
A domani!
Marco van Basten "Fragile": la caviglia (8) - appunti in soffitta Luglio 2019
Capitoli precedenti: presentazione - prologo - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 - 33 - 34 - 35 - 36 - 37 - 38 - 39 - 40 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60 - 61 - 62 - 63 - 64 - 65 - 66

In soffitta, sulla cyclette, posso dare libero sfogo ai miei pensieri. Nessuno mi disturba. È un rituale che ripeto ormai da quasi venticinque anni, almeno tre volte a settimana. Da quando l’apparato di Ilizarov mi aveva reso impossibile reggermi in piedi. La cyclette è un modello bianco pressoché preistorico che mi ha regalato la Technogym nel 1994. Un macchinario grosso e pesante, col sellino largo, come quello di un vecchio motorino. Non mi serve l’ultimissima versione, non fa molta differenza. Mi basta che quell’affare funzioni. Non sono uno che butta in fretta le cose, se funzionano ancora. Ne conosco ogni piccolo rumore e ogni movimento.
In effetti è il testimone silenzioso della mia vita dal 1994. Ha viaggiato con me per tutto questo tempo. Nell’estate 1996 a Montecarlo, nel 1998 a Badhoevedorp e nel 2010 ad Amsterdam. Mi ha seguito ovunque. Qui, in questa casa accanto al Vondelpark, siamo già da quasi dieci anni. Forse non le resta più molto da vivere, ma è stata una fida compagna di avventura.
Se per anni hai fatto sport ai massimi livelli e di colpo smetti perché non puoi più camminare normalmente, devi trovare un altro sistema. Per restare in forma, ma anche per scaricare le energie. Io ne sento sempre il bisogno, altrimenti sono di cattivo umore. Se per troppo tempo non gioco a squash o non vado in palestra, Liesbeth se ne accorge subito. Il golf rappresenta per me qualcosa di diverso, anche se mi consente di sfogarmi. Lei sa che devo tenermi in movimento, preferibilmente in modo accanito e competitivo. In tutti questi anni ho sempre annotato le mie prestazioni sulla cyclette. Interi taccuini pieni di appunti, tutti ordinati, uno sotto l’altro. La data, i minuti, la resistenza, il battito cardiaco, la distanza. Annotavo ogni cosa. A Badhoevedorp scrivevo i miei risultati con un pennarello sulle travi della mansarda. Ricordo che un potenziale acquirente di quella casa, durante la visita, mi chiese cosa significassero tutte quelle scritte ordinate sul legno.
Quegli appunti mi davano un senso di pace, come se le cose fossero reali solo se annotate. Anche degli ultimi anni, qui ad Amsterdam, conservo interi quaderni pieni dei miei risultati sulla cyclette. Non che vada mai a rivederli. Chiamiamolo un diario di autodisciplina, una prova che non me ne sono stato seduto a fare niente.
Ma non è solo questo. Era così già da prima del problema alla caviglia. In realtà prendere appunti, fissare le cose su carta, è una costante della mia vita. Da adolescente annotavo tutte le mie partite su quadernoni colorati con gli anelli, in formato A5. Ogni settimana scrivevo con cura la data, la partita, la formazione, il risultato e quanti gol avevo segnato. E, a volte, qualche commento. L’ho fatto regolarmente per anni, anche quando ero già professionista da tempo. Almeno per altri quattro, cinque anni ancora.
Quelle cartelline o quei quaderni, comunque si vogliano chiamare, sono stati per tutto quel tempo nella mia cameretta sulla Johan Wagenaarkade, quella che in seguito mio padre avrebbe adibito a una sorta di «museo di Marco». Li abbiamo usati in occasione di una trasmissione sulla mia carriera con Hugo Borst, dopodiché sono tornati a Utrecht.
Dopo la morte di mio padre ho preso tutti quei quaderni dalla stanza e, adesso, sono qui in soffitta, in uno scatolone.
Nella mia scrittura da ragazzino è annotata ogni partita, una per pagina.
Il 15 novembre 1983 c’è scritto: «Il 1° novembre 1983 mi viene diagnosticata la mononucleosi». E poi un elenco delle partite che avevo saltato. E su Irlanda-Olanda a Dublino, il 12 ottobre 1983 è riportato: «Primo tempo: 4-4-2; in svantaggio 2-0; secondo tempo: 4-3-3; vinto 3-2!». E poi un semplice: «Segnato 1(x)». E a volte sotto c’era la mia firma, per esercitarmi con gli autografi…
Ma il risultato e il numero di reti segnate da me ci sono sempre. Non mancano mai. È una cosa abbastanza singolare per un giovane giocatore annotare tutto quanto. Avevo 18 anni. Forse lo facevo perché lo avevo visto fare a mio padre, che ogni domenica sera scriveva sul suo blocco una sorta di resoconto della squadra che allenava. E io lo sbirciavo da dietro le spalle.
D’un tratto mi ricordai, mentre ero sulla cyclette, che doveva esserci un’altra cartellina di queste. Una con gli appunti del maledetto anno in cui non ho potuto camminare per il dolore, dopo che mi applicarono l’apparato di Ilizarov. Ci misi dieci minuti a trovarla, era nel terzo scatolone che aprii. Un catalogatore rosso scuro dello stesso formato, con sopra le mie iniziali. Gli appunti di venticinque anni fa, quando non sapevo più a che santo votarmi. Lo aprii.
Badhoevedorp, 8 aprile 1995
Oggi, mentre ero steso sul lettino, il fisioterapista mi ha domandato: «Se adesso qualcuno ti prendesse la caviglia e con una magia te la guarisse, pensi che questa situazione ti abbia insegnato qualcosa?». Sì, risposi senza esitare. Ma mentre lo dicevo, qualcosa dentro di me mi ha suggerito di scriverlo … perché altrimenti è probabile che lo avrei subito dimenticato. Per questo oggi ho messo tutto su carta.
Pare che con la mia caviglia io sia in un vicolo cieco. Negli ultimi due anni e mezzo sono stato alle prese con il suo recupero, ma tutto questo non ha portato miglioramento o guarigione. Anzi, la situazione è peggiorata rispetto a un anno fa.
Ho alle spalle le seguenti terapie:
| 1) aptonomia | T. Troost | |
| 2) ortopedia | R. Marti | (caviglia) intervento dic. ’86 |
| (caviglia) “ dic. ’87 | ||
| (caviglia) “ dic. ’92 | ||
| Martens | (ginocchio) “ set. ’89 | |
| (caviglia) “ giu. ’93 | ||
| (Ilizarov!) “ giu. ’94 | ||
| 3) agopuntura | T. Zhang + Milan | |
| 4) fisioterapia | R. v Dantzig, Milan, Jos Wiewel | |
| 5) lettore «aura» | Bert v Driel | |
| 6) medium | Jomanda (Liesbeth e Toon) | |
| 7) podologo | Milan (Zucchini) Schrijver (Utrecht) | |
| 8) ipnoterapia | F. Gast | |
| 9) pranoterapia | Roberto (Italia) |
Forse qua e là ho dimenticato qualcosa, ma va bene lo stesso, mi serve più per avere una fotografia. Poi ho fatto una serie di infiltrazioni (Marti-Monti) alla caviglia.
Ho seguito anche delle cure. … Dopodiché tante lettere con una serie infinita di consigli in campo medico, alternativo e magico. Tutto questo non ha portato a niente. Oggi zoppico quando mi alzo, zoppico quando cammino, per non parlare di attività sportive o altri allenamenti intensivi. Perciò sono alle prese con la «mente». È tutto ben poco tangibile. Molti pensieri mi tormentano, così tanti e veloci che ho pensato: meglio mettere tutto per iscritto.
Riesco ancora facilmente a evocare le emozioni di quel periodo. È stato in assoluto il momento peggiore per me, avevo male da tanto tempo e non riuscivo più a camminare normalmente. Dovevo cercare di tenermi in forma meglio che potessi, ma le mie condizioni fisiche erano drammatiche, specie per un ragazzo che tre anni prima aveva il mondo ai suoi piedi. E che ora doveva trascorrere la giornata senza troppo dolore con una serie limitata di cose che riusciva a fare, per via di un impedimento fisico. Quello che potevo fare era andare in bicicletta. Dentro casa, ma a volte anche fuori.
Tornavo regolarmente, per appuntamenti medici, in Olanda, anche se abitavo in Italia e poi a Montecarlo. Visto che non potevo camminare senza stampelle, a volte facevo un giro in bici per Badhoevedorp, partendo da casa. Per prendere un po’ d’aria fresca. Non ero di buon umore a quei tempi, ma sfogare un po’ di energie mi faceva sentire meglio.
Una volta, di ritorno dal mio giro, nostra figlia Angela mi è venuta incontro. Avrà avuto 4 o 5 anni. È venuta a salutarmi, il suo papà era tornato a casa. E mentre stavo scendendo dalla bicicletta, si è avvicinata e mi ha portato il più velocemente possibile, in modo che non sentissi dolore, le stampelle. È uno di quei momenti che non scordi più, perché ho pensato: non è così che funziona, non sono i miei figli a doversi prendere cura di me. È stata una sensazione forte: no, non è così che dev’essere, e basta, avevo proprio toccato il fondo. Perché io avrei dovuto esserci per i miei figli. È stata una cosa carina quella che aveva fatto Angela, ma per me è stato il momento in cui mi sono detto: «Sì, cazzo. Adesso basta».
All’epoca ero così inquieto, non potevo scaricare la mia energia. Non potevo giocare con i miei figli, spesso me ne stavo disteso a guardare la televisione. Scrivere, in un certo senso, era piacevole, questo lo ricordo. Anche se non ho la più pallida idea di cosa scrivessi.
Il caso non esiste. Ti capita e basta. Devo tornare al momento in cui è successo. Groningen, dicembre 1986. Durante la partita Groningen-Ajax… una scivolata e zac, la mia caviglia aveva detto: «Okay, adesso basta». Volevo così tanto farmi valere (mio fratello era seduto in tribuna, arrivato dal Canada), che è successo.
Da quel giorno, in realtà, ho sempre avuto problemi con quella caviglia. Ora, col senno di poi, penso: non ho mai guardato le cose da questo punto di vista. Ma ora capisco che sono stato impaziente, che soffrivo di una grandissima ansia, una volontà di rivalsa che mi si ritorceva contro. Non ascoltavo nessuno. Dovevo a tutti i costi tornare in forma. Dovevo a tutti i costi giocare a calcio.
Sono anche andato insieme a Cruijff dal prof. Marti all’AMC. Cruijff voleva sapere se avrebbe potuto schierarmi. Marti disse che la caviglia non sarebbe peggiorata. Ora posso pensare che Marti sia stato un coglione o Cruijff o Martens o Troost o chiunque altro, ma:
1) non mi aiuta a schiarirmi le idee,
2) ho pagato la mia ignoranza.
Vivevo in un mondo materialista dove tutto doveva essere oggettivo, domande e risposte.
Credo in ogni caso di aver agito in buona fede, solo che non avevo compreso a fondo la situazione (ammesso che ora l’abbia capita).
Un’analisi piuttosto severa per un uomo di trent’anni. E categorica, anche. Sono parole dure: attribuivo la colpa principalmente a me stesso, a quanto pare. Forse dipendeva anche dalle conversazioni che in quella primavera avevo avuto con Bert van Riel, del centro new age Oibibio.
Avevo provato tutte le soluzioni medico-fisiche e anche metodi alternativi. E niente era servito, anzi, la situazione era peggiorata. A un certo punto mi sono messo a indagare l’aspetto mentale. Ronald Jan Heijn, il fondatore di Oibibio, è il fratello del mio amico Dennis. E Bert van Riel era, a sua volta, l’ispiratore di Ronald Jan. Bert aveva uno studio a Rijswijk, dove sono stato per un paio di sedute. A volte mi accompagnava anche Ted.
Quelle conversazioni andavano parecchio in profondità, perché volevo davvero sapere se qualcosa nel mio schema mentale sarebbe dovuto cambiare. Era tutto rivolto alla guarigione di quella caviglia, ero alla continua ricerca di nuove vie. Sono in grado di rievocare l’atmosfera di quelle conversazioni senza problemi. Ero molto desideroso di apprendere. Mi ci ero buttato a capofitto, come ho fatto anche in seguito con la PNL. Tutto quello che faccio lo voglio fare al meglio. Volevo capire il loro modo di pensare. E speravo che mi avrebbe portato a qualcosa.
Se un approccio puramente fisico non funzionava, allora volevo provare con quello mentale o spirituale. Magari avrebbe dato dei frutti. Ero disperato.
Esercizi di respirazione addominale contro lo stress
Devi allontanarti dalla testa.
Disteso supino – Mani sulla pancia – Respirare profondamente – Poi piedi in alto.
Al momento non posso sfogare le mie energie come sono stato abituato per anni (calcio). Allora potevo anche sfogare la mia rabbia, la sfogavo scaricando la mia aggressività giocando. Ora invece non posso farlo.
Conseguenza → rimugino a letto → dormo male → pensieri fissi → astio → caldo → non dormo.
La mia emozione-rabbia si abbinava spesso alla mia razionalità, perciò, quando ero arrabbiato, potevo essere estremamente freddo, distante e soprattutto spietato.
Devo mettermi io stesso al volante per condurre la mia vita e non devo farmi guidare dal mondo esterno. Non devo essere così rigido, inflessibile, severo, dogmatico o ostinato come mio padre, bensì flessibile. Flessibilità mentale è uguale a flessibilità fisica. Il corpo è un riflesso della mente.
Het lichaam liegt nooit (Il corpo non mente mai - libro di Ted Troost). Il mio obiettivo era l’indipendenza economica e ora mi rendo conto che devo dirigermi verso l’indipendenza mentale.
In quest’ultima frase mi riconosco. Ho sempre voluto essere indipendente economicamente, già da bambino. Semplicemente per come sono cresciuto. E in un certo senso mi riconosco, in quegli appunti.
Mi ero arenato nel mio sforzo di conquistare fama e ricchezza, ostacolato da quella caviglia. Cercavo di capire qualcosa di più della storia che c’era dietro. Ma leggo più che altro il riflesso di una mente agitata, che cerca di comprendere tutto dei guai che sta passando.
La cosa strana è che ti viene da pensare che hai un infortunio alla caviglia perché mentalmente non sei abbastanza flessibile. Sembra una sciocchezza, ma quasi ci credi, quando sei in quelle condizioni.
«Irrigidisci la gamba» era una delle frasi più ricorrenti in quel periodo.
Credo di avere problemi di ego. Ho un ego particolarmente forte e sviluppato. Ci ho lavorato su tantissimo negli ultimi anni. L’ego è annidato nel cervello. Voglio (ego) capire tutto. Vuoi capire tutto perché hai paura che le cose ti sfuggano. Non capire vuol dire non avere il controllo. E questo, a sua volta, è paura dell’ignoto, paura delle delusioni.
I pensieri vanno più veloci della penna. Il mio ego è abituato a combattere, ma in questo momento devo combattere in un altro modo. La mia battaglia è per evitare di combattere, ma il mio ego non è d’accordo. Colpisce nei momenti di debolezza, quando sei stanco, hai dolore, ti senti solo. Allora colpisce e mi porta nel mio cervello. E allora arrivano i pensieri negativi – un infortunio di due anni e mezzo, chiacchiere psicologiche, dev’essere possibile da risolvere, devo stringere i denti eccetera…
Devo riuscire a trovare la tranquillità per guarirmi.
Quelle notti erano così, con tutto quel dolore. Quando dormivo nella sala giochi. Ho dormito male per mesi, è stato un periodo davvero orrendo. E il mio cervello che rimuginava.
Qui rivedo le parole di Bert van Riel. Con lui ho parlato molto del mio ego, provava a farmi comprendere le mie motivazioni più profonde e in quelle ricercava la causa del mio problema. Del mio non riuscire più a stare in piedi. È una cosa dolorosa. Continuavo a cercare, ad analizzare, a fare tentativi.
Alla fin fine quella caviglia è stata annientata dai medici, ma questa spiegazione per me era chiaramente insoddisfacente. Nella vita non faccio mai niente a metà. Continuai ad andare in cerca di soluzioni. Nei miei appunti leggo le parole di un uomo, un ragazzo, un calciatore, che è disposto a fare qualunque cosa per guarire. Perfino scandagliare in profondità la propria anima con un guru spirituale. Comunque la si guardi, in ogni caso non sono uno che molla, né che si limita a dare la colpa agli altri.
Perciò ho continuato a giocare a calcio. Sempre meglio e a livello sempre più alto. Il mio ego veniva nutrito e io lasciavo che si nutrisse. Ho sofferto molti infortuni durante la mia carriera. Ma in special modo questi tre (caviglia sinistra, ginocchio sinistro, caviglia destra), lunghi, pesanti e difficili da curare. Solo ora, ora che scrivo queste cose, penso di sapere com’è nato tutto questo → ego e flessibilità. Ora che ho 30 anni, è tutto più difficile, perché il mio ego è diventato grandissimo.
Ho pensato di aver fatto tutto questo da solo, di non dover ringraziare niente e nessuno per tutto ciò che ho conquistato. La conseguenza è la superbia, e si finisce per precipitare dall’alto. In questi giorni ho imparato a comprendere che Dio esiste e che dobbiamo essere grati per tutto ciò che Egli ci ha dato e ci darà. Penso che nella mia vita ero diventato sempre più ingrato. Nella mia vita ho creduto sempre meno in Dio e ho sempre più pensato di dover ringraziare solo me stesso (ero diventato un miscredente).
Probabilmente Dio bussava ogni giorno, ma io ogni giorno lo ignoravo (nella mia smania di superbia). Avevo così tanti problemi col mio ego, ero così ossessionato dalle mie prestazioni, che non mi facevo ostacolare da niente e da nessuno.
Il principale, lassù, è il direttore d’orchestra della storia. La musica che suona il musicista è un’espressione personale. Solo che la partitura era già stata scritta. È questa dunque la differenza tra vivere la vita e subirla (nel senso che tutto è già determinato/deciso).
Dio mi ha donato un corpo ben fatto, e così dovrei riconsegnarlo. È troppo meravigliosamente bello per logorarlo o distruggerlo.
Sono sorpreso che di colpo sia spuntato fuori Dio. Ho avuto un’educazione cattolica, ma la religione per me non è affatto importante. Ma se sei in una condizione profondamente miserevole, a quanto pare affiora un sentimento religioso.
Si va in cerca di risposte, di modi per riuscire a convivere con un problema, per poterlo accettare. Pensando che tutto è già scritto dall’inizio. A volte ci credo davvero. Ma non tiro in ballo soltanto Dio, anche me stesso.
Il mio pensiero razionale è forte e punitivo nei confronti delle mie emozioni/sentimenti. Devo comunque passare per il cervello per arrivare alle emozioni. La mia mente governa (ancora!) i miei sentimenti. L’elemento divino e l’educazione di mio padre creano Marco van Basten. L’ansia di fallire è: agire in maniera risoluta o, se c’è un momento di riflessione, dubbio. L’ansia di fallire proviene dal tuo superiore. Il tuo superiore è tuo padre.
Se dovessi descrivere mio padre in poche parole, direi: forte e rigido. Se guardo a me stesso, ahimè, gli assomiglio molto. Tutto sommato non è ciò che voglio. Vorrei tanto essere un po’ più flessibile. Una persona migliore, più evoluta. Non devo rimproverare mio padre, anche lui è stato fortemente condizionato dai suoi genitori. Devo ritenermi fortunato ad avere la forza di capire questo genere di cose e cercare di rimediare.
Mio padre è traumaticamente dominante. Trasmette il suo essere dominante a chi gli sta intorno. Ti dà la sensazione che è quello che vuoi tu stesso. Succede anche con me. Fa in modo che ognuno sia un satellite intorno a lui. In effetti lo ero anch’io, e diciamo il più grande.
In quella famiglia io avevo uno svantaggio, dovevo dimostrare chi ero. Ma in realtà avevo molto più bisogno di un buon interlocutore, che non ho mai avuto. Da lì il non sentirmi compreso, il bisogno di conferme da cui è scaturito il perfezionismo.
La cosa curiosa è che mio padre, nel periodo dell’infortunio, è stato sostanzialmente assente, passava le giornate a prendersi cura di mia madre. Sembrava anzi che, non potendo più giocare a calcio, avessi rovinato la sua unica occasione per uscire di casa. Perché la sola cosa piacevole che ancora faceva – ogni due settimane – era prendere l’aereo per Milano per vedere la mia partita. Per tutti gli incontri in casa gli procuravo biglietti aerei e ingressi allo stadio. Liesbeth lo andava a prendere in aeroporto e, dopo la partita, io lo accompagnavo a Linate. Sapeva ancora essere critico, esattamente come quando ero piccolo, ma la cosa non mi tangeva più. Per il resto, tra noi, oltre al calcio c’era ben poco di cui parlare. Mostrava scarso interesse per i nostri figli. Era impegnato tutta la settimana con mia madre, che andava a visitare nelle cliniche in cui si trovava. Il suo mondo era diventato sempre più piccolo, specie da quando avevo smesso di giocare ed era saltata anche la gita a Milano.
Ma quando ero piccolo, era davvero molto dominante. Credo sia per questo che sono diventato sempre più perfezionista. Ma la spinta ad avere successo come calciatore nasceva più che altro da me stesso, ne sono convinto.
Vedo mio padre come uno uomo forte, alto e determinato.
Ma anche come un fumatore accanito, un uomo rigido, inflessibile, che mostrava poche emozioni. Aveva un matrimonio infelice, secondo me.
Mio padre era sempre impegnato con il calcio. Allenava sempre e, quindi, le sere, durante la settimana, era spesso via.
Il sabato veniva a vedermi giocare e la domenica aveva il campionato con la sua squadra. Se di sera era a casa, spesso era immerso in letture calcistiche.
A mia madre, ovviamente, questo non piaceva. Lei amava andare per negozi, stare in compagnia, chiacchierare e fare cose carine (gite di un giorno). Decisamente i loro interessi non erano compatibili.
Non vedevo, o almeno non sentivo, quasi il minimo affetto tra mio padre e mia madre. A casa litigavano spesso. Mia madre era piena di emozioni represse che ogni tanto esplodevano.
Mio padre, invece, cercava sempre di mantenere la pace e la tranquillità (educazione cattolica, vecchio stampo, rigido – non flessibile – e pace + tranquillità per i figli).
Mia madre non riusciva a esprimersi, perché mio padre non replicava mai. Mio padre cercava sempre di rimanere calmo, finché in lui davvero non scoppiava la bomba, e allora non si teneva più.
Mio padre è traumaticamente dominante. Mia madre è caduta in quella trappola, non è riuscita a gestire la situazione. Per questo ha accumulato dentro di sé troppa tensione, troppa irritazione → problemi cardiaci e cerebrali.
Ricordo che mia madre, una volta, nella casa di Herderplein, ha preso un’overdose di pillole.
Ero ancora piccolo. Una sera, in settimana, io e mio padre andammo a mangiare a Neude, nel centro di Utrecht. Non andavamo mai a cena fuori, forse per questo motivo mi è rimasto in mente. Non era nemmeno un ristorante normale, era uno di quei posti dove puoi andare se non puoi cucinare a casa. Una sorta di mensa comune.
Credo di aver avuto 10 anni. Abitavamo ancora a Herderplein. Mio fratello e mia sorella non c’erano. Ero da solo con mio padre, ma lui non parlò molto. Era successo qualcosa a mia madre, ma non disse granché al riguardo. C’entravano delle pillole. L’avevano ricoverata, era venuta l’ambulanza. Ma io non capii esattamente di cosa si trattasse. Da bambino certe cose ti sfuggono. Non ci stai troppo a pensare su. A mia memoria, a mia madre era capitato un paio di altre volte.
Più avanti, quando ci saremmo trasferiti sulla Wagenaarkade e mio fratello e mia sorella erano andati via di casa, durante la mia adolescenza, ho parlato spesso con lei. Quando finivo di fare i compiti, e mio padre era ancora su qualche campo da calcio, sedevamo insieme davanti alla tv. In quei momenti abbiamo parlato tanto. Di tutto, tranne che di calcio. Delle altre cose della vita. Di cosa vuol dire essere innamorati e come bisogna comportarsi quando poi si è sposati. Di questo con mio padre non ho mai parlato.
Allora le avevo chiesto anche del matrimonio con mio padre. Ma secondo lei non c’era più niente da fare, era davvero infelice. Il capitolo era chiuso, diceva spesso. E alla fine, un paio d’anni dopo, di colpo se n’è andata. Aveva perso la memoria, tranne un pezzettino della sua gioventù. Credo che volesse dimenticare il presente, cancellarlo.
Mia madre non ha vissuto tutti i miei guai con la caviglia. Negli anni dopo il suo ictus ho pensato molto a lei. La scorsa settimana ho litigato con Rebecca e mi è venuta in mente. Il carattere di mia madre è passato in linea retta a me e Rebecca. Siamo intensi ed emotivi. Passionali. Facciamo fatica a legarci. Non ci facciamo coinvolgere.
Sono certo che nel periodo nero della mia caviglia mia madre mi sarebbe stata di grande aiuto. Sono certo che avrebbe avuto un buon rapporto con i miei figli. Che avrebbe fatto del suo meglio per riuscirci. Per lei queste cose erano importanti. Era anche andata in Canada, prima dell’incidente, a visitare Stanley e i suoi figli. Sono quasi certo che avrebbe continuato ad avere un ruolo importante nella mia vita, se fosse rimasta in salute.
1° agosto 1995
Al mattino zoppico terribilmente +/- 2 ore. Devo fare esercizi di stretching per migliorare leggermente la situazione. Adesso zoppico parecchio (ancora con molto dolore). Se ho fatto abbastanza movimento (sempre con molto dolore), dopo circa un’ora e mezzo subentra un passo di camminata normale senza dolore.
Correre è una tragedia
Giocare a tennis è una tragedia
Il calcio è una tragedia
Il golf è una tragedia
Paura che la situazione non migliori
Aggressività perché la situazione non migliora
Aggressività incredibile perché la situazione non migliora
Depressione perché la situazione non migliora
Mi stresso per via del dolore
Ho preso troppi analgesici → non voglio più farlo, mi rendono solo nervoso.
Viti nella caviglia. Forse non le sopporto?
Mi sento malissimo, malinconico, aggressivo. È da un anno che ho molto dolore. Prima non potevo giocare a calcio, ora non posso più vivere normalmente. Per una volta non può esserci un miglioramento dopo un’operazione alla caviglia destra? Per Dio.
Che diavolo devo fare ancora? Cosa posso fare?
Era la penultima pagina del quaderno. Cristo santo. La disperazione. Per Dio. È stato davvero il periodo più nero. Nell’ultimissima pagina c’è scritto:
Mardi 6 fevrier ’96
Ieri ho chiamato il dott. Van Dijk per un appuntamento (+/- metà feb.) per bloccare definitivamente la caviglia. Lo scorso mercoledì (31 gen. ’96) sono passato da Bert v. Riel. Mi ha dato la conferma di quello che pensavo già negli ultimi tempi: il fissaggio dell’articolazione tibio-tarsica.
Richiudo il catalogatore e lo rimetto nella scatola, sullo scaffale superiore. Scendo le scale e di colpo sono di nuovo felice di non provare più dolore.
==================
Precedentemente in "Letture RossoNere"
Calcio totale (Arrigo Sacchi). I capitoli: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8 - 9 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17















