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A domani!

Marco van Basten "Fragile": il discorso di Natale - Dicembre 2006

 

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mvb

Entro con la mia macchina nel parcheggio multilivello dell’Hotel Huis ter Duin a Noordwijk per l’annuale brindisi natalizio con tutti i giornalisti che seguono la Nazionale olandese. Ci saranno venticinque, trenta persone, in rappresentanza dei media più importanti. Ci sono degli stuzzichini, c’è qualcosa da bere e poi, in un’atmosfera informale, si terrà il discorso del commissario tecnico.

Non ne ho nessuna voglia, e non dipende soltanto da quello che è successo negli ultimi mesi, dopo la partita contro il Portogallo, intorno alla Nazionale olandese, con tutti quegli articoli ad avvelenare l’ambiente. No, c’è qualcos’altro su cui rimugino già da giorni che, a essere sincero, non mi lascia tranquillo, solo che non posso parlarne con nessuno qui stasera, durante il brindisi natalizio, devo tenermelo per me.

Il clima intorno alla Nazionale, dopo il Mondiale, è radicalmente cambiato, come se la partita persa contro i lusitani avesse fornito lo spunto a molti giornalisti per spiegare per filo e per segno ai loro lettori e ai tifosi tutti gli errori che erano stati commessi e che cosa, già da due anni, non funzionasse. Il tono di queste considerazioni è cambiato e gli strali sono rivolti in direzione del responsabile di tutto ciò. Il commissario tecnico è il capro espiatorio. Lo so. Funziona così. Il vincitore ha sempre ragione, il perdente ha sbagliato tutto. C’è rimasto poco da salvare.

Chiudo la portiera dell’automobile e mi avvio verso l’ingresso. Di solito già qui ci sono giornalisti che mi aspettano, questa volta invece no, adesso sono loro stessi gli ospiti e i festeggiati. Alcuni, per l’occasione, si sono messi persino una bella giacca sopra i jeans. L’uomo in divisa all’ingresso mi saluta con un cenno del capo. Devo essere abbastanza forte da non pensare, per un paio d’ore, alla lettera arrivata dall’Italia, anche se so che non sarà semplice.

La stampa insinua che, adesso che due giocatori con un passato nel PSV, Van Bommel e Van Nistelrooij, hanno rinunciato alla Nazionale, la presenza dell’Ajax nello staff è troppo forte e impedisce una valutazione obiettiva dei giocatori. Fesserie, cavolate campate in aria. A peggiorare il quadro c’è stata la lettera inviata da Edgar Davids a «Voetbal International» poco dopo il Mondiale, in replica a una mia affermazione durante la conferenza stampa finale. Alla domanda su come mai non fosse stato convocato, avevo risposto che, be’, già da un anno e mezzo non era più nel giro e per un buon motivo, a nostro avviso. «Non convoco più nemmeno Jan Wouters, no?» ho aggiunto risentito.

Edgar l’ha presa male e così ha impugnato la penna. Col senno di poi, capisco bene la ragione della sua reazione e della sua rabbia, non è stato molto simpatico da parte mia dirlo in quel modo, ma nello stesso tempo ho trovato esagerato che avesse scritto una lettera così lunga sulla questione. Poi perché se la prendeva tanto? Nell’autunno del 2005 l’avevamo visto all’opera circa cinque volte, e non ci aveva convinto.

Anche Clarence Seedorf, già da due anni, non era più nel giro della Nazionale, e all’improvviso pure questo era diventato un problema. Tutti quei commenti mi seccavano un po’, avrei preferito non leggere certi articoli e non vedere certe trasmissioni, ma fa parte del lavoro, devi rimanere in qualche modo al corrente dei pareri e delle emozioni che si vivono, e il lato negativo ti può restare addosso.

Stasera quindi insieme chiudiamo l’anno in un ambiente informale. Vorrei tanto non essere qui, ma non se ne può fare a meno. La notizia che mi ha portato Perry due giorni prima non mi fa stare meglio. Subito dopo aver ricevuto la telefonata, è venuto in macchina a casa nostra a Badhoevedorp per riferire la brutta notizia. Una volta seduti al tavolo della cucina ha detto: «Pensavamo che il peggio fosse passato, quanto ai guai finanziari. Ma temo che il peggio debba ancora venire».

Mantengo una certa distanza dai giornalisti e vado subito verso John e Rob, che stanno parlando con Kees Jansma e Anja van Ginhoven. Kees e Anja sono impagabili, tengono i giornalisti tranquilli e alla giusta distanza. Kees mi dà un colpetto sulla spalla, fa un bel sorrisone, mi fissa con i suoi occhietti vispi e dice: «Allora, Mandela. Pronto per il discorso importante?». Io borbotto qualcosa di incomprensibile, perché lo stress mi pervade tutto il corpo.

Per natura non sono un grande oratore, più che altro sono uno a cui piace ascoltare. So farlo, certo, ma soprattutto in risposta a delle domande, in una sorta di intervista, tenere un discorso è un altro paio di maniche, ma rientra nei miei compiti, quindi non posso esimermi dal farlo. Spesso, quando devo parlare, la tensione nel mio corpo si scioglie dopo due frasi. Per fortuna ho scritto, insieme ad Anja, il discorso, e ho deciso di esprimere comunque anche la mia sorpresa riguardo all’atmosfera radicalmente cambiata negli ultimi sei mesi. Una cameriera mi porge un espresso, ci metto lo zucchero e mi appoggio tranquillo al tavolo da bar accanto a Kees e Anja.

Kees prende per qualche istante la parola. Con disinvoltura ma con tono serio, come sa fare lui. Mi annuncia. Io mi avvio verso il podio, mi aggiusto la giacca grigia, tiro fuori un foglio di carta dalla tasca, bevo un sorso d’acqua e sento che intorno a me cala il silenzio. La stampa, un paio di persone della Federazione olandese e lo staff della Nazionale sono di fronte a me. I giornalisti sono in netta maggioranza.

Buonasera a tutti.

Anche l’anno scorso stavo qui. Allora era poco dopo il sorteggio per i Mondiali del 2006. Inseriti nel «girone della morte», era questa l’opinione generale. Com’era diversa l’atmosfera allora!

Pieni di coraggio e di fiducia in noi stessi contavamo tutti – giocatori e staff, ma anche tifosi, colleghi e la stampa – i giorni che mancavano ai Mondiali in Germania. Credevamo nelle qualità dei giocatori e dello staff tecnico. Le esperienze acquisite durante la fase a gironi, in cui ci siamo qualificati imbattuti per la fase finale davanti a Repubblica Ceca e Romania, facevano supporre – a giocatori e staff, ma anche a tifosi, colleghi e giornalisti – che avremmo potuto fare molta strada in Germania.

La preparazione ai Mondiali è filata liscia, i risultati erano in linea con le grandi aspettative di giocatori, staff, tifosi e media.

E poi i Mondiali. Finalmente.

E infatti era così. L’atmosfera era ottima, in quanto abbiamo vinto quasi tutte le partite malgrado l’enorme lavoro di ricostruzione della Nazionale olandese dopo che molti giocatori importanti avevano lasciato. Abbiamo infranto persino il vecchio record di Rinus Michels, mi hanno raccontato in seguito, che era rimasto imbattuto nei suoi primi nove incontri da commissario tecnico. E noi ci siamo fermati soltanto alla quindicesima partita. Nessuna nube all’orizzonte, quindi.

Siamo dovuti ripartire con una nuova generazione. I nomi dei giocatori ancora disposti a continuare, ma che noi non abbiamo convocato, non li leggevi da nessuna parte. Abbiamo cominciato anche bene. Dopo il drammatico Europeo contro il Portogallo l’atmosfera che circondava la Nazionale era pessima. Noi avevamo il sostegno di Cruijff, e di conseguenza di diversi media di rilievo.

Evidentemente c’era comunque una soglia da superare prima di potermi attaccare personalmente, basata su una sorta di status che mi ero guadagnato con la mia carriera da calciatore, che forse era stato rafforzato dalla mia completa uscita di scena negli anni immediatamente successivi al mio ritiro. Questa beatificazione in «san Marco», che io non avevo mai voluto, era una sorta di protezione ulteriore per me, come commissario tecnico esordiente. Un’epoca definitivamente chiusa dopo i Mondiali in Germania. Sono cose che succedono, se ti estromettono da un Mondiale con una partita così assurda e imprevedibile. Ma la stampa la pensava in modo completamente diverso, e alla fine anche il pubblico ne è stato influenzato. Non mi sentirete dire che giocavamo un calcio magnifico. O che io ero un commissario tecnico eccezionale. Erano i risultati, di per sé, a essere ottimi, fino a quella partita assurda con quell’arbitro tremendo.

Vittoria nei primi due incontri del gruppo contro la Serbia e la Costa d’Avorio, certo soffrendo e non con un bel gioco, ma comunque si è vinto. E dopo due incontri ci eravamo già qualificati per il turno successivo. Chi l’avrebbe mai immaginato? Un’ottima prestazione in quello che da molti era stato etichettato come il «girone della morte». E con, al terzo incontro, un meritato pareggio, con molte riserve da entrambe le parti. So far, so good.

E poi, domenica 25 giugno 2006. Secondo turno dei Mondiali. Portogallo-Olanda. Una partita bizzarra. Più occasioni per noi che per i portoghesi. Ma anche sedici cartellini gialli e quattro rossi! Un arbitro in una giornataccia. Insomma, sappiamo quel che è successo. Il sogno è finito. Perdere fa male. A tutti noi. Giocatori e staff, tifosi, colleghi e giornalisti. Ma come gestisci la sconfitta? Cerchi lo scontro? Colpisci intorno a te? O cerchi di elaborare la delusione in maniera positiva e di trarne una lezione?

Sì, lo so. Non ce l’ho fatta a dire quattro fesserie. Ho messo i giornalisti di fronte alle proprie azioni, esatto. È lecito? O devo accettare tutta la merda che mi piove addosso? Guardate, so benissimo che alcune persone se la ridono sotto i baffi quando qualcuno che ha una posizione importante ruzzola giù. È umano. Lo comprendo, ma potrei reagire anch’io in maniera umana?

Nessuno, in questa sala, sa che cosa sta succedendo in quel momento, nessuno sa che un’enorme richiesta di soldi proveniente dall’Italia mi pende sulla testa. Berlusconi era rimasto a lungo al di fuori dell’operazione «Mani Pulite» perché era primo ministro ma, una volta persa l’immunità parlamentare, i giudici istruttori avevano iniziato a indagare nel suo passato finanziario, come già accaduto in precedenza per altri grandi uomini d’affari italiani. E adesso emerge che, nel periodo del Milan, non era tutto regolare, molti giocatori avevano ottenuto contratti sui diritti d’immagine lucrativi, me compreso quindi. Penso che il mio stipendio all’epoca fosse il più alto di tutti, perciò adesso semplicemente ne pago lo scotto. La richiesta del Fisco italiano ammonta a 33,6 milioni di euro, ancora più alta della cartella esattoriale che ho appena regolarizzato. Che cazzo di casino! E me ne sto qui a fare un bel discorsetto. Se lo sapessero.

La tattica è stata terribile, i cambi disastrosi. La «vicenda» Van Nistelrooij senza senso e gestita in modo poco intelligente. Boulahrouz incomprensibile e Van der Vaart imperdonabile. Sneijder inconcepibile. E chi più ne ha più ne metta. Nessuno stile. Nessuna guida. Nessun calcio offensivo. Lo staff tecnico troppo inesperto. Il consigliere Cruijff non veniva ascoltato. Il direttore Henk Kesler, che voleva stracciare il nostro contratto, era confuso. È veramente tutto così sbagliato come a noi – giocatori e staff, ma anche tifosi e colleghi – vogliono far credere con insistenza diversi giornalisti nei media? Due anni e mezzo fa abbiamo iniziato un lavoro difficoltoso. Volevamo giocare di nuovo un calcio in cui noi olandesi ci riconoscessimo. Dovevano essere inseriti molti giocatori nuovi e, malgrado questo, abbiamo ottenuto buoni risultati. Okay, dovevamo migliorare e rendere più divertente il nostro calcio, ma continuiamo a perseguire questa strada.

D’altra parte sono contento che nelle qualificazioni agli Europei del 2008 non siamo nello stesso girone dell’Italia, perché Perry mi ha raccontato che non avrei potuto recarmi lì, con una tale richiesta di pagamento il rischio di un arresto sarebbe stato reale. È un serious business.

Perry me l’ha spiegato in modo semplice. Con il mio primo contratto con il Milan non c’era stato nessun problema, è con il secondo, di tre anni, prolungato poi di altri tre, che è andata male: allora pensavano di essere stati molto creativi. A partire da quel secondo accordo io ho ricevuto circa 10 milioni di fiorini l’anno, di cui un solo milione come stipendio, e su quello ho pagato regolarmente le mie imposte sul reddito in Italia; gli altri 9 milioni venivano messi da parte e mi sarebbero stati pagati in seguito, e risultavano dai compensi per i miei diritti di immagine. Dopo il mio periodo al Milan, quei 9 milioni sarebbero stati versati alla mia S.r.l., che avrebbe avuto sede in un paese in cui, per quel tipo di reddito, non c’era bisogno di pagare le imposte, come per esempio a Montecarlo, il che avrebbe reso netto l’intero compenso per la mia società.

Dato che io, in ultima analisi, trovavo ragionevole e dignitoso, a causa dell’infortunio che si trascinava da tempo, non far pagare al Milan i soldi del mio ultimo anno di contratto, ci siamo accordati per un importo complessivo di 45 milioni di fiorini, 9 milioni per cinque anni. Quei soldi mi sono stati pagati da un’azienda che si occupava dello sfruttamento dei miei diritti d’immagine, ed è in questa società, quindi, che si sono imbattuti durante le indagini.

Il problema, tuttavia, non era l’origine dei soldi, ma il rapporto tra l’importo relativo allo stipendio e il compenso per i diritti di immagine, che era decisamente sbilanciato, a meno di non giocare sempre meno e partecipare di continuo a pubblicità televisive e ad altre attività commerciali, ma non era quello il mio caso. In seguito ci siamo resi conto che sarebbe stato molto più sicuro invertire il rapporto, così, invece, ce la siamo cercata.

Ci hanno lavorato, collaborando tra loro, per più di sei mesi, così tanti esperti finanziari, che hanno architettato quel sistema, e avvocati, che dovresti presumere che vengano redatti contratti ben fatti e sicuri. Mi hanno accompagnato nella stesura e nella firma di tali accordi e, all’epoca, evidentemente, hanno escluso problemi o pericoli rilevanti, o forse no, ma ciò non ha impedito loro di farmeli sottoscrivere alla cieca, come potete facilmente immaginare.

Adesso che tutto ciò è venuto alla luce, sono andati in cerca di quello che forse è il pesce più grande, il signor M. van Basten di Badhoevedorp, perché nessuno guadagnava quanto me in quegli anni al Milan. Probabilmente, allora, ero addirittura il calciatore meglio pagato al mondo. Il ritardato pagamento dell’imposta sul reddito relativa a quei 45 milioni, con l’aggiunta di interessi e una forte multa, determinò un totale di 33,6 milioni di euro, da pagare entro sei mesi.

E adesso. Siamo di nuovo ben messi nel girone di qualificazione degli Europei del 2008. In effetti la situazione è paragonabile a quella dell’autunno del 2004. La Nazionale è ancora imbattuta ed è padrona della propria qualificazione alla fase finale. Abbiamo una buona selezione. Un gruppo con molti giocatori che non hanno più di 23 anni. Inoltre i rapporti tra lo staff e i giocatori sono molto buoni e professionali. L’atmosfera all’interno è eccellente. Ma noi – giocatori e staff – ci rendiamo anche conto che soprattutto a livello di gioco ci sono ancora diverse cose da migliorare. Tenendo a mente questo, possiamo guardare con fiducia al futuro. Un futuro in cui portiamo avanti il cammino intrapreso due anni fa. Senza interruzioni e imperturbabili. Con l’ambizione di ottenere buoni risultati, imponendo un calcio divertente. Con gli stessi metodi di lavoro e scelte, lo stesso atteggiamento, la stessa convinzione dell’inizio della nostra avventura. Ci aspettano anni belli. Malgrado il fatto che l’atmosfera, all’esterno, sia completamente diversa rispetto a un anno fa, quando ero qui seduto.

Segue un piccolo applauso di rito. Li senti pensare: va bene, sarà. Hanno sete e tornano al loro tavolo da bar, dove possono bere e conversare. Benissimo. Mi avvio verso un tavolo appena rifornito di una minerale naturale. Kees mi dice: «Ottimo, Marco. Li hai messi comunque davanti alle loro azioni».

Anche Henk Kesler viene a sedersi accanto a noi, affermando: «Eccellente, sai. Non dobbiamo mica essere sempre buoni con tutti!».

Due mesi fa mi sono congedato definitivamente dalla mia avvocata. Dopo la débâcle degli investimenti e la brutta situazione con il Fisco olandese del 1999, lei è rimasta ancora attiva, ma dopo i Mondiali del 2006, quando stavo ridiscutendo il mio contratto con la Federazione olandese, la comunicazione tra Perry, lei e la Federazione è tornata a essere difficoltosa, tant’è che Perry disse: «Così non posso lavorare, Marco. Così non voglio e non posso difendere i tuoi interessi».

In tal modo mi ha costretto a scegliere tra lui e lei. La scelta è stata facile, anche se da un punto di vista umano mi è costato fatica, d’altra parte la legale curava i miei interessi sin dal 1989. È un periodo lungo, e ne abbiamo passate tante insieme, eravamo diventati amici, ma ero convinto della mia decisione. Sto parlando, notate bene, di settembre, tre mesi fa, e adesso succede questo.

Perry mi ha rivelato che il mio consulente fiscale era stato chiamato da un alto funzionario del Fisco olandese, che ha raccontato che la cartella esattoriale per lui era un peso sullo stomaco, non soltanto per l’ammontare, ma anche per il fatto che il trattato fiscale con l’Italia lo obbligava a riscuoterla presso il residente olandese in questione: il signor M. van Basten di Badhoevedorp. Cioè, io.

Dopo due minerali naturali e le chiacchiere di rito stringo a tutti la mano, al mio tavolo, cogliendo l’occasione per augurare buone vacanze di Natale, e mi avvio verso l’ingresso prima che qualunque giornalista riesca ad attaccare bottone. Me la svigno.

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