
A domani!
Marco van Basten "Fragile": l’allenatore (1) - come sono rientrato nel calcio 2002-2004
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A Montecarlo, tra il 1996 e il 1998 sono tornato lentamente alla vita, dopo l’immobilizzazione della caviglia, nel febbraio 1996 ero ancora in piena riabilitazione. Finalmente senza dolore, fare sport aiutava ma il calcio era molto lontano. Quasi non lo guardavo più, «Studio Sport» lì non andava in onda.
Insieme a Danny Blind, durante i Mondiali del 1998, ho guardato dalla tribuna la partita Olanda-Argentina a Marsiglia, che era abbastanza vicino. È stata la partita della bizzarra testata di Ortega contro Van der Sar e della rete eccezionale di Bergkamp. Io ero proprio da quella parte, è stato un gol parecchio bello, ma non mi ha emozionato più di tanto; mi ricordo soprattutto il mal di testa per tutte quelle ore passate sotto un sole cocente.
In quel periodo, durante le qualificazioni per i Mondiali, Guus Hiddink mi voleva come assistente, nel 1996 o nel 1997. Aveva già Koeman, Rijkaard e Krol come assistenti e riteneva che io completassi bene quel gruppetto. Ne abbiamo parlato al campo da golf di Mougins, ma alla fine non ho accettato. Non me ne occupavo assolutamente più, ero così lontano dal calcio.
Quando finalmente ho ricominciato a camminare senza dolore, mi sono messo soprattutto a giocare a golf. Passeggiare a lungo non costituiva un ostacolo e la mia caviglia non si gonfiava più così rapidamente. Ho giocato tanto nei dintorni di Montecarlo. Tornato in Olanda, sono diventato membro del golf club Noordwijkse e ho cominciato a giocare in modo veramente fanatico con un paio di ragazzi incontrati lì. Io non gioco mai soltanto per divertirmi, voglio vincere.
Dato che ormai avevo un handicap di 4, avrei potuto partecipare a un torneo di qualificazione per il primo campionato a squadre del Noordwijkse nel quale, con mia sorpresa, mi sono classificato sesto. Quella squadra giocava per il campionato dei Paesi Bassi, una specie di Serie A del golf, anche se a livello amatoriale. Il mio fanatismo non faceva che aumentare. Alla fine, nel 2000, saremmo diventati addirittura campioni dei Paesi Bassi e l’anno dopo ci ritrovammo di nuovo in finale, persa di misura. È stato un bel periodo in cui il calcio non rientrava nei miei interessi. Mi era tornato il piacere di competere, ma dato che per natura non ero un golfista, mi costava tanta fatica mantenere alto il mio livello, così ho smesso presto di partecipare ai campionati.
All’epoca frequentavo di nuovo spesso John van ’t Schip, ci eravamo un po’ persi di vista ma lui era sempre rimasto un buon amico. Prima quando giocavamo con l’Ajax, poi anche in Italia, quando lui giocava nel Genoa.
Era diventato allenatore del Twente e, all’inizio del 2002, una volta sono andato a guardare un allenamento. John era entusiasta del suo nuovo ruolo e con il Twente si trovava in una buona posizione di classifica. Dopo un po’, all’improvviso, mi sono chiesto: allenare, forse, non potrebbe fare anche per me? Una sensazione mai provata prima, notavo che la mia ritrosia iniziale stava scomparendo a poco a poco e poi, soprattutto dopo l’esonero di John, in seguito a una serie di sconfitte del Twente, si è fatta strada in noi l’idea di fare qualcosa insieme nelle nostre vite. Prima però dovevo prendere il patentino da allenatore.
Mi sono iscritto nella stagione 2002-2003 alla KNVB, la Federazione calcistica dei Paesi Bassi, per ottenere il patentino da allenatore ma, nel maggio del 2002, durante un incontro amichevole tra la Nazionale degli Europei del 1988 e la RKC, mi sono rotto il legamento crociato. Era una delle prime volte che rimettevo piede in campo. Dopo un solo minuto mi è arrivata una palla a giro da John Bosman, con l’esterno del piede. Quando mi sono voltato, sul quel campo molto secco di Waalwijk, era come se il mio ginocchio fosse rimasto schiacciato nello sportello di una cassaforte. Un rumore sordo. Provavo un dolore cane.
Ne avevo piene le scatole. Per sei mesi ho dovuto fare tutto con calma, e la riabilitazione è durata nove mesi. Per fortuna non ero più un calciatore. Un paio di settimane dopo l’operazione mi hanno applicato un dispositivo sulla gamba per tenere in movimento il ginocchio tre volte a settimana mediante un macchinario.
Così, alla fine, ho seguito il corso per allenatore professionista durante la riabilitazione. Non era l’ideale, ma non c’erano alternative.
Di solito si comincia con i corsi per le categorie inferiori, ma io ho iniziato direttamente con quello per allenatore professionista. I docenti erano Ronald Spelbos e Wim Koevermans. Avevo giocato con entrambi e quindi ci siamo trovati bene. Insegnavano con allegria, sicuramente non in modo pedante, e cercavano davvero di aiutarmi. All’inizio ho anche pensato: ma che cosa mi insegneranno a Zeist? Ma era evidente che mi mancava un certo bagaglio e avevo bisogno di attenzioni extra.
Cruijff all’epoca si impegnava molto per far avere subito ai ragazzi provenienti dal calcio professionistico quel «pezzo di carta», trovava insensato un corso del genere per ex professionisti. Io non ero d’accordo con lui. A me invece serviva proprio tantissimo, secondo me gli ex calciatori professionisti dovevano seguirne due di corsi: quello di seconda categoria e quello per allenatore professionista. Hai bisogno di tempo per passare dalla mentalità del calciatore a quella dell’allenatore.
A prescindere da ciò, trovavo tutto interessantissimo. Dirigere un allenamento non è una cosa che s’improvvisa. La preparazione, la gestione dei colloqui, la scelta della formazione e della tattica, tutte queste cose erano nuove per me e riguardavano tutti i giocatori professionisti che volevano diventare allenatori. Inoltre ero fuori dal giro da anni, quindi dovevo dare una rinfrescata a ogni cosa, per esempio non conoscevo affatto tutti i nomi dei giocatori della Eredivisie.
Quando John è diventato allenatore della primavera dell’Ajax, ho fatto uno stage presso la prima squadra di Ronald Koeman. Zlatan Ibrahimović non faceva che provocarmi durante l’allenamento. Sai fare questo? Sai fare quello? Era bello sì, solo che potevo fare ben poco con il mio legamento crociato appena operato. Ho realizzato immediatamente che non sarei mai potuto diventare un allenatore come Cruijff, che partecipava al torello, stava in mezzo ai giocatori ed era bravo almeno quanto loro. Ed era proprio Cruijff il mio modello, quindi la cosa era dolorosa, rappresentava un grosso limite.
Mi ricordo ancora bene del momento in cui, insieme a John, ho cominciato la stagione con la primavera dell’Ajax. Avevo concluso a dovere il corso e quindi, come aiuto allenatore, ero seduto in panchina durante il primo incontro casalingo contro la primavera del Vitesse. In men che non si dica eravamo già sotto per 2-0. Che sta succedendo, ho pensato. Era stato tutto così veloce, ero veramente sbalordito. Poi è arrivata la domanda: «Che facciamo adesso?».
John naturalmente era più pronto e stava già preparando un cambio, mentre io ancora non capivo cosa stesse accadendo. Ah ah! Già solo l’idea di dover fare qualcosa invece di guardare e basta era totalmente nuova per me. Non ero nemmeno abituato a saper leggere tatticamente una partita per intervenire rapidamente.
Ma guidare la primavera dell’Ajax insieme a John non mi ha creato problemi, avevo poche responsabilità. Ci conoscevamo benissimo a vicenda, lui inizialmente era l’allenatore capo e io il suo aiuto ma, a metà stagione, abbiamo ribaltato i ruoli. Io dirigevo gli allenamenti, mi confrontavo con la squadra e prendevo le decisioni durante le partite. Era una cosa diversa, e anche molto istruttiva.
Quello è stato un periodo speciale, con Ronald Koeman come allenatore della prima squadra, Louis van Gaal direttore tecnico e John e io alla primavera dell’Ajax. Louis, naturalmente, aveva un po’ l’approccio dell’insegnante, quindi noi due, proprio come Ronald, ogni settimana dovevamo fornire spiegazioni su quello che facevamo. Ogni martedì John e io eravamo nell’ufficio di Louis. Di per sé niente da ridire, ma una domenica, dopo una sconfitta della prima squadra, c’era agitazione nella stanza degli allenatori. Eravamo presenti Ruud Krol, Tonny Bruins Slot, David Endt, Koeman, John e io. E Louis. Era in corso una sorta di discussione disorganizzata e chiassosa, e l’atmosfera non era delle migliori. All’improvviso, dal nulla, Louis gridò: «E adesso tutti col becco chiuso. Sembra un pollaio. Non è proprio possibile!». Una specie di invettiva, ma Koeman era l’allenatore in prima ed eravamo nella stanza degli allenatori, quindi restammo tutti decisamente sorpresi. «Così non si comunica, non va» ha gridato Louis uscendo quasi sdegnato dalla stanza.
La sera seguente avremmo giocato con la primavera dell’Ajax; il mattino dopo John e io siamo tornati nell’ufficio di Louis. Durante la discussione lui ha cominciato a interrogarmi in modo piuttosto critico: «Perché hai fatto questo e non quello?». Secondo lui dovevo spiegare meglio le cose e comunicare meglio con i giocatori.
Ci sono restato di stucco. «Eh no, tutto quello che fai tu è Vangelo» ho risposto risentito. «Dal nulla fai tutta una sparata nella stanza degli allenatori, mentre in realtà sei il direttore tecnico. L’allenatore è Ronald. Ci hai terrorizzato. Questo sì che è uno strano modo di comunicare!»
Era chiaramente sdegnato. Con chi pensavo di avere a che fare? Mi ha chiamato pure «assistente». Finita la discussione, dopo un’ora, Van Gaal ha aperto la porta. Accanto al suo ufficio c’erano gli uffici della direzione, con le porte aperte, con numerose persone al lavoro. Andando via ha detto a John: «E portati via il tuo assistente». Tutti hanno sentito, ed era proprio questa la sua intenzione. Gli ho lanciato uno sguardo che diceva: razza di commediante che sei!
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