
A domani!
Marco van Basten "Fragile": sono supino - 6 maggio 2009
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Sono disteso supino e fisso il soffitto, seguendo le linee con gli occhi. È una tecnica che uso, le linee rette mi tranquillizzano, respiro di nuovo profondamente ed espiro molto lentamente, sembra quasi un sospiro prolungato.
Sono supino da un pezzo, forse già da un’ora. In un angolo di questo ufficio, contro una parete senza finestre, dietro un tavolo per riunioni, steso sulla moquette. Procura una sensazione di sicurezza, nessuno può vedermi qui, e Miel Brinkhuis, l’addetto stampa, non bada a me, ha abbastanza cose da fare oggi.
Respiro di nuovo profondamente, a ogni sospiro sembra che un po’ di tensione abbandoni il mio corpo, è come se mi togliessi ogni volta una delle tante coperte ammucchiate sopra di me. Di tanto in tanto mi arriva un grido dal campo di allenamento in basso, adesso stanno lavorando senza di me.
Non ce n’è più bisogno, ne sono fuori. Mi sento alleggerito di un grande peso da quando l’ho raccontato a Liesbeth stamattina.
Nessuno ha ancora bussato alla porta di Miel, e in ogni caso me ne sbatto. Perché non potrei starmene disteso qui sul pavimento? Tanto non sono più l’allenatore dell’Ajax. Ancora un comunicato stampa e una conferenza stampa nel pomeriggio, e poi sono fuori sul serio.
Stranamente comincio ad avere voglia di quella conferenza stampa, per spiegare che non sono adatto a questo mestiere, che ritengo di aver fallito, di aver fatto di tutto ma di non essere riuscito a far giocare a questa squadra il calcio che volevo, che non ce l’ho in pugno e che quindi è meglio per l’Ajax se me ne vado.
Miel ha iniziato parlando delle attenuanti, no, qualche volta ci ha detto male, con l’Heracles in casa, con il Groningen fuori, gli arbitri, la sfortuna. Nemmeno la rosa era ampia e anche nella dirigenza c’era parecchio fermento. Il rapporto Coronel, la partenza di Van Geel e di Jaakke, e le critiche a gran voce in tribuna da parte di alcuni membri del Consiglio dei Commissari nei confronti della mia formazione, tutte cose non proprio favorevoli.
No, nemmeno Sulejmani ha espresso al meglio le proprie potenzialità, 17 milioni, l’acquisto più caro dell’Ajax fino a questa stagione, incapace probabilmente di reggere la pressione di un club al vertice. Abbiamo tentato di tutto, John e io, ricorrendo pure agli psicologi, ma non è servito.
Qualche volta è stato così disastroso che non sapevo più cosa dire. Mi ricordo l’incontro di Coppa d’Olanda a Volendam, a novembre, una giornata piovosa. Abbiamo perso per 1-0, dopo i supplementari. Il livello era drammaticamente basso, molto sotto la soglia della decenza.
Dopo le partite ci riunivamo sempre per concordare brevemente con l’addetto stampa la linea da seguire in conferenza. Ma che cosa potevi dire? È stato deprimente, l’Ajax che perde contro il Volendam. È stato semplicemente un disastro.
Durante la conferenza stampa Frans Adelaar, l’allenatore del Volendam, non vedeva l’ora di parlare con i giornalisti presenti, ma non gli hanno fatto nessuna domanda. Una situazione da sballo, se non fosse stato tutto talmente doloroso.
Mentre sono disteso nella stanza di Miel, intento a scrivere il comunicato stampa sulle mie dimissioni immediate da allenatore in prima dell’Ajax, i pensieri non possono che correre alla settimana precedente, all’ultima partita prima della fine, ancora solo una. Naturalmente John al riguardo ha subito commentato, quest’ultima puoi ancora farla, no? E poi la stagione è finita, la pensavano così anche Miel, e Rik van den Boog.
Ma nella mia mente era tutto chiaro, punto e basta. Dopo la sconfitta per 4-0 in casa dello Sparta Rotterdam di due giorni prima la luce si era spenta, stavo ancora lì davanti alle telecamere mostrandomi duro, ma dentro ero svuotato. Buio totale. Un buco nero. Come puoi beccarne quattro in casa dello Sparta? Non è possibile.
Quello è stato davvero il punto di rottura, non si accordava con la mia realtà, mi rodeva dentro, ho passato tutta la notte senza dormire, di nuovo. Ogni volta che perdevamo, o che non vincevamo, come si conviene all’Ajax, praticamente non dormivo.
C’era poco da stare allegri, ve l’assicuro. Liesbeth sapeva quel che ho provato dopo quel 4-0. Aveva ammirato la mia apparente sicurezza davanti alle telecamere, dicendomi che mi meritavo un Oscar per la recitazione, per non aver mostrato né tensione né sconcerto, ma sapeva che mi rodeva dentro, che uno spettro mi aveva fatto di nuovo visita quella notte. Lo spettro della paura.
Questo spettro si impadronisce di me dopo una sconfitta del genere, soprattutto la prima notte, è terribile, i primi due giorni dopo una sconfitta mi sento così male. I giorni successivi mi risollevo con una certa difficoltà, ogni notte va un po’ meglio, ma lo spettro mi lascia solamente quando torno a vincere, anche se rimane sempre in agguato. Negli ultimi mesi è diventato addirittura più fastidioso, in seguito ai pessimi risultati. Ho perso sempre più energie, me ne accorgevo da tante cose, dormire male è nocivo per un essere umano, hai meno power per risultare convincente con gli altri.
Vincere o perdere è così determinante per me, in assoluto. Una volta che mi ero ripreso, potevo raggiungere di nuovo i giocatori e fare come si doveva il mio lavoro. Rialzavo la testa, non mi abbattevo, ma quelle sconfitte pesavano ancora. Ogni volta è un colpo su un punto sensibile, come un pugile che prende un pugno ai reni, fa male sempre ma lui continua a rituffarsi nel combattimento. Il dolore ai reni aumenta a ogni colpo, resisti, ma poi diventa insopportabile, com’è stato per me il 4-0 contro lo Sparta della settimana precedente. Non potevo e non volevo più andare avanti.
Aspettare ancora un’ultima partita, per me, non era quindi un’opzione, un’altra lotta notturna con lo spettro era insostenibile. John poteva portarla a termine, era in grado di farlo bene, nessun problema.
Non mi interessano i soldi, né cose del tipo «separazione consensuale». No. Ho fallito. Tutta quella tensione accumulata durante l’intera stagione, oltre alla preparazione, potrà finalmente lasciare il mio corpo. E non si sta poi tanto male su questa moquette spoglia, a fissare il soffitto. Non sento più gridare. Sarà finito l’allenamento? Sento Miel dall’altra parte del locale fare una telefonata. Si fa il mio nome, ma non mi tocca. Assolutamente no.
Ho dato tutto qui. Ogni giorno. Arrivavo per primo e andavo via per ultimo. Ci ho messo tutto quello che avevo, e lo dirò oggi pomeriggio durante la conferenza stampa: «Ho fatto veramente del mio meglio». La mancanza d’impegno non me la possono rimproverare, così non resta che una sola conclusione: non sono adatto per questo mestiere. Tutto qui.
Devo dire di aver già avuto in precedenza grandi dubbi sull’opportunità di andare avanti con questo incarico, devo altresì aggiungere di essere già andato due volte dal presidente Rik van den Boog per comunicargli l’intenzione di smettere e, per due volte, è riuscito a convincermi a proseguire. Per due volte ho stretto i denti e sono andato avanti.
«Frittata.» All’improvviso mi viene in mente questa parola, non avrà mai più lo stesso suono per me. Quel giorno abbiamo perso con l’Heerenveen all’ArenA. Era la fine di gennaio ed era già il terzo risultato negativo consecutivo, ma quel giorno non era tanto la sconfitta in sé a rendere tutto così doloroso, è stato quel tifoso che a fine partita dalla tribuna principale mi ha gridato «frittata». Voi direte: «frittata», è così grave? Una parolina innocente, quasi ludica, ma in un modo o nell’altro quella parola mi ha fatto male.
Mi sono trattenuto per qualche secondo, ho guardato in alto e gli ho gridato anch’io qualcosa, un momento insignificante, a ripensarci. Passato in un attimo, ma il danno ormai era fatto. Ripreso dalle telecamere, finito in televisione, l’intero paese poteva vedere che mi davano della frittata, e ciò mi faceva star male.
Durante la conferenza stampa del post partita, mi sono comportato con disinvoltura. Ne ero capace, ma a dire il vero in quel momento nessun’altra parola avrebbe potuto ferirmi più di «frittata», proprio perché è così innocente, così comune, perché è una parola così stupida. Ciò rendeva la cosa estremamente dolorosa: quel tizio aveva ragione, aveva fatto centro, aveva messo il dito nella piaga.
E poi mi sono sentito impotente. Ero arrabbiato con l’Ajax quando sono tornato a casa in macchina, perché avevano fatto sedere un uomo del genere nella tribuna principale. Ed ero arrabbiato con la NOS, per quel cameraman che aveva filmato la scena poi mandata in onda. Lo so che è insensato, ma in quel momento mi sentivo così impotente, dato in pasto agli avvoltoi. Fuorilegge. Non era importante se capivi di calcio, o se avevi vinto tre Coppe dei Campioni e tre Palloni d’Oro. Non faceva più nessuna differenza. Frittata. Non c’era niente che potesse ferirmi di più in quel momento. Mi sentivo veramente una frittata.
All’improvviso sento con chiarezza la voce di Miel. «Marco, il comunicato stampa è appena stato mandato, prepariamo la conferenza adesso? È fra un’oretta.»
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