solo limitato nei movimenti. Finalmente l’articolazione ha un po’ di tregua, e se tutto va bene il dolore gradualmente sparisce.

Finalmente un medico che diceva come stavano le cose. A dire il vero non sapevo nemmeno che fosse un’opzione, il bloccaggio. Per la prima volta dopo anni avevo l’idea che saremmo andati nella giusta direzione.

In quel momento Van Dijk era lo specialista mondiale della caviglia, anche se ormai non davo molto peso alle reputazioni. Allora mi aveva convinto sostanzialmente il suo approccio: aveva esaminato la caviglia, constatando che si trattava di un problema di distrofia, una sorta di stress post-traumatico dell’articolazione. Il gonfiore, il calore, il sudore, l’impossibilità di rilassare la caviglia. Lo trovava preoccupante, perché perdurava da così tanto tempo. «Tutto questo deve finire» disse Van Dijk. «Capisco che così non puoi continuare a camminare, bisogna fare qualcosa.»

Il bloccaggio è apparentemente un’operazione semplice, ma è un intervento parecchio invasivo. Il principio è che l’articolazione tibio-tarsica smette di essere un’articolazione. La tibia viene fissata tramite viti al malleolo e nel giro di un paio di mesi le ossa si calcificano. Dopodiché non sarebbe più stato possibile alcun movimento tra quelle ossa, l’intera questione della cartilagine era irrilevante. Al termine dell’artroscopia, Van Dijk era ancora più convinto che la cartilagine fosse quasi sparita del tutto. Le ossa sfregavano tra di loro, e probabilmente da oltre un anno. Il che spiegava anche la distrofia e il dolore.

Lasciò a me la scelta. Bloccare la caviglia per il resto della vita sarebbe stato un sacrificio, una strada senza ritorno. «L’assenza di dolore ha un prezzo» disse. «Devi pensarci bene.» Per me era molto difficile capire cosa sarei stato in grado di fare con quella caviglia. Avrei voluto davvero tornare a praticare un po’ di sport, ma era in qualche modo una resa, cedere al doloroso fatto che la mia caviglia fosse fuori gioco. Ammettere il fallimento della mia caviglia mi disgustava.

Allo stesso tempo non c’erano alternative, il dolore mi aveva annientato. Le notti insonni, passate a fissare il soffitto. L’umore nero, solo perché non riuscivo a scaricare la mia energia. Da Ilizarov in poi la vita era stata intollerabile. Dopo otto mesi di stampelle e antidolorifici la situazione non era che peggiorata, lo sport era tuttora escluso e non c’erano prospettive di miglioramento.

All’inizio di febbraio presi la mia decisione. Il 14 febbraio, al policlinico universitario di Amsterdam, il dottor Van Dijk mi fissò la tibia al piede con un paio di grosse viti. Detto in parole povere, ma è andata proprio così. Era bloccata.

Dopo dieci settimane di gesso, per far calcificare le ossa tra di loro, il dolore era sparito. Era tutto bloccato, nessun attrito, nessun movimento, nessun dolore. Non riuscivo a crederci. Ovviamente i primi tempi potevo fare poco o niente, per cui cercavo di non farmi prendere dall’euforia, ma nemmeno la contrastavo. Fu una liberazione. Per la prima volta dal dicembre 1992 il dolore era passato.

Ogni mattina, quando mi alzavo, temevo che il dolore tornasse. «Se oggi ci cammino sopra, mi farà di nuovo male.» E invece no. Le ferite dell’operazione guarirono, la caviglia era di nuovo silenziata per la prima volta dopo anni. Ero limitato nei movimenti, non riuscivo più a muovere il piede come prima, ma l’articolazione sottoastragalica funzionava ancora. Per fortuna non mi ero ritrovato di colpo con una gamba di legno. Dovevo abituarmi, ma col passare dei mesi imparai sempre meglio come muovere la caviglia bloccata.

A quei tempi abitavamo a Montecarlo. Appena cominciarono i primi miglioramenti, agli inizi di maggio, andai addirittura a giocare – cautamente – una partita a tennis. Lì mi trovai con una persona che aveva appena subito un intervento alla schiena, Gerard Iwema. Mi rivedo con lui sul centrale di uno dei più bei circoli di tennis d’Europa, affacciato sul mar Mediterraneo. All’inizio il livello è stato penoso, davvero la sfida tra un cieco e un paralitico, che ridere.

Ma era la prima volta che uscivo di casa per giocare, sebbene fosse una semplice partitella a tennis. È stato bellissimo. Ero stato chiuso in casa per così tanto tempo. Immusonito sul divano davanti alla tv, costretto a dormire in sala giochi, a zoppicare in cucina per prendere qualcosa da bere. Ogni tanto qualche chilometro sulla cyclette, tutto lì. Fare sport sul serio era un miraggio. Quella partita di tennis con Gerard, malgrado le limitazioni, mi era sembrata la luce alla fine del tunnel. Liesbeth mi disse che solo allora si era diradata la nuvola scura che mi opprimeva, non appena avevo ripreso a fare sport, per quanto fosse una cosa minima.

Mi ero dunque messo a giocare un po’ a tennis e avevo ricominciato con il golf. Era diventata una nuova passione e potevo finalmente sfogare le energie. Il calcio era escluso con quella caviglia bloccata, ma adoravo essere di nuovo all’aperto, sudare e fare qualche partita. E perfino perdere. Tutto considerato, dall’intervento di bloccaggio della caviglia, era come se fosse avvenuto un miracolo. Il dopo Ilizarov era stato un periodo pesante, una pagina nera. E adesso, che finalmente era tutto finito, per la prima volta dopo anni era arrivata una cosa bella, uno spiraglio di luce, un po’ di sole. Potevo di nuovo scaricare le energie, potevo di nuovo respirare, mi sentivo liberato.

Il lato piacevole di Montecarlo è che lì tutti possono muoversi indisturbati, quindi potevo restare abbastanza nell’anonimato. Anche in famiglia c’era un nuovo motivo di allegria. Nel maggio 1997 era nato nostro figlio Alexander. Dopo due femmine, un maschio: eravamo al settimo cielo.

Quando riprendi a fare sport, ti trovi automaticamente di fronte a nuovi limiti. Con il golf, a causa della caviglia, non riuscivo per esempio a finire completamente lo swing, ma avevo imparato a compensare. Non era il massimo, ma fisicamente sapevo affrontare il problema, ben presto avevo imparato ad aggirarlo. E allora potei ricominciare a dare tutto me stesso, tutte le mie energie. Era un nuovo mondo.

Successivamente Van Dijk mi raccontò che in quel periodo aveva avuto un «mezzo infarto». Dopo l’operazione osservai dieci settimane di riposo assoluto, necessarie per far calcificare bene le ossa che, altrimenti, sarebbero state troppo fragili in caso di eccessiva sollecitazione dell’articolazione appena fissata. Dopo dodici settimane la suocera di Van Dijk lo chiamò per dirgli di accendere immediatamente la televisione. Si era precipitato davanti allo schermo e non aveva creduto ai suoi occhi: un torneo indoor di footvolley ad Aalsmeer, e chi c’era insieme a un altro ragazzo a giocare un match sulla sabbia contro Ronald e Frank de Boer? Giusto, io!

Van Dijk mi raccontò che era sbiancato per lo spavento, ma che allo stesso tempo aveva pensato: questo qui va proprio in cerca dei limiti. Praticare sport così intensamente, e così presto, è rischiosissimo. Dopodiché sperava più che altro che il telefono non squillasse. E per fortuna non aveva mai squillato. Non aveva sentito niente. Alla fine aveva potuto tirare un sospiro di sollievo.

Forse era stato un rischio, ma provavo un senso di totale liberazione. Non potevo credere di avere di nuovo il mio corpo a disposizione. Volevo godermelo appieno da subito, malgrado il nuovo limite. Il dolore era sparito, sembrava un dono del cielo. Volevo capire fin dove potessi spingermi.

Van Dijk è l’unico medico che alla fin fine mi ha davvero aiutato, gliene sarò grato in eterno.

Nei mesi estivi andavamo ogni tanto sulla spiaggia di Juan-les-Pins. Non era molto lontano. Una volta vedemmo un gruppetto di ragazzi che giocavano a footvolley. Mi unii a loro, ancora ci riuscivo, perché sulla sabbia la caviglia ne risentiva meno. L’unica cosa davvero difficile era darmi lo slancio, ma grazie alla mia sensibilità nel toccare la palla riuscivo a compensare, per fortuna.

Dopo un po’, mi fermai a parlare con un francese sui quarant’anni. Era davvero bravo, spiccava su tutti gli altri. Aveva una buona struttura fisica, una tecnica eccellente ed era molto dotato tatticamente.

Era una compagnia internazionale, con brasiliani e argentini. Molti di quei ragazzi giocavano lì ogni giorno, ma lui era nettamente il migliore. Jean-Claude, si chiamava. A un certo punto gli domandai cosa facesse per vivere, mi disse che lavorava all’aeroporto di Nizza, al reparto bagagli. Prendeva le valigie dal nastro e le portava via. Un mestiere pesante e noioso. «Eh sì, ma qualcosa bisogna pur fare» disse.

Era così bravo a footvolley, vinceva tutte le partite, che allora gli chiesi perché non fosse diventato un calciatore professionista. «Ero avviato verso un futuro promettente nel mondo del calcio,» rispose «finché a 16 anni mi sono rotto il crociato. I tempi lunghi di ripresa mi hanno impedito di intraprendere la carriera professionistica.» A causa di quell’infortunio al ginocchio era stato costretto a rinunciare al suo sogno. Aveva avuto problemi per anni e solo molto tempo dopo si era messo a giocare a footvolley sulla spiaggia di Juan-les-Pins. Allora, per la prima volta, aveva provato di nuovo il piacere di giocare e la motivazione di tornare a eccellere in qualcosa. E in effetti era diventato bravissimo.

Sulla strada del ritorno da Juan-les-Pins a Montecarlo continuai a vedermi davanti agli occhi l’immagine di Jean-Claude al nastro bagagli. Quell’uomo aveva mancato l’intera carriera, non era mai riuscito a diventare un calciatore professionista. Io almeno avevo avuto l’opportunità di vivere dieci splendidi anni ai massimi livelli. In quell’istante mi resi conto che il bicchiere non era mezzo vuoto, ma mezzo pieno. Che dovevo essere felice e grato per aver vissuto tutti quei bei momenti nella mia carriera calcistica. Con la memoria tornai anche al momento in cui a Milanello mi ero guardato allo specchio e avevo pensato: non può finire qui, no? Ho ancora così tanto da far vedere al mondo.

In macchina, di ritorno a Montecarlo, quella consapevolezza si fece d’un tratto fortissima. Posso pure continuare a lagnarmi perché ho perso metà della mia carriera, ma almeno una metà mi è stata concessa. E in quella metà ho avuto la fortuna di vivere tantissimi momenti splendidi. Fu una vera rivelazione.

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